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CORNELL UNIVERSITY LIBRARY
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BOLLETTINO
DELLA
SOCIETÀ GEOLOGICA
italiana
A"o 1 . XXXI — 1012
RÓMA
TIPOGRAFIA DELLA PACE E. CUGGIAN1
o /
Gli Autori sono responsabili delle opinioni manifestate nei loro lavori.
i V H'i 1 1
1 A >1
SOCIETÀ GEOLOGICA ITALIANA
fondata in Bologna il 29 settembre 1881
Consiglio direttivo per l’anno 1912
Presidente .
Bernardino Lotti (Roma). 1912.
Vice-Presidente . . .
Carlo Fabrizio Parona (Torino). 1912.
Segretario .
Antonio Verri (Roma). 1911-913.
Tesoriere-Economo .
Giovanni Aichino (Roma). 1912-914.
Archivista .
Camillo Crema (Roma). 1910-91 2.
Mario Baratta (Voghera). . 1
Claudio Segrè (Roma) . ... 1
Luigi Colomba (Torino) . . .( 1 9 1 0 9 1 2 •
, Enrico Clerici (Roma). ... 1
Consiglieri .
I Giov. Di-Stefano (Palermo) . j
■■ Carlo De Stefani (Firenze) . > I9II-9,3-
Luigi Brugnatelli (Pavia) . . \
■
!
Commissione per le
pubblicazioni . .
Ettore Mattirolo (Torino) . ]
GiulioDe Alessandri (Milano) f
; I 9 * *~9 * 4*
MlCHELANGELOAMBROSIONl(Me- i
1 rate) .... .
' Il Presidente
( Il Segretario / (prò tempore).
Il Tesoriere !
Commissione del bi¬
lancio .
i Lodovico Mazzetti (Roma) . . . 1
, Romolo Meli (Roma) . > 1912.
f Gioacchino De Angelis (Roma) '
Vice-segretarii . . .
( Serafino Cerulli-Irelli (Roma) )
( Camillo Pilotti (Roma) . . . . ) ^
Sede della Società:
Roma, Via S. Susanna, 13 (presso il R. Ufficio geologico).
IV
ELENCO DEI PRESIDENTI — ELENCO DEI SOCI
Elenco (lei Presidenti
succedutisi annualmente dalla fondazione della Società in poi.
1881-82. Giuseppe Meneghini
1883. Giovanni Capellini
1884. Antonio Stoppani
1885. Achille De Zigno
1886. Giovanni Capellini
1887. IGINO Cocchi
1888. Giuseppe Scarabelli
1889. Giovanni Capellini
1890. TorquatoTaramelli
1891. Gaet. G. Gemmellaro
1892. Giovanni Omboni
1893. Arturo Issel
1894. Giovanni Capellini
1895. Igino Cocchi
1896. Carlo De Stefani
1897. Dante Pantanelli
1898. Francesco Bassani
1899. Mario Canavari
1900. Niccolò Pellati
1901. Carlo Fabrizio Parona
1902. Giovanni Capellini
1903. Antonio Verri
1904 Romolo Meli
1905. Torquato Taramelo
1906. Lucio Mazzuoli
1907. Federico Sacco
1908. Alessandro Portis
1909. Giovanni Di-Stefano
1910. Luigi Baldacci
1 9 1 1 . Mario Cermenati.
Elenco (lei Soci per Panno 1912
S. A. R. Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi
Acclamato socio onorario per deliberazione unanime nell’adu¬
nanza generale del 16 settembre 1900 in Acqui.
Soci perpetui.
1. Quintino Sella (morto a Biella il 14 marzo 1884).
Fu uno dei tre fondatori della Società; venne, per il primo, annoverato tra
i soci perpetui per deliberazione unanime nell’adunapza generale tenutasi dalla
Società il 14 settembre 1885 in Arezzo.
2. Francesco Molon (morto a Vicenza il i° marzo 1885).
Fu consigliere della Società, alla quale legava con suo testamento la somma di
Lire 25,000; venne iscritto fra i soci perpetui per deliberazione unanime nel¬
l'adunanza generale del 14 settembre 1885 in Arezzo.
3. Giuseppe Meneghini (morto a Pisa il 29 gennaio 1889).
Per i suoi insigni meriti scientifici venne acclamato socio perpetuo nell’adu¬
nanza generale di Savona il 15 settembre 1887.
4. Felice Giordano (morto a Vallombrosa il 16 luglio 1892).
Fu uno dei tre fondatori della Società; venne iscritto tra i soci perpetui
per deliberazione unanime nell’adunanza generale di Taormina il 2 ottobre 1891.
5. Giovanni Capellini, senatore del Regno, professore nella R.
Università di Bologna.
E uno dei tre fondatori della Società: venne iscritto tra i soci perpetui
per deliberazione unanime nell'adunanza generale di Taormina il 2 ottobre 1891.
ELENCO DEI SOCI
V
Soci residenti in Italia.
(Il millesimo che precede indica il primo anno d'associazione;
l'asterisco indica i soci a vita).
1894. Aichino ing. cav. Giovanni. R. Ufficio geologico. Roma.
1898. Air aghi prof. Carlo. Robecco sul Naviglio (Milano).
1912. Allievi sac. dott. Cristoforo. Seveso (Milano).
1 904. Aloisi dott. Piero. Museo mineralogico R. Università.
Pisa.
1891. Ambrosioni sac. prof. Michelangelo. Merate (Como).
1912. Andreani rag. Carlo. Corenno Plinio (Como).
1907. Anelli dott. Mario. Via Farini, 94. Parma.
1886. Antonelli prof, don Giuseppe. Via del Biscione, 95.
Roma.
1909. Aprile cav. Salvatore. Catania.
1896. io Arcangeli prof. cav. Giovanni. R. Orto botanico. Pisa.
1908. Artini prof. Ettore. Museo civico di Storia naturale.
Milano.
1912. Audisio di Somma cav. Federico. Direttore Società La¬
rio di elettricità. Via Giulio, 12. Torino.
1912. A^i dott. Girolamo. Istituto internazionale di Agrieoi
tura. Villa Umberto I. Roma.
188 1. Baldacci comm. Luigi. Ispettore superiore del R. Corpo
delle Miniere. Via S. Susanna, 9. Roma.
1905. Baraffael ing. Angelo.R. Ufficio minerario. Caltanissetta
1890. Baratta dott. Mario. Via Cavour, 21. Voghera (Pavia)
1884.* Bargagli cav. Piero. Via de’ Bardi, palazzo Temp .
Firenze.
1881. Bassani prof. cav. Francesco. R. Università Napoli
1906. Bentivoglio conte prof. Tito. R. Liceo. Lucca
1883. 20 Berti dott. Giovanni. Via Castiglione, 30. Bologna.
1897. Bettoni dott. Andrea. Piazza Museo, 6. Brescia
1900. Bianchi prof. ing. Aristide. Chieri (Torino).
1898. Biblioteca civica. Bergamo.
1910. Biblioteca comunale. Verona.
1907. Bibolini ing. Aldo.R. Scuola mineraria. Agordo(Belluno)
1892. Bonar elli prof, conte Guido. Gubbio (Perugia).
1907. Bonomini don Celestino. Concesio (Brescia).
1904. Bordi prof. Alfredo. Via dello Statuto, 44. Roma
1897. Bortolotti-Baldanp prof. Emma. Via Po, io. Roma.
1 897. 30 Brambilla prof, don Giovanni, Arciprete. Cingia de
Botti (Cremona).
VI
ELENCO DEI SOCI
I912.
1885.
1905.
1 884.
1891.
1 9 I I.
1889.
1898.
I912.
1883. 40
I9°5*
1908.
1881.
1899.
1909-
1883.
1896.
1890.
1895.
1900. 50
1908.
1903.
1909.
1 882.
1906.
1886.
1881 *
191 1.
1899.
1912. 60
1895.
1902.
i88i.
Broglio dott. Annibaie. Via S. Calocero, 25. Milano.
Brugnatelli prof. Luigi. Museo mineralogico, R. Uni¬
versità. Pavia.
Brunati dott. Roberto. Erba per Albese (Como).
Bruno prof. cav. Carlo. R. Istituto tecnico. Mondovì
(Cuneo).
Bucca prof. cav. Lorenzo. R. Università. Catania.
Bussandri capitano Giacomo. Distretto mil. Venezia.
Cacciamali prof. Giovanni Battista. R. Liceo. Brescia.
Caffi, dott. sac. Enrico. Piazza Cavour, io. Bergamo.
Caldera sac. Francesco. Salò (Brescia).
Canavari prof. Mario. Museo geologico, R. Università.
Pisa.
Caneva prof. dott. Giorgio. Piazza Eremitani. Padova.
Cantore cav. Antonio. Colonnello 8° Alpini. Udine.
Capacci ing. cav. Celso. Via Vaifonda, 5. Firenze.
Capeder prof. Giuseppe. Corso V. E. III. Voghera (Pavia).
Carape^a ing. Emerico. Museo geologico, R. Univer¬
sità. Palermo.
Cardinali prof. Federico. R. Istituto tecnico. Macerata.
Carniccio prof. comm. Antonio. R. Università. Roma.
Cermenati prof. comm. Mario. Deputato al Parlamento.
Via Cavour, 238. Roma.
Cerulli-Irelli dott. Serafino. Teramo.
Cbecchia-Rispoli dott. Giuseppe. Museo geologico, R. Uni¬
versità. Palermo.
Chelussi dott. Italo. Via S. Marco, 50. Siena.
Ciampi ing. Adolfo. Via di Camporeggi, 4. Firenze.
Ciofalo dott. Michele. Termini Imerese (Palermo).
Ciofalo prof. Saverio. Termini Imerese (Palermo).
Ciaf dott. Gino. Via Guerrazzi, 20. Firenze.
Clerici ing. cav. Enrico. Via del Boccaccio, 25. Roma.
Cocchi prof. comm. Igino. Via de’ Pinti, 51. Firenze.
Codara ing. Giuseppe. Via Rossini, 8. Milano.
Colomba dott. Luigi. R. Museo mineralogico. Palazzo
Carignano. Torino.
Compensa ing. Domenic angelo. Gildone (Campobasso).
Conedera ing. cav. Raimondo. Massa Maritt. (Grosseto).
Corio prof. Francesco. Istituto Tecnico, Spezia (Ge¬
nova).
Cortese ing. cav. Emilio. Corso Firenze, 25. Genova.
ELENCO DEI SOCI
VII
1906. Craven ing. H. Robert. Miniera Libiola. Sestri Levante
(Genova).
1910. Craveri dott. Michele. Via F. Cavallotti, io. Domo¬
dossola (Novara).
1895. Crema ing. dott. Camillo. R. Ufficio Geologico. Roma.
1912. Grida Ugo. Direttore di miniere. Massa Marittima
(Grosseto).
1895. D’Acliiardi prof. Giovanni. Museo mineralogico, R. Uni¬
versità. Pisa.
1900.* Dainelli dott. Giotto. \ ia La Marmora, 12. Firenze.
1902. 70 Dal Lago dott. cav. Domenico. Valdagno (Vicenza).
1899. Dal Piaj dott. prof. Giorgio. Museo geologico, R. Uni¬
versità. Padova.
1893. De Alessandri dott. Giulio. Museo civico di Storia na¬
turale. Milano.
1883. De Amicis prof. Giovanni Augusto. Via Vidua, 8 bis.
Casale Monferrato (Alessandria).
1891. De Angelis d’Ossat prof. cav. Gioacchino. Via Voltur¬
no, 34. Roma — Inst. sup. agrario, Perugia.
1907. De Castro ing. cav. Calogero. Via Maggio, 13. Firenze.
1881. De Ferrari ing. cav. Paolo Emilio. Capo del distretto
minerario. Via delle Scuole, 10. Torino.
1883. De Gregorio Brunaccini dott. march. Antonio. Molo,
128. Palermo.
1900. Del Campana dott. Domenico. R. Museo geologico. Piazza
S. Marco, 2. Firenze.
1910. Della Beffa dott. Giuseppe. Museo geologico, R. Poli¬
tecnico. Torino.
1886. 80 Dell' Erba ing. prof. Luigi. R. Scuola Applicazione In¬
gegneri. Napoli.
1892. De Lorenzo prof. Giuseppe. Istituto di Geogr. fisica. Napoli.
1890. * Dell’Oro comm. Luigi (di Giosuè). Via Silvio Pellico, 12.
Milano.
1881. Del Prato prof. Alberto. R. Università. Parma.
1899. * Dei-Zanna dott. Pietro. Poggibonsi (Siena).
1900. * De Marchi dott. Marco. Borgonuovo, 23. Milano.
,911. De Ponti dott. Gaspa re, Direttore Stab. Chini, min. di
Calolzio. Via Vincenzo Monti. Milano.
1892. De Pretto dott. Olinto. Schio (Vicenza).
1910. D’ Erasmo dott. Geremia. R. Università (Istit. Geol.).
Napoli.
Vili
ELENCO DEI SOCI
1889. Dervieux sac. Ermanno. Via XX Settembre, 83. Torino.
1881. 90 De Stefani prof. cav. Carlo. R. Museo geologico, Piazza
S. Marco, 2. Firenze.
1890. De Stefano prof. Giuseppe. R. Scuola Tecnica. Imola
(Bologna).
1 9 1 1 . De Toni dott. Antonio. R. Università, Istituto geolo¬
gico. Padova.
1905. Di Franco dott. Salvatore. R. Università. Catania.
1885. Di-Stefano prof. cav. Giovanni. Museo geologico,
R. Università. Palermo.
1896. Dompè ing. comm. Luigi. Corso Sempione, 52. Milano.
1903. Eliotipia Calzolari e F errarlo. Viale Monforte, 14.
Milano.
1905. Fabiani dott. Ramiro. Museo geologico, R. Università.
Padova.
1905. Falconi Adolfo. Via Riva Reno, 61. Bologna.
1912. Fano prof. Augusto. Via Giulia, 102. Roma.
1902. 1 00 Fantappiè prof Liberto. Via Mazzini, 4. Viterbo (Roma).
1894* Ferraris ing. comm Erminio. Direttore della miniera
di Monteponi. Iglesias (Cagliari).
1904. Fermici ing. Ferruccio. Poggibonsi (Siena).
1894. Fino prof. Vincevo. Via Arsenale, 33. Torino.
1897. Flores prof. Edoardo. R. Scuola normale femminile
L. Bassi. Bologna.
1 9 1 1 . Folco ing. prof. Carlo. Piazza Campo, 20. Palermo.
1881. Fornasini dott. cav. Carlo. Via Lame, 24. Bologna.
1892. Franchi ing. cav. Secondo. R. Ufficio geologico. Roma.
1905. Frenguelli dott. Gioacchino. Piazza S. Giovanni in La-
terano, 6. Roma.
1909. Frenguelli Tommaso. Piazza S. Giovanni in Laterano, 6.
Roma.
1 9 1 1 . ito Friedlaender dott. Immanuel. Vomere, villa Hertha,
via Luigia Sanfelice. Napoli.
1890. Fucini dott. Alberto. R. Museo geologico. Pisa.
1898. Galdieri dott. Agostino. Museo Geologico. R. Università.
Napoli.
1891. Galli prof. cav. don Ignaro. Via Conte Rosso, 24. Roma.
1907. Gemmellaro dott. Mariano. Museo Geologico, R. Uni¬
versità. Palermo.
191 1. Gianfranceschi ing. cav. Vittorio, Direttore Acqued. Pu¬
gliese. Meffi (Potenza).
ELENCO DEI SOCI
IX
1891. Gianotti prof. Giovanni. R. Scuola normale. Vercelli
(Novara).
1903. Gortani dott. Michele. R. Politecnico, Museo di Geo¬
logia. Torino.
1887 Go\fi ing. Giustiniano. Via Galliera, 14. Bologna.
1892. Greco prof. Benedetto. R. Liceo. Cuneo.
1912. 120 Grossi ing. Mario. Via Emilia, 47. Roma.
1 9 1 1 . Istituto geografico De Agostini. Novara.
1881. Issel prof. comm. Arturo. Via Brignole-De Ferrari, 16.
Genova.
1883. Lais prof. sac. Giuseppe. Vicolo del Malpasso, 1 1. Roma.
1884. Lattes ing. comm. Oreste. Via Nazionale, 96. Roma.
1908. Lave^oni prof. Salvatore. R. Scuola normale femmi¬
nile. Bobbio (Pavia).
1909. Lincio ing. dott. Gabriel. R. Museo mineralogico, Pa¬
lazzo Carignano. Torino.
1910. Lomeo Cirino. Direttore della miniera Fioristella. Val-
guarnera Caropepe (Caltanisetta).
1905. Lorenfi prof. Arrigo. R. Liceo. Rovigo.
1881. Lotti ing. dott. Bernardino. R. Ufficio geolog. Roma.
1905. 130 Lovisato prof. Domenico. R. Università. Cagliari.
1896. Lupi don Alessandro. Via dell’Anima, 30. Roma.
1905. Maddalena ing. dott. Leon fio. Schio (Vicenza).
1899. Manasse dott. Ernesto. R. Università. Siena.
1910. Mantella ing. prof. Eugenio. R. Se. appi. ing. Palermo.
1899. Maravelli dott. Giuseppe. Cagli (Pesaro).
1905 Marcantonio dott. Ireneo. Lanciano per Mozzagrogna
(Chieti).
1910. Marchese cav. Camillo. Via XX Settembre, 98 B. Roma.
1910. Marconi Plinio. Via Rigaste S. Zeno, 25. Verona.
1895. Marengo ing. Paolo. Sturla (Genova).
1886. 140 Mariani prof. Ernesto. Museo civico di Sroria natu¬
rale. Milano.
1812. Mariani prof. Giuditta. R. Scuola normale Giannina
Milli. Roma.
1899. Mariani dott. Mario. Camerino (Macerata).
1894. Marinelli prof. Olinto. R. Istituto Studi superiori. Firenze.
1900. Martelli dott. Alessandro. R. Museo geologico, Piazza
S. Marco, 2. Firenze.
1910. Martelli ing. cav. Giulio, introbio (Como).
1881. * Mattirolo ing. cav. Ettore. Via Carlo Alberto, 43. Torino.
X
ELENCO DEI SOCI
908. Muletti ing. cav. Lodovico. R. Ispettorato delle Mi¬
niere. Via S. Susanna, 9. Roma.
881. Ma\\uoli comm. Lucio. Ispettore superiore, Capo del
R. Corpo delle Miniere. Via S. Susanna, 9. Roma.
881. Meli prof. cav. Romolo. Via del Teatro Valle, 51. Roma.
883. 150 Mercalli prof. sac. Giuseppe. Osservatorio vesuviano.
Resina (Napoli).
899. Merciai dott. Giuseppe. Via della Faggiola, 3. Pisa.
890. Meschinelli dott. Luigi. Vicenza.
897. Millosevich prof. Federico. R. Istituto di Studi supe¬
riori. Firenze.
903. Monaci Pietro. Santafiora (Grosseto).
907. Monetti ing. Luigi. R. Ufficio minerario. Carrara.
900. Monti dott. Achille. Via Pusterla, 3. Pavia.
895. Mor andini ing. Bernardino. Massa Marittima (Grosseto).
895. Moretti ing. Guido. Brembate di Sotto (Bergamo).
887. Moschetti ing. Claudio. Ufficio d’Arte. Saluzzo (Cuneo).
910. ióo Museo e laboratorio di geologia del R. Istituto superiore
agrario. Perugia.
904. Napoli dott. p. Ferdinando. Chiesa del Gesù. Perugia.
908. Negri dott. Giovanni. R. Istituto botanico. Torino.
897. Nelli dott. Bindo. Via Pellegrino, 18. Firenze.
883. Neviani prof. Antonio. Via Flavia, 42. Roma.
881.* Niccoli ing. comm. Enrico. Via Buonarroti, 36. Milano.
908. Nievo dott. capitano Ippolito. Via Nievo, 4. Mantova.
888. Novarese ing. cav. Vittorio. R. Ufficio geologico. Roma.
909. Oddo prof. Giuseppe. R. Università. Pavia.
911. Oddone prof. cav. Emilio. Via Caravita, 7. Roma.
91 1. 170 Oliveri ing. Angelo. Via Cattaneo, 22. Becco (Como).
901. Pagani prof. Umberto. Cesena (Forlì).
910. Pangella dott. Giorgina. Via Valeggio, 21. Torino.
881. Pantanelli prof. cav. Dante. R. Università. Modena.
90Ó. Parma cap. cav. Augusto. Sestri Uevante (Genova).
881. Parona prof. cav. Carlo Fabrizio. R. Museo geologico.
Palazzo Carignano. Torino.
1892. Patroni prof. Carlo. R. Istituto Tecnico. Arezzo.
881.* Paulucci marchesa Marianna. Via de’ Pinti, 68. Firenze.
899. Pelloux capitano Alberto. Villa Caterina. Bordighera
(Porto Maurizio)
1893. Peola prof. Paolo. R. Liceo. Ivrea (Torino).
1903. 180 Perrone cav. Eugenio , Via Cola di Rienzo, 133. Roma.
ELENCO DEI SOCI
XI
1902. Piana cav. Giuseppe. Badìa Polesine (Rovigo).
1901. Picasso ing. prof. Vittorio Emanuele. Via Arcivesco¬
vado, 1. Torino.
1910. Pilotti ing. Camillo. R. Ufficio geologico. Roma.
1 9 1 1 . Pintacuda ing. Michele. Via Girgenti, 1. Palermo.
1891. Platania-Platania prof. Gaetano. Via Vitt. Eman., 34.
Catania.
1908. Plueschke ing. Riccardo. Scafa (Chieti).
1909. Ponte dott. Gaetano. Museo mineralogico,. R. Univer¬
sità. Catania.
1895. Porro ing. Cesare. Carate Lario (Como).
1 898. Portis prof. comm. Alessandro. Museo geologico, R. Uni¬
versità. Roma.
1912. 190 Prestini Giuseppe. Via Boccaccio, 32. Milano.
1901. Prever prof. Pietro. R. Museo geologico. Palazzo Cari-
gnano. Tonno.
1908. Principi dottor Paolo. R. Università, Museo geologico.
Genova.
1910. Pullè ing. conte Giulio. Portoferraio (Livorno).
1910. Pullè ing. Guido. R. Ufficio geologico. Roma.
1906. Raffaelli don Gian Carlo. Bargone (Genova).
1883. Ragtimi dott. cav. Romolo. Maggiore medico. Via Ora-
zio, 24. Roma.
1903. Raimondi ing. Luigi. Miniere solfuree Trezza. Cesena
(Forlì).
1908. Ravagli dott.a Maria. Via Vaifonda, 63. Firenze.
191 1. Redaelli ing. cav. Ernesto , industriale siderurgico. Via
Monforte, 34. Milano.
1 899. 200 Reichenbacli ing. Arno. Scafa di S. Valentino (Chieti).
1900. Repossi dott. Emilio. Museo civico di Storia naturale.
Milano.
1907. Riboni ing. Pietro. R. Ufficio minerario. Via A. De-
pretis, 62. Napoli.
1894. Ridoni ing. Ercole. Via Bonsignore 5. Torino.
1883. Riva Palaci generale Giovanni , Via Bonsignore, 5.
Torino.
1898. Roccati prof. Alessandro. R. Politecnico, Castello del
Valentino. Torino.
1908. /tocca fi dott. sa c. Matteo. Parrocchia della Crocetta. Torino.
1890. Roncalli dott. conte Alessandro. Piazza Lorenzo Ma¬
scheroni, 3. Bergamo.
XII
ELENCO DEI SOCI
1903. Rosati dott. Aristide. R. Università, Museo mineralogico.
Roma.
1895 * Rosselli ing. cav. Emanuele. Via del Fosso, 1. Livorno.
1909. 210 Rossi Napoleone. Campoligure (Genova).
1892. Rovereto march, prof. Gaetano. Museo geologico, Vil¬
letta Di Negro, Genova. (Provvisoriamente Colle
Alsina, 1919. Buenos Aires).
1892. Rusconi sac. Giuseppe. Valmadrera (Como).
1908. Sabatini ing. cav. Venturino. R. Ufficio geologico. Roma.
1910. Sabelli ing. Annibaie. R. Ufficio minerario. Caltanisetta.
1885. Sacco prof. cav. Federico. R. Politecnico, Castello del
Valentino. Torino.
1904. Sangiorgi prof. Domenico. Via Cavour, 70. Imola (Bo¬
logna).
1890. Scacchi ing. prof. Eugenio. Via Monte Oli veto, 44. Napoli.
1909. Scalia dott. Salvatore. Museo geologico, R. Università.
Catania.
1910. Schopen ing. Corrado. Piazza Castelnuovo, 15. Palermo.
1881. 220 Segrè ing. cav. Claudio. Corso V. Emanuele, 229. Roma.
1882. * Silvani dott. Enrico. Via Garibaldi, 4. Bologna.
1904. Silvestri prof. Alfredo. R. Liceo. Spoleto (Perugia).
1912. Società boracifera di Larderello. Via Cavour, 9. Firenze.
1912. Spinetti ing. cav. Pompeo. Ministero di Agricoltura. Roma.
1907. Stefanini dott. Giuseppe. R. Museo geologico. Piazza
S. Marco, 2. Firenze.
1908. Stegagno dott. Giuseppe. Via Vignatagliata, 20. Ferrara.
1891. Stella ing. prof. Augusto. R. Politecnico, Castello del
Valentino. Torino.
1909. Stella-Starabba Francesco. Via Vitt. Eman. Catania.
1882. Striiver prof. comm. Giovanili. R. Università. Roma.
1910. 230 Tancredi cav. Alfonso Mario , Maggiore nelle R. Truppe
coloniali. Cava dei Tirreni (Salerno).
1910. Tansini ing. Mario. Via S. Luca, 5. Genova.
1912. T anfani Fausto. Ascoli Piceno.
1881. Taramelli prof. comm. Torquato. R. Università. Pavia.
1907. Taricco ing. Michele. R. Ufficio minerario. Iglesias
(Cagliari).
1891. Taschero dott. Federico. Mondovì (Cuneo).
1910. Taq^er cav. Emilio. Agordo (Belluno).
191 1. Ferrile dott. sac. Filippo. Via della Vergine, 2. Genova
1908. Testa ing. Leone. R. Ufficio minerario. Vicenza.
ELENCO DEI SOCI
XIII
1 88 1 . Tittoni avv. comm. Tommaso. Senatore del Regno.
Via Rasella, 155. Roma.
1889. 240 Toldo prof. Giovanni. Casa Scarabelli. Imola (Bologna).
1881. Tommasi prof. Annibaie. R. Università. Pavia.
1898. Tonini dott. Lorenzo. Seravezza (Lucca).
1905. Tomolo dott. Antonio. Gabinetto di Geografia fisica,
R. Università. Padova.
1883. Toso ing. comm. Pietro Via de’ Serragli, 13. Firenze.
[890. Trabucco prof. Giacomo. R. Istituto tecnico Galileo
Galilei. Firenze.
1901. Trentanove dott. Giorgio Morando. Luco di Mugello
Borgo S. Lorenzo (Firenze).
1882. Tuccimei prof. comm. Giuseppe. Via Tor Sanguigna, 13.
Roma.
1882.* Turche ing. John. Ufficio dell’Acquedotto. Bologna.
1906. Ufficio sperimentale delle Ferrovie dello Stato. Roma.
1912. 250 Vercelloni rag. Carlo. Lecco (Como).
1882. Verri generale comm. Antonio. Via Aureliana, 53. Roma.
1893. Vinassa de Regny prof. Paolo Eugenio. R. Università.
Parma.
1903. Viola ing. prof. cav. Carlo. R. Università. Parma.
1882. Virgilio prof. Francesco. R. Museo geologico. Palazzo
Carignano. Torino
1902. Zamara nob. colonnello Giuseppe. Corso C. Alberto, 23.
Brescia.
1912. Zerilli dott. Vito. Via Gallo, 51. Trapani.
1910. Zucchi ing. Gerolamo. Portoferraio (Livorno).
1912. Zuffardi dott. Pietro. Palazzo Carignano, Museo geo¬
logico. Torino.
Soci residenti all’estero.
1908. Bibliothèque de l' Università (Médecine-Sciences). Tou-
louse. (Francia).
191 1 . 260 Boussac Jean. Avenue de Maine, 224. Paris.
1897. Caetani ing. Gelasio. Crocker Building. S. Francisco
(California).
1887. Charlon ing. E. Rue Pierre Duprèt, 23. Marsiglia.
1910. Commissdo do Servico Geologico de Portugal. Lisbona.
1901.* De Dorlodot chan. prof. Henri Rue de Bériot, 44.
Louvain (Belgio).
1893. Deecke prof. Wilhelm. Freiburg, Baden (Germania).
XIV
ELENCO DEI CAMBI
1881 .* Delaire ing. Alexis. Boulevard des Batignolles, 29. Paris.
1895. De Pian ing. cav. Luigi. Via Kifissia, 51. Atene.
1912. Geologisch-palaeontologisches Institut und Museum der
Universitàt. Bonn (Germania).
1 9 1 1 . Gignoux Maurice, prof, à la Faculté des Sciences. Gre¬
noble (Isère).
1899. 270 Hassert doct. Kurt. Vorgebirg-Str., 31". Kòln am Rhein
(Germania).
i88t.* Hughes prof. cav. Thomas Mac Kenny. University.
Cambridge (Inghilterra).
1890.* Johnston-Lavis dr. Henry. Beaulieu (Alpes Maritimes,
Francia).
1884.* Levat ing. David. Boulevard Malesherbes, 174. Paris.
1882.* Levi bar. Adolfo Scander. Nizza (Alpi Marittime).
1906. Lugeon prof. Maurice. Université. Lausanne (Svizzera).
1903. Margerie (de) prof. Emmanuel. Rue Fleurus, 44 Pa¬
ris (VIe).
1906. Migliorini Carlo. The School of Metalliferous Mining.
Camborne (Cornwall, Inghilterra).
1902. Oppenheim doct. Paul. Sternstrasse, 19. Gross-Lichter-
felde-West (Berlin).
1881.* Pélagaud doct. Elisée. Chàteau de la Pinède, Antibe
(Alpes Maritimes, Francia).
1895 280 Salomon doct. Wilhelm. Universitàt. Heidelberg (Baden).
1908. Schmidt prof. Cari. Universitàt. Basel (Svizzera).
1908. Tornquist doct. Alexander Geolog. Institut d. Univer-
sitat, Konigsberg (Germania).
Elenco dei cambi (')
Italia.
Catania. — R. Accademia Gioenia di sciente naturali.
a) . Atti fanno LX1X, 1892-93].
b) . Bollettino delle sedute [fase. XXX, 1892].
Iesi (Ancona). — * Sezione di Iesi del Club alpino italiano,
a). L’ Appennino centrale fanno I, 1904].
(') Di ogni pubblicazione è indicato da qual volume od anno comincia la serie
posseduta dalla Società.
L 'asterisco (*) indica che il cambio è limitato ai Resoconti delle adunanze della
Società.
ELENCO DEI CAMBI
XV
Iglesias (Cagliari). — * Associazione mineraria sarda.
a). Resoconti delle riunioni [voi. Ili, 1898].
Roma. — R. Accademia dei Lincei (via Lungara).
a) . Rendiconti della classe di se. fis. mat. e nat. [serie 3%
voi. VII, 1882].
b ) . Rendiconti delle sedute solenni [1892].
Roma. — R. Ufficio geologico. (Via S. Susanna, 13).
a) . Bollettino del R. Comitato geologico d’Italia [voi. 1, 1870].
b ) . Mem. descritt. della carta geol. d’Italia [voi. I, 1 886 1 .
c) . Mem. per servire alla descr. della carta geol. d’Italia
[voi. I, 1871].
d) . Carte geologiche diverse.
id. — Ministero di Agricoltura , Industria e Commercio
a) . Rivista .del Servizio minerario [1896].
b) . Carta idrografica d’Italia. - Memorie.
id. — Società geografica italiana (via Plebiscito, 102).
a) . Bollettino [serie 2a, voi. VII, 1882J.
b) . Memorie [voi. V, 1895J.
id. ■ — Società degli Ingegneri e degli Architetti italiani
(via Muratte, 70).
a) . Bollettino [anni I-XV, 1893-1907] serie chiusa.
b) . Annali [anno I, 1886].
id. — Istituto internazionale d’Agricultura.
Venezia. — R. Magistrato alle Acque.
a) . Bollettino [anno I, 1908].
b) . Pubblicazioni varie.
Austria-Ungheria.
Budapest. — K. Ungarische Geologiche Reiclisanstatt (Stefa¬
nia - ut. 14).
a) . Mittheilungen aus dem Jahrbuche [Bd. I, 1872].
b ) . Jahresbericht [1883].
c) , Fòldtani Kózlòny [Kòt. XV, 1885].
d) . Pubblicazioni diverse.
— Ungarische Geologiche Gesellschaft. (Stefània-ùt. 14 sz.).
Mitteilungen [b. I, 1910].
Budapest. — Société Hongroise de Géographie. (Sàndor-Utcza
8. sz.).
a) . Bulletin (Foldrajzi Kozlemények) [Tom. XXXI, 1903].
b) . Abrégé du Bulletin. [id.].
XVI
ELENCO DEI CAMBI
Krakau. — Académie des Sciences (Akad. d. Wissenschaften) .
a). Bulletin International (Anzeiger) [1889].
Iglò. — Ma gya rorsq àgi Kàrpà tegyesiilet. ( Ungarischer
Karpathen- Verein).
a). Jahrbuch fvol. XVII, 1 890 1.
Trieste. — * Società alpina delle Giulie.
a). Alpi Giulie [anno VII, 1902].
Wien. — K. k. Geologische Reichsanstalt. (Rasumofski-
gasse 23).
a) . Verhandlungen [Jahrg. 1880J.
b) . Jahrbuch [Bd. XXX, 1880J.
id. — K. k. Naturhistorisches Hofmuseum.
a). Annalen [Bd. I, 1886].
id — Palàontologische s institut der k. k. Universitdt (I.,
Franzensring).
a). Beitriige zur Palaontologie und Geologie Osterreich-
Ungarns und des Orients [Bd. XI, 1 897 1.
id. — Geologische Gesellschaft. (I. Franzensring. Geol.
Institut d. Universitat).
a). Mitteilungen [I, 1908].
Belgio.
Bruxelles. - — Société Royale mal acolo gique de Belgique.
a). Annales [voi. XVI, 1881J.
id. — Société Belge de Géologie, de Paléontologie et
d’ Hydrologìe. (Palais du Cinquantenaire).
a) . Bulletin [voi. I, 1887].
b) . Nouveaux Mémoires [fase. i°, 1903].
Liège. — Société géologique de Belgique.
a) . Annales [voi. IX, 1881 1.
b) . Mémoires [voi. 1°, 1900].
Francia.
Bordeaux. — Société Linnéenne de Bordeaux. (Rue des Trois-
Conils ; Athénée).
a). Actes [voi. XXXVI, 1882J.
Havre. — Société géologique de Normandie. (Hotel de ville).
a). Bulletin [t. XX, iqooj.
Lille. — Société géologique du Nord. (Rue Brùle-Maison, 156).
a). Annales [voi. XXXII, 1903].
ELENCO DEI CAMBI
XVII
Paris. — Société de Spéléologie. (Rue de Lille, 34).
a). Bulletin (Spelunca) [t. I, 1895].
id. — Société géologique de France. (Rue Serpente, 28).
a). Bulletin |ser. 3&, voi. X, 1881].
Germania.
Berlin. — Deutsche geologiche Gesellschqft.
a). Zeitschrift [Bd. 35, 1883J.
id. — K. preuss. geolog. Landesanstalt.
(Invalidenstrasse, 44).
a). Jahrbuch (Bd. I, 1880I.
Bonn. — N leder rheinische Gesellschaft.
a) . Sitzungsberichte (1895!.
b ) . Verhandlungen(d.naturhistorischenVereins) [LUI, i8q6|.
Freiburg im Breisgau (Baden). — Naturf orscliende Gesellschaft.
a). Berichte |Bd. IV, i888(.
Gran Bretagna.
Dublin. — Royal Dublin Society.
a) . Scientifìc proceedings (N. S., voi. IV, 1885).
b) . Scient. transactions (ser. II, voi. Ili, 1885).
c) . Economie proceedings [voi. 1°, 1899].
Edinburgh. — Edinburgh Geological Society.
a). Transactions (voi. VII, 1894].
Glasgow. — Geological Survey.
a). Memoirs [1905].
id. — Geological Societj\
a). Transactions [1908].
London. — Geological Society.
a) . Quarterly Journal [voi. XXXVIII, n° 149, i882|.
b) . Geological literature |n° 1, 1 894I.
Portogallo.
Lisbona. — Comissao do Servico geologico de Portugal. (Rua
do Arco a Jesus, 113,2°).
a) . Communicaqóes ft. I, 1883].
b) . Mémoires.
XVIII
ELENCO DEI CAMBI
Rumenia.
Bukarest. — Institutului geologie al Romdniei (Soseana Kiselef, 2).
a). Anuarul |t. I, 1907].'
id. — Miiseulu de Geologia si de Paleontologia,
a). Anuarulù fanno 1894I.
Jassy. — Università de Jassy.
a). Annales scientitìques [t. I, 1900].
Russia.
Helsingfors. — Commission géologique de Finlande.
a). Bulletin [n° 6, 1897]
Novo-Alexandria — Annuaire géologique et minèralogique de
la Russie [voi. I, 1896].
Pietroburgo. — Coinité géologique. (Institut des mines).
a) . Bulletin [t. I, 1 882 J .
b ) . Mémoires [voi. I, 1883J.
c) . Bibliothèque géologique de la Russie [t. VI, 1885J.
d) . Travaux de la section géologique du Cabinet de sa
Majesté fvol. I, 1895].
id. — Russische K. Mineralogisehe Gesellschaft.
a) . Verhandlungen [Bd. 32, 1896].
b) . Materialien zur Geologie Russland [Bd. 18, 1897].
id. — Société Impériale des Natur alistes.
a) . Comptes-rendus des séances fvol. XXVI, 1 885 J.
b) . Travaux de la section de Géologie et de Minéralogie
fvol. XIX, 1888I.
Svezia.
Stockholm. — Geologiska foreningen i Stockholrn.
a). Forhandlingar [Bd. XII, 1890J.
id. — K. Svenska Vetenskaps Akademien.
a) . Arkiv fdr Kemi, Mineralogi och Geologi [Bd. 2, 1905]
b) . Arkiv for Zoologi [Bd. 3, 1 906J.
c ) . Arkiv for Botanik [Bd. 5, 1905I.
Upsala. — Geological lnstitution of thè University of Upsala
(Bibliothèque de l’Université R.).
a). Bulletin [voi. I. 1892].
Svizzera.
Zurich. — Naturforsehende Gesellschaft.
a). Vierteljahrsschrift [anno LV, 1910].
ELENCO DEI CAMBI
XIX
Africa.
Cape Town. — Geological Commission Departement of Agri -
culture.
a). Annual report [i°, 1896).
Johannesburg. — Geological Society of South Africa.
a ) Transactions [voi. VI, 1904].
b) . Proceedings [anno 1 905 1.
America.
Baltimore (U. S. A ). — Maryland Geological Survey.
a). Reports [voi. I, 1897].
Berkeley, California (U. S. A.). — Exchange Department Uni¬
versity of California Library,
a). Bulletin of thè department of Geology [voi. 5, 1906],
Buenos-Aires (R. Argentina). — Instituto geografico Argentino,
a).' Boletin [t. X, 1889].
id. — Ministerio de Agricultura. División de Minas,
Geologia è Hidrologia.
a). Anales [tomo IV, 1910].
Chicago (U. S. A.). — Field Museum of Naturai History.
a) Reports [voi III |.
Cleveland (U. S. A.). — Geological Society of America,
a). Bulletin [voi. I, 1890]
Columbus (U. S. A.). — Geological Survey of Ohio.
a). Bulletin [4a serie, n° 1, 1903].
Lima (Perù). — Cuerpo de Ingenieros de Minas del Perù,
a). Boletin [num. 1, 1902].
Mexico (Mexico). — Instituto geologico de Méxicò. (6.a del Ci-
prés, 176).
a). Boletin [num. 12. 1889I.
id. — Sociedad geologica. (6.a del Ciprés, 176).
a). Boletin [Tomo I, 1905].
Montevideo (Uruguay). — Museo de Historia naturai,
a). Anales [t. I, 1894J.
Ottawa (Canada). — Department of Mines Mines branch.
a). Reports.
Parà (Brazil). — Museu Paraense de Historia Naturai e Etimo
graphia. (Caixa postai n° 399).
a). Boletin [voi. I, 1896].
XX
ELENCO DEI CAMBI
Rolla (U. S. A ). — Bureau of Geology and Mines. State of
Missouri.
Sao Paulo (Brazil). — Museo Paulista. (Caixa do Correlo, 500).
a). Revista publicada par H. v. Ihering. [voi. I, 1895J.
Urbana (U. S. A.). — University of Illinois.
a) Illinois State geological Survey. Bulletin fn.° 9, 1908I.
Washington (U. S. A.) — United States Geological Survey.
a) . Bulletin fn° 34, 1883].
b) . Annual reports fsixth ann. 184].
c’) Monographs [voi. I, 1882].
d) . Minerai resources anno 1886.
e) . Water-Supply and Irrigation papér n.° 65, 1902.
f) . Professional paper n.° 1, 1902.
Wisconsin (U. S. A.). — University of Wisconsin.
a). Bulletin - Science series - voi. I, 1894.
Asia.
Calcutta (Britisch Indien). — Geological Survey of India.
a) . Memoirs [voi. IV, 1865].
b) . Palaeontologia indica [ser. ia, voi l|.
c ) . Records [voi. I|.
d) . Pubblicazioni diverse.
Tokio (Japàn). — Geological Society.
a). The Journal [voi. Vili, 1901J.
id — College of Science Imperiai University,
a) The Journal [voi. XVI, 1901 1.
Australia.
Melbourne (Victoria). — Australasian Institute of Mining En-
gineers.
a) . Transactions |vol. IV, 1 897 1.
b) . Proceedings [anno 1898].
id. — Royal Society of Victoria.
a) . Transactions [voi. I. 1 888 1.
b) . Proceedings [voi 1, n. s., 1889).
Sydney (New South Wales). — Geological Survey of New South
Wales.
a) . Records [voi. IV, 1 89 4 1.
b) . Memoirs [1894]
c) . Annual report [1894I.
d) . Minerai Resources [n° 1., 1 898 1.
RESOCONTO DELL’ADUNANZA
tenuta in Roma il 31 marzo 1912
Presidenza Lotti.
L’adunanza è tenuta alle ore 9 nella Sala della Biblioteca
del R. Ufficio geologico, gentilmente concessa, per trattare il
seguente ordine del giorno:
1. Approvazione dei verbali delle adunanze tenute a Lecco
e Milano nel 1911.
2. Comunicazioni della Presidenza.
3. Ammissione di nuovi soci.
4. Presentazione del bilancio consuntivo 1911.
5. Discussione del bilancio preventivo per l’anno 1912.
6. Elezione dei commissari pel bilancio.
7. Proposta di nomina di una Commissione incaricata della
revisione e coordinamento del Regolamento per le pubblica¬
zioni.
8. Designazione della sede per l’adunanza generale estiva.
9. Presentazione delle pubblicazioni mandate in omaggio
alla Società.
10. Comunicazioni scientifiche e presentazioni di lavori per
l’inserzione nel Bollettino.
11. Affari eventuali.
Sono presenti: il presidente Lotti; i consiglieri Clerici,
Mattirolo, Segrè ; il tesoriere Aichino ; l’archivista Crema ; i
soci Baldacci, Cermenati, Galli, Lattes, Meli, Neviani, No¬
varese, Portis, Pullè, Sabatini ; il segretario Verri ; i sotto-
segretari Cerulli-Irelli, Pi lotti.
Scusano l’assenza: il vice-presidente Parona; i consiglieri
Colomba, Di Stefano; i soci Bassani, Issel, Platani a.
ii
XXII
RESOCONTO DELL’ADUNANZA
Presidente. Mi sento altamente onorato di essere stato
eletto alla presidenza per quest’anno del nostro illustre sodalizio.
Sapendo di non meritare tanto onore per quel troppo poco
che ho fatto a vantaggio della nostra scienza, credo che si sia
voluto piuttosto rendere con questo atto un tributo ad un vec¬
chio socio promotore, o forse anche ai 40 anni che in questi
giorni appunto si compiono dacché incominciai la mia carriera,
entrando come geologo-operatore nell’Ufficio geologico.
Ad ogni modo mando a tutti coloro che mi onorarono del
loro voto i miei ringraziamenti.
Ringrazio poi gl’intervenuti, saluto cordialmente il mio pre¬
decessore on. Cermenati, ed apro la seduta per trattare gli ar¬
gomenti indicati nell’ordine del giorno enunciato nella circolare
del 12 marzo.
1. — Approvazione dei verbali delle adunanze
tenute a Lecco e Milano nel 1911.
Cermenati presenta una busta con carte del resoconto del
Congresso di Lecco, dicendo che sarebbe pronto a leggerle, ma
per tale lettura occorrerebbe più tempo di quanto ne sia con¬
cesso in questa seduta; propone quindi che per tale motivo,
ed anche per l’assenza della maggioranza dei soci interessati,
i verbali siano sottoposti alla approvazione nell’adunanza estiva,
alla cui epoca sarà stato pubblicato il fascicolo del Bollettino
che li contiene.
Ricorda che non sempre neH’adunanza invernale si sono po¬
tuti approvare i verbali di quella estiva, e cita per esempio il
caso che quando fu tenuta l’adunanza del 13 marzo 1910 an¬
cora non era stato pubblicato il fascicolo contenente il reso¬
conto dell’adunauza a Palermo e Catania tenuta nel settembre
del 1909. Soggiunge che il ritardo di pubblicazione dei reso¬
conti dipende da ritardi involontari, tra cui nota la circostanza
che ancora non gli sono state rimandate le bozze del discorso
del Ministro N itti.
Sabatini osserva che nella riunione di Lecco fu approvato
un ordine del giorno per un invito ai nostri soci, affinchè de-
RESOCONTO DELL’ADUNANZA
XXIII
cidano con referendum se la Società geologica debba appoggiare
l’Istituto vesuviano internazionale. Fino a tutt’oggi il referen¬
dum non fu fatto, mentre resta altro voto di plauso e di ap¬
poggio morale, approvato anche a Lecco ed all’ultimo momento,
un poco in contradizione col primo, e del quale gl’interessati
potrebbero giovarsi, senza il correttivo che potrebbe venire dal
referendum. Propone perciò che il medesimo si faccia al più
presto.
Cekmenati risponde sperare che dentro l’aprile i verbali pos¬
sano essere pronti, e quindi nel prossimo fascicolo sarà inclusa
anche la proposta del referendum.
Sabatini si dichiara soddisfatto.
L’Assemblea rimanda l’approvazione dei verbali dell’adu¬
nanza di Lecco alla riunione estiva.
2. — Comunicazioni della Presidenza.
Presidente. Annunzio con sentito dolore la perdita dei soci
Bonetti, Forma, Spezia, Statuti, la commemorazione dei quali
sarà fatta nell’adunanza estiva. Il professore sacerdote Filippo
Bonetti era socio fino dal 1885, e della sua commemorazione
si incarica il socio Clerici ; pel dottore Forma, tecnico del
R. Museo geologico di Torino, il socio Dervieux ha già man¬
data la necrologia. Il prof. Spezia, il quale per voto dell’as¬
semblea era stato eletto vice-Presidente della Società, sarà do¬
verosamente commemorato dal socio Colomba. Chi non ha co¬
nosciuto l’ing. Statuti, decano della nostra Società, nostro Te¬
soriere per tant’anni, e nell’adunanza di Lecco nominato Con¬
sigliere, sempre presente a tutti i nostri congressi? Ai suoi fu¬
nerali la Società fu rappresentata da me, allora vice-Presidente,
e dall’Archivista Crema; il socio Neviani, amico intimo del de¬
funto, ne commemorerà affettuosamente la memoria.
Presidente partecipa che l’ing. Zezi ha rassegnate le di¬
missioni da socio. Nota che l’ing. Zezi è uno dei pochi super-
XXIV
RESOCONTO DELL’ADUNANZA
stiti tra i fondatori della Società, a vantaggio della quale ha
sempre prestato la opera sua.
L’Assemblea invita il Presidente a fare presso il socio Zezi
le maggiori insistenze perchè ritiri le dimissioni, e gli esprima
il vivo rammarico che proverebbero i colleglli qualora egli per¬
sistesse nel mantenerle.
Presidente partecipa che la Società botanica italiana, avente
sede a Firenze, invitò la Società geologica ad unirsi nel movi¬
mento per la protezione dei monumenti naturali, riservandosi
di prendere accordi per un Congresso dei rappresentanti le As¬
sociazioni che abbiano aderito. La Presidenza rispose associan¬
dosi, e dichiarando che restava in attesa di conoscere il tempo
ed il luogo del Congresso per delegare il proprio rappresen¬
tante.
Presidente partecipa che, conforme alla deliberazione del¬
l’adunanza estiva, il Consiglio ha stipulato il nuovo contratto
per la stampa. Il prezzo del foglio da L. 47 è salito a L. 55. Le
tariffe dei compensi sono regolate in modo da semplificare la con¬
tabilità. Le diverse condizioni che interessano direttamente i soci
saranno pubblicate insieme al Regolamento per le pubblicazioni,
per la cui revisione è proposta la nomina di una Commissione
nel n. 7 dell’ordine del giorno.
Presidente partecipa che il Consiglio, nella riunione del 17 de-
cembre, riconfermò ad unanimità e con plauso l’ing. Aichino nel¬
l’ufficio di Tesoriere.
L’Assemblea applaude.
Presidente partecipa che il Consiglio, nell’adunanza predetta,
deliberò di accogliere la domanda avanzata dal Comitato pro¬
vinciale romano per contributo di sussidio alle famiglie dei
morti e feriti in Tripolitania, ed autorizzò la Presidenza a
contribuire con L. 100 prelevate dal cap. 8 del bilancio pre¬
ventivo, non ritenendo che fosse il caso di aprire sottoscrizioni
tra i soci.
RESOCONTO DELL’ADUNANZA
XXV
Presidente partecipa che il Consiglio, nella stessa adunanza,
deliberò di accogliere in massima una domanda di Justus Per-
thes , chiedente la inclusione nel Bollettino di un prospetto di
pubblicazioni geografiche. Rimise alla Presidenza di studiarne
le modalità e vedere se niun inconveniente si opponga a che
sia introdotto tale prospetto. A suo tempo la Presidenza riferirà
in riguardo.
Presidente partecipa che il Presidente del 1911 presentò
al Consiglio, nella riunione suindicata, proposta di pubblicare
150 copie di un volume speciale, contenente gli atti del XXX0
Congresso e le comunicazioni scientifiche in esso presentate :
volume da dedicare alla memoria di A. Stoppani.
Interpellato dai Consiglieri il Segretario sulla situazione
delle spese, egli dichiarava essere impossibile che la stampa
del Bollettino, per se sola, potesse essere contenuta nel limite
del cap. 1° del bilancio preventivo. Avendo il Presidente assi¬
curato che per la stampa del volume si sarebbero avuti sussidi
speciali dai Ministri di Agricoltura e deH’Istruzioue, il Consiglio
approvò la proposta pubblicazione, riducendo però la tiratura
del volume a copie 100.
Presidente partecipa che compiuta la stampa del fase. 3°
del Bollettino, e così calcolato con abbastanza giustezza il di¬
savanzo preannunciato nella stampa, fu convocato l’il febbraio
il Consiglio per deliberare sul modo come provvedere ai paga¬
menti per ultimare il volume XXX, e per la pubblicazione del
volume in memoria dello Stoppani.
Un provvedimento era indispensabile ed urgente, perchè
non trattatasi di sole memorie da potersi rimettere ad altro
esercizio, ma della stampa di un fascicolo che doveva conte¬
nere gli Atti dell’adunanza estiva, e l’indice generale del
volume.
Non era possibile di stabilire un calcolo di quanto sarebbe
asceso il disavanzo, perchè mancavano i resoconti del Congresso
estivo, costituenti la parte principale del fase. 4° ; però — in base
a dichiarazione dell’ex-Presidente Cermeuati che la stampa dei
resoconti avrebbe importato non molti fogli e solo poche illu-
XXVI
RESOCONTO DELL’ADUNANZA
strazioni; che per colmare il disavanzo si poteva contare sui
sussidi che sarebbero dati dai Ministeri dell’ Agricoltura e della
Istruzione — il Consiglio deliberò che le spese di stampa, pel
fase. 4° e pel volume speciale, fossero sostenute coi fondi del
bilancio per la stampa del Bollettino 1912; che però nelle en¬
trate fosse inscritto un sussidio straordinario di L. 1500, che
l’ex-Presidente promise d’interessarsi affinchè fosse accordato
dal Ministero di Agricoltura, e che sembrò sufficiente qualora la
stampa dei Resoconti fosse contenuta nei limiti come era stato
avvertito.
Partecipa che il sussidio è stato accordato.
Cermenati presenta la lettera, colla quale il Ministro gli
comunica che, aderendo di buon grado al desiderio da esso ma¬
nifestatogli, ha disposto che sia concesso alla Società Geologica
Italiana un sussidio di 1500 lire.
Soggiunge: al principio del 1911 vi feci avere 500 lire, con
queste sono 2000.
Presidente partecipa che il Consiglio, nell’adunanza del 30
marzo, ha confermato nell’ufficio di vice-Segretario il socio Ce -
rulli-Irelli, ed ha eletto a vice-Segretario il socio Pilotti.
3. — Ammissione di nuovi soci.
Segretario legge le proposte per ammissione di nuovi soci:
1. Geologisch-palaeontologisches Institut der Universitaet
Bonn, proposto dai soci Lotti e Salomon.
2. Terziani Fausto, ad Ascoli Piceno, proposto dai soci Lotti
e Verri.
3. Francick dott. Luigi, a Settimo di Valpolicella, proposto
dai soci Marconi e Z amara.
4. Audisio di Somma cav. Federico, a Torino, proposto dai
soci Roccati e Sacco.
5. Crida Ugo, direttore delle miniere della Società « Abun-
dantia » a Massa Marittima, proposto dai soci Lotti e No¬
varese.
RESOCONTO DELL’ADUNANZA
XXVI I
6. Società boracifera di Larderello, a Firenze, proposta
dai soci Lotti e Verri.
7. Azzi dott. Girolamo, a Roma, proposto dai soci Aichino
e Novarese.
L’Assemblea approva.
4-5. — Bilanci sociali.
Presidente annunzia di aver ricevuto questa interpellanza1:
25 marzo 1912.
On. Presidente della S. G. I.,
Il sottoscritto chiede d'interpellare l’Assemblea se l’ammissione di
alcune memorie nel Bollettino 1911, la mancanza dei verbali dell’adu¬
nanza estiva dell’anno stesso rispondano al dovere di osservare le dispo¬
sizioni che regolano la Società Geologica Italiana.
Chiede di svolgere questa interpellanza prima della discussione dei
bilanci, e, poiché interessa la presidenza del prof. Cermenati, prega la
S. V. di volergliela comunicare.
Il socio A. Verri.
Verri legge l’interpellanza, della quale si riportano i passi
che interessano sostanzialmente l’andamento della Società.
« Poiché la pubblicazione del resoconto dell’adunanza estiva
1911 è prorogata, manca la base per vedere se e quanto siano
osservate, in riguardo alla redazione dei verbali, le prescrizioni
poste nella prima parte dell’art. 4 del Regolamento per le pub¬
blicazioni.
1 II nesso logico tra i soggetti rendeva impossibile presentare intel¬
ligibilmente la discussione sulla stampa del 4° fase., voi. XXX, assotti¬
gliando troppo lo svolgimento di questa interpellanza. L’interpellanza è
ridotta a sunto, conforme ad avvisi manifestati nell’Assemblea, ma è un
sunto di ragioni non di sole conclusioni: per la fedeltà rigorosa il sunto
è composto di passi stralciati dal testo, che fu depositato in Archivio. Il
sunto delle conclusioni approvato dall’Assemblea è trascritto al suo posto.
Scrisse Polibio nessuna via essere più facile agli uomini ad insegna¬
mento della vita, guanto la conoscenza delle cose fatte nel passato : la cono¬
scenza non può essere giusta, se i verbali non dicono matematicamente
i fatti come sono successi.
XXVIII
RESOCONTO DELL’ADUNANZA
» La seconda parte dell’articolo dice: I titoli delle memorie
non verranno inseriti nei verbali, se al momento della stampa
di questi non sarà pervenuto alla Segreteria il relativo mano¬
scritto. La processione dei manoscritti relativi a titoli annun¬
ciati al XXX0 Congresso dura dal settembre al marzo; però
non c’è dubbio circa l’essere in regola colla lettera della legge,
perchè il momento della stampa dei verbali ancora è di là da
venire.
» Il Consiglio, nella seduta del li 8 aprile, considerato l’in¬
caglio che reca alla compilazione del bilancio consuntivo l’accet-
tamento di manoscritti consegnati molto dopo l’adunanza estiva,
deliberò che le memorie presentate un mese dopo fossero inse¬
rite nel Bollettino 1912; attenendosi in ciò alla facoltà posta
nell’articolo 5 del Regolamento. Il Bollettino 1911 dovrà con¬
tenere memorie mandate anche 5 e 6 mesi dopo il Congresso:
ma questo non ha recato ritardo alla presentazione del consun¬
tivo 1911; siamo riusciti a chiudere i conti senza bisogno di
aspettare la chiusura del volume.
» Il Consiglio, nella seduta del 17 decembre, modificando
la deliberazione delli 8 aprile, prorogò a tutto il decembre la
accettazione dei manoscritti pel Bollettino 1911. Questa delibera¬
zione avrebbe escluso dal Bollettino varie memorie, dei cui titoli
era stato sollecitato l’annunzio al Congresso, con libertà agli
autori di mandare a comodo il manoscritto; il Presidente perciò
non la credè meritevole di considerazione, ed il Bollettino dovrà
contenere anche memorie i cui manoscritti sono stati trasmessi
sino ai primi di marzo, ed altre se ne venissero ancora.
» L’ammissione dei frutti maturati per forza, aggiuntevi le
memorie venute negl’intervalli, le quali, in osservanza all’arti¬
colo 3 del Regolamento, bisogna includere a meno di falsificarne
le date di arrivo, vuol dire aggravio di quasi 800 lire nella
spesa di stampa del Bollettino 1911.
» Domando se ai Presidenti sono concesse facoltà tali ; nel
caso affermativo chiedo, a titolo di pura curiosità, perchè e per
chi stanno nel Regolamento certi articoli, e qual valore si debba
dare alle deliberazioni del Consiglio; chiedo, se una Società
possa lasciar prendere in burla le leggi da essa costituite, senza
RESOCONTO DELL’ADUNANZA
XXIX
cadere nel ridicolo. E poiché casi simili potrebbero non si sa
mai ripetersi, chiedo che si affermi come debba contenersi il
Segretario .
» Non ci sono nel Regolamento disposizioni tassative circa
il tempo nel quale deve essere fatta la pubblicazione dei ver¬
bali delle Assemblee; dallo scopo di questi atti, nella vita scienti¬
fica ed amministrativa, il buon senso più elementare deduce
che la pubblicazione ne debba precedere l’Assemblea susseguente.
Passato più che mezz’anno dall’adunanza estiva a questa, sap¬
piamo solo qualche cosa di quell’adunanza per aver inteso dire;
gli studiosi hanno potuto conoscere i temi dei premi Molon,
perchè mi venne pensato di segnarli nella copertina del 3" fa¬
scicolo, supponendo che siano stati approvati quelli proposti dalla
Commissione. La responsabilità della mancanza dei verbali cade
particolarmente sul Segretario, e quindi bisogna dica come stanno
le cose.
» Resomi impossibile d’intervenire alla adunanza estiva, il
4 settembre mandai al Presidente le carte della parte ammi¬
nistrativa, preparate in maniera che bastasse segnare foglio per
foglio i risultati. Poiché per la parte scientifica bastava farsi
consegnare le comunicazioni, come stabilisce l’articolo 4 del
Regolamento; poiché per la parte sportiva i Comitati, diretti
dal Segretario generale del Comitato per il Congresso, avreb¬
bero curato di dare le relazioni, pensai che si sarebbe poi po¬
tuto riassumere speditamente il resoconto complessivo. Nella
lettera mi estesi in avvertenze e raccomandazioni sul modo di
curare la parte scientifica, tanto che temendo di avere ecceduto
soggiunsi : vogliano scusare se insisto su questi punti, che con¬
sidero di molta importanza ad evitare imbarazzi nella compo¬
sizione del Bollettino.
» Ritornato a Roma il 6 novembre, m’occupai subito di or¬
dinare e consegnare alla Tipografia i manoscritti delle memorie ;
il giorno 13, scrivendo al Presidente, per rappresentargli la ne¬
cessità di sollecitare la pubblicazione del Bollettino atteso la
scadenza del contratto per la stampa, soggiungeva: procurerò
di abbozzare i verbali delle riunioni del Congresso, che poi le
trasmetterò per colmarne le lacune.
XXX
RESOCONTO DELL’ADUNANZA
» Postomi ad ordinare le carte ricevute pel resoconto, dovei
persuadermi che solo con quei pochi appunti insignificanti per¬
deva tempo inutilmente, e, stante la necessità di sollecitare la
stampa, il 17 novembre mandai quelle carte al Presidente scri¬
vendogli : è impossibile da parte mia abbozzare anche un sem¬
plice schema di resoconto sugli appunti che ho ricevuto. Perciò
glieli rimetto, perchè sarà più facile con questi redigerlo ai
Segretari che furono presenti.
» Il 14 febbraio fu consegnato alla Segreteria un fascio di
carte comprendenti circolari, elenchi e simili ; tra il 14 febbraio
ed il 1° marzo furono consegnati manoscritti con resoconti della
la, lla, IIIa e metà della IVa giornata del Congresso. Prima
di questi erano stati consegnati separatamente i discorsi del
Taramelli, del Capellini, del Presidente, del Ministro d’Agri-
coltura. Più niente in tutto marzo.
» Curato che la composizione della stampa di queste frazioni
del resoconto procedesse sollecita, ed altrettanto sollecita fosse
la trasmissione delle bozze per la correzione, dal 15 marzo ci
troviamo con una ventina di fogli di stampa impegnata nelle
bozze in colonna, la quale dal 2 marzo tento senza profitto di¬
sincagliare. La Tipografia è costretta a sospendere la composi¬
zione, eccedendo la stampa impegnata il quantitativo dei ca¬
ratteri che ha l’obbligo di tenere a disposizione della Società;
il ristagno porta anche la conseguenza che la Tipografia è in
diritto di applicare multe. L’ex Presidente deve ricordarsi di
avere avuto due avvisi in riguardo, uno il 2 marzo l’altro il 15.
Intanto che ci sta addosso la pesantezza oppressante di quel
resoconto, non può avviarsi, per deficienza di caratteri, la com¬
posizione del Bollettino 1912, e questo serva di avviso ai pre¬
sentatori di memorie, affinchè non si lamentino del ritardo nella
pubblicazione.
» La situazione finanziaria logicamente è l’esponente di certe
situazioni morali. Nella vita della Società questo è il terzo di¬
savanzo tra le entrate e le spese per la stampa del Bollettino.
Il primo disavanzo fu di L. 1357, nel 1885; il secondo fu di
L. 2914, tra il 1891 ed il 1892. Si capisce facilmente il primo
avvenuto nell’infanzia della Società; si spiega il secondo leg-
RESOCONTO DELL’ADUNANZA
XXXI
gendo che nel 1892 il Tesoriere dichiarava che da due anni
non poteva presentare i bilanci perchè non riceveva i conti.
» La tabella Passivo del bilancio consuntivo, confrontata
col preventivo 1911, mostra come è avvenuto il disavanzo tra
le spese preventivate e quelle fatte. Una vendita eccezionale
di volumi arretrati del Bollettino, il rigore negli addebiti agli
Autori — rigore in contrasto col mio sentimento — hanno evi¬
tato che il consuntivo si presentasse con eccedenza passiva, an¬
corché fermato alla spesa di stampa del fascicolo 3°. Tengo a
fissare il dato che il disavanzo nella stampa non venne all’im¬
pensata: il Presidente ne era stato preavvisato in lettera del 15
novembre.
» Le tabelle del bilancio preventivo del 1912 espongono
come il Consiglio nella seduta del li 11 febbraio deliberò l’as¬
sestamento, onde assicurare la produzione scientifica del 1912.
Nell’entrata decise inscrivere un sussidio straordinario di L. 1500,
in base alla dichiarazione dell’ex Presidente che il resoconto
avrebbe importato non molti fogli di stampa e poche illustra¬
zioni; ed atteso la di lui promessa d’interessarsi per la conces¬
sione di tale sussidio.
• «
» . Og'g* hi situazione finanziaria è questa: la stampa
del fascicolo 4° del Bollettino 1911 e del volume speciale in
memoria dello Stoppani, in base alle composizioni fatte importa
L. 2600: non si può precisare quanto costerà la stampa di quella
parte del resoconto, della quale ancora manca il manoscritto;
supposto che bastino altri 10 fogli, la stampa salirà a circa
3300 lire. Credo che questa cifra rappresenti un minimo piut¬
tosto che un massimo; così per la stampa del Bollettino 1912
rimarrebbero circa un migliaio di lire, sufficienti appena per un
volume di 250 pagine: ben inteso purché il Ministero di Agri¬
coltura conceda anche quest’anno il sussidio ordinario di 500 lire,
portato nelle entrate del bilancio preventivo: diversamente bi¬
sognerebbe contentarci di pubblicare l’elenco dei soci.
» Da quel che ho detto indietro non può avviarsi la com¬
posizione del Bollettino 1912 per mancanza di caratteri; da
quel che dico adesso non gli si potrà dare decente estensione
per mancanza di denaro. Vero è che in compenso il volume XXX0
XXXII
RESOCONTO DELL'ADUNANZA
avrà resoconto d’un 500 pagine; mentre nei precedenti il reso¬
conto arriva al massimo a 178 pagine, nei più restò sotto le
100 e dimenticarono l’autoincensatura.
» Si dirà che possiamo fare assegnamento su altro sussidio
straordinario del Ministero di Agricoltura, su un sussidio spe¬
rabile del Ministero della Istruzione. Mosso da alti ideali pro¬
pugnai 8 anni fa, nella mia Presidenza, che nelle spese del
Bollettino della S. G. I. contribuiscano i Ministeri, i quali trag¬
gono profitto dagli studi di volontari che si assoggettano a fa¬
tiche e spese per illustrare la nostra terra; che vi contribui¬
scano sopratutto per rincoraggiamento morale a studi, dei quali
per esperienza personale apprezzo altamente l’importanza. Ma
il pitoccare elemosine su elemosine sul denaro pubblico, per
colmare disavanzi cosi generati, è cosa che mi ripugna profon¬
damente, perchè la trovo sconvenevole alla nobiltà della scienza,
e porta diritto al servilismo. Tale è il mio sentimento : non ho
pretesa alcuna che altri lo divida; anzi, colla serenità con
che lo affermo, ne ascolterò se viene la disapprovazione: mi basta
che la Società sappia come penso, per la non lontana necro¬
logia.
» Risponderò categoricamente alle domande di dati che fos¬
sero fatte, ma non replicherò alle ragioni che siano opposte :
non per spregio verso gli oppositori, ma affinchè la materia sia
discussa con elevatezza ed ordine. Di ogni rapporto avuto col¬
l’ex Presidente esistono documenti scritti, chiuuque può accer¬
tare se sia vero quel che ho detto e quel che egli vorrà dire.
Prego chi crederà parlare in riguardo di consegnare scritte
— conforme al disposto dell’art. 4 del Regolamento per le pub¬
blicazioni — le osservazioni che desideri siano riportate testual¬
mente ; prego il vice-Segretario di prendere appunti colla mag¬
gior cura, acciocché gli assenti possano giudicare con conoscenza
esatta delle cose. Atteso la delicatezza della posizione, consegno
all’Archivista la copia che ho letta della esposizione, acciò
chiunque a suo tempo possa riscontrarla colla stampa ».
Cermenati. Per una frase aspra, condizionata al se certa
richiesta di fogli stampati del 4° fascicolo avesse avuto scopo
RESOCONTO DELL’ADUNANZA
XXX11I
di controllo volgare, ha interrotto protestando veementemente;
non ha manifestato il motivo di quella richiesta.
Finita la lettura dell’interpellanza, dichiara che non rispon¬
derà alle parole offensive, ma pel rispetto che professa verso l’As¬
semblea darà spiegazioni.
Circa la deliberazione del Consiglio 17 decembre 1911, dice
che ad arte le si è dato un carattere tassativo.
Circa la pubblicazione degli Atti non ci sono nel Regola-
mento disposizioni tassative. Non sempre al tempo dell’adunanza
primaverile si sono avuti pubblicati i verbali di quella estiva,
e tanto accadde nell’adunanza primaverile del 1910 : si trova
dunque in buona compagnia coll’amico Di Stefano. Mancatogli
il Segretario della Società, per i resoconti ha dovuto ricorrere
all’aiuto di buoni amici, e si capisce che ci debba essere per¬
dita di tempo nel trasmettere ai compilatori le bozze per le
correzioni. La mancanza dei resoconti dipende dunque da ri¬
tardi involontari; far colpa a lui del ritardo nella presenta¬
zione degli Atti, quando il ritardo non dipende da lui, non pare
giusto.
Ha parlato coi tipografo per provvedere al licenziamento
sollecito delle bozze; del resto non è il caso di far tanto ru¬
more sul ritardo che ne viene alla stampa del volume succes¬
sivo, perchè l’inconveniente della pubblicazione tardiva del 1° fa¬
scicolo del Bollettino si è verificato altre volte. Per la sua na¬
tura la pubblicazione del Bollettino della Società geologica non
può farsi con regolarità.
Circa l’ammissione delle memorie, il Presidente è l’arbitro
delle pubblicazioni: l’articolo 3 del Regolamento generale, tra
le attribuzioni del Presidente, stabilisce che « Appone il visto
alle provedi stampa prima di licenziarle per la pubblicazione ».
Poiché nell’art. 13 del Regolamento per le pubblicazioni è detto
che « Il visto per la stampa sarà fatto dal Presidente, o dal
Segretario purché questi ne sia appositamente delegato », esso
incaricò il Segretario di porre il visto per la stampa alle me¬
morie che sarebbero presentate, e persino gli firmò in bianco
i mandati di pagamento. Non fu corretto che il Segretario
usasse di quella facoltà per inserire nel Bollettino, senza pre-
XXXIV
RESOCONTO DELL’ADUNANZA
sentarla al visto del Presidente, una conferenza tenuta alla So¬
cietà degl’ingegneri l.
Circa l’eccedenza nelle spese di stampa dice che il bilancio
preventivo non deve limitare il consuntivo. La Società non ha
lo scopo di fare economie: se in alcuni anni risultano risparmi
da impinguare un fondo di riserva, questo deve poter soppe¬
rire alle maggiori spese negli anni in cui la produzione è mag¬
giore. Se nel 1911 la produzione scientifica della Società ha
superato molto quella degli altri anni, non gli pare che questo
costituisca una colpa pel Presidente. Si meraviglia che si parli
di disavanzo quando dagli specchi presentati rilevasi che
nel consuntivo del 1911 c’è stato un sopravanzo di più che
400 lire nelle entrate. Non crede che la spesa pel fascicolo 4°
sia tanta quanto è stato affermato : quando anche lo fosse, egli
s’impegna di trovare i mezzi per coprirla. La Società per opera
sua ebbe al principio dell’anno un sussidio di 500 lire, ora ne
ha avuto un altro di 1500; cercherà di avere un sussidio anche
dal Ministero dell’Istruzione, ma per dimandarlo bisogna aspet¬
tare che sia ultimata la pubblicazione del volume dedicato allo
Stoppani. Anche su questo punto si trova in buona compagnia,
perchè non è la prima volta che si è verificato disavanzo ;
però questa volta c’è il Presidente che pensa a trovare i denari
per colmarlo. Fa notare che pel Congresso di settembre, pur
costato molto denaro, non è stato toccato niente il bilancio sociale.
Chiede che la Società giudichi liberamente sul suo ope¬
rato di Presidente, emettendo un voto chiaro ed esplicito; al
quale farà omaggio colla deferenza che gli è consueta.
Presidente dice che, sentite le ragioni esposte dal Verri,
e le risposte date dal Cermenati, egli ritiene che la questione
dovrebbe considerarsi chiusa, e non ci sarebbe motivo di venire
ad un voto.
Latte s. L’ex Presidente Cermenati merita un voto di plauso
per quanto ha fatto a favore della Società. Per l’interpellanza
propone l’ordine del giorno puro e semplice.
1 Origine e trasformazioni delia campagna di Roma. Boll., voi. XXX.
RESOCONTO DELL'ADUNANZA
XXXV
Verri risponde che se con questo ordine s’intende di sep¬
pellire la discussione nell’Assemblea, egli la solleverà nella So¬
cietà inviando ai soci l’interpellanza.
Sabatini osserva che bisogna tener conto della entità del
Congresso di Lecco, e bisogna ricordare quello che ha costato
al Presidente Cermenati; quindi se anche il Presidente ha sor¬
passato i limiti del bilancio, si può pur essergli larghi su questo,
come su qualche inconveniente verificatosi. Naturalmente l’as¬
senza del Segretario della Società ha reso più difficile il com¬
pito del Presidente; il vice-Segretario Bussandri si prendeva
tutte le cure, ma si vedeva bene che da solo non potesse arri¬
vare. Esprime perciò il voto che nel verbale non resti traccia
dell’incidente e ne fa proposta formale.
Baldacci fa invito amichevole al Verri di ritirare la sua
interpellanza; esso pure dovè ritardare la pubblicazione del
1° fascicolo del Bollettino 1910, a causa del ritardo nella
stampa dell’ultimo fascicolo 1909 accennato dal Cermenati L
Clerici si associa ad ogni proposta pacifica, ma se questa
non si accetta, egli propone che nel verbale si mettano solo
in sunto le ragioni delle due parti.
Varii soci, aderendo all’avviso del Clerici, lo invitano a di¬
stendere il sunto con relativo ordine del giorno.
Cermenati chiede di avocare a sè la direzione della stampa
del fascicolo 4°, trattando direttamente colla Tipografia. Andato
alla Tipografia ha veduto che, prendendo esso la direzione della
stampa, la pubblicazione si farebbe con sollecitudine.
Verri osserva che il Cermenati dovrebbe appoggiare la sua
domanda col dimostrare che il servizio della stampa procede
male. Il registro che presenta, invitando ad esaminarlo, mostra
1 Ultimo fascicolo 1909 pubblicato il 30 aprile 1910; primo fasci¬
colo 1910 pubblicato il 20 giugno.
XXXVI
RESOCONTO DELL'ADUNANZA
in qual modo sono direttele pubblicazioni; nel registro si legge
appunto che dal 2 marzo furono trasmesse al Cermenati le prime
bozze delle circolari, manifesti, elenchi ed altro, e che ancora
si aspetta il ritorno di quelle bozze per procedere alla impagi¬
natura loro.
Non intende rinunciare al diritto di libertà piena di critica
degli atti sociali, ma sa accompagnarla coll’adempimento dei
doveri dell’Ufficio non certo ambito, ma accettato per condi¬
scendenza ai desideri dei colleghi. L’autorizzazione chiesta im¬
porta deroga alle condizioni del contratto per la stampa; se
fosse accordata suonerebbe naturalmente sfiducia sull’operato
del Segretario, al quale non resterebbe da fare altro che dimet¬
tersi da socio L
Cermenati giustifica la domanda col disposto dell’alt. 3 del
Regolamento generale, perciocché stabilisce che il Presidente
« Appone il visto alle prove di stampa prima di licenziarle per
la pubblicazione»; colla responsabilità che ha il Presidente,
come è dichiarato nella copertina. Soggiunge che la fa pure al
fine di liberare il Segretario dalla cura di attendere a stampe
che contengono il resoconto del Congresso di Lecco.
Portis propone che sia lasciato al Cermenati il pensare a
quanto si riferisce alla gestione dell’esercizio 1911, incarican¬
dolo di ultimare il Bollettino. Intanto il Segretario curerà la
stampa del 1° fascicolo 1912.
àichino osserva che, se la responsabilità delle materie con¬
tenute nel Bollettino può nel riguardo legale spettare al Pre¬
sidente del 1911, la responsabilità amministrativa appartiene
alla Presidenza del 1912, sul cui bilancio si stampa il fasci¬
colo 4°, perchè i fondi dell’esercizio 1911 sono esauriti. Tolta
al Segretario la direzione della stampa, viene anche la domanda
di chi si occcuperà della revisione del conteggia tipografico.
1 Contratto per la stampa, art. 2 : « Il Segretario rappresenta la So¬
cietà nei suoi rapporti colla Tipografia, e questa deve riferirsi sempre
a Ini per ordini e qualsiasi altro riguardo ».
RESOCONTO DELL'ADUNANZA
XXXVII
Clerici avverte di essere pronto a leggere il sunto che era
stato invitato a comporre.
Verri chiede che, prima di tale lettura, sia definita la que¬
stione sulla direzione della stampa del fascicolo 4°.
Crema osserva che la proposta Cermenati, di avocare a se
la direzione della stampa di questo fascicolo, non si può accet¬
tare perchè porterebbe a confusioni, essendo la direzione della
stampa cosa molto complessa, e non consistendo solamente nella
revisione delle bozze, la quale del resto è sempre fatta dagli
autori. C’è la cura degli estratti da inviare agli autori, e sopra¬
tutto bisogna tener presente la gestione amministrativa, la quale
non può essere disimpegnata che dal Segretario.
Meli si associa alle osservazioni del Crema.
Verri. Le confusioni sarebbero inevitabili essendo in due
autorizzati dalla Società a dare disposizioni in Tipografia, e ne
ho abbastanza di dibattermi nella tormenta del confusionismo.
Non curo niente di passare per uomo di genio, tengo ad essere
uomo d’ordine: il disordine non è mio elemento.
L’Assemblea stabilisce che la direzione della stampa del
fascicolo 4° prosegua col metodo normale L
Clerici legge questo sunto: «Il Segretario illustra tutta la
sua gestione, e rende conto dello stato attuale delle pubblica¬
zioni, adducendo le ragioni del ritardo della stampa del fasci¬
colo 4° del volume 1911, il quale sarà certamente molto volu¬
minoso, facendo notare che la spesa sorpasserà il preventivo
oggi stesso presentato all’Assemblea, e declina ogni responsa¬
bilità sia per il ritardo, che per la redazione e quanto altro
riguarda detto fascicolo.
1 II Cermenati ha presa ciononostante la direzione della stampa dei
resoconti; le ultime bozze ne sono state licenziate l’8 luglio.
in
XXXVIII
RESOCONTO DELL’ADUNANZA
» Il socio 011. Cermenati Presidente nel 1911 risponde alle
osservazioni fatte dal Segretario, giustificando il ritardo, che
dice non eccessivo, della stampa degli Atti del Congresso di
Lecco, dando ampie spiegazioni sulla spesa per detto fascicolo,
alla quale troverà modo di sopperire ove ecceda la misura pre¬
ventivata, dichiarando in fine che assume in proposito ogni re¬
sponsabilità.
» L’Assemblea, udite le dichiarazioni del Segretario e del¬
l’ex Presidente, plaudendo all’opera loro indefessa a favore della
Società, passa all’ordine del giorno ».
L’Assemblea approva.
Tesoriere Aichino, presentando i bilanci, osserva che essi
non richiedono lunghi commenti, specialmente dopo le note con
cui furono accompagnati nella circolare del 15 marzo.
Il consuntivo delle spese si riferisce ai fascicoli l°-3° del
Bollettino: ed occorre solo osservare che a rialzare sensibil¬
mente il capitolo delle « spese diverse ed eventuali » concorsero
le lapidi Gemmellaro (L. 265,40) e il contributo di soccorso
alle famiglie dei morti e feriti in Tripolitania (L. 100).
Alle entrate figura un sussidio straordinario di L. 2000 ac¬
cordato dal Ministero degli Interni per la riunione di Lecco. Il
Tesoriere osserva che egli non fece che riscuoterlo e conse¬
gnarlo al Presidente on. Cermenati, il quale ne dispose sotto
la propria personale responsabilità : avverte perciò i Commissari
del bilancio che egli non presenterà che la ricevuta del presi¬
dente stesso.
Nel preventivo del 1912 figura un sussidio straordinario di
L. 1500, già riscosso: esso fu ottenuto dall’on. Cermenati per
far fronte alle maggiori spese che occorreranno per la stampa
del fase. 4° del Bollettino relativo alla riunione di Lecco. L’am¬
montare ne venne perciò portato integralmente al capitolo 1°:
Stampa del Bollettino.
In ultimo, il Tesoriere comunica che il Consiglio lo ha in¬
caricato di fare nuove sollecitazioni a parecchi soci morosi da
oltre tre anni : saranno radiati coloro che non si metteranno-in
regola.
RESOCONTO DELL’ADUNANZA
XXXIX
Bilancio consuntivo deiranno 1911.
Attivo.
Passivo.
1. Tasse sociali . .
L.
3205 —
1. Stampa del Boi-
2. Interessi del legato
lettino ....
L. 3177,50
Molon ....
»
318,75
2. Contributo spese
3. Interessi diversi .
»
960,75
tavole e altre il-
4. Vendita di Bollet-
lustrazioni . .
» 942,80
tini .
»
522,50
3. Spese postali . . .
* 526,24
5. Sussidio del Mini-
4. Spese di cancel-
stero di Agric.
leria, circolari,
Ind. e Comm. .
»
1000 —
marche da bollo.
» 301,75
6. Vendita distintivi
5. Tassa di mano-
sociali ....
»
51 —
morta ....
» 48,04
7. Rimborso del depo-
6. Rimborso spese
sito per la Ca-
viaggi al Segre-
sella postale . .
»
10 —
tario ....
» -
8. Sussidio del Mini-
7. Per aiuti al Segre-
stero deglTnterni
tario ....
» 14,40
per il Congresso
8. Spese diverse ed
di Lecco . . .
»
2000 —
eventuali . . .
» *608,39
9. Al Presidente, per
il Congresso . .
» 2000 —
Totale . . .
L.
8068 —
Totale . . .
L. 7619,12
Partite di giro:
Partite di giro:
Rimborsi da soci .
»
855,50
Spese per conto di
Cassa al 1° gennaio
soci .
» 855,50
1911 .
»
4093,03
Cassa al 31 dicem-
bre 1911 . .
» 4541,91
Totale . . .
L.
13016,53
Totale . . .
L. 13016,53
Amministrazione
del legato Molon.
Attivo.
1
Passivo.
Interessi rendita con-
Tassa di manomorta
L. 32 —
solidata . . .
L.
637,50
Cassa al 31 dicembre
Cassa al 1° gennaio
1911 ....
» 2818,27
1911 ....
»
2212,77
Totale . . .
L.
2850,27
- |
Totale . . .
L. 2850,27
Roma, 12 marzo 1912.
Il Tesoriere
Ing. Giovanni Aichino.
* Le spese eventuali comprendono L. 265,40 per le lapidi Gemmel-
laro, L. 100 per contributo di soccorso alle famiglie dei morti e feriti
in Tripolitania.
XL
RESOCONTO DELL'ADUNANZA
Bilancio preventivo della Società. Anno 1912.
Entrate.
1. Tasse sociali . . . L. 3.000 —
2. Interessi del legato
Molon . » 297,50
3. Interessi diversi . . » 920 —
4. Vendita di Bollet¬
tini . » 100 —
5. Sussidio straordina¬
rio del Ministero di
A. I. C. » 1500 —
6. Sussidio ordinario
del Ministero me¬
desimo . » 500 —
7. Vendita di distintivi
sociali . » 30 —
Totale delle entrate L. 6347,50
Spese.
1. Stampa del Bollet¬
tino .
2. Contribuzione per ta¬
vole ed altre illu¬
strazioni . . . .
3. Distribuzione del
Bollettino ed altre
spese postali . .
4. Spese di cancelleria,
circolari, marche
da bollo, ecc. . .
5. Tassa di manomorta
6. Rimborso di spese di
viaggi al Segreta¬
rio e Tesoriere
7. Per aiuti al Segre¬
tario .
8. Spese diverse ed e-
ventuali . . . .
L. 4300 —
» 1100 —
» 300 —
» 200 —
» 48,04
» 50 —
» 50 —
» 299,46
Totale delle spese L. 6347,50
Nelle spese il sussidio straordinario di L. 1500 concesso dal Mini¬
stero è iscritto nel cap. 1°.
Lattes esprime il desiderio che nella stampa del bilancio
preventivo, che si distribuisce ai soci, si mettano di fronte le
cifre del preventivo dell’esercizio precedente.
L’Assemblea approva il bilancio preventivo.
6. — Elezione dei Commissari pel bilancio.
Presidente invita l’Assemblea a votare la costituzione della
Commissione di revisione pel bilancio consuntivo 1911.
Si procede alla votazione per schede segrete, ed in base allo
scrutinio sono proclamati eletti ad unanimità di voti i soci
De Angelis, Mazzetti, Meli.
RESOCONTO DELL’ADUNANZA
XLI
7. — Proposta di una Commissione
incaricata della revisione e coordinamento del Regolamento
per le pubblicazioni.
Presidente. Essendo pressoché esaurita la provvista di copie
dello Statuto e dei .Regolamenti della Società, edite l’anno 1907,
è necessario provvedere alla ristampa.
Poiché nel tempo decorso le Assemblee hanno deliberato
articoli aggiuntivi e modificazioni di articoli ai detti Regola¬
menti, ed il nuovo contratto per la stampa importa diritti e
doveri che è necessario porre in armonia col Regolamento per
le pubblicazioni, la Presidenza ha creduto proporre che sia no¬
minata una Commissione incaricata della revisione e del coor¬
dinamento del Regolamento per le pubblicazioni; la quale pre¬
senti le modificazioni che crede convenienti prima di procedere
alla ristampa.
Su proposta dei consiglieri Clerici, Crema, Neviani, Sa¬
batini, V Assemblea delibera che la nomina della Commissione
sia affidata al Presidente.
Aggiunge che le attribuzioni di questa Commissione debbano
essere estese a proporre anche modificazioni, che eventualmente
stimasse opportune, negli articoli del Regolamento generale, onde
porli in armonia cogli articoli del Regolamento per le pubbli¬
cazioni, secondo la dizione che per questi i Commissari crede¬
ranno proporre.
8. — Designazione della sede per l’Adunanza estiva.
Presidente. Il socio prof. Issel mi scrive :
Genova, 28 marzo 1912.
Ho ricevuto l’invito alla riunione invernale della Società geologica
italiana, che sarà tenuta il 31 corrente per trattare, fra le altre pratiche,
di quella relativa alla sede della prossima adunanza generale estiva. Dolente
di non poter intervenire al convegno, adempio per iscritto all’incarico af¬
fidatomi dalla Presidenza del Comitato esecutivo locale del VI0 Congresso
XLII
RESOCONTO DELL’ADUNANZA
della Società italiana per il progresso delle Scienze (Comitato cui sopra-
intende il comm. N. Ronco), manifestandole il desiderio che per l’accennata
adunanza sia scelta Genova od altra città prossima a questa, in modo da
rendere possibili sedute o gite intersociali dei due sodalizi, verso la metà
dell’ottobre p. v.
Pur non dissimulandomi le difficoltà che si oppongono al soddisfaci¬
mento di un tal desiderio, e non ignorando che la mia comunicazione
le giunge un po’ troppo tardi, confido che la S. V. vorrà tenerla nel debito
conto. Intanto mi pregio di professarmi con particolare devozione
di lei devotissimo
Arturo Issel.
Comunicando all’Assemblea questa proposta, mi permetto
presentarne altra alla sua scelta, e sarebbe di eleggere Spoleto
per sede della riunione estiva.
Oltre alle bellezze archeologiche offerte da questa vetusta
città dell’Umbria, che ci verranno mostrate ed illustrate dal
mio egregio amico prof. Sordini, ispettore degli Scavi e Monu¬
menti, dell’Umbria, credo che poche altre località ci offrirebbero
un campo così vasto di interessanti e facili osservazioni.
Il nostro Segretario generale Verri, cui sono dovuti molti
eruditi lavori sulla regione umbra, ed io che ormai sono vicino
ad averne compiuto il rilevamento geologico, faremo del nostro
meglio per mostrare ai convenuti alcune delle tante bellezze
geologiche del paese.
Vedremo la classica sorgente del Clitumno e ne studie¬
remo il regime sotterraneo. Osserveremo un chiaro esempio di
carreggiamento , il quale ci mostrerà che, pur senza giungere
alle esagerazioni della scuola tettonica moderna, tali fenomeni
esistono realmente. I paleontologi potranno poi trovar pascolo
pei loro studi nella visita di una località fossilifera del Lias
inferiore presso Trevi, illustrata dal chiaro nostro consocio pro¬
fessor Parona. Gli ammiratori dei paesaggi alpestri e gli stu¬
diosi della tettonica saranno condotti a Norcia, lungo le strette
gole profondamente scavate nella montagna, ove potranno os¬
servare in sezione naturale stupende pieghe, rovesciamenti di
terreni e faglie. Gli ingegneri minerari avranno occasione di vi¬
sitare, se vogliono, i ricchi depositi lignitiferi di Morgnano e
S. Angelo, che trovatisi alla base del Pliocene lacustre della
RESOCONTO DELL’ADUNANZA
XLI1I
Valle Umbra; vedremo Assisi ed il Subasio e finalmente, se
avremo tempo, faremo una escursione dilettevole ed importante
ai bagni di Nocera Umbra, dove osserveremo la formazione
marnoso-arenacea fossilifera di età eocenica secondo alcuni, mio¬
cenica secondo altri, racchiusa in una stretta piega ribaltata
dai terreni cretacei, e forse anche potremo vedere a poca di¬
stanza la sovrapposizione a questa formazione delle argille sca¬
gliose eoceniche.
La città di Spoleto ci accoglierà festosamente.
Sabatini, pur proponendo di lasciarne la decisione alla Pre¬
sidenza, esprime il desiderio che si sospenda pel momento la
deliberazione, nella speranza che il Congresso possa anche farsi
nelle nuove terre italiane.
Presidente pur augurandosi che venga presto il momento
favorevole da permettere alla Società geologica italiana di riu¬
nirsi nelle terre della Libia, non crede possibile che il desiderio
del Sabatini potrebbe essere soddisfatto a così poca distanza di
tempo. Perciò invita l’Assemblea a pronunciarsi sulla scelta tra
Genova e Spoleto per l’adunanza estiva dell’anno in corso.
L’Assemblea accoglie con applauso la scelta di Spoleto, ed
incarica il Presidente di pregare il socio Issel che presenti alla
Presidenza del Comitato ordinatore del VI0 Congresso della So¬
cietà per il progresso delle Scienze l’espressione di gratitudine
della Società geologica italiana, pel gentile desiderio espresso
di rendere possibili, con una riunione a Genova, sedute o gite
intersociali dei due sodalizi.
9. — Pubblicazioni mandate in omaggio alla Società.
Segretario presenta un elenco di pubblicazioni ricevute in
omaggio dopo l’adunanza estiva della Società :
Agamennone G., Sulla velocità di propagazione del terremoto laziale del
IO aprile 1911. Res. R. Acc. Line., 1912.
Andert E., Festsclirift der Humboldt.
Artini E., Saggi di fondo di mare raccolti dal lì. piroscafo Washington
nella Campagna idrografica del 1882. Nota IIa postuma del profes¬
sore Fr. Salmoiraghi.
XLIV
RESOCONTO DEI,L’ADUNANZA
Baldacci L., La Carta geologica d’Italia. Boll. R. Coni. Geol., voi. XLII.
Capellini G., La Carta geologica d’Italia e la Società Geologica Italiana .
Boll. S. G. I., voi. XXX.
Carez L., [. Resumé de la geologie des Pirénées frangaises. Boll. S. G. de
France, t. X.
- Sur quelques points de la geologie du nord de VAragon et de la Na-
varre. Bull. id.
Ciampi A., Tlie iron ore deposita of Central Italy. Journal of thè Iron and
Steel Inst., 1911.
— I giacimenti ferriferi dell’Italia Centrale. Metall. it., a. III.
Colomba L., Sopra alcune esperienze riguardanti la struttura della leucite.
Riv. Min. Crist. it., voi. XI.
Craveri M., Comparazione tra la flora fossile e la flora vivente della Val Vi-
gezzo nell’ Ossola, in relazione col mutato ambiente. Riv. Malpighia.
Catania, 1912.
De Angelis d’Ossat G., Per la futura coscienza forestale. Perugia, 1912.
Del Prato A., Mammiferi fossili di Belvedere di Bergone. Riv. It. di Pa-
leont., 1912.
Department of Mines Adelaide (South Australia). The occurrence of
Uranium (radio-active) ores, and other rare metals and minerai s in South
A astrali a.
De Toni A .,Di alcuni recenti lavori geologici sui Colli Euganei. Atti R. Aec.
se. lett. arti in Padova, voi. XXVII.
— Studi geologici e morfologici sul Lido di Venezia — Parte Ia. Studi
di morfologia litoranea. Pubi. n. 18 delTUff. Idr. del R. Mag. delle
Acque.
Galli I., Come si svolse il primo concetto del termoscopio ad aria. Memorie
Pont. Ac. Rom. n. Lincei, voi. XVII.
- — Come il termoscopio ad aria fu trasformato in termoscopio a liquido.
Idem.
— Di alcuni fulmini globulari osservati nell’anno 1911. Atti Pont. Ac.
Rom. n. Line., 1911.
— I principali caratteri dei fulmini globulari. Meni. Pont. Ac. Rom. n.
Line., voi. XXVIII.
— Gli effetti meccanici dei fulmini globulari. Id., voi. XXIX.
Golia G., La geologia ed i fossili delle isole Maltesi. Guida generale di
Malta e Gozo per Tanno 1912.
Kurt Beck , Inaugurai dissertation. Berlin, 1911.
Lohest M., Notice sur Gustave Deivalque. An. Soc. Geol. de Belg.,
Bull. XXXVIII.
Lovisato D., A n filiali di Monte Plebi. Rend. R. Ac. Line., 1912.
Millosevich F., Studi sulle roccie vulcaniche di Sardegna. 1I.° Le rocce
di Uri, Olmedo , Ittiri , Pati figari e delle regioni adiacenti. Rend. IL
Ac. Line., 1911.
— Forme nuove del berillo albano. Id.
RESOCONTO DELL'ADUNANZA
XLV
Ministero delle Finanze. Relazione della Direzione generale del Dema¬
nio per l’esercizio finanziario 1909-1910.
Misuri A., Sopra un nuovo Triocliinide dell’arenaria miocenica del Bellu¬
nese. Perugia, 1911.
Moderni P., Note preliminari sul pozzo artesiano perforato a Foggia per
cura del Min. di A. I. C. Roma, 1910.
Pilotti C., Notizie geologiche sulle tavolette di Oschiri e Nulvi. Relaz. ann.
della Dir. dell’Uff. geol., Boll. R. C. G., voi. XLII.
Platania G., L’ Istituto Etneo di vulcanologia della R. Università di Ca¬
tania. At. Va riun. Soc. It. per il progr. delle se.
— Modelli di vegetali nelle lave dell’Etna. Id.
— Distribuzione geografica della Clausilia vulcanica Benoit e facies della
fauna malacologica etnea. Id.
— Marmitte dei Gigan ti di erosione marina. At. X° Congr. geogr. iute i n.
— Le recenti fasi eruttive dell’Etna. 1911.
— Le ricerche di geografia fisica e la decadenza delle antiche città siciliane.
Ardi. stor. per la Sic. or. a. Vili.
— L’ esportazione della lava dell’Etna. Boll. Coni. agr. di Arcireale,
a. XVI.
— La recente eruzione dell’Etna. At. VII0 Congr. geogr. it.
Rassmuss II., Zur Geologie der Alta Brianza. Contrai blatt f. Min. etc.
Jahrg. 1910, n. 23 l.
— Beitrage zur Stratigraphie und Tektonik der sudòstlichen Alia Brianza.
Geolog. Palaent. Abhand. Herausg. von E. Koken n. f., B. X, H. 5.
Società Sismologica Italiana. Onoranze alla memoria di Michele Ste¬
fano de Rossi. Boll., voi. X.
— Necrologia del prof. Filippo Bonetti. Boll., voi. XI.
Tschiryvinscky P., Quantitative mineralogische und chemische Zusammen-
setzung der Granite uncl Greisen. Mosca, 1911.
Ufficio Geologico. I giacimenti petroliferi dell’ Emilia. Mera, descr.
della Carta geol. d’It., voi. XIV.
— Carte géologigue international de l’ Europe (1 : 1500000 ).
10. — Comunicazioni scientifiche e presentazione di lavori
per l’inserzione nel Bollettino.
Segretario partecipa che sono state inviate pel Bollettino
le memorie :
Chelussi L, Nuove ricerche in rocce terziarie di sedimento.
Craveri M., Ancora sui Palaeodictyon.
1 A pag. cxx Boll., voi. XXX l’A. di questa pubblicazione è se¬
gnato Ras Muss von H. Si prega il lettore di correggere.
XLVI
RESOCONTO DELL’ADUNANZA
De Stefano G., Ittiofauna fossile dell’ Emilia.
Principi P., Affioramenti sabbiosi pliocenici nei dintorni di
Perugia.
Rovereto G., Studi di geomorfologia argentina. III. La valle
del Rio Negro.
Segretario comunica il seguente passo di una lettera del
socio Platania.
Mi permetto di richiamare l’attenzione della Società sopra l’I¬
stituto Etneo di Vulcanologia, che sorgerà ben presto in questa
Città (Catania); aggiungo anzi che entro il corrente anno, in
sieme con un gruppo di amici, spero di costruire nella Valle del
Bove un rifugio per gli studiosi. — In questi momenti in cui
si è osato affermare che la Vulcanologia ha poco progredito per
essersi inopportunamente localizzata, quasi accentrata attorno ai
vulcani italiani ( Geografical Journal, February 1912, pag. 131,
ed anche Nature, 16 nov. 1911), credo di compire un dovere
verso la Scienza e verso la Patria, adoperandomi in favore del
nostro massimo vulcano.
L’Assemblea plaude agli elevati sentimenti del socio Pla¬
tania, ed alla sua iniziativa tendente ad agevolare agli studiosi
le osservazioni dei fenomeni che presenta il grandioso vulcano
siculo.
Clerici partecipa che sta eseguendo importanti osservazioni
sui sedimenti marini di Lunghezza presso Roma.
Presenta ai soci campioni di Pelagosite raccolti nei litorali.
Meli parla delle correnti fangose, prodottesi più volte nel
Vesuvio, dopo l’eruzione dell’aprile 1906, dalla miscela di acque
pluviali con le ceneri vesuviane, e ne trae deduzioni sulla for¬
mazione dei tufi e peperini dei dintorni di Roma.
Sabatini. Ricordo quello che successe durante l’eruzione ve¬
suviana del 1906. Le ceneri che cadevano sulle vie di Napoli
venivano ammucchiate lungo i marciapiedi per ristabilire il tran-
RESOCONTO DELL’ADUNANZA
XLV1I
sito, e quindi si arrogavano allo scopo di ridurle in poltiglia
che più facilmente potesse riversarsi nelle fogne. La conseguenza
di tale bagnatura era una rapida presa con forte indurimento,
che necessitò poi l’azione della zappa, con la quale quelle masse
si ridussero in frammenti. Intorno al cono vesuviano avvenne
lo stesso. Ivi le ceneri erano miste con pietre di ogni dimen¬
sione, e ne nacque un tufo con frammenti lavici, e con lapilli
diversi. La superficie di questo tufo, tra le sporgenze de’ suoi
inclusi, era così levigata da rendere assai pericoloso il cammi¬
narvi su.
Tale indurimento non può attribuirsi che ai sali che accom¬
pagnano le eruzioni di ceneri vulcaniche, e che costituiscono
l’agente principale ed immediato della loro consolidazione. Bene
osserva quindi il collega Meli che dai fenomeni attuali si deve
desumere anche pei tufi litoidi la ragione della loro coesione.
Non divido però il modo di vedere di lui che si possa da quello
arrivare alla conclusione, che si tratti nei tufi litoidi romani di
correnti fangose.
Questi tufi sono assai nettamente stratificati, talvolta in
banchi di un metro e più, talvolta assai sottilmente: ciò che
esclude qualunque idea di corrente alluvionale, il cui carattere
principale è la eroticità. E richiamo ancora una volta gli studi
magistrali di Lacroix, che ha definito molto bene tali carat¬
teri. Anzi, il non vedere accenno di stratificazione nei tufi non
significa che essi non siano stati stratificati in origine, la stra¬
tificazione potendo col tempo sparire, e poi ricomparire col pro¬
cedere delle diverse fasi del loro assettamento e dell’alterazione
delle loro masse.
La questione fu trattata da me a proposito delle necro¬
liti dell’Amiata e del Cimino, nè è nuova, avendosene accenni
fin da’ lavori meno recenti dello Scacchi. Il tufo litoide al
pari delle necroliti (almeno per quelle dette tipiche) è do¬
vuto a piogge di ceneri. Con ciò non escludo resistenza di
correnti fangose associate, e magari di depositi di nuvole
ardenti. Queste sono possibili, quelle sono frequenti, come si
sa dalle osservazioni sul Vesuvio. Ma occorre dimostrarlo caso
per caso.
xlviii
RESOCONTO DELL’ADUNANZA
Presidente ringrazia i soci Meli e Sabatini dell’importante
soggetto discusso, e li invita a porre in iscritto le cose dette af¬
fine di inserirle nel verbale
Piloto fa la seguente comunicazione sui Conglomerati sci¬
stosi (anageniti) dei dintorni di Domusnovas (Cagliari).
Sotto il nome di anageniti, sono stati segnalati nell’lgle-
siente dei conglomerati scistosi rossastri o verdastri costituiti
da frammenti spesso appiattiti di quarzo, calcare, scisti, quarziti
ed altre rocce: la composizione di tali roccie però non è la
stessa nelle varie località ove si presentano, e non vi sono sem¬
pre tutti gli elementi ora particolarmente ricordati. Attendo di
poter disporre di un numero conveniente di campioni e sezioni
sottili di questi conglomerati per poterne fare uno studio pe-
trografìco un po’ particolareggiato. Avrò così anche occasione
1 Andando in giro attorno a Roma, per conoscere i dettagli che ven¬
gono fuori col movimento edilizio, il 24 giugno capitai ad una cava di ma¬
teriali da fabbrica vicina all’incontro della via Latina col vicolo della Caf-
farella. Poiché quel che vidi ha stretta attinenza col soggetto qui di¬
scusso, ne do in nota uno schizzo dimostrativo, richiamando quel che dissi
in riguardo nella memoria Origine e trasformazioni della Campagna di
Roma (Boll., voi. XXX, pag. 274, 299). Ometto altri particolari geologici
rilevati, i quali non interessano il problema, e lascio gli apprezzamenti ai
competenti.
Sopra a tufi terrosi posa un grande banco di pozzolana grigio-chiara con
amigdala di tufo lionato da costruzione. Il tufo nella parte superiore ha
struttura grossolanamente scagliosa, la massa è rotta da fenditure poliedro ;
la pozzolana avvicinandosi al tufo aumenta di coesione, ha qualche fen¬
ditura per contrazione, e ci si vedono ingiallire frammentini sparsi.
A. Verri.
RESOCONTO DELL’ADUNANZA
XLIX
di poter giudicare con maggiore fondamento quale nome sia
conveniente per essi : ricorderò a questo proposito che mentre,
come è noto, il nome di anageniti fu dato dall’Hauy con una
definizione abbastanza lata, che però include una limitazione
della grossezza degli elementi, altri autori più recenti lo attri¬
buiscono invece a quei conglomerati che, fra altri caratteri
speciali, abbiano il cemento scistoso micaceo l.
Le roccie sarde di cui parlo sono state da alcuni ritenute come
un orizzonte caratteristico al passaggio fra il Cambriano ed il Si¬
luriano: anzi il dott. Fraas in una lettera all’ing. C. F. Leverà 2
emise l’ipotesi che esse fossero da riguardarsi come una breccia di
frizione formatasi lungo una grande linea di scorrimento del
Cambriano sul Siluriano. Senza volere entrare a fondo nell’ar¬
gomento, perchè poche sono le escursioni da me fatte sinora
nell’Iglesiente, mi sembra che si possa escludere quest’ultima
ipotesi perchè, tra altro, a parte la forma spesso ciottolosa degli
elementi del conglomerato, ho potuto constatare che in qualche
punto il passaggio fra anageniti e scisti siluriani è graduale ed
ha luogo per alternanze successive. Nè, a vero dire, sembrami
sufficientemente provato che trattisi di un orizzonte caratteri¬
stico: e non so se possa ripetersi in livelli cronologicamente
diversi: questo è ciò che solo un rilevamento particolareggiato
potrà indicare.
Trattandosi di una formazione che però in ogni caso me¬
rita di essere studiata, io credo opportuno segnalare un altro
punto, non citato sinora, in cui essa compare: la R. Fondali,
presso Domusnovas, a sud di Genna Cuboni e di Punta Perdu
Corba.
Pi lotti fa ancora questa comunicazione sui Calcari e cal¬
cari scistosi a Coscinocyathus in li. Corongiu de Mari e M. 01-
lastu ( Iglesiente ).
1 Cfr. Loewison Leasing, Lexique pétrografìque, Paris, 1901.
Cfr. D’Orbigny, Description des roclies, Paris, 1868, pag. 192.
2 C. F. Leverà,, Contributo allo studio delle anageniti. Rend. Ass.
Min. Sarda, anno IX, n. 9, pag. 6.
L
RESOCONTO DELl/ADUNANZA
In alcuni campioni di calcari e calcari scistosi provenienti
dai pressi di C. Olla (mulattiera Iglesias-Domusnovas, ad est
del R. Corongiu), e dal Monte Ollastu, presso Yillamassargia,
riscontrai traccie organiche: il prof. Parona avendone, dietro mia
preghiera, gentilmente esaminato le sezioni sottili, concluse trat¬
tarsi con tutta probabilità del genere Coscinocyathus. I calcari
suddetti potrebbero quindi, almeno provvisoriamente, sincroniz¬
zarsi coll’orizzonte di calcari ad Archaeocyathus e Coscinocya¬
thus della serie descritta dal Bornemann pel Cambriano di Ca¬
nalgrande, calcari ritenuti dal Pompeckj e recentemente dal
Taricco, nella sua nota sul Cambriano sardo, superiori agli scisti
di Cabitza (ascritti al Cambriano medio, parte inferiore).
In ogni modo, qualunque possa essere l’età delle roccie in
questione, mi parve non inutile far nota la presenza dei fossili
suddetti, trattandosi di località fossilifere non per anco segna¬
late. Osservo poi che tali roccie, specialmente quelle di C. Olla,
(su quelle di M. Ollastu è conveniente per ora una riserva mag¬
giore) sembrano, per l’aspetto litologico, da comprendersi fra i
così detti calcescisti dell’Iglesiente : dimodoché mi sembra che
sarebbero opportune ricerche intese ad accertarsi se i calcescisti
stessi presentino traccie di fossili. Del resto, la presenza di fos¬
sili nei calcescisti sardi è stata indicata dal Bornemann, seb¬
bene senza dare indicazioni di località e determinazioni.
Presidente ringrazia il socio Pilotti delle interessanti comu¬
nicazioni.
11. — Affari eventuali.
Clerici propone che sia inviato un telegramma di saluto
della Società al collega ing. Franchi, inviato in Tripolitania
per studi sul regime sotterraneo delle acque.
Cermenati si associa, notando che l’opera dell’ing. Franchi
fu elogiata dal Ministro in Parlamento.
L’Assemblea plaude alla iniziativa del socio Clerici.
RESOCONTO DELL’ADUNANZA
LI
Presidente ringrazia il socio Clerici del gentile pensiero,
lieto di partecipare all’ing. Franchi la dimostrazione di affetto
deH’Assemblea al collega incaricato di studi tanto importanti
per le terre, che l’Italia redime dalle barbarie.
Esaurito l’ordine del giorno, il Presidente ringrazia gl’in¬
tervenuti, ed espresso il desiderio che convengano all’adu¬
nanza di Spoleto, a portare il sapiente loro contributo nei pro¬
blemi geologici che presenta la regione umbra, scioglie la
seduta.
Il Segretario
A. Verri.
SOCIETÀ GEOLOGICA
ITALIANA
— Roma, 28 luglio 1912.
Via S. Susanna, 13.
Egregio Collega,
Nell’adunanza del 31 marzo l'Assemblea, accogliendo la pro¬
posta della Presidenza, acclamò Spoleto a sede dell’adunanza
«stiva di questo anno: la quale adunanza sarà tenuta nei giorni
dal 7 al 14 settembre secondo il programma che si unisce.
Cordine del giorno per le materie da trattare è il seguente:
1. Approvazione dei verbali delle adunanze settembre 1911.
» » dell’adunanza 31 marzo 1912.
2. Comunicazioni della Presidenza.
3. Approvazione del bilancio consuntivo 1911.
4. Ammissione di nuovi Soci.
5. Presentazione delle pubblicazioni venute in omaggio.
6. Comunicazioni scientifiche e presentazione di lavori pel Bollettino.
7. Elezioni alle cariche sociali.
8. Affari eventuali.
In riguardo alla elezione delle cariche sociali dovranno essere
eletti 6 nuovi consiglieri, atteso la scadenza dalla carica dei Soci
Baratta, Segrè, Colomba, Clerici ; la morte del consigliere Sta¬
tuti; l’elezione a Presidente del consigliere Lotti. Si trascrive
per norma l’art. 6 dello Statuto : « Gli Ufficiali uscenti di ca¬
rica non possono essere rieletti nelle medesime funzioni prima
che sia decorso un anno ».
Si allega la scheda per le elezioni.
I Soci che desiderino intervenire alla gita di Norcia sono
invitati a mandarne avviso con lettera raccomandata all’in¬
dirizzo :
Alla Società Geologica Italiana
Via S. Susanna, 13 — Roma.
L’avviso deve arrivare alla Società non più tardi del 15
agosto, onde aver tempo di provvedere al servizio degli auto¬
mobili.
LIV
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
I Soci die intendono fare interpellanze alla Presidenza, sono
invitati ad inviarne il testo con lettera raccomandata, che ar¬
rivi alla sede della Società non più tardi del 1° settembre.
Considerato che, sia per la rigidezza degl’itinerari stabiliti
nei biglietti di riduzione ferroviaria per Congressi, sia per altri
motivi, pochi o nessuno dei Soci chiedono quei biglietti, prefe¬
rendo alcuna delle varie altre riduzioni di tariffa, la Presidenza
non ha creduto fare apposita domanda alla Direzione Generale
delle Ferrovie.
Nella fiducia che la S. V. intervenga all’adunanza, si por¬
gono cordiali saluti.
Il Presidente
B. Lotti.
Il Segretario
A. Verri.
PROGRAMMA
DEL CONGRESSO DELLA SOCIETÀ GEOLOGICA ITALIANA
IN SPOLETO NEL SETTEMBRE 1912
Sabato 7.
Riunione del Consiglio direttivo alle ore 17 nella sala XVII
Settembre annessa al Teatro Massimo.
Domenica 8.
Inaugurazione a ore 10 nella sala medesima.
Alle 14 visita della città e dei monumenti sotto la guida
del prof. G. Sordini, R. Ispettore dei monumenti e degli scavi
dell’Umbria.
Lunedi 9.
Escursione a piedi nei dintorni per osservare il carreggia
mento del calcare del Lias inferiore sulla scaglia rossa seno
ninna. — Partenza alle 7. — Colazione in campagna. — Ri¬
torno a Spoleto alle 16.
Si prende la via del Ponte alle Torri. A poco più d'nn chilometro
da questo si osserva la sovrapposizione a contatto netto del banco ba¬
sico del M. Eneo alla scaglia cretacea ed il prodotto dello schiaccia¬
mento e della triturazione di essa al contatto. Proseguendo la strada
per Castelmonte si attraversa un piccolo affioramento degli scisti a fucoicli
in finestra sotto la scaglia sulla sinistra del fosso Vallocchia. Giunti sulle
alture di Castelmonte si osservano due piccoli lembi isolati di calcare
basico posati sulla scaglia. Si fa la via di ritorno per l’abitato di \ al-
locchia e sotto il paese di Borgiano dove vedesi il banco basico ricuo-
prire direttamente gli scisti del Lias superiore. Raggiunta la strada di
Norcia sulla destra del Cortaccione si percorre un tratto di calcare del
Lias medio sovrapposto a quello del Lias inferiore. Si giunge cosi al
Ponte del Cortaccione dove si osserva nuovamente la sovrapposizione
del Lias inferiore al Senoniano. Qui, al contatto, la scaglia oltreché fran¬
tumata è anche laminata parallelamente al piano del contatto stesso.
Nel fondo dello stretto e profondo solco del Cortaccione, scavato nel cal-
LVI
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
care liasico, vedesi la scaglia rossa senoniana. Proseguendo per la strada
provinciale verso Spoleto s’incontra il calcare neocomiano, gli scisti giu¬
rassici e quelli del Lias superiore.
Martedì IO.
Gita a Norcia in automobile. — Partenza alle 7. — Cola¬
zione a Norcia. — Visita della città. — Partenza per Spoleto
a ore 16.
Dopo attraversata l'area di carreggiamento si percorrono successi¬
vamente delle zone di Lias superiore, di Giurassico e di Neocomiano fra
Borgiano e Forca di Cerro. A Forca di Cerro dominano gli scisti a fucoidi.
Fra Grotte e Piedipaterno si attraversa una zona di Eocene (formazione
arenaceo-marnosa), poi un po’ di scaglia argillosa e quindi la scaglia rossa,
il tutto in serie rovesciata. La scaglia rossa domina quasi esclusivamente
tra Piedipaterno e Triponzo e sono da ammirarsi le stupende pieghe e
contorsioni di questo terreno e certi strati interposti di calcare bianco
cristallino qualche volta nummulitifero. A Triponzo un’ampia coperta di
travertino, prodotto da acque termali di cui rimane traccia nelle copiose
sorgenti sulfuree del luogo. Lasciata la valle della Nera, da Triponzo a
Biselli si percorre quella del Corno, lungo una profonda gola alpestre
dove vedesi il calcare liasico troncato prima da una faglia che lo mette
in contatto diretto cogli scisti giurassici, e rovesciato poi verso est sul
Lias medio e sugli altri terreni secondari superiori, che si succedono
quindi in serie invertita fino a Biselli. Immediatamente dopo la strada passa
per le fantastiche strette di Biselli. Da Serravalle a Villa la strada taglia
un esteso affioramento di strati giurassici ad , aptici, dopodiché si entra
nell’ampia conca di Norcia riempita da terreno pliocenico lacustre.
Mercoledì 11.
Alle 9 adunanza per lo svolgimento deH’ordine del giorno.
— A ore 15 partenza per la stazióne di Trevi in ferrovia. —
Visita delle cave di calcare liasico di Colle presso Bovara, indi
al tempio e alle sorgenti del Clitunno. — Ritorno a Spoleto
dalla stazione di Campello a ore 19,31.
Il calcare del Colle presso Bovara (Trevi) è nella maggior parte
quello del Lias inferiore già osservato a Spoleto. 1 fossili ivi raccolti e
che furono studiati e determinati dal prof. Parona, provengono dagli
strati più bassi raggiunti coi lavori d’escavazione per estrarre il mate¬
riale da fabbrica. La fauna ha incontestabili rapporti con quella del Lias
inferiore del M. Pisano e di varie località deU’Appennino centrale, ma
un’impronta speciale, come dice il Parona ( Sulla fauna e sulla età dei
CIRCOLARE E PROGRAMMA
LVII
calcari a Megalodontidi di Trevi. Atti R. Acc. Se., Torino, 1905) viene
data a questa fauna dalla presenza di grossi megalodontidi, riferibili al
gen. Pachy crisma. Poiché sezioni analoghe di grosse bivalvi cordiformi
furon rinvenute dal Lotti in vari altri punti dell’Umbria e in Toscana
(Calvi, M. Malbe, M. Cotona) alla base del Lias inferiore immediatamente
sopra a strati retici fossiliferi, questi megalodontidi potrebbero esser
Conchodon e gli strati che li racchiudono potrebbero rappresentare il
piano Hettangiano. Proseguendo la escursione s’incontra il tempietto
detto del Clitunno e poco appresso la classica sorgente omonima, di cui
sarà riconosciuto facilmente il regime sotterraneo come sorgente di sfio¬
ramento del livello idrostatico.
Giovedì 12.
Escursione presso Schifanoia per osservare la sovrapposizione
delle argille scaqliose alla formazione arenaceo-marnosa. — Par¬
tenza alle 9,25 in ferrovia per Gualdo Tadino. — Colazione
in ferrovia. — Per la rotabile in vettura a Schifanoia. — Ri¬
torno alla stazione di Gualdo per il treno delle 18,21. — In
ferrovia ad Assisi ove si giunge a ore 19,29.
Nei pressi della stazione dì Gualdo Tadino comparisce il Pliocene
lacustre costituito da ciottoli che presso C. Padiglione lasciano vedere le
sottostanti argille utilizzate per laterizi. Di qui a Schifanoia si attraversa
la formazione arenaceo-marnosa in cui si osservano frequenti banchi di
calcare a Lepidocyclina, Amphistegina, Myogipsina, ecc. Al bivio di
Schifanoia vedesi il famoso masso conglomeratiforme, costituito da fram¬
menti di rocce delle argille scagliose e della formazione arenaceo-mar¬
nosa. Il conglomerato è pieno di Pecten di specie mioceniche e plioce¬
niche. Altri lembi di questo conglomerato, cui associansi anche dei cal¬
cari a Pecten , si osservano lungo il contatto delle argille scagliose colla
detta formazione marnosa, specialmente ad ovest salendo verso la Ro¬
mita. Un poco ad est della Romita, a C. Marcio, presso S. Anna e presso
il torrente Rasina, scendendo verso la Cerasa, si osserva la sovrapposi¬
zione delle argille scagliose ad una formazione arenaceo-marnosa e la
disposizione in sinclinale dei due terreni.
Venerdì 13.
Alle 7 partenza per la valle delle Carceri (M. Subasio) a
piedi. — Colazione in campagna. — Ritorno ad Assisi per
le 1G. — Visita della città.
Partendo dalla città, e prendendo la via del Convento delle Carceri, si
osserva primieramente la parte superiore della scaglia, ossia la scaglia argil-
LVIII
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
Iosa, che comparisce a sud-est della città per una flessione dovuta all’ina-
bissamento della parte occidentale della cupola del Subasio. Proseguendo
s'incontra il contatto fra la scaglia rossa e il calcare neocomiano con inter¬
posizione di pochi strati di scisti a fucoidi, e ciò per effetto d’una frat¬
tura con rigetto dovuta alla detta flessione. Più innanzi, oltrepassata la
cava di pietre (Neocomiano) delle Carcerelle, si osserva sul taglio della
strada la linea di rottura di altra faglia che spostò le varie formazioni
di circa 200 m. Qui e tutt’intorno al Convento è molto sviluppato il Lias
superiore e copiosamente fossilifero. Alle Tre Fontane ci troviamo di
nuovo in presenza della faglia osservata sull’altra parete della valle.
Scendendo a Fonte Panzo si attraversa il Lias medio e il Lias inferiore,
staccatisi dagli strati corrispondenti del Convento e spostati in basso
dalla faglia predetta, come è indicato chiaramente dalla carta geologica.
Sulla via di ritorno ad Assisi, presso S. Potente, vedesi affiorare disotto
al detrito di falda una formazione arenaceo-marnosa, che un tempo dovette
cuoprire la porzione sprofondata della cupola.
Sabato 14.
Partenza da Assisi alle 9,33 in ferrovia per Spoleto ove si
giunge alle 11,24. — Alle 15 adunanza di chiusura.
Spese prevedibili, non computati i viaggi per e da Spoleto,
Lire 65.
Alberghi in Spoleto.
Città alta. — Albergo Lucini. Camere 2 lire (prezzo ridotto).
Riduzione sui prezzi per i pasti.
Albergo-ristorante Cambioli. Camere in case
private lire 2.
Borgo. — Albergo Ferrovia. Camere lire 1,50; con due
letti lire 2.
Albergo Posta. Idem.
Alberghi in Assisi.
Albergo Leone. Camere lire 2.
» Minerva.
» Subasio.
» Giotto.
SOMMAKIO DEL CONGRESSO
Il Congresso si è svolto secondo il programma descritto,
colle sole varianti: che il giorno 11 la gita alle Fonti del Cli-
tnnno è stata fatta nelle ore antimeridiane, e l’adunanza per
lo svolgimento del l’ordine del giorno è stata tenuta nelle ore
pomeridiane; che l’adunanza di chiusura del giorno 14 è stata
tenuta nelle ore antimeridiane, avendo parte dei Soci preferito
ritornare a Spoleto nella sera del 13, e parte ritornare da
Assisi alle loro residenze, ovvero intraprendere altre escursioni
nella regione.
*
* *
Soci intervenuti al Congresso.
Mazzuoli ing. Lucio, Ispettore superiore, Capo del R. Corpo
delle Miniere, in rappresentanza di S. E. il Ministro di Agri¬
coltura.
•
Consiglio direttivo della S. G. I.:
Presidente
ing.
Lotti .
Vice-Presidente prof.
Parona.
Segretario
ing.
Verri.
Archivista
ing.
Crema.
Consigliere
ing.
Mattirolo.
Vice-Segretario
dott.
Ce rulli- Ir eli i.
Id.
ing.
Pilota.
Soci: ing. Bcilclacci, prof. Cacciamoli , ing. Compensa, in¬
gegnere Caneva, ing. Capacci, dott. Bel Zanna, dott. Di Franco,
ing. Fiorentin, dott. Fucini , dott. Galdieri, dott. Gortani, dot¬
tore Laureti , ing. Mantella, dott. Marconi , prof. Meli, prof. Pan-
LX
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
fanelli, ing. Plueschke, clott. Principi, ing. Quaglino, dott. Scalia,.
ing. Spinetti, dott. Stefanini, sig. Tanziani, prof. Par am dii,
prof. Tommasi, ing. Toso, prof. Vinassa de B-egmj, colon¬
nello Zamara.
Soci i quali hanno scusato l’assenza.
Ing. Aichino, prof. Bcissani, prof. Bucca, prof. Cermenati ,
ing. Clerici, prof. Colomba, ing. Cortese, prof. Craveri, profes¬
sore D' Achiardi, prof. Dal Piaz, prof. De Agostini, prof. De
Angelis cVOssat, dott. Del Campana, dott. Dervieux, prof. De Ste¬
fani, prof. Di Stefano, ing. Franchi, prof. Issel, ing. Lattes,
prof. Lovisato, ing. Maddalena, dott. Martelli A., ing. Maz¬
zetti, prof. Neviani, prof. Platania , prof. Prever, ing. Pulì è G.,
prof. Sacco, ing. Segrc, prof. Trabucco, prof. Tuccimei.
*
* *
Discussioni e deliberazioni principali nelle adunanze.
Discussione sulle formazioni del Terziario medio nell’Italia,
in relazione ai terreni dell’Umbria.
Comunicazione dell’ing. Toso sulla genesi dei giacimenti
metalliferi aventi forma di ammassi irregolari.
Voto della S. G. I. da presentare al Congresso indetto a
Genova nell’ottobre per trattare la materia della conservazione
dei monumenti naturali.
*
* *
Escursioni.
Le gite proposte nel programma sono descritte particolar¬
mente in apposite relazioni. Oltre alle località indicate per quelle
escursioni, vari Soci hanno visitato le cave della lignite, che
trovasi nel Pliocene lacustre di Morgnano e S. Angelo.
Altra breve escursione fu fatta dopo la chiusura del Con¬
gresso, per cortese invito dell’ing. Antonini, a visitare una for¬
mazione di Lias superiore ne’ suoi terreni situati a sud dei Cap¬
puccini.
ADUNANZA INAUGURALE
(<9 settembre )
Per cortese concessione del Municipio, l’adunanza inaugurale
fu tenuta nella sala XVII settembre, annessa al Teatro Mas¬
simo, la quale fu aperta al pubblico per la prima volta in questa
circostanza.
In quella sala, presenti molte gentili Signore e le Notabi¬
lità cittadine, il professore Giuseppe Sordini, R. Ispettore dei
monumenti e degli scavi dell’Umbria, le cui vicende storiche
illustra con dotti studi, portò ai Congressisti il saluto della città,
ringraziando di avere prescelta Spoleto a sede dell’adunanza
estiva. Nell’eletto discorso ricorda i naturalisti, i cui nomi ono¬
rano la Provincia Umbra, dal principe Federico Cesi fondatore
dell’Accademia dei Lincei, al Bellucci; chiude con inno alla
Terra ed agli studiosi che ne investigano i misteri {applausi).
L’ingegnere Lucio Mazzuoli, Ispettore capo del R. Corpo
delle Miniere, porge il saluto ai Congressisti a nome di S. E.
il Ministro di Agricoltura, Industria e Commercio, facendo ri¬
levare l’importanza che hanno gli studi geologici, importanza
altamente apprezzata da S. E. Nitti. Ricorda come, per quel che
riguarda le applicazioni pratiche, in questi ultimi tempi tale
importanza sia stata riconosciuta dalle Amministrazioni dello
Stato, le quali hanno tratto e traggono dai rilevamenti geolo¬
gici indicazioni preziose, per i progetti e la esecuzione di la¬
vori d’entità ragguardevole.
Si rallegra coi Soci di avere scelto a Presidente l’inge¬
gnere Lotti, del quale ricorda la lunga carriera scientifica, no¬
tando quanto questi siasi occupato della geologia dell’Umbria,
dove vide fatti tettonici di non facile interpretazione. Questi
formeranno oggetto delle escursioni sociali, e, se si riuscirà a
LXII
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
darne una spiegazione soddisfacente, il congresso di Spoleto,
conservandosi, come è da desiderare, modesto nel suo svolgi¬
mento, lascerà di se una notevole traccia nella geologia del
nostro paese (applausi).
Il Presidente legge questo discorso:
Signore e Signori ,
Son certo d’interpretare il sentimento di tutti i colleglli della
Società Geologica, qui convenuti, inaugurando i nostri lavori con
un saluto ed un ringraziamento a questa colta ed operosa cit¬
tadinanza che tanto cordialmente e cortesemente ci accoglie fra
le sue mura vetuste, e all’illmo sig. Sindaco, che con squisito
senso di gentilezza, volle che alla nostra Società spettasse l’onore
di inaugurare l’apertura della splendida sala, che col suo nome
ricorda la fine del dominio teocratico su questa città.
Un ringraziamento lo dobbiamo pure qui pubblicamente a
S. E. il Ministro d’ Agricoltura, Industria e Commercio, il quale,
per mezzo dell’illustre Capo del R. Corpo delle Miniere, com-
mendator Mazzuoli, volle essere rappresentato a questa nostra
festa inaugurale.
10 credo che due principali e cospicue ragioni abbiano de¬
terminato la scelta di Spoleto a sede della nostra riunione.
La prima dobbiamo riconoscerla nella non comune bellezza
del paese, nelle attrattive di quest’Umbria verde cantata da
un poeta immortale, e nelle vestigia di antica grandezza di
questa storica ed illustre città; la seconda è legata al nostro
campo di ricerche scientifiche ed ha per scopo la constatazione
d’un fenomeno tettonico di singolare importanza, che si verifica
qui presso la città, e l’osservazione di fatti stratigrafici in un
tratto della valle del torrente Rasina presso Schifanoia, pei quali
si spera di giunger presto alla risoluzione di un problema di
cronologia geologica, che interessa non solo una gran parte del¬
l’Umbria, ma altresi le Marche, l’Appennino centrale e meridio¬
nale e la Sicilia stessa.
11 criterio di chiamare a consulto la nostra Società su que¬
stioni determinate e concrete, approfittando dei suoi annuali
ADUNANZE
LXIII
convegni, pur essendosi delineato spontaneamente in precedenti
congressi e specialmente in quelli presieduti dal Verri, dal Maz¬
zuoli e dal Di Stefano, ebbe per la prima volta sanzione de¬
finita ad opera d’un mio chiarissimo collega, l’ing. Baldacci,
che mi precedette or sono due anni nella carica onorifica di
Presidente della Società Geologica; e fu idea altamente lodata.
Io ne ho seguito l’esempio e lo addito oggi ai miei succes¬
sori, affinchè queste nostre annuali assemblee non solo siano pro¬
ficue ai singoli intervenuti, ma lascino eziandio una traccia in¬
delebile nel cammino della scienza.
Io sono incompetente a darvi anche solo un cenno intorno
alle storiche bellezze di questa vetusta città. 11 mio egregio
amico prof. Sordini, illustre cittadino di Spoleto, autore di pre¬
gevolissime memorie archeologiche, preposto dal Governo agli
scavi ed alla conservazione dei monumenti dell’ Umbria, ci sarà
guida preziosa.
A me, cui toccò in sorte di eseguire il rilevamento geolo¬
gico in grande scala dell’Umbria, incombe il dovere di spie¬
garvi in brevi parole lo scopo principale delle nostre gite;
quali sono i fenomeni tettonici e stratigrafici che osserveremo
e quali le deduzioni scientifiche, che essi ci permettono di
trarre per la geologia in genere e per quella dell’Umbria in
specie.
Due di queste escursioni ci interesseranno in un modo spe¬
ciale, perchè l’oggetto di esse implica due fatti importanti e
molto discussi : uno di geologia generale, l’altro di cronologia
stratigrafica locale.
Qui presso la città, nel M. Luco, coperto da uno splendido
e fitto bosco secolare, vero Incus a non lucendo, noi osserveremo
una potente massa calcarea del Lias inferiore, la quale riposa
direttamente e con lieve pendenza sopra un calcare marnoso
rosso di età senoniana, che noi ben conosciamo col nome di
scaglia rossa.
E questo calcare basico non si è soltanto coricato sulla sca¬
glia tranquillamente, per un comune fenomeno di piegamento,
ma vi ha scorso sopra, e di questo scorrimento ha lasciato tracce
manifeste in una formazione detritica di schiacciamento e di fri¬
zione che noi osserveremo.
Lxiy
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
Per coloro che non hanno dimestichezza con la nostra scienza
m’incombe l’obbligo di una spiegazione più elementare del fe¬
nomeno.
Ognuno di voi avrà osservato, transitando per valli profonde,
con pareti nude ed a picco, come ad esempio in molti tratti
della pittoresca strada di Norcia, che le rocce stratificate, co¬
stituenti le montagne laterali, sono piegate e ripiegate bizzar¬
ramente, simili talvolta ad onde marine accavai lantesi l’una.
sull’altra. Queste rocce stratificate, che evidentemente in origine
si depositarono in letti orizzontali, furono posteriormente pie¬
gate e contorte in forza di pressioni laterali sopportate dalla
crosta terrestre. Ciò che si verifica in piccola e limitata scala
nelle pareti di un solco naturale scavato nella montagna, si è
verificato in grande scala per vaste zone della crosta terrestre
e per potenti complessi di strati, che noi chiamiamo formazioni.
Così è avvenuto che pile di strati costituenti una o più for¬
mazioni, dopo essersi piegate in una stretta curva convessa,
verticale, subirono poi un ribaltamento addossandosi ad altri
terreni.
Continuando ad agire la pressione laterale, queste curve co¬
ricate si ruppero presso la cerniera e la parte superiore della
curva, dopo avere strisciato sulla parte inferiore, potè trascor¬
rere e posarsi su terreni originariamente ad essa superiori e più
giovani.
È appunto per un fenomeno di questa natura che noi tro¬
viamo qui, presso Spoleto, e precisamente nell’area compren¬
dente il M. Luco e luoghi circostanti, che il calcare bianco del
Lias inferiore è andato a sovrapporsi a quello rosso del Cre¬
taceo superiore, molto più giovane, scorrendo su di esso per un
tratto visibile di almeno 5 km.; ed è appunto in grazia di
questo strano fenomeno tettonico che la città di Spoleto ha
potuto essere fornita di ottima ed abbondante acqua potabile.
Se la tettonica dei dintorni di Spoleto fosse stata regolare,
non si sarebbero avute le condizioni favorevoli per la forma¬
zione di copiose sorgenti, come oggi le abbiamo pel fatto che
un potente banco di calcare, eminentemente permeabile alle
acque meteoriche, trovasi sovrapposto ad un terreno poco per¬
meabile come la scaglia rossa, il quale sostiene e versa allo
ADUNANZE
DXV
esterno le acque filtrate attraverso il calcare liasico scvrincom-
beute.
Il fenomeno tettonico di cui ho fatto cenno, e che ripetesi
naturalmente altrove e specialmente nella catena delle Alpi,
prese il nome di carreggiamento. Esso però ha dato luogo a
concezioni altrettanto ardite quanto artificiose ed ormai vi è
un certo numero di geologi, valenti tettonisti, i quali hanno
talmente esagerata la frequenza e la portata di tali carreggia¬
menti, da vedere dovunque masse immense di terreni carreg¬
giate da distanze enormi di centinaia e centinaia di chilometri,
delle quali masse si cercherebbero oggi invano le radici.
I dintorni di Spoleto mostrano la reale esistenza di simili
fenomeni di carreggiamento, se contenuti in limiti modesti, ma
non autorizzano affatto ad esagerazioni ed a generalizzazioni
non necessarie.
Ed ora passiamo al secondo oggetto delle nostre indagini,
che formerà lo scopo della escurzione nei dintorni di Schifammo
presso Gualdo Tadino.
In una gran parte dell’Umbria, delle Marche, dell’Emilia e
dell’Àppennino centrale e meridionale, comparisce una potente
ed estesa formazione di arenarie e marne di tipo Flyscli , con
strati intercalati di calcare nei quali si racchiudono, insieme ad
altre, certe specie di foraminifere spettanti ai generi Myogipsina
e Lepidocyclina che, secondo alcuni distinti foraminiferologi, fra
i quali mi piace di segnalarvi un dotto professore degli Istituti
scientifici di questa città, il prof. Silvestri, non potrebbero tro¬
varsi in strati più antichi dell’Oligocene; secondo altri, fra i
quali il dott. Prever della Università di Torino, non dovrebbero
comparire in strati più antichi del Miocene medio.
Ebbene, qui nell’Umbria questi calcari a Lepidocycline e
Myogipsine, unitamente a tutto il complesso di strati arenaceo-
marnosi che li racchiudono, paiono sottostanti e più antichi di
una formazione complessa e caratteristica detta delle argille
scagliose, costituita da calcari alberesi, calcari verdastri e scisti
argillosi multicolori con rocce ofiolitiche ; la quale formazione
per consenso quasi unanime viene attribuita all’Eocene.
Un dotto illustratore della geologia dell’Umbria qui pre¬
sente, il gen. Verri, che fu già Presidente e che oggi, per il
LXVI
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
grande suo attaccamento verso la nostra Società, si sobbarca
gentilmente alle funzioni di Segretario, scrisse una volta che
o questa formazione arenaceo-marnosa dell’Umbria era eocenica
o le argille scagliose e le rocce ofiolitiche associate dovevano
ritenersi mioceniche.
A questo dilemma non è cosa facile sottrarsi qualora vengano
indiscutibilmente riconosciuti gli accennati rapporti stratigrafici
fra le due formazioni. Di qui l’importanza della nostra escur¬
sione presso Schifanoia.
Domando venia ai miei ascoltatori, e specialmente a coloro
che non sono direttamente interessati nelle nostre discipline, per
aver dovuto intrattenerli su temi apparentemente aridi o troppo
specializzati, ma la nostra Società non si è riunita nell’Umbria,
come dissi, soltanto per godere le bellezze di questa incante¬
vole regione, sibbene e sopratutto perchè qui si dibattevano
questioni geologiche importanti, ed a me correva l’obbligo di
dare un cenno agl’intervenuti a questo congresso sulla essenza
di tali questioni.
Alcuni dei singoli capitoli della scienza geologica possono
invero apparire aridi, e stancare la mente del pubblico che ne
ascolta la lettura, ma senza questi capitoli la Geologia non sa¬
rebbe; e la Geologia, questa scienza che ci insegna a conoscere
la casa che noi abitiamo, dove nascemmo e dove morremo,
oltre ad offrire all’uomo un largo contributo di utilità materiali,
innalza lo spirito di lui fino all'intuizione dell’infinito, mostran¬
dogli la realtà degli incommensurabili periodi di tempo, durante
il quale si compierono quei fenomeni che formano oggetto delle
sue indagini.
Come, osservando per pochi minuti l’indice delle ore sulla
mostra di un orologio, non si avverte il più piccolo movimento
di esso indice, che si direbbe fermo ed immobile, mentre in 12
ore esso compie tutto il giro del disco, così la scorza terrestre,
quando anche scrutata per secoli non ci rivelerebbe cambia¬
menti sensibili nella sua struttura interna e nella sua esterna
conformazione; si direbbe che così fu in principio e così resterà
in avvenire. Eppur si muove questa crosta; eppure essa ha cam¬
biato più volte e cambierà ancora la sua faccia. I monti sor-
ADUNANZE
LXV1I
sero dove fu il mare, e questo ritornerà dove ora essi giganteg¬
giano. Ce lo dicono i fossili, quelle conchiglie marine che pe-
trificate si rinvengono nelle rocce costituenti le più alte montagne:
« Vidi factas ex aequore terras et procul a pelago concime jacuer e
marinae ». Ce lo confermano gli strati delle stesse rocce che, deposi¬
tati in origine orizzontalmente, li vediamo oggi curvati in pieghe
enormi, strette, coricate, rotte ; e tuttociò avvenne lentamente,
tanto lentamente che nessun cambiamento sarebbe stato percet¬
tibile ai nostri sensi, anche se ne fosse stata possibile l’osser¬
vazione ad intervalli di centinaia di secoli.
Eppure queste dislocazioni degli strati costituenti la scorza
terrestre son realtà; esse avvennero ed avvengono; che avven¬
nero lo vediamo, che avvengono ce ne fanno avvertiti ogni
tanto gli scuotimenti del suolo, i terremoti, i quali general¬
mente sono i segnalatori delle rotture e dei nuovi assettamenti
negli strati terrestri.
Se adunque non bastano millenni per produrre nella cro¬
sta terrestre un cambiamento percettibile ai nostri sensi e ai
nostri strumenti, immaginate la immensità del tempo occorso
perchè gli Appennini, le Alpi ed altre grandi catene si elevas¬
sero dal mare a quelle enormi altezze cui oggi le vediamo. E
pensare che queste grandi catene son le ultime sorte, che esse
furon composte coi detriti di altre grandi catene che le prece¬
dettero, e che coll’andar dei secoli furono erose e quasi spianate,
e delle quali solo le indagini geologiche ci rivelano la passata
esistenza, ci mostrano le reliquie e ci intessono la storia.
E adunque addirittura l’eternità che ci fa intravedere la no¬
stra scienza; l’eternità materializzata e scolpita nei fenomeni
che essa scienza studia ed osserva, e dei quali uno grandioso,
il carreggiamento di M. Luco, reclama appunto oggi qui a Spo¬
leto tutta la nostra attenzione.
Ed ora permettete, o Signori, che io termini questo mio po¬
vero discorso con un rimpianto ed un augurio. Un rimpianto
pei morti ed un augurio di possibile salvamento per quei di¬
sgraziati che, nello spaventoso disastro della miniera della Cla-
rence, forse anche in questo momento stanno attendendo una
lenta morte per fame ed asfissia, a 900 e a 1000 metri sotto
terra. Molto si avvale la nostra scienza dell’oscuro lavoro di
LXVIII
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
questi esploratori delle profonde viscere della crosta terrestre,
ed è quindi giusto e doveroso per noi di rendere un mesto
tributo di compianto a queste povere vittime delle miniere, che
seppellite in tetre bolge spariscono ignorate dalla scena della
vita, per procurare alla umanità e alle industrie il prezioso e
vitale elemento (applausi).
11 professore Taramelli dice essere intervenuto al Congresso
anzitutto per le considerazioni, le quali, come ha esposto il Pre¬
sidente, danno a questa adunanza tanto interesse scientifico, e
più per due suoi particolari motivi. Cioè per ringraziare ancora
una volta la Società delle onoranze che si compiacque offrirgli
nella occasione del Congresso dell’anno precedente; per rive¬
dere l’Umbria già visitata altre volte, facendovi escursioni col-
l’allora capitano Verri e col Bellucci suo compagno in una gita
al Vettore: in ognuna delle quali gite restò ammirato dell’im¬
portanza scientifica che vi presentano le formazioni geologiche,
delle bellezze del paesaggio, della cortesia degli abitanti (ap¬
plausi).
Dopo l’adunanza i Congressisti furono invitati ad un rice¬
vimento, offerto dai Rappresentanti della città, nelle grandiose
sale della Pinacoteca annessa al Palazzo Municipale : nella quale
ammirarono lavori della scuola dei maestri marmorari umbri,
pitture della scuola dello Spagna, ed altre pregevoli opere d’arte.
Nel pomeriggio di questo giorno i Congressisti furono con¬
dotti dal prof. Sordini a visitare i monumenti che abbellano la
Terra, la quale conta tra le sue glorie l’avere respinto l’assalto
di Annibaie, l’essere stata capo di uno dei più potenti Ducati
Longobardi. Per le attenenze che hanno gli studi geologici col¬
l’Archeologia, ricordiamo particolarmente tra i monumenti gli
avanzi della cinta ciclopica.
ADUNANZA GENERALE
{11 settemòre)
Presidenza Lotti.
La seduta è aperta alle ore 15 nella sala XVII settembre.
Sono presenti i Soci: Cacciamali, Campensa, Cerulli-Irelli,
Crema, Dee Zanna, Di Franco, Fiorentin, Galdieri, Gortani,
Laureti, Lotti, Marconi, Mattirolo, Meri, Pantanelli, Parona,
Pi lotti, Principi, Quaglino, Scalea, Stefanini, Taramelli, Tom-
masi, Toso, Verri, Vinassa de Regny, Zamara.
Presidente apre la sedata partecipando che, dopo la inau¬
gurazione del Congresso fatta il giorno 8, ha creduto doveroso
mandare il seguente telegramma :
A S. E. il Ministro di A. I. C.
Società Geologica Italiana, iniziando suoi lavori, ringrazia V. E. di
essersi voluto far rappresentare nostra riunione generale, tanto più che
rappresentante è nostro amatissimo collega.
Assemblea applaude.
Presidente invita i Soci convenuti a trattare le materie
enunciate nell’ordine del giorno della Circolare 28 luglio, inviata
per la convocazione- dell’adunanza.
1. — Approvazione dei verbali
delle adunanze del settembre 1911 e del 31 marzo 1912.
Clerici scrive chiedendo che, circa i campioni di Pelago¬
site presentati nella adunanza 31 marzo 1912, sia detto « da
lui raccolti al promontorio Argentario » (pag. xlvi).
v
LXX
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
Stefanini osserva che nel verbale dell’adunanza 31 marzo
c’è la singolare anomalìa di vedere che, mentre l’Assemblea
aveva deciso che non fosse inserita per disteso una parte di
quella discussione, questa parte è stata riportata, ed insieme è
stato riportato il sunto con che fu deliberato sostituirla. Chiede
spiegazioni.
Presidente dichiara che la cosa fece meraviglia anche a
lui, ed in Consiglio ne chiese spiegazioni al Segretario, rite¬
nendo che ci fosse stato un malinteso.
Segretario. Alla risposta sulla domanda del Socio Stefanini
devo premettere una dichiarazione.
Ho sentito esservi chi, per inesperienza di leggi e di rego¬
lamenti, crede appartenere al Presidente la responsabilità di
quella trasgressione al voto dell’Assemblea, pel motivo che è
segnato nel Bollettino quale gerente responsabile. Sino al 1896
il Bollettino non ha firma di Presidente responsabile: appare
poi questa perchè una qualche circolare della Direzione delle
Poste avrà avvertito, che non sono ammesse alle riduzioni di
tassa delle stampe periodiche quelle, che non stiano in regola colle
disposizioni vigenti per tali stampe. Di circolari simili se ne
è avuta una anche nel febbraio 1911. La legge sulla stampa
stabilisce che, per considerare le pubblicazioni come periodiche,,
debbano tra altro avere un gerente responsabile, passibile di
azione penale allorché la libertà di stampa degenera in licenza
con reati previsti dal Codice: questa è la responsabilità che in¬
combe per legge sul Presidente della S. G. I. segnato quale
gerente responsabile del Bollettino.
Nel Regolamento generale della Società sta scritto, che il
Segretario è responsabile dei verbali del Consiglio direttivo e
delle Assemblee dei Soci. Quanto la disposizione sia savia ba¬
sta riflettere che i verbali non sono approvati prima di essere
discussi, e la dignità dell’ufficio presidenziale sarebbe meno¬
mata se dovesse essere soggetta alle contestazioni, che i Soci
sono liberi di muovere sul come sono riportate nei verbali le
cose fatte e dette nelle Assemblee e nei Consigli.
ADUNANZE
LXXI
Sarebbe stata indelicatezza implicare il Presidente nella com¬
pilazione del verbale 31 marzo; dichiaro anzi che nessuno ne ha
avuta conoscenza prima della sua pubblicazione: la responsabi¬
lità della redazione ne spetta tutta intera e nel più largo senso
al Segretario; se merita biasimo, a lui soltanto appartiene.
Ciò premesso, vengo a tracciare la strada, che ha condotto a
deviare dalla meta che aveva segnata l’Assemblea del 31 marzo.
Due furono allora le deliberazioni: la prima stabiliva che
la direzione della stampa del fascicolo 4°, voi. XXX, proseguisse
col metodo normale ; la seconda approvava che la discussione
deH’interpellanza Verri fosse sostituita dal sunto redatto dal Cle¬
rici. In qual conto sia stata tenuta la prima deliberazione è
detto nella nota a pag. xxxvn ; lasciamo il modo.
Deciso di non turbare l’andamento delle pubblicazioni, ed
altrettanto deciso di non lasciare travolgere l’Ufficio nel caos,
ordinai alla Tipografia di accettare direttamente dall’autore ma¬
noscritti e bozze corrette, di eseguire gli ordini che esso avrebbe
dato circa la stampa del fase. 4°, voi. XXX, ma che trasmettesse
le bozze da correggere pel tramite della Segreteria, come è pre¬
scritto; oltre a ciò volli che la Tipografia mettesse le date di con¬
segna dei manoscritti e di licenziamento alla stampa delle bozze,
non intendendo che poi fosse scaricata sulla Segreteria la re¬
sponsabilità dei ritardi : sui quali due punti tenni duro, nè mi
mossero proteste.
L’incagliamento della stampa, lamentato nella interpellanza
del 31 marzo, durò sino al 2 maggio; altro grosso incaglio
durato un mese si ebbe tra il maggio ed il luglio. Lasciamo
pure la confusione degli estratti ordinati per alcuni a centinaia
di copie, trascurati per altri ; di modo che, se non fosse stata
una vigilanza stancante, tanti Soci i quali avevano fatte comu¬
nicazioni ne sarebbero rimasti privi: lasciamo le tribolazioni
postali causate dai ritardi nella spedizione dei Bollettini ; la¬
sciamo ancora gl’imbarazzi amministrativi per lacune nei ver¬
bali, compensate da introduzione di cose successe più mesi
dopo, o non mai. Quel che trovai grave è il rifiuto di conse¬
gnare alla Segreteria le bozze corrette in colonna, nel licenziare
quelle in pagina; consegna ordinata dal Kegolamento, e chiesta
ripetutamente con forma di preghiera, dicendola necessaria alla
LXXII
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
revisione del conteggio tipografico: il quale ho dovuto liqui¬
dare in parte senza controllo, fidando nella sperimentata onestà
della Tipografìa.
Contuttociò al 13 luglio il verbale dell’adunanza 31 marzo
era stampato senza cenno della parte di che si tratta, ommesso
anche il sunto Clerici, che domando se poteva più convenire
alle cose; m’ero contentato di declinare le responsabilità col¬
l’innocua nota posta nell’indice generale del voi. XXX. Ci vol¬
lero per farmi mutare pensiero nuove esigenze, le quali allon¬
tanavano ancor più la già tardissima dispensa del Bollettino.
Questo passò il limite della pazienza, ridotta al più non posso
del Purgatorio dantesco dal verbale riferito all’adunanza 16
settembre 1911. licenziato alla stampa il 17 giugno 1912: il
15 luglio portai alla Tipografia il manoscritto da interpolare,
interpolazione che può riscontrarsi nelle bozze.
Stefanini dichiara di non avere inteso esprimere un voto
di biasimo, ma solo la sua sorpresa nel vedere che i desideri
dell’Assemblea non sono stati rispettati.
m
V i nassa propone di passare all’ordine del giorno, senza che
nel verbale resti traccia dell’incidente.
Parona propone che, udite le dichiarazioni del Presidente e
del Segretario, si passi all’ordine del giorno.
Presidente domanda se ci sono altre osservazioni. Nessuno
avendo chiesto la parola, i verbali sono approvati.
2. — Comunicazioni della Presidenza.
Presidente. Nell’adunanza 31 marzo fu annunciata la do¬
lorosa perdita dei Soci Bonetti, Forma,' Spezia, Statuti. Nel
resoconto del Congresso saranno inserite le commemorazioni, che
descrivono l’opera scientifica di questi valenti naturalisti. 11 com¬
memorare gli uomini virtuosi colla narrazione dei loro atti dà
esempi, che accendono gli animi ad imitarli, ed egli a nome
ADUNANZE
LXXIII
della Società ringrazia i colleglli Clerici, Colomba, Dervieux,
Neviani; i quali, colla loro opera, ci pongono in grado di por¬
gere questo tributo di amicizia e di venerazione.
Assemblea si associa alle parole del Presidente.
Presidente partecipa che il Consiglio ha riconfermato il
socio Crema nell’Ufficio di Archivista pel triennio 1913, 14, 15
[applausi).
Presidente partecipa che V Ispettorato compartimentale del
Po (Ufficio idrografico ), instituito recentemente con sede in
Parma, ha chiesto il cambio delle pubblicazioni, in analogia
coll’ Ufficio idrografico del Magistrato delle acque in Venezia;
che il Consiglio ha emesso in riguardo parere favorevole.
Partecipa che la Direzione dell’ Istituto mineralogico e geo¬
logico dell ’ Università di Kolozsvdr in Ungheria ha fatto eguale
domanda; che il Consiglio crede opportuno, prima di accettare
tale cambio, che il Presidente ne faccia esaminare la conve¬
nienza da qualche Socio competente.
Soggiunge avere anzi il Consiglio deliberato, che la presenta¬
zione delle proposte di cambi debbano essere accompagnate da
rapporto di qualche Socio competente, invitato dal Presidente
ad esaminare se convenga o no accettare il cambio.
Assemblea approva.
Presidente partecipa che, in relazione alla comunicazione
già data nell’adunanza del 31 marzo, circa l’adesione chiesta
dalla Società Botanica Italiana per un’intesa allo scopo della
protezione dei monumenti naturali, ora quella Società annunzia
che la riunione dei delegati avverrà in Genova nell’ottobre, e
chiede che sia nominato il Rappresentante della S. G. 1. In¬
vita perciò l’Assemblea a nominare questo Rappresentante, ac¬
cennando che il Consiglio ha espresso l’avviso che la delega¬
zione di rappresentare la S. G. sia affidata al Socio prof. Issel.
Augura che l'azione del Congresso valga a salvare i monumenti
LXXIV
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
naturali dalla manomissione per cieco sfruttamento, come è da
deplorare sia avvenuto nei soffioni boraciferi della Toscana.
Assemblea acclama il Socio prof. Issel a rappresentare la
S. G. nella riunione indicata.
Principi partecipa che il prof. Issel lo ha incaricato di uffi¬
ciare la Presidenza, perchè la Società venga rappresentata nella
Sezione di Geologia del Congresso delle Scienze che si terrà a
Genova.
Presidente soggiunge che nella lettera della Società Bota¬
nica era indicato, che la riunione dei delegati sarà tenuta in
occasione del Congresso della Società Italiana per il progresso
delle Scienze, ed anche esso crede opportuno che la S. G. de¬
leghi altresì rappresentanti presso questa Società.
Crema osserva che il prof. Issel è Presidente della Sezione,
e così sarebbe bene che fosse delegato a rappresentare la Società
anche il prof. Parona.
Assemblea acclama i professori Issel e Parona a rappre¬
sentare la S. G. per la Sezione Geografia fisica e Geologia, nel
Congresso della Società Italiana per il progresso delle Scienze.
Presidente partecipa che il Socio Del Zanna desidera fare
le proposte: che nel fascicolo 1° del Bollettino vengano indicate
altresì le località dove furono tenute le riunioni estive per or¬
dine di data; che le sedi dei Congressi estivi vengano di re¬
gola stabilite nell’adunanza estiva, atteso il maggior numero
degli intervenuti, e per i più completi elementi di scelta che si
hanno a disposizione.
Soggiunge che interpellato in riguardo il Consiglio, questo
ha espresso parere favorevole in merito alla prima proposta;
circa la seconda ha osservato che osterebbe ad accettarla lo
spirito dello Statuto, nel cui art. 7 è detto : « La Società — stabi¬
lisce anno per anno il luogo dove deve tenersi l’adunanza estiva » ;
la lettera dell’art. 13 del Regolamento generale, nella quale è
ADUNANZE
EX XV
attribuito al Presidente il convocare e presiedere le adunanze.
Sopratutto si toglierebbe al Presidente, il quale deve fare pra¬
tiche, studi e preparativi per la buona riuscita dell’adunanza
estiva, l’iniziativa di proporre per la sua convocazione il luogo
che meglio crede adatto.
Prega perciò il Socio Del Zanna a ritirare questa seconda
proposta.
Del Za nna apprezza le considerazioni del Consiglio, e de¬
ferente ritira la proposta. Però deve osservare che, colla ele¬
zione della sede dell’adunanza estiva fatta nell’adunanza inver¬
nale, i Soci finiscono per essere informati del luogo eletto appena
pochi giorni avanti la riunione: il che riesce piuttosto distur¬
bante, specialmente per quei molti che sono addetti all’insegna¬
mento. Chiederebbe quindi che ne fosse sollecitata la parteci¬
pazione, sia non ritardando tanto la dispensa del fascicolo del
Bollettino che contiene il Verbale dell’adunanza invernale, sia
mediante apposita circolare.
Presidente spera che tanto ritardo della pubblicazione del
Bollettino non abbia a ripetersi. Ad ogni modo, inserendo nel
verbale l’osservazione del Socio Del Zanna, questo sarà norma
alle Presidenze future per regolarsi in maniera, che i Soci ab
biano possibilmente presto avviso della sede eletta per l’adu¬
nanza estiva.
Crema osserva che non solo la scelta della sede dell’adu¬
nanza estiva, ma anche le altre eventuali importanti delibera¬
zioni dovrebbero essere subito comunicate ai Soci.
Presidente partecipa che nella cortese risposta del Sindaco
di Spoleto, esprimente il gradimento dell’essere stata questa
città eletta a sede del Congresso, invitavansi i Congressisti ad
un pranzo offerto dal Municipio pel giorno 14, giorno della
chiusura del Congresso. Nella visita fatta al Sindaco esso aveva
creduto pregarlo di rinunciare a tale offerta, essendo da pre¬
vedere che buona parte dei Congressisti non sarebbe ritornata
da Assisi a Spoleto. Il Sindaco gentilmente propose di rimet-
LXXVI
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
tere il pranzo ad altro giorno, ma egli insistè nel ringraziare,
non parendogli opportuno prendere impegni per festeggiamenti,
il programma importando continue e lunghe escursioni ; al ri¬
torno dalle quali si sarebbe stanchi, e desiderosi di riposo per
prepararsi alla gita del giorno successivo.
3. — Bilanci.
Segretario legge la relazione della Commissione nominata
dall’Assemblea del 31 marzo, per l’esame del bilancio consun¬
tivo 1911.
Egregi Colleglli,
I sottoscritti Commissari del bilancio, esaminati i bilanci consuntivi
per l’anno 1911 della S. G. I., e deH'amministrazione del legato Molon,
sono lieti di dichiarare d’averne constatata la perfetta regolarità contabile.
I capitoli 3°, 4°, 8° — relativi alla parte amministrativa — supe¬
rano sensibilmente le somme preventivate; però le eccedenze trovano
giustificazione nei deliberati della Società e nella maggiore attività sociale.
Segnalano l’economia dell’intero capitolo 6° e quella parziale del
capitolo 7°, dovuta alla lodevole opera del Segretario.
Nelle entrate deve annoverarsi un sussidio straordinario di lire 2000,
sollecitato dalla Presidenza al Ministero degl’interni per sopperire alle
spese dell’adunanza estiva della Società. Tale somma figura compieta-
mente spesa, come risulta da ricevuta, e poiché essa non è ancora cor¬
redata dai documenti giustificativi, si esprime il desiderio che ciò venga
fatto appena sarà possibile al Segretario di quell’adunanza.
L’avanzo del bilancio ammonta a lire 363,13, il quale aggiunto al
residuo attivo precedente dà luogo ad un avanzo totale, 31 decembre 1911,
di lire 4456,16.
Mentre propongono all’Assemblea l’approvazione dei bilanci, espri¬
mono un voto di plauso al Tesoriere-Economo ed al Segretario, per le
cure solerti ed intelligenti spiegate a vantaggio della Società.
Roma, 5 settembre 1912.
Gioacchino De Angelus d'Ossat.
Lodovico Mazzetti.
Romolo Meli.
Segretario, in riguardo al desiderio espresso dalla Commis¬
sione, che anche la spesa delle lire 2000, date in sussidio straor¬
dinario dal Ministero dell’Interno, sia corredata da documenti,
ADUNANZE
LXXVII
fa considerare che allo stato delle cose questo sarebbe assolu¬
tamente impossibile; che, data la qualità delle spese cui la
somma era destinata, sarebbe stato estremamente difficile il
corredare man mano i pagamenti colle rispettive ricevute ; che
infine quella somma era stata concessa piuttosto al Presidente
che non alla Società, e se figura in bilancio ciò dipende sol¬
tanto dal fatto, che bisognò che il Tesoriere della Società riscuo¬
tesse il mandato. Esprime pertanto il parere che sia da appro¬
vare il bilancio senza tale riserva.
Meli si associa alle considerazioni del Segretario.
Presidente pone ai voti l’approvazione del consuntivo 1911.
Assemblea approva ad unanimità senza riserve il consun¬
tivo, e delibera che sia inviato al Tesoriere ing. Aichino il se¬
guente telegramma:
Società Geologica Italiana, grata attento disimpegno importante uf¬
ficio, ringrazia plaudendo suo Tesoriere-Economo.
Segretario presenta la situazione dei pagamenti eseguiti
sino al 16 agosto 1912. Da questa risulta che, mentre il bi¬
lancio preventivo importava lire 6347,50, le spese già ascen¬
dono a lire 6764,05, e non tutte sono pagate: quindi si ha già
un disavanzo che si può calcolare tra le 400 e le 500 lire;
percui, oltre al sospendere ogni altra spesa, si dovrebbe cari¬
care già un debito sull’esercizio venturo 1913.
Si sa che, per deliberazione presa dal Consiglio nell’adu¬
nanza 11 febbraio, ratificata dall’ Assemblea nell’adunanza 31
marzo, fu accollata al bilancio 1912 la spesa di completare
colla stampa del fase. 4° il volume XXX del Bollettino 1911,
e la spesa pel volume speciale dedicato alla memoria dello
Stoppani: per fare fronte a queste spese fu inscritto nell’en¬
trata un sussidio straordinario di lire 1500 accordato dal Mini¬
stero di Agricoltura. Sicché il bilancio deve considerarsi com¬
posto da due parti distinte : una comprendente il complemento
delle spese relative alla gestione 1911, l’altra riguardante la
LXXVIII
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
gestione 1912. Così poste le cose, abbiamo la situazione se¬
guente :
Gestione 1911.
Entrate lire 1500. — Spese: pel volume in memoria dello
Stopparli lire 803,25; pel fase. 4° del Bollettino lire 3416; to¬
tale lire 4219,25. — Disavanzo lire 2719,25.
Gestione 1912.
Entrate lire 4847,50. — Spese lire 2544,80. — Avanzo
lire 2302,70.
Posto questo stato di cose, unica soluzione che si presenta
è di proseguire la gestione 1912 col suo assegno preventivo
particolare, il quale come vedesi si trova in condizioni nor¬
mali; e passare al fondo di cassa il disavanzo relativo al bi¬
lancio 1911.
Con questa operazione il fondo di cassa ridurrebbesi a circa
lire 1800; se venissero sussidi straordinari sarebbero versati
alla cassa, per compensare in quantità più o meno grande la
somma prelevata per colmare il disavanzo.
Varii Soci fanno domanda di schiarimenti in riguardo, ed
esprimono adesione alla proposta.
Presidente pone ai voti la proposta finanziaria descritta.
Assemblea approva ad unanimità.
4. — Ammissione di nuovi Soci.
Presidente, sentito il parere del Consiglio, chiede all’As¬
semblea l’ammissione nella Società dei signori:
Guerini dott. Bernardo di Brescia, proposto dai soci Zaniara
e Cacciamali;
ADUNANZE
LXXIX
Fiorentin ing. Luigi dell’U. G., proposto dai soci Lotti e
Pilotti ;
Quaglino ing. Firmino del E. C. delle Miniere, proposto dai
soci Lotti e Pullè;
Laureti dott. sac. Arcangelo di Acquasparta, proposto dai
soci Verri e Principi.
L’Assemblea accetta i nuovi Soci, e poiché i signori Fio¬
rentin, Quaglino e Laureti soddisfano seduta stante agli obblighi
stabiliti dal Eegolamento per la inscrizione, sono invitati dal
Presidente a prendere parte ai lavori del Congresso.
Presidente partecipa che, di fronte alla domanda di ammis¬
sione dei nuovi Soci, c’è la domanda di dimissione da Socio del-
l’ing. Y. Sabatini; che il Consiglio ha espresso parere che,
prima di accettarle, sia invitato a ritirare la dimissione.
Assemblea concorda nel parere del Consiglio.
5. — Pubblicazioni venute in dono ed in omaggio.
Presidente partecipa che S. A. K. il Duca degli Abruzzi ha
mandato in dono alla Società il volume:
La spedizione di S. A. Pi. il Principe Luigi Amedeo di Sa¬
voia, Duca degli Abruzzi, nel KaraJcoram. — Eelazione del dott. Fi¬
lippo De Filippi.
All’editore Zanichelli, il quale trasmise questa pregevolis¬
sima Eelazione, fu accusata ricevuta con riserva di inviare a
S. A. E. donatore i ringraziamenti della Società. In accordo
col Consiglio è stato ora inviato il seguente telegramma :
Aiutante di bandiera di S. A. iR.il Duca degli Abruzzi — - Spezia.
Società Geologica Italiana, inaugurando lavori XXXI Congresso, rende
omaggio al suo Socio onorario S. A. E. Duca degli Abruzzi, e ringrazia
vivamente pel dono dello splendido volume esplorazione Karakoram.
Il Presidente Lotti.
Assemblea applaude.
LXXX
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
Presidente partecipa che, pure in accordo col Consiglio, è
stato inviato al Socio prof. De Agostini, pel dono graditissimo
del foglio della Carta di’ Italia del T. C. I., offerto ai Con¬
gressisti, il telegramma:
Prof. De Agostini — Novara.
Colleghi S. G. I., spiacenti di non averla con loro, le inviano vivi rin¬
graziamenti utile e cortese dono.
Il Presidente Lotti.
Assemblea applaude, e prega il Presidente .di porgere altresi
ringraziamenti al R. Ufficio Geologico, pel dono fatto ai Con¬
gressisti della carta geologica del Subasio, a complemento della
guida per l’escursione da fare nei dintorni di Assisi.
Segretario presenta l’elenco delle pubblicazioni ricevute in
omaggio dopo l’adunanza della Società.
Agamennone G., La stazione sismica di Carloforte in Sardegna. Riv. Asti-,
e Se. affini, 1912.
Bassani F. e Misuri A., Sopra un delfmorinco del calcare miocenico di
Lecce (Ziphiodelfis Abeli. Dal Piaz). Rend. R. Acc. Line., 1912.
Comitato per la spedizione della Danimarca nella Groenlandia,
Die glaciologischen JBeobachtungen der Danni arie. Expedition von I.P.
Koch und A. Wegener, 1911.
Craveri M., La raccolta paleontologica del Museo Mellerio-Ro smini di
Domodossola. Domodossola, 1912.
Crema C., Materiali per Vidrologia sotterranea italiana. — I. Acque sa¬
lienti della Liguria orientale e della Lunigiana. Boll. R. C. G., vo¬
lume XLII.
De Agostini (Istituto geografico), La Geografia. Comunicazioni dell’Isti¬
tuto, 1912.
De Angelis G., Di un Igrohsimetro. Ann. di Bot. del prof. R. Pirotta,
voi. X.
Departement of Mines New Sout Wales, Annual Report. Sidney, 1912.
Konig F., Fossilreconstruktionen. Miinchen, 1911.
Kurt Beck, Petrographisch-geologisclie TJntersuchung des Salzgebirges im
V erra-Fulda-Gebet der deutschen Kalisalzlagerstdtten. Zeitsch. fiir
praktisclie Geologie, 1912.
Lupano G., Cenni geologici sui dintorni di Camino Monferrato. Atti Soc.
Se. nat., voi. LI, Milano.
Merzbacher Gottfried, Geologiche Untersuchungen im Chalyktau,
Temurlyktau, Dsungarischen Alatati (Tian-Schan) von Kurt Leuchs.
Abhandl. der K. Bayer. Akad. der Wiss., Math.-physik. Klas. XXV. B.
ADUNANZE
EXXXI
Milloseyich F., Zeunerite ed altri minerali dell’isola di Montecristo. Rend.
R. Ac. Line., 1912.
Moderni P., L’Agro Pontino attraverso i secoli. Conferenza detta nel Cir¬
colo cittadino di Terracina, 1912.
Nova Scotian Institute of Science, Proceeding and Transactions.
Voi. XIII, part I, Halifax.
Pilotti C'., Fossili nei calcescisti delVIglesiente. Boll. R. C. G., voi. XLII.
Seeber H., Beitrdge zar Geologie der Faulhorngruppe ( westlicher Teil)
und der Mànnlichengruppe. Inaugurai Dissertation, Bern, 1911.
Segretario partecipa che Veditore Ulrico Hoepli ha inviato
in omaggio alla Società l’Opera Libya Italica scritta dal nostro
Socio prof. Vi nassa de Regn)r, chiedendo che ne fosse fatto un
cenno nel Bollettino. Non avendo il Bollettino apposita rubrica
per annunzio di pubblicazioni, fu ringraziato l’editore del dono,
e gli fu significato che l’Opera sarebbe stata presentata alla
futura Adunanza generale, colla manifestazione del desiderio
espresso.
Soggiunge che, pur astenendosi dal giudicare il merito scien¬
tifico dell’Opera, perchè le sue conoscenze non lo permettono,
la ha letta con godimento intellettuale, per le materie interes¬
santi in essa esposte e le belle tavole che copiosamente la
illustrano.
Vinassa dice che egli incaricò semplicemente l'Hoepli di
mandare un esemplare del lavoro in omaggio alla Società, e
che il pensiero della recensione deve attribuirsi alla Casa edi¬
trice, la quale ne aveva acquistata la proprietà.
Di Franco presenta lo studio GVinclusi nella lava etnea
di Rocca S. Paolo presso Paterno (Rend. R. Acc. Line., 1912).
Parona presenta la Commemorazione del Socio defunto Spezia
(R. Acc. d. Se. di Torino, 1911-1912).
Crema presenta la Relazione preliminare sulla campagna
geologica dell'anno 1911 (Abruzzo Aquilano), (Boll. R. C. G., vo¬
lume XLIII).
LXXXII
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
Gortani propone che il Consiglio studi se convenisse alienare
le pubblicazioni che giungono in dono alla Società, come per un
esempio fa la Società Botanica, allo scopo di accrescere le en¬
trate del bilancio.
Vinassa ricorda che proposta simile fu già fatta nel Con¬
gresso di Ascoli Piceno.
Stefanini non crede conveniente tale alienazione, perchè la
biblioteca sociale è utile specialmente ai Soci di provincia, che
possono avere dalla Società pubblicazioni di cui essi difettano.
Desidera sapere se dalla provincia vengono richieste di libri.
Crema risponde che vengono richieste non solo dalla pro¬
vincia, ma anche da alcune grandi città, p. es. Firenze.
Stefanini osserva che dunque non sarebbe opportuno ren¬
dere gli studi più difficili a chi sta fuori dei grandi centri scien¬
tifici.
Gortani risponde che, qualora la biblioteca sociale fosse alie¬
nata, gli studiosi di provincia potrebbero rivolgersi alle biblio¬
teche di altri instituti.
Crema ed altri esprimono opinione contraria alla proposta
di vendita; tantopiù, osserva Crema, che poche sono le pubbli¬
cazioni che si potrebbero vendere senza danneggiare i bisogni
degli studiosi, e se la vendita si limitasse al materiale meno
richiesto, ben poco guadagno se ne trarrebbe : nota pure che se
si sapesse che la Società vende le pubblicazioni le quali le ven¬
gono in omaggio, molti non manderebbero più nulla.
Vinassa fa osservare che la discussione è intempestiva,
avendo il Gortani solamente proposto che il Consiglio studi la
materia.
Pantanelli osserva che la quistione è assai più compli¬
cata di quanto sembra. E se un giorno la Società potrà avere
una sede propria, perchè dobbiamo ora privarci della biblioteca?
ADUNANZE
DXXXIII
Verri conviene colla considerazione del prof. Pantanelli, perchè
raccolta di Opere così speciale per gli studi della Società sarebbe
impossibile rifare quando la Società giungesse a potersi dare una
sistemazione conveniente. Concorda coll’avviso espresso dall’Archi¬
vista ing. Crema, che la vendita di raccolta simile, mentre non
darebbe un gran beneficio al bilancio, esigerebbe una pubblicità
certo non lusinghiera per l’amor proprio dei donatori, tanto più
che il Bollettino, non avendo rubrica apposita per le recensioni,
Pannunzio delle opere donate è fatto solamente con semplice
elenco; molto probabilmente si esaurirebbe questa sorgente im¬
portante di entrata intellettuale, la quale è dimostrazione della
stima che hanno per la nostra Società anche studiosi che non
vi sono inscritti.
Presidente dice che nello studio su tale materia, la quale
abbisogna di ponderato esame, saranno tenute presenti le ra¬
gioni addotte prò e contro dagli oratori.
6. — Comunicazioni scientifiche e presentazione di lavori
pel Bollettino.
Segretario partecipa che sono in stampa gli scritti:
Martelli A. Metamorfismo sul contatto fra serpentine an¬
tiche e scisti a Campo Ligure.
— Su di un’ammonite della pietraforte delle Grotte in
Val d’Ema.
Cortese E. Osservazioni geologiche sul deserto Arabico.
Neviani A. Commemorazione del Socio Statuti.
Dervieux E. Commemorazione del Socio Forma.
Partecipa che in questi giorni sono venuti pel Bollettino
gli scritti:
Del Campana D. Latraci e rettili della Grotta di Cuci-
gliana (Monti Pisani).
— Nuovo contributo alla conoscenza del Cane quaternario
nella Valdichicina.
Lovisato D. Altro contributo echinologico con nuove specie di
Clypeaster in Sardegna.
LXXX1Y
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
Sacco F. La geotettonica delV Apennino meridionale.
Trabucco G. Sulla origine ed età del giacimento gessi fero
di Roccastrada.
Colomba L. Commemorazione del Socio Spezia.
Crateri M. Cenni di geologia applicata sul territorio di
Calliano Monferrato.
Soggiunge che aveva sospesa la stampa eli alcune per le
difficoltà economiche di cui si è parlato; dopo il voto delFAs-
semblea in proposito le farà stampare tutte, salvo a passarne
alcune al 1° fascicolo del Bollettino 1913, se importassero ec¬
cedenza nel bilancio 1912, mandando però agli A. gli estratti
senza aspettare la pubblicazione di quel fascicolo.
Meli comunica di aver trovato un blocco di marna plioce
nica fossilifera racchiuso nel peperino laziale del parco Ghigi
presso Ariccia ; la marna contiene il Recten fi ab eli i f or mi s ed
il P. amussiocristatum, specie rare nel Pliocene romano.
Meli partecipa che, da informazioni chieste ai Sindaci di
Paganica e di Assergi, ha rilevato essere pura invenzione la
caduta di una meteorite al Gran Sasso annunziata dai giornali
nello scorso agosto : ha creduto nella circostanza di parlarne
per smentire l’erronea notizia.
Del Zanna parla della necessità che anche in Italia si co¬
minci a far qualche cosa, per difendere da un cieco sfruttamento
e dalla distruzione le bellezze del paesaggio e i monumenti na
turali : ciò che deve interessare in particolar modo i geologi
e i botanici.
Ricorda quanto in tal campo è stato fatto dagli Stati Uniti,
dal Canada, dall’Argentina, che hanno parchi immensi istituiti
appunto per la difesa della flora, delle forme del terreno, dei
fenomeni geofisici; e fa notare come anche in Europa, pur man
cando grandi spazi disponibili per tali parchi , le nazioni più
civili tutelino efficacemente le caratteristiche delle varie regioni:
al quale effetto non mancano opportune disposizioni legislative,
ma in modo precipuo tale protezione è frutto di una propaganda
attivissima fatta da Società scientifiche, artistiche, educative, per
ADUNANZE
LXXXV
cui gli enti, i privati, il popolo stesso hanno un senso profondo
<lel rispetto dovuto a ciò che determina il valore scientifico di
una data zona, o ne costituisce il pregio estetico.
L’Italia si trova in coda del movimento, e per quanto non
sieno mancate voci di scienziati e di eruditi ad ammonirci del
dovere e dell’utilità di conservare il patrimonio di bellezze na¬
turali, per cui la patria nostra va celebrata tra le genti, non
si è fatto sinora molto cammino. Anche i lavori di propaganda
della Società botanica, del Club alpino, della Pro Montibus e
del Touring Club non sono riusciti a scuotere Lindifferenza dei
più ; ad ogni modo l’idea si fa strada e acquista sempre nuovi
fautori, come ne fa fede il disegno di legge presentato nel
luglio 1911 dall’on. Rosadi «per la difesa del paesaggio», che
ha suscitato feconde discussioni nel campo giuridico sui limiti
del diritto di proprietà, in rapporto a ciò che le forze naturali
e la vicenda dei secoli hanno creato.
Accenna al proposito esistente di fondare un parco nazio¬
nale nella valle di Livigno attigua alla valle Cluoza (Enga
dina) dove la Svizzera ha già costituita una riserva, e si augura
che tale iniziativa possa sortire un felice esito; rileva però che
qui si tratterebbe di rendere inaccessibile agli uomini un tratto
di territorio affinchè la fiora e la fauna vi prosperassero indi -
sturbate, mentre altrove si possono tutelare le bellezze naturali
anche come mezzo educativo, conservandole al godimento del
popolo e delle future generazioni: in tali condizioni sono i
massi erratici, le grotte, i piccoli laghi, le cascate, alcune for¬
mazioni vulcaniche, ecc , oltre certi boschi e particolari piante
o gruppi di vegetazione. Pochi articoli di legge e qualche cu¬
stode sarebbero bastati a salvare curiosità naturali ormai per¬
dute irremissibilmente; e quanto ai corsi d’acqua, pur ammetten¬
done l’utilizzazione come forza motrice, non sarebbe impossibile
conciliare le esigenze industriali coi diritti dell’estetica.
Venendo a proposte concrete rileva l’eccezionale importanza
scientifica e la bellezza singolarissima del paesaggio nei Campi
Flegrei dove in area relativamente ristretta si hanno una ven¬
tina di vulcani spenti o quiescenti, solfatare, stufe, mofete, sor¬
genti minerali calde e fredde, esempi di bradisismi, e grotte
•e caverne, oltre una magnifica vegetazione. Tale zona ha inol-
VI
LXXXVI
CONGRESSO DELLA S. G. T. IN SPOLETO
tre pregi eccezionali per le antiche leggende che vi si ricolle¬
gano, è ricca di monumenti, di rovine, di opere d’arte, ed è la
regione dove più che in ogni altra rifulse l’opulenta civiltà
romana, che su quelle magiche rive costruì ville innumerevoli,
anfiteatri, acquedotti. I Campi Elisi sembrarono appunto un pa¬
radiso in terra ai nostri magnanimi antenati, e lì ebbero dimora
prediletta sfidando le forze cieche della natura simboleggiate
nel vicino Averno. Ebbene: bisognerebbe che l’Italia facesse
dei Campi Flegrei un Parco nazionale.
Tale proposta può sembrare a prima vista inattuabile, dati
i diritti privati ivi costituitisi da secoli ; ma basterebbe per ora
dichiarare con apposita legge intangibili i Campi Flegrei come
zona monumentale e di grande interesse scientifico, impedendo
così dannose alterazioni nella forma e costituzione del suolo,
nelle rovine, nella fiora. In seguito lo Stato dovrebbe assumerne
la sorveglianza sempre più diretta e rigorosa, e nel contempo
espletare le pratiche per rimanerne poi assoluto padrone. Oc¬
correranno certamente delle somme ingenti, ma si noti che
l’istituire un tal parco non implicherebbe in modo assoluto l’im¬
pedire certe forme di utilizzazione non dannose all’integrità dei
Campi Flegrei, come la pésca, la cultura di varie zone, l’eser¬
cizio di stabilimenti balneari, l’industria ostelliera, ecc. ; del
resto la risoluzione di questo problema ha tale importanza che
nessun sacrifìcio dovrebbe parer grave alla Nazione, per assi¬
curarsi il godimento libero e perpetuo di tante meraviglie.
Sentendo di non avere autorità sufficiente per fare accogliere
la sua proposta, invoca l’appoggio della Società Geologica e, per
suo mezzo, quello delle altre Società che hanno comune lo scopa
della tutela delle bellezze naturali come, oltre le già ricordate,
V Associazione nazionale per la difesa dei paesaggi e monumenti
pittoreschi di’ Italici di Bologna e il Circolo dei Naturalisti
di Napoli, che recentemente proprio ai Campi Flegrei ha dedi¬
cato uno studio speciale.
Lo scempio della Pineta di Ravenna, la rovina dei laghetti
del Cenisio, le derivazioni d’acqua dalle nostre più celebri ca¬
scate, la minacciata alterazione della conca di Subiaco, non
son passate senza recriminazioni di giornali, di privati, di so¬
dalizi: ciò gli fa sperare che si andrà più cauti per l’avvenire
ADUNANZE
LXXXVII
nel deturpare la faccia di questa nostra terra madre, e che le
sue parole non saranno vox clamantis in deserto.
Presidente ringrazia il Socio Del Zanna e lo invita a par¬
tecipare le ragioni svolte nella sua comunicazione al profes¬
sore Issel, il quale l’Assemblea ha eletto Rappresentante della
S. G. nel Congresso indetto per trattare la materia della con¬
servazione dei Monumenti naturali.
Gortani, Del Zanna ed altri Soci presentano il seguente
ordine del giorno da comunicare al prof. Issel :
La Società Geologica Italiana, riunita in Congresso a Spo¬
leto, udita la relazione del doti. Del Zanna sulla opportunità
di conservare per legge il paesaggio geologico, con speciale ri¬
guardo ai campi Flegrei — approva il concetto informatore
della proposta — richiama il suo voto sulla conservazione dei
monumenti naturali — e delibera di unire nuovamente la sua
voce a quella delle altre Società Italiane già interessate alla
conservazione dei monumenti naturali.
Presidente assicura i proponenti che, nel partecipare al
prof. Issel la delegazione conferitagli dall’Assemblea, comuni¬
cherà l’ordine del giorno presentato.
Cacci a mali riferisce sui risultati di osservazioni tectoniche
da lui fatte sull’altopiano di Borno in Val Camonica, riservan¬
dosi di comunicare quanto prima apposita memoria in argo¬
mento.
Seguì una frattura — indicata dal Wilckens — che attra¬
versa l’altopiano da E ad 0, e che mette a contatto il Virglo-
riano ed il Wangeniano del labbro settentrionale col Raibliano
del labbro meridionale, e notò come la sua linea di affioramento,
anziché continua come suppose il Wilckens, sia una linea la
quale a tratti è spostata sin di due chilometri più a sud da
fratture secondarie dirette da S a N. Queste dividono l’altopiano
in zolle, alcune affondate ed altre sopraelevate.
Ritiene che originariamente in luogo deve essere stata una
falda di ricoprimento continua ; che poi ad opera delle fratture
LXXXVIII
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
da S a N siano avvenuti gli spostamenti verticali delle zolle;
e che quindi, mentre la falda venne asportata dalle zolle sopra-
elevate, venne rispettata dall’erosione nelle zolle affondate, dal
quale fatto consegue lo spostamento a S in queste della linea
di discordanza.
Presidente ringrazia il Socio Cacciamali della comunicazione,
la quale sarà inserita nel verbale in attesa della memoria pro¬
messa pel Bollettino.
Cori ani annunzia che presenterà pel Bollettino una me¬
moria : Sulla età delle alluvioni cementate antiche nella vaile del
Tagliamento.
Toso presenta una memoria intitolata Sul modo di forma¬
zione dei principali giacimenti metalliferi, aventi forma di irre¬
golari ammassi, coltivati in Toscana ed in altre regioni d'I¬
talia ; la quale memoria cosi compendia 1 :
Notato che dai molti studi sui filoni metalliferi è mostrato
il modo di disporsi dei minerali nei giacimenti di natura filo¬
niana, compresi tra fratture del terreno regolari e ben definite,
soggiunge non essere così per i numerosi e più importanti gia¬
cimenti metalliferi, i quali si presentano con forma di lenti,
colonne ed ammassi irregolari, che si arrestano a profondità
limitate e passano da grandi potenze a restringimenti bruschi.
Per la genesi di questi giacimenti tutti gli autori si trovarono
di fronte ad incertezze e dubbi, tantoché succede che uno stesso
giacimento viene diversamente interpretato: alcuni trovando ar¬
gomenti per riferirli a formazioni sedimentarie, altri ad origine
filoniana, altri poi per considerarli come il risultato di una dif¬
ferenziazione magmatica.
Gli studi da lui fatti sui giacimenti del Masse tano e su
quelli del Monte Andata, tutti da ascriversi tra gl’irregolari,
gli valsero a chiarire il problema della loro genesi; il che reca
grande vantaggio per desumere norme nelle ricerche minerarie
e nella valutazione del giacimento.
1 Questa memoria sarà inserita nel Bollettino del R. Comitato Geo¬
logico.
ADUNANZE
LXXX1X
Osservò che nel Massetano questi giacimenti si trovano presso
tante ellissoidi di corrugamento delle formazioni sedimentarie,
in cui furono sollevati e messi allo scoperto gli scisti permiani,
cioè la formazione più antica della regione. Durante il corru¬
gamento degli scisti permiani, i banchi di calcare secondario
e quelli degli scisti eocenici soprastanti dovettero necessaria¬
mente subire scorrimenti gii uni sopra gii altri. Non si può pie¬
gare un libro senza che tutti i fogli subiscano scorrimento di
uno sull’altro.
I fatti dimostrano che le emanazioni metallifere s’incana¬
larono da prima nelle fratture o crepe degli scisti permiani, quasi
verticalmente; poi trovarono in quei piani di scorrimento o di
faglia, durante il loro movimento stesso, la via più facile per
venire all’esterno e le condizioni più propizie per qui depositarsi.
I piani di scorrimento si effettuarono più facilmente tra due
formazioni di natura diversa, p. es. calcari e scisti, e per conse¬
guenza s’incontrano più frequentemente tra i loro contatti le
concentrazioni metallifere che presero forme le più irregolari,
dipendenti dalla natura delle rocce del tetto e del muro e dalla
loro inclinazione.
Tutti i fenomeni sinora inesplicati di questi giacimenti, posti
al contatto di due formazioni sedimentarie distinte o lungo faglie,
trovano spiegazione facile se si considerano i giacimenti deposi¬
tati contemporaneamente allo scorrimento prodottosi per cagione
dei corrugamenti.
Questa ipotesi spiegherebbe quanto sinora si trovò inespli¬
cabile, cioè il fatto di giacimenti metalliferi posti al contatto
superiore ed inferiore di banchi di calcare intercalati da forma¬
zioni scistose, dove il minerale si presenta nettamente al con¬
tatto senza infiltrarsi tra i calcari permeabili. Le soluzioni me¬
tallifere trovarono una via per uscire all’esterno ben più facile
tra i piani di scorrimento, anziché tra i meati dei banchi di
calcare anche se permeabile all’acqua. Sono filoni generatori
quelli generalmente esili e verticali che si trovano tra gli scisti
permiani, filoni di faglia possono chiamarsi quelli prodotti dalle
emanazioni medesime, che, dopo attraversati gli scisti permiani,
andarono a frapporsi tra le faglie o piani di scorrimento sopra-
xc
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
stanti, dove trovarono le condizioni più propizie per deposi¬
tare, i minerali ed accumularne per grandi potenze.
Basandosi su questa ipotesi, della formazione delle concen¬
trazioni metallifere durante il corrugamento di quelle ellissoidi
permiane, si spiega l’origine dei grandi ammassi piritosi di Agordo
e della Spagna, e di alcuni altri tra i più noti e più contro¬
versi nei rapporti della loro genesi. Vi sono poi fatti che autoriz¬
zano a credere, che anche i giacimenti piritosi cupriferi compresi
tra le rocce ofiolitiehe, e più precisamente tra la diabase e le
serpentine, non sono dovuti a differenziazioni magmatiche come
sin qui si suppose, ma piuttosto ad emanazioni metalliche che
si frapposero tra quelle rocce, al modo stesso come esse anda¬
rono a riempire i vuoti prodotti dallo scorrimento avvenuto tra
i banchi di calcare ed i banchi di scisti.
Le deposizioni del minerale lungo il piano di scorrimento
o di una faglia poco inclinata hanno l’apparenza di deposizione
sedimentaria, perchè si alternano le deposizioni, di minerale con
rocce staccatesi dal tetto: apparenza che valse a farne argo¬
mento per chi sosteneva per essi l’origine sedimentaria.
Le differenze che si notano, tra i giacimenti piritoso-cupri-
feri e piombo-zinciferi del Massetano con quelli cinabriferi del
Monte Amiata, sono da attribuire esclusivamente alla differenza
di temperatura delle soluzioni metallifere. Le soluzioni metal¬
lifere ad alta temperatura e pressione, epperciò vaporose, per¬
corsero i piani di frattura o di scorrimento, assorbendo le acque
di cui i terreni erano impregnati ; e quindi senza produrre in¬
filtrazioni metallifere nelle rocce permeabili da esse attraver¬
sate. Se invece le soluzioni cinabrifere dotate di temperatura bassa
incontrarono nel loro percorso correnti acquifere sotterranee, queste
acque dovettero assorbire minerale cinabrifero, che trasportarono
per discensum a mineralizzare debolmente su larghe estensioni
banchi di arenaria.
Vi sono motivi per supporre che la varietà dei giacimenti
del Massetano sia prodotta da soluzioni aventi tutte la mede¬
sima natura; ma che deposero minerali di natura diversa a seconda
della natura delle formazioni sedimentarie attraversate. LTna
soluzione metallifera dette minerale quasi senza ganga quarzosa
quando al tetto trovò calcare, mentre invece sono eminentemente
ADUNANZE
XC1
•quarzosi i giacimenti che hanno al tetto rocce scistose, dalle cui
decomposizioni ebbe origine il quarzo frammisto al minerale.
Presidente Lotti ringrazia il collega ing. Toso per la in¬
teressante esposizione della sua geniale teoria, che tanto bene
si presta ad una razionale spiegazione dei fenomeni metal¬
logenici del Massetano ; però, mentre trovasi in massima con lui
d’accordo nella applicazione della sua teoria alla genesi dei
giacimenti metalliferi toscani in rocce sedimentarie, non può
esserlo per l’applicazione di essa a quelli essenzialmente cupri¬
feri in rocce eruttive basiche o serpentinose. In queste rocce i
minerali piritosi si trovano in una matrice speciale, non spa-
tica nè quarzosa come quella dei giacimenti in rocce sedimen¬
tarie, ed oltreché concentrati, si trovano diffusi in minute par¬
ticelle nella roccia eruttiva (generalmente nell’eufotide) fra i
cristalli che la costituiscono. Nessun filone metallifero è stato
mai osservato nelle rocce sedimentarie che racchiudono le ofio-
liti, mentre può dirsi che non esiste massa ofìolitica, per quanto
minuscola, che non racchiuda tracce di minerali cupriferi.
Toso ricorda che per Montecatini anche De Launay, dopo
avere ammesso la segregazione, sente il bisogno di ammettere
pure uno scorrimento: e che inoltre lo stesso De Launay non
sa spiegarsi la presenza del minerale nelle rocce sedimentarie
eoceniche.
Lotti insiste nel contestare la esistenza del minerale nelle
rocce sedimentarie eoceniche.
Toso osserva inoltre che la forma sferoidale dei minerali
è la stessa tanto nei giacimenti di contatto, quanto in quelli
ofiolitici : ciò che sembra dimostrare come il fenomeno sia ge¬
nerale. Cita poi il caso di Gavorrano, ove il giacimento piritoso
per essere al contatto dei graniti viene considerato quale esem¬
pio indubbio di segregazione magmatica, mentre le recenti sco¬
perte, fra cui quella del minerale fra i calcari, dimostrano che
il giacimento stesso è invece di origine pneumatolitica.
XCII
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
Crema presentando la sua Relazione preliminare sulla cam¬
pagna geologica dell’’ anno 1011 (Abruzzo Aquilano ) 1 non crede
fuori luogo di richiamare l’attenzione dei colleglli sopra alcuni
punti riguardanti la nota formazione calcareo-marnoso-arena-
cea, così largamente sviluppata neH’Apennino centrale.
Nell’ Aquilano questa formazione è ricca di fossili miocenici
c fra i suoi membri vi è sempre passaggio graduale. Contraria¬
mente a quanto è stato detto da qualche geologo non solo non
fa mai passaggio al Cretaceo, ma neppure all’Eocene, sul quale
riposa invece in trasgressione: gli strati sono subparalleli ai
banchi nummulitici sottostanti, ma al contatto si possono os
servare discordanze ben evidenti, dovute ad erosione; un con¬
glomerato di ciottoli dei varii calcari eocenici, interposto fra
le due serie, conferma che veramente fu interpolato un periodo
di emersione. L’Eocene è rappresentato da calcari bianchi num¬
mulitici e dalla scaglia nummulitica rosea e verdiccia; gli
strati poggiano in concordanza sui banchi calcarei del Cretaceo
ed appartengono all’Eocene inferiore.
Avendo rivisitate le località più interessanti della zona
studiata coll’ing. Lotti, è lieto di significare che questi ebbe a
confermare pienamente le sue osservazioni e deduzioni autoriz¬
zandolo gentilmente a pubblicarlo.
Infine dal rilevamento in corso di esecuzione della tavoletta
di Fiamignano è risultato che, nel vallarne fra il Salto ed il
Turano, l’Eocene ed il Miocene compaiono coi caratteri e nelle
condizioni di giacitura ora visti.
Presidente Lotti ringrazia il Socio ing. Crema per la sna
chiara esposizione dei rapporti statigrafici, tra la formazione
calcareo-arenacea e i calcari nummulitici ed ippuritici dei monti
aquilani, e conferma la discordanza e la discontinuità che egli
stesso ebbe ad osservare fra i due terreni. Nota però che nel-
l’ Umbria quei rapporti sono affatto diversi. La formazione are-
naceo-marnosa è qui dovunque in concordanza e continuità
litologica colla scaglia cinerea eocenica, e gli strati di passag¬
gio sono rappresentati dappertutto da certe marne dure, strati-
1 Estr. dal Boll. d. B. Coir. geol. d’It., voi. XLIII, f.° 1°.
ADUNANZE
xeni
ficate, spesso selcifere, caratteristiche. Ritiene probabile che
questa formazione arenaceo-marnosa deH’Umbria sia divisibile
in due parti, una delle quali inferiore e l’altra superiore ad
argille scagliose con strati nunnnulitici, riproducendo lo stesso
fenomeno che si osserva nell’Apennino settentrionale, dove si
ha una formazione d’arenaria inferiore, sovrastante al numniu-
litico ed una superiore, separate ivi pure dalle argille scagliose.
Se, come sostiene il Verri, certi banchi calcarei a Pecten e Lu¬
cine, che compariscono qua e là nell’Umbria, si trovano alla
base della formazione arenaceo-marnosa superiore, si avrebbe
un altro punto di somiglianza notevole fra la geologia di que¬
sta regione e quella deH’Apennino settentrionale; inquantochè,
come egli Lotti ebbe a notare a Barigazzo e al M. Cavallo presso
Porretta, alla base dell’arenaria superiore si osservano lenti
calcaree con bivalvi che si direbbero di tipo miocenico, ma che
probabilmente devono attribuirsi all’Oligocene.
Pantanelli aggiunge che, lungo la pendice di Barigazzo
scendente allo Scoltenna, nella massa degli strati da lui fino dal
1883 riferiti all’Oligocene, gli unici strati fossiliferi sono rap¬
presentati da strati a Lucine , da strati a Pecten o da strate-
relli a Lepidocicline , che risalgono fin sotto al lago Scaffaiolo
presso il culmine del Corno alle Scale: questi strati fossiliferi
si trovano costantemente alla base o al più nella parte infe¬
riore degli strati, che sovrastano direttamente sulle argille sca¬
gliose dell’Eocene superiore.
Taramelli ricorda, in proposito del passaggio dall’Eocene
al /Miocene, le importanti osservazioni del Pareto il quale, fino
dal 1860, ha rilevato in tutto rApennino settentrionale l’in¬
tervento di un profondo mutamento orografico tra le due epoche,
con conseguente discordanza e colle formazioni di conglomerati
alla base del Miocene; donde il carattere di quel piano che egli
chiamò Bormidiano. Siccome poi lo stesso fatto si osserva generale
anche nell’Italia peninsulare, è molto probabile che si verifichi
anche nell’Umbria, forse potremo constatarlo nella gita di domani.
Conviene però por mente alla possibilità che, per essere
avvenuto il corrugamento di alcune aree a notevole profondità
XOIV
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
sotto al mare, può mancare l’intermezzo di una formazione de-
tritica grondacea tra Eocene e Miocene. La presenza di num-
muliti nei più antichi strati miocenici od oligocenici si veri¬
fica assai frequente, anche nelle potenti masse dei conglomerati
bormidiani dell’Apennino ligure e pavese; l’essenziale è il de¬
terminare le specie di tali fossili. La gita di domani ha cer¬
tamente una notevole importanza, ed egli spera che si potrà
compiere facilmente.
Stefanini chiede se nell’Umbria la formazione di età conte¬
stata, di cui si parla, abbia facies litologica e paleontologica ve¬
ramente identica a quella della formazione miocenica studiata
dall’ing. Crema negli Abruzzi.
Verri dice che la qualche conoscenza delle due regioni, gli
permette di dare una risposta alla domanda, coll’avvertenza
però che quel che espone non è frutto di studi profondi, bensì
risultato di impressioni superficiali di viaggio. Lasciate da parte
le zone scistose ed arenacee alle cui somiglianze litologiche
apparenti non dava importanza, ha trovato nell’Abruzzo ( a Iìoio
presso Aquila, nelle valli del Salto e del Velino ) e nell’Umbria la
facies litologica apparentemente eguale nelle masse dei conglome¬
rati grossolani, e nei banchi calcareo-arenacei. Direbbe perfetta¬
mente eguale, se non fosse che gli elementi dei conglomerati
sono differenti nei due paesi, perchè diverse erano le formazioni
eoceniche la cui decomposizione dava il materiale.
Nell’ Umbria si hanno i conglomerati grossolani — composti
da calcari eocenici, arenarie, rocce ofiolitiche ; contenenti Lu¬
cine, Pettini, Ostriche — posati sopra residui di una formazione
di scisti e calcari policromi includenti lenti ofiolitiche, la
quale manca nell’Abruzzo. A lui sembra che si sovrappon¬
gano ai conglomerati grossolani alternanze di scisti marnosi,
di arenarie, di calcari più o meno arenacei.
I suoi appunti gli segnano altra formazione composta da
alternanze consimili sotto l’orizzonte della formazione ad ofioliti.
In qualche luogo vede le due formazioni marnoso-arenacee ve¬
nire a contatto senza l’intermezzo della formazione ad ofioliti
( monti a nord di Perugia ) ; in altri luoghi trova che la forma-
ADUNANZE
XCV
zione superiore viene a contatto con quella che rappresenta l’Eocene
inferiore ( fosso di Riparossa presso Cesi, valle del Rivo presso
Pvediluco, monti al nord di Perugia, pendice orientale dei Mar-
tani ), la quale ultima combinazione gli capita sugli orli delle
sinclinali.
Mentre sono concordi i pareri che i conglomerati grossolani
siano post-eocenici, è controverso il riferimento dei calcari più
o meno arenacei inclusi nelle alternanze calcareo-marnoso-are-
nacee. I paleontologi, dai fossili osservati nei campioni loro
mandati a studiare, ne deducono una deposizione post-eocenica;
gli stratigrafì rispondono che la formazione dalla quale sono
stati tratti i campioni si sottopone all’orizzonte con ofioliti, senza
che si abbia motivo di sospettare rovesciamenti. Sicché si por¬
rebbe il dilemma: o i fossili ritenuti post-eocenici hanno vis¬
suto anche in tempi più antichi, o la formazione ad ofioliti
dell’Umbria è post-eocenica.
A lui viene il dubbio che la divergenza dipenda da ciò,
che i campioni studiati provengano da punti dove la strati-
grafìa si presenta con complicazioni strane, per cause che biso¬
gna ricercare ; e pensa che, per risolvere il dibattito, sia ne¬
cessario procedere a raccolte di saggi su sezioni precisate con
tutta sicurezza, sopra e sotto l’orizzonte ad ofioliti.
Nel giudicare sul complesso di formazioni che soprastà a
quelle sicuramente eoceniche, bisogna non dimenticare i banchi
con ciottoli granitici e porfìrici, i quali segnalò nel Monte di
Deruta e nel Monterai e.
Stefanini soggiunge che il graduale passaggio tra una for¬
mazione ed un’altra può essere solo apparente, e che una con¬
cordanza perfetta tra due formazioni può talvolta far credere
ad una continuità di sedimentazione in realtà insussistente.
Ricorda a titolo di esempio che nel Friuli la formazione
molassica del Miocene inferiore riposa, in qualche luogo, in
evidente concordanza sugli strati di arenarie e marne dell’Eo¬
cene medio, e i primi banchi di quella formazione sono non
di rado costituiti dall’argilla dei banchi sottostanti rimaneg¬
giata, per modo che ognuno sarebbe indotto ad ammettere per
quei banchi un’età eocenica superiore od oligocenica, data la
XCVI
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
loro sovrapposizione in concordanza e con graduale passaggio
all’Eocene.
Ma nel banco di transizione di cui si discorre, si osservano
passaggi laterali ad una breccia di trasgressione, formata an-
ch’essa in gran parte di materiale eocenico, e particolarmente
di blocchi talora molto grossi di arenaria, e contenente denti
di pesce, pezzi di Ostriche, Federi ed Echini di specie indub¬
biamente pertinenti al Terziario medio.
Di più, in altre parti del Friuli, un banco avente identici
caratteri paleontologici e litologici si trova egualmente alla base
del Miocene ; ma non è più concordante, sì bene in evidentis¬
sima discordanza sulla formazione nummulitica.
Senza pretendere di avere esposto niente di fondamentalmente
nuovo, e neppure di aver molto contribuito alla soluzione di
una quistione tanto importante, si chiede se i fatti da lui con¬
statati nelle Prealpi friulane non possano in qualche modo
aiutare a dissipare le difficoltà, che ancora si oppongono alla
soluzione di uno dei più gravi problemi apenninici.
*
Presidente Lotti dice che, se la pioggia non disturberà,
Tescursione nei dintorni di Gualdo Tadino potrà dare ai Congres¬
sisti l’idea del come si presentano questi problemi neH’Umbria.
Partecipa che il Comitato geologico deliberò che una Commis¬
sione composta dei prof. Parona e Pantanelli, dell’ing. Crema e
di lui, studi di risolvere tali problemi interessanti il rilevamento
della carta geologica della regione, ed al lavoro della Com¬
missione è invitato a prendere parte pure il Verri; le ricogni¬
zioni incomincieranno subito dopo la chiusura del Congresso.
La discussione fatta costituisce una preparazione preziosa allo
studio della materia, ed egli ringrazia i colleglli del contributo
di lumi iu essa portato.
7. — Elezione alle cariche sociali.
Presidente invita l’Assemblea a procedere alla elezione
delle cariche sociali. Sono eletti scrutatori i Soci Principi Paolo,
Marconi Silvio.
ADUNANZE
xcvn
Presidente, terminato lo scrutinio, annunzia il risultato della
votazione.
Votanti 53.
Votazione pel Vice-Presidente del 1913:
Pantanelli voti 34
Cortese » 8
Voti dispersi 7, schede bianche 4.
Votazione pei Consiglieri :
Bassani
voti
42
Issel
»
41
Franchi
»
41
Neviani
»
39
Dal Piaz
»
38
Capacci
»
34
Hanno poi maggiori voti Toso (4), Vinassa (4).
Sono proclamati eletti a Vice-Presidente il prof. Pantanelli,
a Consiglieri il prof. Bassani, il prof. Issel, l’ing. Franchi, il
prof. Ne vi ani pel triennio 1913, 914, 915; il prof. Dal Piaz
pel biennio 1913, 1914; l’ing. Capacci per l’anno 1913.
Pantanelli ringrazia i colleghi della dimostrazione di stima e
d’affetto che hanno creduto dargli in questa votazione {applausi).
8. — Affari eventuali.
Segretario partecipa, per conoscenza dei Soci, che nei cambi
pervenuti dalla Russia era inserita una cartolina contenente
questa raccomandazione: «Le directeur de l’Institut pétrogra-
pliique Lithogaea a l’honneur de prier les personnes, qui tra-
vaillent dans le domaine de Mineralogie et de Pétrographie
de ne pas refuser d’envoyer leurs ouvrages scientifiques à la bi-
bliothèque de l’Institut. — Adresse: Russie, Moscou, Ordinka, 32 ».
ADUNANZA GENERALE
(14 settembre )
Presidenza Lotti.
La seduta è aperta alle ore 9 nella sala della adunanza
precedente.
Sono presenti i Soci : Cacciamali, Campensa, Caneya, Crema,
Fiorentin, Lotti, Marconi, Pantanelli, Parona, Pilotti, Plee-
schke, Quaglino, Stefanini, Verri, Z amar a.
Presidente. Nell’adunanza del 31 marzo fu approvata la
elezione di una Commissione, incaricata della revisione e co-
ordinamento del Regolamento per le pubblicazioni. Tale operazione
era necessaria dovendosi procedere alla ristampa dello Statuto
e dei Regolamenti perchè esaurita l’edizione 1907: nella quale
ristampa bisognava includere articoli aggiuntivi e modificazioni
di articoli deliberate dalle Assemblee.
L’Assemblea del 31 marzo deliberò che la nomina della
Commissione fosse affidata al Presidente, ed esso elesse i Soci
Aichino, Clerici, Crema, Neviani, Verri, i quali avendo occu¬
pato od occupando uffici aventi speciale relazione colle dispo¬
sizioni del Regolamento, erano meglio in condizione di portare
conoscenze utili nella discussione. Adunatasi questa Commissione
per una prima intesa, invitò il Presidente stesso a volerne as¬
sumere la direzione del lavoro.
I Commissari hanno intrapreso il lavoro assegnato, ma, prima
di concretare definitivamente e presentare le loro proposte, hanno
ADUNANZE
XCIX
creduto opportuno attendere i risultati dell’applicazione delle
nuove tariffe per la stampa, cosa che non ha potuto farsi sinora
atteso il ritardo delle pubblicazioni avvenuto in quest’anno.
Intanto urge provvedere alla nuova edizione dello Statuto
e dei Regolamenti, per soddisfare le richieste che ne vengono
fatte dai Soci, e da persone le quali desiderano conoscerli col¬
l’idea di chiedere l’ammissione nella Società.
In situazione tale di cose, e nella considerazione che le mo¬
dificazioni suggerite si riducono in massima a meglio chiarire
e precisare diritti e doveri già stabiliti, ad introdurre articoli
già deliberati dalle Assemblee e sparsi ora nei verbali, e non
importano varianti sostanziali, si chiede che sia rimessa al
Consiglio l’approvazione del nuovo Regolamento per le pubbli¬
cazioni.
Messa ai voti tale proposta, I’Assemblea l’approva ad una¬
nimità.
Presidente. Ed ora resta il dovere di ringraziarvi del con¬
corso a questo Congresso, il quale per le cose vedute, per i
problemi posti, mi lusingo che abbia ad essere fecondo di ri¬
sultati scientifici, soprattutto in riguardo alla Geologia dei ter¬
reni terziari dell’Umbria. Anche attraente si presenta al vostro
studio la ricerca del come possa essere avvenuto nel monte di
Spoleto il ricoprimento del Senoniano col Lias inferiore, date
le condizioni tettoniche della catena Spoletina e delle due ca¬
tene che la fiancheggiano.
Resta di porgere i nostri vivi ringraziamenti alla gentile
città che ci ha ospitati, e di questi la Presidenza si farà in¬
terprete presso la Rappresentanza Municipale (applausi).
Ringraziamenti sentiti dobbiamo pure al valente archeologo
prof. cav. Giuseppe Sordini, R. Ispettore dei monumenti e de¬
gli scavi dell’Umbria. Egli ha aggiunta una nota simpatica ai
nostri studi, illustrandoci i monumenti che ricordano la vita
del paese sino dai tempi che possiamo dire preistorici; facen¬
doci ammirare le tante opere d’arte, che ne decorano i templi
ed i musei. E questo non solamente nella città di Spoleto,
c
CONGRESSO DELLA S. G. L IN SPOLETO
ma a Norcia, alle Fonti del Clitunno, ad Assisi; nelle quali
escursioni c’è stato infaticabile e graditissimo compagno ( ap¬
plausi ).
Stefanini, anche per incarico avuto dai Soci che non hanno
potuto intervenire, ringrazia vivamente il Presidente per l’or¬
dinamento dato a questo Congresso, del quale rileva il felice
successo {applausi).
Il Segretario
A. Verri.
-
GIORGIO SPEZIA.
GIORGIO SPEZIA
E LA SUA OPERA SCIENTIFICA
Commemorazione del dott. L. Colomba
Triste risveglio fu per la scienza italiana quello del 10 no¬
vembre 1912; che nelle prime ore di detto giorno si era improv¬
visamente spento in Torino Giorgio Spezia.
Unanime fu il compianto, unanime il dolore; ma per noi clic
riconoscevamo in Lui il maestro, non fu soltanto un dolore; fu
uno schianto, perchè non ci sembrava possibile che Egli fosse
scomparso e tanto meno che la sua scomparsa fosse stata così
improvvisa.
Molti mesi sono passati da quel giorno ; ma pur anche ora
mentre, con affetto di figlio e con venerazione di allievo, mi
acci ngo "a scrivere questi cenni sulla sua vita e sulla sua opera,
mi sento inumidire il ciglio e tremare la mano, tanto è ancora
vivo nel mio cuore il ricordo di quella grande e bella figura
di uomo e di scienziato, che pur potendo per il suo sapere c
per la sua attività aspirare ai più alti onori, con rara virtù di
modestia, rifuggì da quanto poteva allontanarlo dalla sua fami¬
glia e dal suo istituto, due santuari fra i quali volle circoscrivere
la propria esistenza.
Nacque Giorgio Spezia in Piedimulera, nell’Ossola, l’8 giu¬
gno 1842; dopo di aver compiuto gli studi secondari in Novara
e quelli superiori parte all’ Università di Pavia e parte alla
Scuola di applicazione di Torino, consegui nel 1867 la laurea
in ingegneria, presentando come tesi un pregevolissimo studio
sulla ventilazione nelle miniere.
Nel 1860, mentre era studente dell’Ateneo Pavese, sentì
aneli’ Egli quel grande fremito di patriottismo che, in quegli anni
01 V
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
così epici, aveva invaso lo spirito della migliore parte della
gioventù italiana: fu garibaldino e partecipò colle truppe del
generale Cosenz alla campagna di Sicilia ed alla battaglia del
Volturno.
Appena laureato, Egli ottenne di poter frequentare il Museo
Mineralogico della Scuola di applicazione di Torino; in tal modo,
sotto la guida di maestri illustri come B. Gastaldi e G. Strnever,
in un ambiente ancora dominato dall’alta personalità di Quin¬
tino Sella, potè dedicarsi completamente a quegli studi geolo¬
gici e mineralogici verso i quali si sentiva irresistibilmente
tratto; vi rimase sino al termine del 1870, quando credette
utile di recarsi per qualche tempo in Germania allo scopo di
completare gli studi iniziati in Italia.
Durante gli anni passati al Museo Mineralogico del Valen¬
tino, ebbe alcuni incarichi molto importanti; nel 1867 fu da
Gastaldi incaricato di compiere scandagli nel Lago di Mer-
gozzo; nel 1870 venne dal Ministro dei Lavori pubblici nomi¬
nato membro della Commissione incaricata di studiare le cause
degli avvallamenti di sponda verificatisi in detto anno lungo
le rive del Lago Maggiore.
In Germania fu dapprima per tre semestri iscritto all’Uni¬
versità di Gbttingen, dove frequentò i corsi di Hiibner, Wòhler,
Waltershausen e von Seebach; passò poscia alla Scuola delle
miniere di Berlino e quivi frequentò i corsi di Justus Roth,
Lossen, Beyrich, Kerl, unitamente a quelli di Rammelsberg,
VVeiss e Kayser.
Durante questa sua permanenza in Germania, che si prò
trasse fino al 1873, approfittando del tempo che gli rimaneva
libero nei periodi di vacanza fra i vari semestri di studi, visitò
numerosi distretti minerari, acquistando in tal modo una pro¬
fonda ed estesissima coltura in quei rami della geologia e della
mineralogia che si riferiscono allo studio dei giacimenti mine¬
rari e metalliferi.
Al suo ritorno in patria fu nominato assistente alla cattedra
di mineralogia e geologia tanto della Scuola di applicazione
quanto dell’Università; nell’anno seguente però rinunziò al primo
di questi posti perchè, in causa delle cattive condizioni di sa¬
lute di A. Sismonda, che teneva allora la cattedra di minerà-
COMMEMORAZIONI
CV
logia e geologia all’Università, venne a lui dato l’incarico di
detti insegnamenti; incarico che tenne fino al 1878, anno nel
quale, per la morte di Sismonda, fu in seguito a concorso no¬
minato professore ordinario di mineralogia presso l’Università di
Torino.
Fra gli altri incarichi che vennero a lui affidati durante
questo lungo periodo di tempo, va segnalato quello riguardante
il trasferimento dei Musei di Storia Naturale dal Palazzo del
l’Accademia delle Scienze alla loro attuale sede nel Palazzo
Carignano.
Dopo la sua nomina a professore ordinario e dopoché ebbe
modo di creare nei nuovi locali del Museo di mineralogia un
istituto fra i migliori esistenti in Italia e che sempre cercò di
migliorare, Egli dedicò tutta la sua vita a quelle ricerche scien¬
tifiche le quali gli meritarono quell ’alta stima e quella gran¬
dissima considerazione di cui godeva nel mondo scientifico, per
quanto fosse per natura schivo da qualunque atto che potesse
avere anche solo un’apparenza di teatralità. Malgrado questo
suo volontario tenersi appartato, non gli mancarono gli onori,
tanto più meritati in quanto che non erano da Lui ambiti nè
ricercati.
Da molti anni era membro dell’Accademia delle Scienze di
Torino e socio nazionale dell’Accademia dei Lincei; apparteneva
pure ai XL della Società Italiana delle Scienze, alla Società
Imperiale di Mineralogia di Mosca ed all’Accademia di Agri¬
coltura di Torino. Per quanto alieno dalla vita pubblica, con¬
vinto che la sua opera potesse esser utile anche in detto campo,
fu per molti anni consigliere provinciale della sua prediletta
Ossola ; nel 1875 fu anche presidente del Club Alpino.
Altre cariche mai volle accettare non per inerzia ma per
paura che esse potessero troppo distoglierlo dai suoi studi ; così
sempre resistette alle pressioni dei suoi colleglli che volevano
elevarlo alle più alte cariche accademiche: parimenti resistette
al voto quasi unanime col quale i geologi ed i mineralisti lo
avevano, nel settembre del 1010, chiamato alla presidenza della
nostra Società.
La sua attività scientifica fu molto grande e quello che più
è notevole si è che essa si svolse specialmente quando già aveva
evi
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
ottenuto il posto di professore ordinario, cioè quando da essa
non poteva più ricavare alcun vantaggio diretto; fatto questo
che dinota quanto fosse in Lui veramente nobile la passione per
gli studi ai quali si era dedicato.
Questa sua attività del resto non si svolse solamente in rap
porto ai suoi studi : essa si rifletteva su tutto quanto lo cir¬
condava e su quanti avevano modo di avvicinarlo; ben lo
sappiamo noi che fummo suoi allievi quanto Egli fosse prodigo
non solo di consigli ma anche di aiuti e quanto si interes¬
sasse ai nostri lavori.
Socio del Club Alpino fu alpinista valente e fino agli ultimi
anni usò ritemprarsi dalle fatiche dell’insegnamento, passando
le vacanze estive nelle natie valli dell’Ossola; ma anche nel
campo dell’alpinismo combattè in nome di lina finalità molto
più elevata di quella a base di puro acrobatismo che pur
troppo è attualmente accolta da molti alpinisti ; al pari dei
primi fondatori del Club Alpino, Egli voleva che l’alpinismo svi¬
lii ppasse nei giovani l’amore per i monti considerati non solo
come palestra di ginnastica, ma anche come campo di studi ; ed
il suo scritto sulle sorgenti del Toce, e specialmente la bella
difesa da Lui fatta in favore della cascata del Toce, indicano
quali fossero le idealità per le quali combatteva anche in que¬
sto campo.
L’amore per la mineralogia fu da Lui elevato ad un vero
culto; non solo nel discorso inaugurale per l’anno accademico
1885 86 proclamò la sua grandissima utilità per gli studi geo¬
logici, ma pur anche la difese strenuamente quando si tentò di
alterare il suo vero scopo, come avvenne nel 1895 a proposito
della lotta impegnatasi fra i mineralisti ed i fisici per la cat¬
tedra di Pavia 1 o quando se ne. volle diminuire l’importanza
coll’improvvida legge del 1909 che mise gli istituti di mine¬
ralogia e di geologia ingiustamente in una condizione di assoluta
1 Degno di nota è il fitto che i fisici i quali nel 1895 combatterono
una così aspra lotta por ottenere che la mineralogia, assumendo un ca¬
rattere puramente tìsico-cristallografico, divenisse quasi una parte della
tìsica, non credettero invece di ribellarsi in vermi modo contro la di¬
sposizione ministeriale con cui due anni fa la mineralogia venne esclusa
dal numero delle materie obbligatone per la laurea in tìsica.
COMMEMORAZIONI
CV11
inferiorità di fronte agli altri istituti scientifici. Bella fu anche
per dignità e per vero patriottismo la lotta da Lui impegnata
riguardo all’Osservatorio Vesuviano, quando si temette per un
momento che non richieste ingerenze straniere volessero sopraf¬
fare il carattere veramente nazionale di detto istituto, per il
cui incremento ed ampliamento si era pure adoperato.
Scientificamente fu onesto fino allo scrupolo e se nella cri¬
tica dei lavori altrui fu talvolta molto severo, fu però sempre
sereno ed iyiparziale; nessun astio conservò mai contro coloro
che furono suoi avversari, ponendo sempre il bene della scienza
al disopra di qualsiasi questione personale. Per i suoi maestri
ebbe sempre un vero sentimento di venerazione; e non solo per
quelli che, come Q. Sella, B. Gastaldi, G. Struever, A. Sismonda
avevano sorvegliato in Italia i suoi primi passi nel campo
scientifico, ma pur anche per quelli sotto la cui guida aveva
studiato in Germania; fra questi in modo speciale predilesse
J. Both alla cui memoria anzi volle dedicare il suo magistrale
studio sulla origine del solfo di Sicilia.
L’opera scientifica di Giorgio Spezia se in principio ebbe
un carattere assai vario per quanto riguarda gli argomenti da
Lui trattati, acquistò in seguito una tendenza che sempre andò
accentuandosi verso una unità di concetto e di svolgimento ve¬
ramente notevole. Infatti, sebbene fra i suoi numerosi lavori
siano anche frequenti quelli che presentano un carattere pura¬
mente mineralogico, petrografico e talvolta anche geologico, la
sua produzione scientifica fu principalmente rappresentata da
un complesso di studi riguardante la evoluzione delle sostanze
minerali e la minerogenesi, seguendo in tal modo l’indirizzo di studi
corrispondenti a quel ramo della mineralogia che confina con
alcune parti della geologia e che appunto era stato da J. Roth
indicato col nome di geologia chimica. Questo nome venne, a
mio parere, giustamente mantenuto dallo Spezia, perchè i detti
studi si occupano di fenomeni i quali hanno indubbiamente un
fondamento geologico, per cui possono, senza che venga alterato
il loro significato, essere indicati col nome generale di fenomeni
geochimici.
CVI1I
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
Fra questi lavori di geologia chimica, hanno poi massima
importanza per le conclusioni a cui Egli giunse, e che in parte si
connettono anche a veri problemi di chimica fìsica, quelli spe¬
cialmente diretti a stabilire il grado d’influenza delle alte pres¬
sioni e delle elevate temperature sulle variazioni degli equilibri!
chimici e fìsici.
Facendo per il momento astrazione da questo importante
gruppo di lavori, risulta chiaramente come anche gli altri pre¬
sentino generalmente un interesse molto grande, anche quando
trattano di argomenti modesti, specialmente perchè, oltre ad
essere condotti con metodo rigorosamente scientifico, ebbero
pure spesso il sussidio di numerose osservazioni e ricerche speri¬
mentali.
Degno specialmente di nota perchè si può considerare come
il primo suo lavoro di indole scientifica, per quanto tratti di ar¬
gomento estraneo alla mineralogia, è quello che, sotto forma di
lettera diretta al Gastaldi nel 1871, riguardava le cause degli
avvallamenti di sponda del Lago Maggiore, del cui studio era
stato incaricato nel 1870. Egli compì in tale occasione una serie
di osservazioni, che gli permisero di giungere ad alcune inte¬
ressanti conclusioni sulle cause di tali fenomeni da Lui ritenuti
come dovuti alle grandi magre dei laghi, in seguito alle quali
si producono nello stato di equilibrio dei terreni costituenti le
rive, modificazioni molto sensibili, in parte anche collegate con
speciali condizioni dei terreni stessi, con le oscillazioni di livello
dei laghi ed anche colla presenza di sorgenti. Negli ultimi mesi
della sua vita ritornò su questo argomento in seguito ad alcuni
nuovi avvallamenti manifestatisi lungo le sponde del Lago di
Iseo; anche in questo caso potè constatare come si fossero ve¬
rificate le stesse condizioni da Lui fissate nel 1871 come neces¬
sarie per la produzione di tali fenomeni.
Meritevoli in modo speciale di ricordo sono, fra gli altri la¬
vori, quello sul berillo del Monte Bianco da Lui determinato con
sicurezza; quello sul colore dello zircone, argomento sul quale
ritornò nel 1899, e che dimostrò essere dovuto ad un determi¬
nato stato di ossidazione delle piccole quantità di ferro conte¬
nute in detto minerale, avendo Egli ottenuto sperimentalmente
di farlo scomparire c ricomparire solo facendo variare, in modo
COMMEMORAZIONI
CIX
acconcio, tale stato di ossidazione; quello sulla melanoflogite,
ricco di osservazioni molto importanti e minute sul compor¬
tamento ottico e chimico di questa curiosa specie minerale;
quello sulla flessibilità dell’itacolumite che dalle sue ricerche
risultò dovuta, non aH’intercalazione di lamelle di mica o di
clorite, ma bensì alla struttura articolata dei granuli di quarzo;
quello sulla fusibilità dei minerali nel quale fece vedere quanto
sia convenzionale il concetto di classificare fra gli infusibili
tutti i minerali cbe appariscono tali al cannello ordinario, po¬
tendosi invece ottenere dati diagnostici molto importanti impie¬
gando temperature più elevate; quello sul deposito di silice
gelatinosa del Sempione nel quale sono esposte considerazioni
molto interessanti sul comportamento chimico e fisico della silice
idrata a seconda che sia di fresco preparata o no; quelli sulla
anidrite del Sempione e sulle sue inclusioni di anidrite carbo¬
nica liquida, essendo in quest’ultimo specialmente degne di nota
le esperienze con le quali potè in modo certo stabilire la natura
chimica del liquido delle inclusioni; osservazioni che vennero
posteriormente riconfermate dallo studio delle analoghe inclu¬
sioni da Lui pure scoperte e studiate nella calcite di Traver-
sella; quello sull’azione del clorato di potassio sulla pirite e
sull’hauerite che servì a dimostrare quanto sia diverso il com¬
portamento di queste due specie minerali di fronte all’azione
degli ossidanti; quello sulle cause della colorazione azzurra
dell’halite di Stassfurt in cui confutò in modo veramente mi¬
rabile le idee di Siedentopf secondo le quali essa sarebbe do¬
vuta a sodio metallico finissimamente diviso e disseminato nella
massa dell’halite.
In modo particolare sono da ricordare le sue ricerche sulla
origine del solfo di Sicilia; in questo lavoro, pubblicato nel
1802, Egli sostenne l’origine endogena di detti giacimenti sol*
fiferi ed il suo lavoro ebbe tanto maggior importanza in quanto
che, quando esso venne pubblicato, l’ipotesi di una provenienza
dei detti giacimenti da una riduzione dei gessi era universalmente
accolta. Questo lavoro denso di dati analitici e sperimentali
e di osservazioni compiute in posto fu considerato nel 1893
degno del premio reale dei Lincei. E se pure attualmente non
tutti sono concordi nell’ammcttere che le conclusioni a cui Egli
exn
CONGKESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
nell’accrescimento si abbia un massimo parallelamente a detto
asse ed un minimo normalmente ad esso ; spiegò anzi come con¬
seguenza di questo speciale modo di comportarsi, l’assenza quasi
assoluta del pinacoide nei cristalli di quarzo.
Inoltre constatò come la solubilità del quarzo nelle diverse
direzioni aumenti assai coll’aumentare della temperatura e come
si possa giungere alla conclusione che un deposito lento favo¬
risca la comparsa della simmetria esagonale nelle facce termi¬
nali dei suoi cristalli, mentre invece un deposito rapido sembra
essere favorevole alla comparsa in esse della simmetria trigo¬
nale caratterizzata o dalla presenza di un solo romboedro o dalla
grande prevalenza di sviluppo nelle sue faccie in confronto
di quelle dell’altro romboedro.
Dal punto di vista della geologia chimica non vi ha dubbio
che le esperienze di Gr. Spezia siano assolutamente risolutive.
Esse furono condotte con una grande unità di concetto e di me¬
todo ed ebbero per scopo principalmente di stabilire quale
influenza possa avere la sola pressione statica, in confronto
della temperatura, in molti fenomeni fisici e chimici aventi una
importanza dal lato minerogenetico e geochimico, come ad esem¬
pio la possibilità di ottenere reazioni chimiche ponendo a con¬
tatto determinate sostanze, la solubilità di dati corpi nell’acqua,
il loro cambiamento di stato fisico, ecc.
E da notarsi a questo proposito come Egli indicasse col
nome di pressione statica quella che in un dato punto del
globo ò dovuta semplicemente agli strati ed ai materiali roc¬
ciosi sovraincombenti allo stato di riposo ( Belastungsdrucli •
di Milch), mentre invece col nome di pressione dinamica (Dis-
locationsdruck di Milch) indicava quella dovuta agli stessi ma¬
teriali considerati in movimento.
Il metodo da Lui impiegato comprese sempre due serie pa¬
rallele di esperienze che compieva sottoponendo, negli appa¬
recchi da Lui ideati e descritti e che corrispondevano perfet¬
tamente allo scopo propostosi, le stesse sostanze o le stesse mi¬
scele su cui sperimentava, a temperature oppure a pressioni
molto elevate, essendo nel primo caso la pressione interna de¬
gli apparecchi solo quella inerente alle temperature impiegate, c
COMMEMORAZIONI
CXIII
nel secondo caso essendo, nella maggior parte delle esperienze,
la temperatura quella dell’ambiente.
Questo fatto anzi di avere, in così grande numero di ricer¬
che o pressioni elevate, mantenuta la temperatura nei limiti or¬
dinari, fu talvolta considerato come una causa di errore che
poteva notevolmente influire sull’importanza dei risultati da Lui
ottenuti, poiché si trattava di una temperatura^del tutto arbi¬
traria. Ma se si .considera oggettivamente e senza idee precon
cette quale fosse realmente lo scopo diretto ed immediato delle
sue esperienze, è facile di convincersi come questo appunto man¬
chi completamente di fondamento, poiché esse erano precisamente
dirette a confutare le affermazioni di quegli autori i quali ave¬
vano ammesso che molti fenomeni chimici e tìsici erano' esclu¬
sivamente dovuti alla azione di pressioni più o meno elevate,
per cui, quando dette pressioni agivano, essi si compivano an¬
che a temperatura ordinaria.
Così a proposito delle condizioni necessarie per la forma¬
zione dell’anidrite dalle soluzioni di solfato di calcio, Hann e
Pokorny prima ed Heidenheim in seguito, ammisero che fosse
sufficiente una pressione di 10 atmosfere; poiché tale concetto
fu applicato alla genesi delle anidriti marine, ne veniva la con¬
clusione che esse potevano formarsi ad una profondità di 107
metri di acqua. Ora è evidente che in questo caso dovevasi
necessariamente ammettere che la temperatura dell’ambiente, in
cui si formavano dette anidriti, non fosse superiore a quella or¬
dinaria poiché, come è noto, nelle profondità marine l’acqua
ha una temperatura assai bassa.
Parimenti quando Waltershausen, interpretando i risultati
ottenuti da Wohler sulla soluzione e sulla sintesi deH’apofìllite,
nel senso che detti risultati fossero dovuti alla pressione di
10-12 atmosfere 'impiegata da Wohler, cercò in tal modo di
spiegare tanto i fenomeni di soluzione a cui possono andar
soggette le zeoliti che si formano sul fondo dei mari,, quanto
la formazione biella palagonite nelle stesse profondità marine,
non poteva certamente, per le cose dette prima, supporre che
sui detti fenomeni potessero influire temperature elevate.
Anche Pfaff nella sua esperienza sulla solubilità del quarzo
nell’acqua sottoposta ad una pressione di 4700 atmosfere, aveva
CX IV
CONGRESSO DELLA S. U. I. IN SPOLETO
operato a 18°; così pure Spring, quando giunse alla conclusione
clic le formazioni del joduro mercurico e del protosolfuro di
rame, per rispettiva mutua reazione fra il joduro potassico ed
il cloruro di mercurio allo stato solido e fra il rame ed il solfo,
potessero avvenire sotto una pressione di 2000 atmosfere, aveva
operato a temperatura ordinaria.
Date queste premesse era evidentemente logico che lo Spezia,
dovendosi porre nelle circostanze e nelle condizioni fissate dai
suoi avversari, compiesse le sue esperienze suirinfluenza delle
alte pressioni, a temperatura ordinaria. Sempre in esse giunse
a dimostrare non solo come in certi casi la sola pressione statica
non fosse sufficiente per produne gli effetti ammessi dai predetti
autori, ma pur anche come in altri casi l’impiego di queste
alte pressioni fosse del tutto superfluo ed inutile.
Egli dimostrò infatti come il solfato di calcio a temperatura
ordinaria si deponga allo stato di gesso anche quando la sua
soluzione venga sottoposta ad una pressione di 500 atmosfere.
Nel caso deH’apofillite constatò che, mentre lamine di detto
minerale lasciate per più di sei mesi sotto una pressione di
1750 atmosfere e ad una temperatura di 25°, non presentavano
tracce di corrosione, invece si mostravano sensibilmente corrose
quando erano mantenute per soli 13 giorni ad una temperatura
di 197°-211° ed all’inerente pressione di 14 atmosfere, aven¬
dosi in seguito al raffreddamento dell’apparecchio un sensibile
deposito dì cristalli del detto minerale.
Potè anzi in questo caso escludere che le 14 atmosfere di
pressione esistenti nell’apparecchio avessero influito in qualche
modo sul doppio fenomeno di corrosione e di deposito, poiché
non trovò tracce di soluzione in un’altra lamina la quale era
stata lasciata per 13 giorni ad una temperatura di 93°-107° e
sotto una pressione di 1056 atmosfere.
Analoghe cose ottenne per il vetro che, secondo alcuni au¬
tori, poteva anche essere facilmente corroso dall’acqua sotto la
sola influenza di alte pressioni.
Parimenti ripetendo le esperienze di Spring sulle formazioni
del joduro mercurico e del solfuro di rame, fece vedere che esse
avvengono anche molto facilmente a pressione ordinaria ; anzi
nel caso del joduro mercurico dimostrò assai chiaramente la
COMMEMC (RAZIONI
CXV
grande influenza della temperatura, poiché constatò che, ponendo
la miscela di joduro potassico e cloruro mercurico in un tubo
mantenuto in un miscuglio frigorifìco, essa non dava luogo a
nessuna reazione, la quale invece cominciava subito a manifestarsi
appena la miscela stessa veniva tolta dal miscuglio frigorifìco.
Ad analoghe conclusioni giunse riguardo all’esperienza di
Pfaff da Lui dimostrata facilmente erronea con una prima espe¬
rienza nella quale constatò che, mentre lamine di quarzo lasciate
per 15 giorni ad una temperatura di 230°-240° ed alla pres¬
sione inerente furono assai corrose dall’acqua, invece gli effetti
furono assolutamente nulli quando le stesse lamine vennero la¬
sciate per 5 mesi sotto una pressione di 1850 atmosfere ed a
temperatura ordinaria.
Egli non si limitò per quanto riguarda il quarzo a questa
sola esperienza, ma, come ho già detto, ne compì una serie molto
grande e che estese anche alla questione della trasformazione
dell’opale in quarzo e viceversa ed alla produzione ed all’accre¬
scimento del quarzo; in tutte queste esperienze, colle quali
sempre cercò di far variare le condizioni di ambiente, impic
gando al posto dell’acqua pura soluzioni differenti, sempre con
statò che gli effetti erano assolutamente nulli quando si limi¬
tava ad Impiegare pressioni sempre molto alte e talvolta eie
vatissime.
Egli stesso comprese però che il fatto di mantenere sempre
a temperatura ordinaria le sue esperienze ad alta pressione, po¬
teva infirmare la validità dei risultati, perchè, trattandosi di
fenomeni che avvengono nelle zone interne del globo terrestre,
è impossibile in essi di scindere l’influenza delle alte pressioni
ivi esistenti da quella delle alte temperature ivi pure domi¬
nanti. In conseguenza di ciò, in molte esperienze cercò di met¬
tersi in condizioni tali che esse potessero compiersi a pressioni
ed a temperature differenti ed ottenne in tal modo una serie
di risultati degni in modo speciale di nota, perchè direttamente
connessi con la questione della relativa importanza delle varia¬
zioni della pressione e della temperatura in molti processi chi¬
mici e fisici ; questione che, come si sa, presenta un capitale
interesse nel campo della chimica fisica per ciò che si riferisce
allo studio degli equilibri chimici e fisici.
CXVI
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
A questo ordine di ricerche, alle quali appartengono pure
quelle già ricordate sul comportamento dell’apofìllite a tempe¬
rature ed a pressioni differenti, si riferiscono molte fra le più
interessanti sue esperienze sulla solubilità e sulla sintesi del
quarzo.
Importanti sono a questo riguardo le osservazioni da Lui
compiute nel 1898, poiché, mentre prima aveva, a proposito
della esperienza di Pfafif, constatato come a temperatura di 25 -27°
anche sotto pressioni superiori a 1700 atmosfere, la solubilità
del quarzo nell’acqua era completamente nulla, invece nelle dette
esperienze posteriori dimostrò come tale solubilità cresca abba¬
stanza rapidamente quando la temperatura aumenta ed anzi
come tale aumento di solubilità divenga molto sensibile quando
la temperatura raggiunga un determinato limite. Invece l’in¬
fluenza della pressione apparisce del tutto trascurabile, perchè
facendo variare la temperatura di poco, anche aumentando enor¬
memente la pressione, la solubilità si manteneva pressoché inal¬
terata.
A maggiore schiarimento di quanto Egli ottenne, ho creduto
opportuno di riportare nella qui sottoscritta tabella alcuni fra i
principali suoi risultati :
Peso
delle lamine
Durata
dell’esperienza
in giorni
Temperatura
Pressione
in atmosfere
Perdita
Perdita
per 100 parti
ed in 60 giorni
Gr. 0,8540
60
153°
1168
Gr. 0,0005
0,058 %
» 0,8521
60
175°
8,8
» 0,0008
0,094 *
» 0,4346
60
182°
1322
» 0,0013
0,099 »
» 0,7079
30
207°
18
» 0,0051
1,540 »
» 0,4674
30
231°
28
» 0,0076
3,258 *
» 0,8266
30
268°
52
» 0,0268
6,484 »
» 0,7312
11
323°
122
» 0,0183
6,821 »
Nelle sue ricerche sulla sintesi del quarzo Egli dimostrò in
modo molto evidente la grande importanza della temperatura
mediante un apparecchio da Lui ideato e nel quale, pur man¬
tenendo costante la pressione, potevano aversi diverse zone ben
COMMEMORAZIONI
CXV1I
differenziate riguardo alla temperatura. Questo apparecchio era
costituito da un cilindro di acciaio a chiusura ermetica e che
nella parte superiore poteva essere riscaldato fortemente da una
corona di fiamme a gas, mentre la sua parte inferiore pescava
in un refrigerante. Egli collocò nel cilindro a diverse altezze
numerosi frammenti di cristalli e lamine di quarzo, unitamente
ad acqua contenente piccole quantità di silicato sodico; e
constatò come nella parte superiore, dove la temperatura era
stata per sei mesi mantenuta ad una media di 320°, il quarzo si
era notevolmente sciolto, mentre invece nella parte mediana, dove
la temperatura media era di soli 1(34°, i frammenti di cristalli
e lamine di quarzo si erano rigenerati; la pressione, uniforme
in tutto l’apparecchio, era di 150 atmosfere.
Egli si occupò anche di altre questioni non meno importanti
dal lato geochimico e chimico-fìsico.
Una di queste riguarda la legge dei volumi molecolari: se¬
condo questa legge, che può considerarsi come un caso partico¬
lare del principio dell’equilibrio mobile di Yan’t Hoff e Le Cha-
telier x, quando due sostanze combinandosi danno luogo ad un
composto dotato di un volume molecolare inferiore alla somma
di quelli delle due sostanze impiegate, la pressione favorisce la
combinazione e viceversa. Questa legge venne in questi ultimi
1 II principio dell’equilibrio mobile dovuto a Yan’t Iloti' può enun¬
ciarsi nel seguente modo: Quando una reazione avviene con assorbimento
di calore, essa vieti z favorita dal riscaldamento c viceversa quando avviene
con svolgimento di calore ne è contrastata-, le variazioni di temperatura non
hanno nessuna influenza quando la reazione non presenta effetti termici.
Quando una reazione porta ad una diminuzione di volume essa è fa¬
vorita da un 'aumento di pressione e viceversa ne è ostacolata quando porta
ad un aumento di volume; non è nè ostacolata nè favorita quando il vo¬
lume non si modifica.
Queste leggi si possono considerare come un caso particolare del teo¬
rema o legge di Le Chatelier che si può enunciare dicendo che quando in
un sistema in equilibrio chimico o fisico si altera uno dei fattori, il sistema
si sposta in modo da opporsi alla variazione avvenuta.
Le relazioni che passano fra le due leggi risultano evidenti (piando
si dia a quella di Van’t Hoff la seguente espressione: Quando si ha un
aumento di temperatura od un aumento di pressione, tendono ad avvenire
quelle reazioni che rispettivamente sono accompagnate da assorbimento di
calore o da diminuzione di volume e viceversa.
Vili
cxvm
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
tempi, per opera specialmente di Grubenmann, Becke e Van Hise,
applicata estesamente alla minerogenesi, come conseguenza dei
fenomeni dovuti al dinamometamorfismo. Lo Spezia dimostrò in
alcuni suoi studi quanto occorra andar cauti in quest’applica¬
zione sia perchè il volume molecolare dei minerali presenta
spesso variazioni assai grandi in causa delle differenze di com¬
posizione chimica che spesso si notano in essi, sia perchè
in realtà apparisce molto difficile di applicare la detta legge alla
genesi di molti minerali.
A proposito del primo fatto Egli constatò quanto fosse fal¬
lace in certi casi il concetto da cui partì Becke; invero ad
esempio questo autore ammise che la glaucofane possa formarsi
per combinazione diretta della albite e della nefelite, ambedue
silicati di sodio e di alluminio, per il solo fatto che mentre
l’albite e la nefelite hanno rispettivamente volumi molecolari
pari a 100,3 ed a 56, la glaucofane invece, da lui considerata
come un puro silicato di alluminio e di sodio, avrebbe un vo¬
lume molecolare pari a 137 e quindi inferiore alla somma dei
volumi molecolari dell’albite e della nefelite. Ora, come fece giu¬
stamente osservare lo Spezia, non potendosi trascurare la vera
composizione chimica della glaucofane che è da considerarsi
sempre come un silicato molto complesso di alluminio, ferro
(allo stato ferrico e ferroso), calcio, magnesio e sodio, il suo vo¬
lume molecolare è molto maggiore essendo in media uguale a
234; per cui applicando a questo caso la legge dei volumi mo¬
lecolari, si viene alla conclusione che dovrebbe avverarsi la rea¬
zione inversa di quella ammessa da Becke.
In modo analogo dimostrò erronea la supposizione che si
possa avere la wollastonite per reazione diretta fra la silice
ed il carbonato calcico, per il fatto che il volume molecolare
della prima di queste specie è minore della somma dei volumi
molecolari delle altre due. Infatti Egli non solo constatò che
una miscela di silice gelatinosa e di carbonato calcico lasciata
per un anno, in presenza all’acqua, ad una pressione di 6000
atmosfere ed a temperatura ordinaria, non diede luogo a forma¬
zione di wollastonite, ma pur anche potè concludere che nelle
profondità del globo terrestre, dove raumento di temperatura
accompagna naturalmente l’aumento di pressione, questa rea-
COMMEMORAZIONI
CXIX
zione non lia tendenza ad avvenire, poiché esaminando ad esempio
le rocce provenienti dalla galleria del Frejus, dove sono molto
frequenti e a differenti profondità i diretti contatti fra quar¬
ziti e calcari, non si trova in essi la minima traccia di wol-
lastonite.
Parimenti, ammesso che la legge dei volumi molecolari non
richieda delle condizioni speciali per avverarsi, non si spieghe¬
rebbe perchè gli strati di carbonato calcico molto profondi siano
formati da calcite e non da aragonite dotata di un volume mo¬
lecolare inferiore, ed anche in questo caso Egli constatò come
la semplice pressione non possa, anche se portata ad un limite
molto alto, determinare la trasformazione della calcite in ara¬
gonite.
A conclusioni non dissimili giunse a proposito della ipotesi
di Spring sulla possibilità di ottenere, per sola influenza di alte
pressioni, la produzione di' leghe metalliche in seguito ad un
fenomeno di diffusione che, secondo il detto autore, avverrebbe
ponendo in intimo contatto sotto l’influenza di dette pressioni
due metalli. Anche in questo caso Egli non solo dimostrò spe¬
rimentalmente come le alte pressioni non siano capaci di pro¬
durre i fenomeni di diffusione ammessi da Spring, ma pur anche
volle come nel caso precedente ricorrere all’esame diretto di
quanto avviene in natura, sottoponendo ad un esame minuto
alcuni esemplari misti di rame e di argento, provenienti dalle
miniere di Keveenaw Point; in nessuno di essi, per quanto il
contatto duri da secoli ed a profondità più o meno grandi,
constatò traccia alcuna di diffusione dei due metalli l’ uno
nell’altro.
Ancora in rapporto col dinamometamorfismo sono le ricerche
e le sue osservazioni sulla ipotesi di Van Hise riguardanti i
fenomeni di disidratazione e di disossidazione che avverrebbero
nelle zone profonde del globo terrestre e quelle riferentisi all’ipo¬
tesi di Heitn sulla possibilità che in dette zone profonde i ma¬
teriali terrestri divengano plastici e molli.
Van Hise nel suo Treatise of Metarnorphism ammise che
l’influenza della pressione sui materiali terrestri varii col va¬
riare delle profondità e distinse due zone speciali, di cui la
prima più superficiale da lui detta zona del eatamorfismo
cxx
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
agirebbe fino ad una pronfondità di 10-12000 metri; al di là
di questo limite si avrebbe la seconda zona da lui indicata col
nome di zona dell’anamorfismo. Nella prima zona gli effetti
sarebbero essenzialmente fisici e meccanici, essendo essi rap¬
presentati da fenomeni di frantumazione, di soluzione e di ce¬
mentazione; nella seconda zona invece si avrebbero effetti pre¬
valentemente di indole chimica, come ad esempio la produzione
di silicati per azione della silice sui carbonati, la disidrata¬
zione dei minerali idrati, anche nel caso in cui l’acqua sia di
combinazione, c la disossidazione dei minerali ricchi di ossigeno.
Nello stesso modo in cui aveva dimostrato la difficoltà di
ammettere la formazione di silicati per azione della silice sui
carbonati, sotto rinfiuenza di alte pressioni esclusivamente, lo
Spezia discusse pure la possibilità che dette pressioni possano
da sole determinare la disidratazione dei minerali idrati c le
disossidazioni.
Per quanto riguarda il primo di questi argomenti Egli operò
sull’alabastro gessoso, sull’allume, sulla limonite; questi mine¬
rali, avvolti in uno strato di quarzo pulverulento che aveva per .
iscopo di permettere l’uscita dell’acqua, vennero per 8 mesi sotto¬
posti ad una pressione di 8000 atmosfere ad una temperatura
oscillante fra 15° e 24°: non ottenne nessun risultato. Lo stesso
fatto avvenne con frammenti di gbthite mantenuti, a tempe¬
ratura ordinaria, in condizioni analoghe ai casi precedenti, per
26 giorni sotto una pressione di 9500 atmosfere; invece un altro
frammento dello stesso minerale mantenuto per soli 7 giorni in
uno dei suoi apparecchi contenente acqua ad una temperatura
di 320°-330° si disidratò completamente, malgrado la pre¬
senza dell’acqua e quantunque la pressione fosse solamente di
135 atmosfere.
Per quanto si riferisce ai supposti fenomeni di disossidazione,
essi vennero da Lui studiati, come nei casi precedenti, ad al¬
tissime pressioni, mescolando alcuni ossidi metallici con me¬
talli molto facili ad ossidarsi; in una prima esperienza una
miscela di ossido di rame e di magnesio metallico venne la¬
sciata per 30 giorni sotto una pressione di 9500 atmosfere e
ad una temperatura di 15°, senza che il magnesio presentasse
traccia alcuna di ossidazione a spese dell’ossido di rame. A
COMMEMORAZIONI
CXXI
conclusioni analoghe giunse con una seconda esperienza nella
quale impiegò una miscela di ossido di rame e di potassio me¬
tallico.
Ed è da notarsi a questo proposito come in ambedue i casi
la pressione avrebbe dovuto favorire le reazioni, perchè tanto
l’una quanto l’altra portavano a diminuzione di volume, es¬
sendo :
voi. mol. [CuO -+- Mg] voi. mol. [Cu -+- MgO]
voi. mol. [CuO -fKJ[> voi. mol. [Cu -+• K20].
Riguardo all’ipotesi di Heim sulla comparsa della plasticità dei
materiali terrestri trovantisi a grande profondità, in conseguenza
delle alte pressioni a cui detti materiali sono sottoposti, Egli
compì pure una serie di esperienze specialmente sulla cera e
dimostrò pure in questo caso come la sola pressione statica, per
(pianto elevatissima, non sia capace di renderla fluida; estese
anzi queste sue ricerche al bismuto il quale pure, per quanto
dotato di densità maggiore allo stato liquido che non allo stato
solido, non presentò traccia alcuna di fusione a temperatura
ordinaria, quantunque venisse sottoposto ad una pressione uni¬
forme di 9500 atmosfere.
Riassunti così complessivamente i risultati delle principali
ricerche dello Spezia, è interessante di osservare come essi si
presentino di fronte ai principi fondamentali della chimica fisica
riguardanti il modo di comportarsi degli equilibri chimici e
fisici ed in special modo di fronte al principio, dell’equilibrio
mobile di Van’t Hofif e Le Chatelier.
Ora è facile di dimostrare come, se si eccettuano forse alcune
delle sue conclusioni riguardanti la comparsa della plasticità nelle
sostanze solide in determinate condizioni ed il comportamento
del bismuto, manchi qualsiasi contrasto fra i suoi risultati e le
leggi della chimica fisica.
Invero quando si studiano gli stati di equilibrio dei sistemi
chimici e fisici in funzione della temperatura e della pres¬
sione, non è detto che questi due fattori debbano avere influenze
ugnali ; anzi in generale essi debbono agire quantitativamente
in modo molto differente. Ciò è ammesso nel campo del dina-
CXXII
CONGRESSO BELLA S. G. I. IN SPOLETO
mometamorfismo dello stesso Van Hise il quale, per quanto
estremamente favorevole agli effetti delle alte pressioni, tuttavia
dice, a proposito dei fenomeni di disidratazione, che « senza
dubbio anche l'aumento di temperatura colla profondità pro¬
muove la disidratazione, ma senza esperimenti definitivi è im¬
possibile di stabilire quantitativamente la importanza relativa
della pressione e della temperatura nella disidratazione.
Orasse si considerano le esperienze di Spezia si nota fa¬
cilmente come esse abbiano in realtà sempre avuto per scopo
di studiare questo fatto fondamentale della differenza di inten¬
sità negli effetti dovuti alla temperatura od alla pressione ; e
le sue conclusioni, secondo le quali gli effetti dovuti ad innal¬
zamenti anche non molto grandi di temperatura superano di
gran lunga quelli dovuti a grandissimi innalzamenti di pres¬
sione, non sono per nulla in contrasto con l’andamento gene¬
rale di questi fenomeni, perchè sono molti i casi nei quali si è
constatato che le curve di equilibrio fra fasi solide e liquide
si scostano di poco dalla direzione parallela all’asse delle pres
sioni, il che porta evidentemente alla conclusione che in tutti
i detti casi l’influenza degli aumenti di temperatura è molto
più grande di quella dovuta agli aumenti di pressione; basta
a quest’uopo citare l’esperienza di di Brauns il quale dimostrò
'come una soluzione satura di solfato sodico a 0°, quando venga
portata, senza variare la temperatura, ad una pressione di 500
atmosfere, è capace di sciogliere altro sale solo nella quantità cor¬
rispondente a quella necessaria perchè la soluzione, a pressione
ordinaria, sia satura a 2°, 2.
Si potrà forse riconoscere che il suo concetto di una tem¬
peratura iniziale al disotto della quale lo stato di equilibrio
di un dato sistema non può modificarsi sotto la sola influenza
di pressioni per quanto elevate, non sia sufficientemente dimo¬
strato, ma non per questo lo si può a priori escludere in
modo assoluto; troppo poco noi conosciamo, almeno per ora,
di queste curve di equilibrio e del loro andamento, per poter
escludere che esse non possano in certi casi incontrare l’asse
delle temperature in punti differenti dall’origine, nel qual caso
appunto potrebbe verificarsi l’ipotesi di Spezia.
COMMEMORAZIONI
CXXIII
Le uniche sue conclusioni che, come già dissi, possono fino
ad un certo punto apparire in contrasto con i principi della
fìsica chimica, sono quelle riferentisi alla ipotesi di Heim sulla
possibilità della comparsa di una plasticità nei materiali delle
zone profonde del globo terrestre e quelle riguardanti le sue
esperienze sul bismuto; occorre però in questi casi non dimen¬
ticare che tali studi appartengono in gran parte ad un campo
nel quale la fìsica chimica non ci presenta vere leggi, ma piut¬
tosto semplici ipotesi.
Infatti poiché in grandissima parte i materiali che costitui¬
scono le masse terrestri presentano una densità maggiore allo
stato solido che non allo stato liquido, per il principio dello
equilibrio mobile, un aumento di pressione dovrebbe ostacolare
il loro passaggio allo stato fluido, quando questo ostacolo non
sia vinto dall’influenza favorevole di un’alta temperatura. Ne ri¬
sulta che l’ipotesi di Heim si deve considerare come una di¬
retta applicazione alla fisica terrestre di alcuni concetti che
dominano attualmente il campo della fisica chimica per quanto
riguarda le relazioni che in date condizioni passano fra lo stato
solido e lo stato liquido e che sono dovute sia a Plank e
Pointed sia a Tammann.
Ora di questi due concetti il primo, dovuto appunto ai due
primi autori sopracitati, sulla esistenza di un punto critico fra
i due stati solido e liquido, oltre il quale le due fasi verreb¬
bero a confondersi per la scomparsa di differenze nei loro stati
di aggregazione, per quanto sia stato strenuamente appoggiato
da Ostwald, non è ammesso da molti fìsici e chimici; esso invero
è contrario al teorema di Clapeyron, fondamentale per la ter
modinamica, e poiché la termodinamica non é un’opinione, non
può ammettersi tanto facilmente un concetto che sia in opposi¬
zione colle sue leggi.
In quanto al concetto di Tammann sulla esistenza di un
campo chiuso per lo stato cristallino, sebbene esso presenti
maggior fondamento del precedente, è però ben lungi dall’es¬
sere dimostrato in modo irrefutabile, per cui anch’esso é attual¬
mente allo stato di semplice ipotesi; infatti se per un lato le
sue osservazioni e ricerche sulle soluzioni di solfato sodico, sul
quarzo soprafuso e sul sistema acqua-ghiaccio sono indubbia-
CXX1V
CONGRESSO DELLA S. G. 1. IN SPOLETO
mente importanti, non bisogna dimenticare che in altri casi,
come ad esempio in quelli riguardanti il fosforo, l’acido carbo¬
nico, il benzofenone ed anche il dimetilcarbinolo, egli è giunto
a stabilire i massimi punti di fusione solo teoricamente e me¬
diante interpolazioni ed estrapolazioni.
Da questo complesso di fatti risulta, almeno secondo la mia
opinione, come in questo campo esistano ancora molti punti
oscuri, per cui, pur ammettendo che le curve di equilibrio fra lo
stato cristallino ed il liquido possano, nei casi studiati da Tam-
mann, presentare andamenti tali da lasciar supporre che reai
mente esse si trasformino in curve di regresso che porterebbero
logicamente ad un campo chiuso, non credo si possa genera¬
lizzare in modo assoluto tale principio; potrebbe darsi che in
altri casi queste curve abbiano andamenti differenti e che ten¬
dano ad esempio a divenire parallele all’asse delle pressioni,
nel qual caso le influenze delle variazioni di pressione verreb¬
bero ad essere molto piccole od anche nulle.
In tal modo potrebbe forse anche spiegarsi il caso del bi¬
smuto che, per quanto sottoposto a pressioni elevatissime, non
presenta alcun accenno ad un cambiamento di stato tìsico, ri¬
sultato questo che concorda perfettamente con quanto notò
Spring riguardo alla sua densità, la quale rimarrebbe pressoché
uguale a quella che esso possiede a temperatura ed a pres¬
sione ordinarie, anche quando sia compresso a 20.000 atmosfere.
Nò credo che si possano senz’altro estendere al bismuto le
conclusioni a cui giunse Tannnann per l’acqua e per il ghiaccio;
troppe sono le differenze che passano fra questi due corpi perchè
si possa, senza pericolo di una generalizzazione troppo arbitraria
ed ingiustificata, applicare all’uno quanto venne osservato nel¬
l’altra. Secondo il mio parere l’unico metodo per dimostrare la
non esattezza delle conclusioni a cui giunse lo Spezia sarebbe
quello di compiere sul bismuto una serie di ricerche parallele
a quelle compiute da Tammann sull’acqua e sul ghiaccio; solo
quando queste esperienze saranno fatte e controllate in modo si¬
curo, si potrà stabilire se realmente esista tale identità di com¬
portamento nei due sistemi.
FILIPPO BONETTI
i
FILIPPO BONETTI
Il 17 ottobre 1911, a Montopoli in Sabina, si spense il no¬
stro carissimo collega professore Filippo Bonetti. Aveva 57 anni,
essendo nato a Roma il 24 maggio 1854.
La sua vita attivissima fu tutta consacrata allo studio, al
ministero sacerdotale e all’insegnamento cui dedicò ogni cura.
Ma la sua grande, rara modestia tenne celate le doti dell’animo
suo gentile, le sue opere di pietà ed i suoi meriti, che ora, dopo
la sua dipartita, è slato possibile di conoscere per intero e meglio
apprezzare.
Compì gli studi in Roma, addestrandosi, nell’Istituto Fisico
Universitario, alle più delicate indagini di tìsica sperimentale.
Esordì nell’insegnamento al liceo del Seminario Vaticano, e
dipoi successe al Regnani nella cattedra di tisica e chimica
del Seminario Romano, e da pochi anni insegnava anche nel
Collegio Urbano di Propaganda Fide. Le sue lezioni al Semi¬
nario Romano ebbero sempre largo corredo di sperimentazione
per le quali si valeva sia del copioso materiale del gabinetto
istituito dal Regnani, sia dei più moderni apparecchi di cui
potè arricchirlo; ma più spesso gli esperimenti erano frutto di
ingegnose disposizioni da lui immaginate e di grande efficacia
didattica. Si teneva sempre al corrente coi continui progressi
della scienza e, provveduto di largo spirito d’assimilazione, sa
peva volgarizzare le nuove scoperte e farne argomento delle
sue lezioni. Cedendo a vive insistenze si era indotto a far lito
grafare il sunto delle lezioni liceali di fìsica e chimica, e forse
in tempo non lontano avrebbe anche consentito a stamparle.
Il Bonetti apparteneva alla Società Geologica Italiana fin
dal 1885; intervenne a parecchie riunioni e partecipò anche
ad escursioni sociali. Fu assiduo alle riunioni della Società Ita-
CXXVI1I CONGRESSO DELLA S. G. 1. IN SPOLETO
liana di Fisica e più ancora a quelle dell’Accademia Pontificia
Romana dei Nuovi Lincei ove era membro ordinario.
Il poco tempo che rimaneva libero dopo le care dell’inse¬
gnamento era, a guisa di ricreazione, dedicato dal Bonetti allo
studio delle diatomee, iniziatovi, insieme al nostro collega
prof. Giuseppe Antonelli, dall’insigne diatomologo Francesco
Castracane degli Antelminelli. A tale determinazione non fu¬
rono del tutto estranee le premure che io stesso facevo al Ca¬
stracane, al Lanzi e ad altri onde avere dati per utilizzare,
nelle discussioni sulla geologia dei dintorni di Roma, anche le
diatomee di cui andavo trovando importanti giacimenti.
E qui per debito di riconoscenza devo ricordare la insupe¬
rabile cortesia del Bonetti nel mettere a mia disposizione i
suoi libri e la sua non comune competenza in tal genere di
studi, nelle talvolta lunghe conversazioni che dovevamo tener
di notte, poiché le nostre occupazioni non ci consentivano altro
tempo migliore.
Come nelle esperienze di fisica egli era di una scrupolosa
diligenza nel tener nota di ogni minimo particolare, così lo
vidi altrettanto paziente nel l’annotare le diatomee dei suoi pre¬
parati, nel fare disegni a matita delle forme di più difficile
identificazione e dei più delicati dettagli di ornamentazione ri¬
conosciuti ai più forti ingrandimenti.
Molti sono i materiali diatomeiferi che ebbe a studiare ; po¬
chissimi quelli pe’ quali ne pubblicò i risultati. Altri studi lasciò
inediti ritenendoli, spesso a torto, non ancora completi o non
meritevoli di pubblicazione. Incompleto resta l’ordinamento della
importantissima e ricca collezione diatomologica del Castracane,
che l’Accademia dei Nuovi Lincei, presso la quale conservasi,
aveva a lui affidato, incaricandolo altresì di compilarne il catalogo.
È desiderabile che tanta messe di lavoro del Bonetti non
vada dispersa e che qualche suo volenteroso collega si accinga
a farne oggetto di apposita pubblicazione dedicata alla memoria
del caro estinto.
E. Clerici.
PUBBLICAZIONI DEL PROF. FILIPPO BONETTI
Ricerche sperimentali sulla variazione di densità dell’acqua tra 0° e 10°.
Atti IL Accad. Lincei, serie 3a. Transunti, voi. Vili, 1884, pag. 323-26.
Sulla deformazione prodotta in vasi di vetro da pressioni interne (in
collaborazione con G. Agamennone!. — Nota I. Atti R. Accacl. Lincei,
serie 4", Rendiconti, voi. I, 1885, pag. 665-670. — Nota IL lei., pag. 699-701.
Sopra un nuovo modello di barometro normale (in collab. con G. Aga¬
mennone). — Nota I. Atti R. Accad. Lincei, serie 4a, Rendiconti, voi. IV,
2° semestre, 1888, pag. 69 75. — Nota IL Id., pag. 127-132, con 5 fi¬
gure. — Nota III. Id., pag. 257-264, con 2 figure.
Sopra un nuovo tipo d’igrometro (in collab. con G. Agamennone).
Atti R. Accad. Lincei, serie 5% Rendiconti, cl. se. fis., mat. e nat., voi. I,
2° semestre, 1892, pag. 216-222, con fig.
Le diatomee fossili di Tor di Valle nei dintorni di Roma (in collab.
con G. Antonelli). Meni, della Pont. Accad. Romana dei Nuovi Lincei,
voi. IX, 1893, pag. 235.
Ulteriori esperienze sopra un nuovo tipo d’igrometro (in collab. con
G. Agamennone). Atti R. Accad. Lincei, serie 51, Rendiconti, cl. se. fis.,
mat. e nat., voi. Ili, 2° semestre, 1894, pag. 23-30, con fig.
Calcolo della posizione dell'ipocentro, del tempo all’origine e della ve¬
locità di propagazione dei terremoti (in collab. con G. Agamennone). Atti
R. Accad. Lincei, serie 5a, Rendiconti, cl. se. fis., mat. e nat., voi. IV,
1° semestre, 1895, pag. 38-45.
Sulla velocità superficiale di propagazione dei terremoti (in collab. con
G. Agamennone). Atti R. Accad. Lincei, serie 5a, Rendiconti, cl. se. fis.,
mat. e nat., voi. IV, 1° semestre, 1895, pag. 62-68, con 2 fig.
Mammiferi fossili dell’antico lago del Mercure (in collab. con G. De
Angelis d’Ossat. È del Bonetti il capitolo sulla il li ero fi ora fossile). Atti
dell’Accademia Gioenia di Scienze Naturali in Catania, serie 4a, voi. X,
(Mem. XV) 1897, con 1 tav.
cxxx
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
Dei diversi metodi per determinare la posizione dell’epicentro nei terre¬
moti lontani d’ignota provenienza (in collab. con G. Agamennone). Bol¬
lettino della Società Sismologica Italiana, voi. IV, 1898, pag. 242-253.
Il concetto di massa nell’ insegnamento elementare della meccanica.
Il Nuovo Cimento, organo della Società Italiana di Fisica, serie V,
tomo XIV, 1907, pag. 101-103.
Preannuncio di un lavoro dei professori Bonetti ed Antonelli (sn ma¬
teriale diatomeifero di Catanzaro). Atti Pont. Accad. Romana dei Nuovi
Lincei, anno LXI, 1908, pag. 180.
Sopra il rinvenimento di un materiale diatomifero presso Piano. Atti
Pont. Accad. Romana dei Nuovi Lincei, anno LXII, 1909, pag. 55-57,
con 1 tav.
AUGUSTO STATUTI
II primo del mese di ottobre dello scorso anno cessò sere¬
namente di vivere l’ingegnere comm. Augusto Statuti, nella tarda
età di 82 anni
La scomparsa dello Statuti è stato un vero lutto per la So¬
cietà geologica italiana, giacche tutti i soci sanno quanto Egli
abbia fatto per il nostro Sodalizio al quale apparteneva sino
dalla fondazione.
Allorché la Società si onorava di avere come tesoriere S. E.
l’on. sen. Tommaso Tittoni, questi per le molteplici sue occu¬
pazioni non poteva attendere all’amministrazione del patrimonio
sociale con quella assiduità che lo stesso sen. Tittoni avrebbe
desiderato; ed allora si pensò di diminuire il lavoro al teso
riere, e si nominò un vice-tesoriere precisamente nella persona
di Augusto Statuti. Ciò dal 1889; e non so dire come lo Sta¬
tuti corrispondesse in tutto alla unanime aspettativa. Egli tenne
il posto dapprima come vice-tesoriere, poscia come economo
sino al 1895, nel qual anno, essendo presidente il prof. Calia-
vari, il sen. Tittoni, per le sue sempre crescenti occupazioni e
per la sua ormai continua dimora fuori Roma, si dimise.
A chi affidare la custodia e l’amministrazione del patrimonio
sociale? Il Consiglio direttivo pensò subito allo Statuti, come
dimostrazione di stima e di gratitudine per l’opera assidua ed
intelligentissima già per tanti anni prestata a tavore della So¬
cietà geologica; e pregò lo Statuti di accettare la carica di
tesoriere, senza che venisse nominato un economo, per rientrare
1 Nacque lo Statuti in Roma il 21 agosto 1829 da Filippo e Matilde
Salvi. Si sposò, in prime nozze, con Luisa Arata di Civitavecchia, dalla
quale ebbe, unica figlia, la signora Augusta sposa al cav. Mario Bizzarri;
ed in seconde nozze con Barnaba Romanelli, a lui premorta.
CXXXIV CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
così nei termini del nostro statuto, giacche tale carica non vi
è considerata.
L’ing. Statuti fu dapprima titubante nel l’accettare, perchè
temeva che lo aumento delle occupazioni non gli permettesse
di assolvere all’impegno; avendo Egli sempre seguito il prin¬
cipio di non accettare incarichi se non era più che sicuro di
potere con ogni scrupolosità adempiere all’impegno preso.
Ma le preghiere degli amici vinsero ogni riluttanza, e la
Società geologica potè avvantaggiarsi dell’opera immensamente
profìcua del nostro compianto Statuti ancora per altri dieci anni ;
sinché nel 1905, stanco per la ormai grave età, si dimise, dubi¬
tando di potere più oltre attendere con la consueta assiduità
allo ufficio prima accettato. Si fecero presso di Lui alcuni passi
discreti, ma insistendo Egli, non si volle avere la pretesa di
troppo abusare della generosità Sua per un lavoro fastidioso,
di responsabilità ed interamente gratuito, durato già per un
periodo di quasi un ventennio. Le dimissioni quindi vennero
accettate, e, dopo un non lungo interinato, sostenuto dallo scri¬
vente, l’incarico venne affidato al suo degno successore l’ing. Gio¬
vanni Aichino, che seppe così bene continuare le tradizioni la¬
sciate dallo Statuti.
Ma l’ing. Statuti non dimenticò per questo la nostra Società,
chè anzi se ne occupò ancora ripetutamente come consigliere,
alla quale carica la Società lo volle nominato subito dopo il Suo
ritiro da tesoriere, ed anche nello scorso anno a Lecco venne
di nuovo proclamato consigliere per il triennio 1912-1914. Gli
vennero anche affidati dai Presidenti, incarichi vari che sempre
assolse con la usata competenza, sollecitudine e delicatezza; e
fra gli altri mi piace ricordare la parte notevole che prese, nel
1898 (presidenza Bassani), nella Commissione per la riforma
dello statuto e del regolamento; riforma che naufragò beasi a
Lagonegro, ma che negli « Atti della Commissione » permise
la riunione di una quantità di proposte che vennero già in parte
utilizzate a beneficio della Società, e serviranno ancora a chi si
dovesse occupare di simili questioni amministrative.
Noi, poi, tutti ricordiamo con quanta assiduità lo Statuti in¬
terveniva alle nostre riunioni in Roma e fuori; come ci seguiva
volonteroso anche nelle gite meno agevoli: talmente che tutti,
COMMEMORAZIONI
CXXXV
che lo avvicinavamo tanto volentieri per godere della Sua sim¬
patica compagnia, ammiravamo in Lui la fibra robusta, pari
alla lucidità della Sua mente l.
Lo Statuti non era geologo nello stretto senso della parola,
\
ma a Lui piaceva tutto ciò che era scienza. E noto come per
vari anni fu segretario della Accademia Pontificia dei Nuovi
Lincei, alla quale prodigò gran parte della Sua attività; note
parimente sono le Sue varie pubblicazioni di Malacologia vi¬
vente2; le memorie storiche sull’acqua di Fiuggi '; ed alcune
1 Avemmo lo Statuti compagno di escursioni, oltre a tutte quelle
dei dintorni di ltoma, fatte in occasione delle adunanze invernali, in
quelle di Verona (1882), Fabriano (1883), Arezzo (1885), Rimini (1888), Ber¬
gamo (1890), Vicenza (1892), Firenze (1895), Perugia (1897), Lagonegro
(1898), Pisa (1899), Ascoli Piceno (1899), Acqui (1900), Brescia (1901),
Spezia (1902), Siena (1903), Catania (1904), Tolmezzo (1905), Sestri Le¬
vante (1906).
1 Pubblicazioni malacologiclie :
Sulla Venus nucleus Donati. Atti Acc. Pont. N. Lincei, voi. XXXIII.
Contribuzione alla fauna mediterranea del litorale romano. Lamel-
laria n. sp. Atti id., id., voi. XXXIV.
Catalogo sistematico e sinonimico dei molluschi terrestri e fluviatili vi¬
venti nella provincia romana. Bull. Soc. malac. ital., voi. Vili, 1882.
Contribuzione alla fauna malacologica romana. Atti id., id., volu¬
me XXXVI.
Fauna malacologica della provincia romana. Anodonta Auxurensis
sp. n. Atti id., id., voi. XXXVI, 1883.
Sulla malacologia del Lazio. Atti id., id., voi XXXVII.
Note malacolog ielle sulla fauna romana. Atti id., id., voi. XXXIX,
1886.
Sugli studi malacologici nel Lazio. Memorie, id., id., voi. I.
3 Pubblicazioni sull’acqua di Fiuggi :
Sulla sorgente dell’Acqua antilitiaca di Anticoli (Campagna) deno¬
minata di Fiuggi. Atti Acc. Pont. N. Lincei, voi. XXXI (1878) 1879.
Nuove osservazioni sulle sorgenti dell'Acqua antilitiaca di Anticoli
(Campagna) denominata di Fiuggi. Atti id., id., voi. XXXVI (1883) 1884.
Di alcune recenti esperienze sull’Acqua antilitiaca di Anticoli (Cam¬
pagna) denominata di Fiuggi. Atti id., id., voi. XXXVII, 1884.
Alcune riflessioni sull'azione litontritica dell’Acqua di Fiuggi. Atti id.
id., voi. XXXIX, 1886.
L’ozono nell’Acqua antilitiaca di Anticoli in Campagna denominata
di Fiuggi. Atti id., id., voi. XLIV, 1891.
CX XXVI
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
altre di vario genere 1 delle quali è cenno nelle qui unite note
bibliografiche. Lavori tutti che gli valsero un buon nome fra i
malacologi, come fra gli studiosi di questioni storiche e di idro¬
logia chimica. E fu mala ventura la sua fine; perche da Lui
avremmo avuto una ponderosa opera storica sulla origine e sui
primi anni della Accademia dei Lincei, giacche da vario tempo
Egli, con la pazienza e la cura sua propria, andava riunendo
una somma ingente di documenti e di dati per quell’opera che
così è rimasta interrotta. Ma la sua fatica non sarà inutilizzata,
giacche tutte le sue preziose carte ben ordinate in 237 fasci¬
coli si trovano ora depositate negli archivi della Pontificia Acca¬
demia dei Nuovi Lincei, e verrà giorno che la pubblicazione
di tanto lavoro sarà fatta come doveroso omaggio alla Sua vene¬
rata memoria, ed a grande utilità degli studiosi 2.
Intorno all’Acqua di Fiuggi di Anticoli (Campagna). Atti id., iti.,
voi. L.
Sopra un, codice vaticano latino contenente una illustrazione inedita
del secolo XVII sul! Acqua di Anticoli (Campagna) denominata di Fiuggi.
Memorie id., id., voi. XXVII.
Sull’Acqua antilitiaca in Anticoli (Campagna) denominata di Fiuggi.
Ulteriori notizie e documenti storici. Meni, id., id., voi. XIII, 1897.
1 Pubblicazioni varie :
Esame di un calcare ad Ippuriti che esiste nei dintorni di Terracina.
Atti Acc. Pont. N. Lincei, voi. XXX.
1 ricci (limare nell’editto di Diocleziano « De 1 preti is rerum venalium ».
Atti id., id., voi. XL, e Meni. voi. III.
Rivista di una memoria del doti. Terrigi sul calcare (Macco) di Falò
e sua fauna microscopica. Atti id., id., voi. XLIII.
■ Non poche volte lo Statuti nel presentare alla Accademia dei Nuovi
Lincei delle Memorie a stampa inviate in omaggio dagli autori, aggiun¬
geva osservazioni critiche sul lavoro, ampliando l’argomento, svisceran¬
dolo in modo da dare alla presentazione carattere di lavoro originale.
Negli Atti della predetta Accademia poi si leggono numerose necro- '
logie di soci od altri scienziati defunti, fatte con rara maestria dal nostro
Statuti.
2 Dei primi anni di vita dello Statuti, dei suoi studi, della sua mul¬
tiforme attività, è larga e ben efficace parola nei Cenni biografici pub¬
blicati nelle Memorie della Acc. Pont, dei N. Lincei, voi. XXX, 1912,
a cura dell’ing. comm. Giuseppe Olivieri, coetaneo ed amico del com¬
memorato.
COMMEMORAZIONI
CX XXVI I
Noi oggi commemorando degnamente l’Uomo perduto per seni
pre, compiamo un dovere di gratitudine. Segnalilo nel nostro Albo,
a lettere d’oro, il nome di Augusto Statuti, del consocio predi¬
letto, del padre impareggiabile, dell’uomo dotto, del cittadino
integerrimo, pio, senza infingimenti cattolico convinto, ma non
intransigente, rispettosissimo del pensiero altrui; dell’uomo che
ha lasciato sì largo tributo di affetti e degno di essere in ogni
tempo additato ad esempio.
Antonio Neviani.
ERNESTO FORMA
Ernesto Forma ebbe i natali in Torino il 21 settembre 1869,
sortendo da natura una complessione debole e delicata in modo
che il suo corpo non si potè sviluppare perfettamente e la sua
esistenza fu sempre stentata e sofferente, mentre l’anima sua
tutta vita e volontà, sentiva le più alte aspirazioni all’onore ed
al sapere.
Terminate con onore le prime scuole, le sventure casalinghe
10 forzarono ad interrompere gli studi per darsi ad una qualche
arte o mestiere. Ma non per indolenza o deficienza di talento,
bensì per il suo fisico incapace alla fatica dell’operaio, fu for¬
zato a sospendere ogni occupazione, anzi consigliato a passar buona
parte della giornata all’aria pura della campagna.
Alle colline che rendono così bella, con la cerchia delle Alpi,
la posizione di Torino, diresse i suoi passi nelle ore di ozio
forzato il nostro Ernesto Forma allora in sui vent’anni ; e fu
buon per lui e per noi. Non aveva tatto studi superiori, ma
l’anima sua intelligente ed avida di sapere s’interessava di
ogni cosa, e non c’è da far le meraviglie se nelle sue pere¬
grinazioni attraverso strade incavate tra marne ed arenarie la
sua attenzione ed il suo acuto spirito d’osservazione si rivolges¬
sero ai fossili.
Le sue prime scoperte datano dal 1891 ed erano di qualche
grande foraminifero, che subito volle portare al nostro museo
geologico, per averne qualche schiarimento. Al museo s’incontrò
con il nostro collega il prof. Federico Sacco, allora assistente,
11 quale conoscendo me, che appunto stavo studiando i forami-
niferi piemontesi, gli diede per consiglio di farmeli vedere. Egli
venne. Da quel giorno la collina torinese divenne sua ; non vi
è sentiero, non burrone, non corso di rigagnolo, non palmo di
COMMEMORAZIONI
UXXXIX
terreno, che non sia stato da Ini battuto, frugato onde trovarvi
dei fossili, che si faceva premura di portare al museo ed agli
studiosi, i quali, man mano conoscendo ed apprezzando l’opera
sua, si studiavano aiutarlo in tutti i modi, contenti sempre di
quel che facevano, perchè egdi a tutti conservava riconoscenza,
lieto di aver prestata l’opera sua a vantaggio della scienza e dei
suoi cultori.
Non è possibile numerare il materiale paleontologico da lui
raccolto in quei brevi anni della sua dolorosa esistenza, contur¬
bata da malanni, che lo obbligarono a subire diverse operazioni
chirurgiche che, pur preservandogli il braccio, gli ridussero la
mano destra quasi inservibile, in modo che è facile immaginare
quanto gli abbiano costati quei lavori e quelle ricerche, che
nulladimeno continuò fin quasi agli ultimi giorni suoi.
Si comprende facilmente il perchè il prof. Parona, che da
molti anni dirige con tanto amore il museo geologico dell’Ateneo
torinese, l’abbia avuto caro come un amico e gli abbia ottenuta
nel 1899 la nomina di preparatore e nel 1909 quella di tecnico,
dimostrando così di apprezzare le belle qualità di mente e di
cuore e le svariate attitudini di Ernesto Forma.
Non i fossili soli attirarono le sue predilezioni, ma anche
l’amore al bello, che oggidì tanto si va esplicando per mezzo
dell’arte fotografica. Ed il Forma fu fotografo valente e non
pochi furono gli allori che gli procurò la fotografìa, e molte
onorificenze e premi ebbe nelle diverse Esposizioni di Torino,
Roma, Milano, Bruxelles, ecc. Con grande calma e costanza e
con espedienti ingegnosi riusciva a produrre lavori di effetto e
precisione mirabile, ed ebbe incarichi di fiducia, come quello
di fotografare un codice pergamenaceo del capitolo d’Ivrea per
quel grande paleologo che fu Teodoro Mommsen. Questa sua abi¬
lità servì in particolare ai nostri studi e ne sono prova le molte
tavole pubblicate negli Atti di Accademie e Società fatte con
le fotografìe di Ernesto Forma, ed il suo nome scrittovi in
calce è il monumento, che lo ricorderà alle generazioni future.
Non frequentò scuole superiori, ma con la lettura e l’appli-
%
cazione seppe riuscire ad arricchire la sua mente di tali e tante
svariate cognizioni, che la conversazione con lui era sempre
attraente e simpatica; e la sua presenza trasformava le fredde
CXL
CONGRESSO DELLA S. (ì. I. IN SPOLETO
e silenziose sale di un museo di fossili e roccie in un’oasi piena
di vita e di modernità.
Il suo astro doveva presto tramontare, Egli lo diceva, che
la sua vita doveva essere breve...; eppure seppe affrontare in¬
fermità e dolori con forza d’animo e serenità esemplari. Nel
settembre del passato 1911, mentre avrebbe voluto unirsi a noi
nella riunione di Lecco, sentendosi più male, si fece portare in
una casa di cura, ma al 4 ottobre ritornato nel suo stanzino,
quasi i mprovvisamente si spegneva la mattina seguente in età
di 42 anni, lasciando un vuoto ed un vero rimpianto in quel
museo che a lui tanto deve e che fu il conforto della sua esi¬
stenza.
E. Dervieux.
ESCURSIONE NEI DINTORNI DI SPOLETO
(9 settembre)
La escursione nei dintorni eli Spoleto riuscì particolarmente
interessante per gli importanti fenomeni stratigratìci, che si po¬
terono constatare. Ai congressisti si unì il prof. Sordini.
(Fot. del dott. Stefanini).
Soprapposizione dei calcari del Lias inferiore alla scaglia del Scnoniano.
Alle ore 7 circa i congressisti muovono dalla città di Spo¬
leto, e per la via del Ponte delle Torri iniziano la salita di
Monte Luco, rivestito di elei secolari e di glauchi olivi. Dopo
circa un chilometro di pittoresco cammino si osserva subito la
x
CXL11
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
sovrapposizione del banco di Lias inferiore di Monte Luco alla
caratteristica scaglia del Cretaceo superiore, la quale per un certo
tratto si presenta schiacciata e triturata in modo evidentissimo.
(Fot. del dott. Stefanini) .
Castelmonte. Lembo isolato di calcare del Lias inferiore
posato sulla scaglia senoniana.
Proseguendo per la mulattiera di Castelmonte si attraversa
una breve zona di scisti a fucoidi in finestra sotto la scaglia, e
quindi lungo il fosso della Vallocchia scavata tutta nel Senoniano
per un tratto di circa 3 chilometri si vede il calcare del Lias
inferiore sovraincombere con pareti a picco sulla scaglia rosata.
ESCURSIONI
CXLIII
Il contatto tra le due formazioni è nettissimo, e non appare
di solito lina grande discordanza tra gli strati della scaglia e
quelli del calcare liassico.
Presso Castelmonte la sovrapposizione suddetta è anche più
chiara e manifesta. Sulla roccia senoniana sono posati due lembi
piccolissimi isolati di calcare liassico, uno dei quali costituisce
la sommità del poggio di Castelmonte, formato di scaglia rosata
e ricoperto da un cappello di calcare massiccio.
Giunti presso la vetta di Castelmonte, i congressisti si in¬
contrarono col comm. Fratellini, Sindaco di Spoleto, e, consu¬
mata la colazione, che la previdente organizzazione del Presi¬
dente aveva fatto trovare sul luogo, sorsero animate le discus¬
sioni intorno all’interessante fenomeno osservato.
Da tutto quello che fu possibile di constatare e dalle de¬
duzioni dell’ing. Lotti, che compì il rilievo geologico della re¬
gione in esame, si può ritenere che il Lias inferiore nel suo
insieme sta a rappresentare il residuo di un grosso banco spesso
circa 250 metri, che dalle falde dei monti di Spoleto situati
sulla destra del Torrente Tessino, spingevasi in alto fin presso
10 spartiacque tra la Valnerina ed il Tessino. Questa massa
grossolanamente tabulare, che si estendeva per quasi 7 chilo¬
metri da NE a SO, avendo uno spessore alquanto esiguo in
paragone alla sua ampiezza, si ruppe in varie direzioni durante
11 corrugamento ed i frammenti, che ne risultarono, dovettero
assumere direzioni ed inclinazioni diverse dalla direzione sue¬
sposta. I lembi isolati esistenti presso Castelmonte evidente¬
mente erano collegati dapprima colla grande placca calcarea di
Vallocchia.
Per le condizioni stratigrafiche, e per l’aspetto che presenta
in taluni punti la scaglia, si può concludere di essere in pre¬
senza di un piccolo carreggiamento, il quale può considerarsi
come la esagerazione di una piega ribaltata verso est, con rot¬
tura per stiramento del fianco rovesciato e scorrimento succes¬
sivo ascendente del fianco normale lungo la superficie della
faglia verificatasi.
L’età geologica della roccia carreggiata è dimostrata in modo
sicuro dalla sua natura litologica: trattasi, infatti, del solito
calcare biancastro imperfettamente stratificato o massiccio, ta
CXL1V
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
lora ceroide, altre volte minutamente cristallino, e con numerose
sezioni di gasteropodi e crinoidi: esso, inoltre, come si potè
osservare presso la Rocca di Spoleto, è ricoperto dal calcare del
Lias medio ricco di ammoniti. Sull’età, infine, della scaglia sot¬
tostante non si possono avere seri dubbi, sia perchè essa pre¬
senta sempre l’aspetto caratteristico di un calcare rosso marnoso
(Fot. dell’ing. Crema).
I congressisti
alla casa di campagna dell’avv. Fratellini, Sindaco di Spoleto.
sottilmente stratificato, contenente qua e là delle lenti e noduli
di selce rossa, sia perchè riposa, come si vide lungo il fosso
della Vallocchia, sugli scisti varicolori a fucoidi dell’Aptiano,
sovrastante al calcare grigio neocomiano.
Ripreso il cammino per la dirupata mulattiera che da Ca-
stelmonte conduce verso Borgiano, i congressisti arrivarono alla
villa del comm. Salvatore Fratellini, dove, ricevuti con cordia¬
lissima accoglienza da lui e dalla sua gentile signora, furono
poi invitati ad un sontuoso rinfresco.
Dopo di ciò, alcuni degli intervenuti seguirono direttamente
la via per Spoleto; altri, invece, si diressero verso il Ponte del
Cortaccione, dove si osservò nuovamente la sovrapposizione del
ESCURSIONI
CXLV
Lias inferiore al Cretaceo superiore. Ivi, al contatto, la scaglia
senoniana non solo appare frantumata, ma presenta per un certo
spessore una laminazione indipendente dalla sua stratificazione
e parallela alla superficie di contatto. Proseguendo, poi, per la
strada provinciale verso Spoleto si potè constatare tutta la serie
dei terreni secondari, dagli scisti a fncoidi sino ai calcari rossi
ammonitiferi del Lias superiore.
Alle 18 i congressisti erano tutti nuovamente riuniti nella
città, soddisfatti delle interessanti osservazioni eseguite durante
la giornata.
Paolo Principi.
ESCURSIONE A NORCIA
(IO settembre )
La mattina alle ore 7,30 si partì da Spoleto con tre auto¬
mobili, diretti a Norcia, accompagnati dal prof. Sordini di Spo¬
leto e dal prof. Martini di Roma colle loro gentili signore.
Dopo avere attraversato l’area di carreggiamento, costituita
dalle masse di Lias inferiore riposanti sopra la scaglia rosata,
si giunse a nord di Borgiano, dove affiora un esteso lembo di
Lias superiore, a cui si sovrappone il Giura, ricoperto alla sua
volta dal calcare neocomiano. La strada, che dalla pianura di
Spoleto sale gradatamente verso Forca di Cerro, il valico da
cui si discende verso la Valnerina, permette di osservare pa¬
norami stupendi : il verde dei boschi, che ammantano ancora
le pendici montane, gli aspri burroni, le incisioni profonde oc¬
cupano di continuo l’attenzione del viaggiatore, meravigliato da
tante naturali bellezze. Ma i fascini e le attrattive del luogo
non fanno dimenticare lo scopo della gita. A Forca di Cerro
osserviamo il grande sviluppo, che acquistano gli scisti a fu-
coidi, e quindi, lungo la ripida discesa, fra Grotte e Piedipa¬
terno, esaminiamo una larga zona della nota formazione areuaceo-
marnosa ricoperta da scaglia argillosa e quindi dalla scaglia
rossa, costituente una piega rovesciata.
Continuando la discesa, la scaglia rosata acquista un gran¬
dissimo sviluppo e, fra Piedipaterno e Tripouzo, si presenta in
bellissime pieghe e complicate contorsioni, che destarono l’am¬
mirazione degli intervenuti. Giunti presso la stretta di Sasso
Tagliato, uno dei tratti caratteristici della strada nursina, af¬
fiorano nuovamente imponenti masse di Lias inferiore, con pa-
ESCURSIONI
CXLVII
veti quasi a perpendicolo e sulle quali, a qualche diecina di metri
dal fondo della valle, sono visibili delle placche di travertino.
A Triponzo sono degne di nota le sorgenti sulfuree, che
devono probabilmente la loro origine ad una faglia, che
{Fot. dell’ing. Crema).
Contorcimenti del Senoniano lungo la strada della Yalnerina
tra Piè di Paterno e Triponzo.
pone immediatamente a contatto i calcari massicci del Lias
inferiore colle formazioni giurassiche ed infracretacee. Secondo
il Lotti le sorgenti attuali sono da considerarsi come un resi
duo di quelle antiche manifestazioni, che produssero il travertino
di Triponzo e che dovevano scaturire molto più in alto.
Dopo Triponzo abbandoniamo definitivamente la Valle della
Nera per entrare in quella del Corno, costituita da una prò-
CXLVIII
CONGRESSO DELLA S. G. i. IN SPOLETO
fonda gola scavata in gran parte nel calcare Massico, troncato
prima da una faglia e quindi rovesciato verso est sul Lias medio
e sugli altri terreni superiori, che si succedono in serie inver¬
tita fino a Diselli. Presso questo paese il fiume Corno scorre
(Fot. del dott. Stefanini)
Caldaie di erosione nelle pareti della stretta tra Triponzo e Diselli.
entro un solco strettissimo con pareti strapiombanti, in parte
naturali, in parte tagliate artificialmente per la costruzione della
strada provinciale: sono queste, appunto, le strette di Piselli,
che costituiscono il punto più pittoresco della strada nursina.
Trascorsa la borgata di Serravalle, da dove si dirama la via
che conduce a Cascia, è visibile un esteso affioramento di strati
ad Aptici continuantisi fino a Villa. Quindi si entra nella vasta
conca pianeggiante di Norcia la quale, estendendosi ad una
altitudine di circa 650 metri, offre una serie di importanti fe¬
nomeni di idrologia sotterranea.
Giungemmo a Norcia alle 12,30 e ci dirigemmo subito al-
V Albergo della Posta , dove era già stato disposto il pranzo,
ESCURSIONI
CXLIX
che, svoltosi tra la massima cordialità ed allegria, venne chiuso
dai discorsi del Presidente ing. Lotti, prof. Pantanelli, prof. Sor¬
dini e prof. Martini. Facendo tutti risaltare l’importanza degli
studi geologici, chiusero brindando ad un sempre più glorioso
avvenire della scienza e della patria italiana.
Quindi, sotto la guida dell’illustre archeologo Sordini, visi¬
tammo i monumenti più insigni dell’antica città di Norcia, la
quale reca ben visibili i segni dei terremoti, che più volte com¬
pletamente la distrussero.
Alle ore 16 prendemmo la via del ritorno ed alle 19 circa
eravamo di nuovo a Spoleto, coll’animo pieno delle liete e sva¬
riate impressioni ricevute durante la bella e dilettevole escur¬
sione.
Paolo Principi.
ESCURSIONE ALLE FONTI DEL CLITUNNO
ED ALLA CAVA DI BOVARA (PRESSO TREVI)
(11 settembre)
Alla gita, oltre ai numerosi Soci congressisti, parteciparono
il prof. Martini del R. Istituto Tecnico di Roma, colle gentili
Signora e Signorine, e il prof. Sordini dotto rievocatore dei
passati tempi. Questi, graditissimo compagno nei giorni prece¬
denti, ci fu guida preziosa nella visita della bella Spoleto,
illustrandone gli avanzi antichi, testimoni della grandezza e delle
aspre dolorose vicende di quella che fu « colonia romana in
primis firma et illustris ». Era pure con noi il prof. France-
sconi, dell’Università di Cagliari, col bravo bambino Carletto
figliuolo suo, verde speranza della scienza e, per ora, instanca¬
bile camminatore.
Il giorno 11 settembre, alle 7 del mattino, preso posto nei
comodi autobus che la previdenza della Direzione ci fa trovare
pronti, partiamo da Spoleto e per la bella strada, l’antica Via
Flaminia , che da Porta Leonina si svolge lungo l’ampia vallata
del Teverone e del Topino, « popolata di case e di uliveti »,
giungiamo in breve volger d’ora al paesello di S. Giacomo; qui
le automobili si fermano per una breve sosta: fermata questa
fuori programma e per ragioni archeologico-artistiche ; ne è scopo
infatti la visita alla chiesuola intorno a cui si aggruppano le
poche case del paese. Il prof. Sordini, colla consueta dottrina e
cortesia, ci illustra quanto di pregevole sta racchiuso nel sacro
recinto e ci fa ammirare, fra l’altro, degli splendidi dipinti
dello Spagna.
Risaliamo in automobile ed in pochi minuti arriviamo alle
Vene: cosi vengono chiamate le sorgenti del fiume Clituuuo.
ESCURSIONI
GLI
Da S. Giacomo la strada segue quasi parallelamente il corso
del torrente Maroggia; poco prima di arrivare al paese di Pis-
siguano, si osserva l’affioramento di un calcare riferibile al Lias
inferiore, sottostante ad una più potente formazione di Lias me¬
dio; da questo calcare scaturiscono, per sfioramento del livello
idrostatico, le limpide copiose acque, che ispirarono i versi im¬
mortali al Poeta della terza Italia; e di carme è veramente
{Fot. delViny. Crema).
Il laghetto alle vene del Clitunno.
degno il minuscolo pittoresco laghetto, nel quale varie polle
versano le fresche acque, entro cui si specchiano i salici ed i
pioppi delle rive verdeggianti.
Da questo laghetto prende origine il fiume Clitunno, Yin-
clytus amnis che, attraversata la valle spoletina, immette le
sue acque, non lungi da Bevagna, nel fiume Topino.
Presso l’erma marmorea, alla cui base una fine allegoria in
altorilievo ricorda l’opera del Poeta e che è sormontata dal suo
busto, il prof Martini declama, commentandola, l’ode carduc¬
ciana; ed è dono prezioso per noi di udire la recitazione della
meravigliosa poesia da un così fine ed espressivo dicitore.
OLII CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
Lasciato il poetico luogo, l’automobile ci conduce al Tem¬
pietto antico, dinanzi al quale prende la parola il prof. Sordini
che, argomentando dalle forme mutate le due diverse età della
parte anteriore e posteriore della costruzione, intreccia alla sto¬
ria del modesto tempio cristiano il racconto delle vicende del
forte popolo Umbro.
Giungano al dotto illustratore i ringraziamenti più sinceri.
E ritorniamo ancora una volta alle nostre automobili che ci con¬
ducono in breve a Bovara, meta ultima della nostra escursione:
lasciate sulla strada ad attenderci le vetture, ci avviamo a piedi
verso la cava.
Alla base del Monte di Trevi affiorano grossi banchi di cal¬
care bianco compatto, che bene si presta alla fabbricazione
della calce ; a tale scopo venne aperta una cava a poche cen¬
tinaia di metri dalla strada che da Spoleto conduce a Trevi ;
in questa cava vennero trovati, anni fa, numerosi modelli di
megalodontidi ed impronte di altri fossili che furono studiati
dal prof. Parona, il quale conchiuse doversi questi strati riferire
al Lias inferiore 1 ; nè le nostre ricerche rimangono senza frutto,
chè negli strati più profondi raggiunti dallo scavo vengono tro¬
vati parecchi resti di fossili più o meno bene conservati, ed al¬
tri ci sono offerti dagli operai addetti ai lavori della cava ; do¬
podiché, fatta una sufficiente raccolta, ritorniamo alle nostre
automobili che ci riconducono a Spoleto, dove arriviamo poco
dopo mezzogiorno, soddisfatti della bella ed interessante escur¬
sione fatta.
L. Fiorentin.
1 Sulla fauna e sulla età dei calcari a megalodontidi delle cave di
Trevi (Spoleto). Nota del Socio C. F. Parona. Torino, Carlo Clausen, 1906.
ESCURSIONE A SCHIFANOIA
(12 settembre)
Partiti da Spoleto alle ore 9,25 i congressisti giunsero alla
stazione di Gualdo Tadino alle ore 11. Si era stabilito di
partir subito di là in carrozza, e di recarsi al Castello di Schi-
fanoia: ma siccome la pioggia, che già si temeva fin dal mat¬
tino, era cominciata nel frattempo a cadere, così fu deciso di
far colazione nel piccolo albergo prossimo alla ferrovia, nella
speranza che intanto il tempo migliorasse. Ed infatti, cessata
la pioggia, verso le 12,30 la comitiva potè partire, e giungere
circa un’ora dopo al masso di Schifanoia. Qui fu fatta una
discreta raccolta di fossili nel conglomerato costituente il masso
stesso, e nella formazione arenaceo-marnosa ; dopodiché, pas¬
sando innanzi al Castello di Schifanoia, i Soci si diressero a
piedi verso le alture ad ovest della Pieve di Compresseto. In
cima a queste alture affiorando le argille scagliose, sui rap¬
porti fra esse e la formazione arenaceo-marnosa furono fatte
molte discussioni. L’escursione però non fu potuta compiere
secondo l’itinerario che era stato per questa stabilito, perchè,
dopo non lungo cammino, il tempo, che si era sempre mante¬
nuto minaccioso, si guastò di nuovo : dimodoché il Presidente
dovette rinunziare a condurre la comitiva in alcuni punti, che
egli riteneva più adatti a risolvere l’interessante questione.
Dopo una breve fermata al Castello di Schifanoia, ove a
nome del principe Torlonia fu gentilmente offerto un rinfresco
ai Soci, si risalì in vettura, e sotto una pioggia dirotta si fece
ritorno alla stazione di Gualdo.
C. Pi lotti.
ESCURSIONE AD ASSISI ED AL MONTE SUBASIO
(13 settembre).
1 soci Vinassa, Mattirolo, Gortani, Cernili, Galdieri, Principi,
i quali dopo la escursione a Gualdo Tadino e Schifanoia si re¬
carono la sera del 12 direttamente ad Assisi, nella mattina,
favoriti dal tempo, intrapresero la progettata gita alla Valle
delle Carceri, che costituisce uno dei punti più interessanti del¬
l’ellissoide mesozoica del monte Subasio.
La comoda mulattiera, che dipartendosi dalla Porta dei Ca-
puccini conduce sino al Santuario delle Carceri (in. 704 s. m.),
rende la gita facile, e dilettevole per il meraviglioso panorama
che gradatamente si apre innanzi agli occhi del visitatore.
La strada trovasi da principio scavata nella parte superiore
della scaglia ( scaglia cinerea ), la quale affiora a sud-est della
città per causa di una flessione, prodotta dallo sprofondamento
della parte occidentale della cupola del Subasio. Quindi, dopo
avere attraversato per un lungo tratto i detriti di falda, che
per un rilevante spessore si sono accumulati alla base del monte,
si nota il contatto fra la scaglia rossa del Senoniano ed i cal¬
cari biancastri del Neocomiano, mediante la intercalazione di
una breve zona di scisti a fucoidi. Procedendo più innanzi,
dalla roccia del Cretaceo inferiore si passa ad una sottile for¬
mazione di calcari marnosi grigio-verdastri, ricchi di selce, la
quale di solito si presenta sotto l’aspetto di noduli colorati in
verde od in rosso, e quindi per graduale transizione agli strati
ad Aptici propriamente detti. Questi strati sono costituiti da
calcari marnosi scistosi, con numerosi letti di selce intercalata
fra strato e strato. Il colore di tale roccia è variabilissimo:
predomina tuttavia il verdastro ed il rossiccio e gli Aptici, spesso
ben conservati, si riscontrano specialmente lungo il tratto della
ESCURSIONI
CLY
mulattiera, che costeggia il muro di cinta delle Carceri nella
sua parte che guarda il colle S. Rufino. Presso l’ingresso del
Santuario gli strati ad Aptici, dopo una brevissima striscia di
calcari rosso-giallastri, si sovrappongono in perfetta concordanza
ai calcari marnosi rossi del Lias superiore, i quali a NO del
Santuario costituiscono uno dei più notevoli giacimenti fossili¬
feri. Ivi, infatti, potemmo raccogliere in breve tempo numerosi
esemplari di PJiylloceras Nilsoni, Hildoceras bifrons, Lyto-
ceros, Coeloccras , Hammatoccras, Aegoccras ecc., quasi tutti in
buono stato di conservazione. Al Lias superiore succedono quindi
regolarmente i calcari bianco-grigi del Lias medio bene strati¬
ficati, con letti di selce ed anch’essi ammonitiferi. Questa for¬
mazione costituisce tutta la parte più alta della zona boschiva
della Valle delle Carceri, mentre nella parte più bassa affiorano
i calcari massicci del Lias inferiore con tracce di gasteropodi.
La serie, adunque, de terreni mesozoici risulta così costituita:
1. Scaglia e calcare rosato del Cretaceo superiore.
2. Scisti argillosi e calcari varicolori (scisti a fucoidi) del-
l’Aptiano.
3. Calcare grigiastro selcioso, talora imperfettamente strati-
beato del Cretaceo inferiore ( Neoconuano ).
4. Calcari marnosi grigi o verdastri con noduli di selce va¬
riamente colorata del Titoniano.
5. Scisti calcarei o marnosi ricchi di selce con Aptici dell’Ox-
fordiano-Kimmeridgiano, e calcari rosso-giallastri del Giura in¬
feriore L
(5. Calcari rossi ammonitiferi del Lias superiore ( Mentano e
Toar ciano).
7. Calcari biancastri con selce, ammonitiferi del Lias medio.
8. Calcari grigiastri massicci con gasteropodi del Lias in¬
feriore.
1 II relatore ritiene, come già ebbe a rilevare (Principi, Osservazioni
(jeolocjichc sul Monte Subasio, Boll. Soc. Geol. Ital., 1909), che gli strati
ad Aptici appartengano aH’Oxfordiano-Kiinmeridgiano, anziché al Titonico,
poiché essi appaiono più strettamente collegati coi calcari del Lias supe¬
riore, che con quelli del Neocomiano. Inoltre, riferendo gli strati ad Aptici
al Titonico si verrebbe a costituire una lacuna nella serie degli strati giu¬
rassici, i quali, invece, si succedono l’un l’altro in concordanza.
CLVI
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
Verso Fonte Panzo, nella parte terminale della valle, si ve¬
dono nuovamente affiorare gli strati del Lias medio e del Lias
inferiore, staccatisi dagli strati corrispondenti del Santuario e
spostatisi in basso per effetto, probabilmente, della faglia, la
quale, troncando un segmento ad ovest del monte, ha permesso
che venisse allo scoperto il nucleo della ellissoide.
Terminate le osservazioni più importanti sulla geologia della
valle, visitammo l’Eremo, il quale colla sua angustia e colla
semplicità del luogo e coll’ampiezza dell’orizzonte, che permette
di dominare, meglio assai dei monumenti grandiosi e superbi
dimostra la grande anima di Francesco d’Assisi, e ci fa com¬
prendere ancora come egli, per levare il pensiero alle sue su¬
blimi concezioni, salisse ivi in mezzo a tanta serenità di cielo
ed a tanta fulgida magnificenza della natura !
Si avvicinavano le 12 e noi eravamo ancora trattenuti dalla
potenza suggestiva del luogo. Ma dovemmo subito iniziare la
discesa per ricevere i colleghi, che la sera innanzi erano da
Gualdo ritornati a Spoleto, e vennero in compagnia del prof. Sor¬
dini e della sua gentile figlia.
Durante l’escursione da essi compiuta fu rinvenuto dal prof. Pa-
rona un bell’esemplare di Inoceramus, nella zona degli scisti
ESCURSIONI
CLV1I
diasprini, dove la strada piega per entrare nella vailetta del
\
Santuario delle Carceri. E una valva che corrisponde all’iwo-
ceramus Oosteri E. Paure, secondo la figura che ne dà FA. nel
lavoro sui fossili oxfordiani delle Alpi di Friburgo ', dove pare
(Fot. del doti. Principi).
Rocca di Assisi.
se - scaglia rosata del Cretaceo superiore.
abbastanza comune. Questa forma trovata dal Parona anche nella
zona oxfordiana con Peltoceras transversar iwm del Veronese e
imperfettamente conosciuta riguardo al riferimento generico, man¬
cando finora il controllo dei caratteri della cerniera, che non
fu possibile porre allo scoperto neppure in questa valva di As-
1 Mémoires de la Soc. Pai. Sdisse, III, 1876, pag. 64, tav. A I, tig. 2.
2 Note stratigrafiche e paleontologiche sul Giura superiore della Pro¬
vincia di Verona, Boll. S. G. I., 1885, pag. 45.
XI
CLVI11
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
sisi, essendo essa parzialmente compresa nel diaspro. 11 rinve¬
nimento è tuttavia interessante, perchè offre un altro dato per
la sicura determinazione cronologica di una zona, nella quale,
fatta eccezione per gli Aptici, i fossili sono rarissimi.
(Fot. del dott. Principi).
Valle del Torrente Tescio.
1. Scaglia rosata del Senoniano — 2. Scisti a fucoidi dell’ Astiano
3. Calcari biancastri con selce del Neocomiano.
Mentre il secondo gruppo di congressisti compieva la escur¬
sione delle Carceri, noi visitammo i principali monumenti di As¬
sisi. In questa città, come in grandioso museo, si passa da una
ad un’altra creazione artistica, pervasi da un profondo senti¬
mento di maraviglia: nessun rumore turba mai la calma soavità
dell’ambiente; le vie, che si insinuano tra le corrose ed oscure
muraglie delle case e dei templi sembrano quasi deserte. 11 nostro
spirito crede di vivere in un’altra èra lontana dalla nostra, tutta
pervasa dall’ardore inestinguibile di un tumultuoso progresso.
ESCURSIONI
CL1X
Da ultimo salimmo sino alla fiocca, che domina l’immensa
vallata circostante. Essa è fondata sulla scaglia rosata del Cre¬
taceo superiore, la quale si estende a Col Caprile e Col Ca¬
priletto, dove passa con graduale transizione agli scisti cal-
careo-argi liosi dell’Eocene inferiore. La profonda incisione do¬
vuta all’erosione del Torrente Tescio permette, poi, di osservare
sotto la scaglia gli scisti varicolori dell’Aptiano ed il calcare
neocomiano, sviluppato specialmente lungo la sponda destra del
torrente.
Paolo Principi.
SULLE ESCURSIONI DELLA S. G. L NELL’UMBRIA
Considerazioni di A. Verri
Vagliami ’l lungo studio e ’1 grande amore, che m’han
fatto cercar di conoscere la storia fisica della provincia na¬
tiva, a rendere queste considerazioni capaci di far spuntare
qualche pensiero luminoso nel buio pesto della notte di certi
tempi. Sono stato tentato ad aggiungerle alle relazioni dei gio¬
vani colleghi dalla circostanza, che la pratica del paese mi per¬
mette di dare rilievo alquanto più esteso ad alcune delle cose
da noi vedute, portando dati e ponendo problemi, che hanno un
interesse nel rilevamento geologico del terreno umbro.
Prima di entrare in materia devo fare un augurio. Le scuole
hanno lezioni di Geologia per la cultura generale e per l’eser¬
cizio di alcune professioni ; ma nel pubblico intellettuale vedo
assenza di sentimento anche davanti gli effetti più imponenti
delle forze, che hanno plasmata la crosta terrestre. L’augurio
richiama voti espressi altra volta; perchè è un peccato che il
pubblico intellettuale resti freddo verso studi che pure sono
molto utili al vivere civile l.
Escursioni nel monte di Spoleto ed a Norcia.
L’escursione a Castelmonte, la gita a Norcia fecero cono¬
scere la struttura dei monti di Spoleto, interposti tra la Valle
Umbra e la Valnerina. I quali monti, con quelli che sepa-
1 Boll. S. G. I., 1903, pag. lxxii e seg.
ESCURSIONI
CLXI
rano la Valle Umbra dalle valli del Menodre e del Vigi
(montagne di Morro e di Cammoro), compongono una catena
avente di comune il dorso formato da pieghe ribaltate verso
oriente. Quelle pieghe hanno influenza determinante nell’inca¬
nalamento delle acque che alimentano le fonti del Menodre ; le
quali, al piede del monte Puro ed a Rasiglia, scaturiscono dalla
grande conserva dei calcari bianchi neocomiani. La portata me¬
dia del Menodre è valutata m.3 1.200, la temperatura alla fonte
di Rasiglia è circa 11 gradi L
La pendice della catena dalla parte della Valle Umbra,
pur mostrando doversi la costituzione di questa vallata ad una
piegatura sinclinale, presenta alcune singolarità interessanti, tra
cui il vedere nei monti di Spoleto i calcari massicci del Lias
inferiore posati sopra le formazioni della Creta superiore, con
addossamento esteso più che 5 chilometri. Nel 1896 notai segni
di accavallamento consimile, tra il Sasso di Pale ed il monte
Cologna, al contatto dalla parte della montagna del Lias infe¬
riore col Mesozoico superiore 1 2.
Riferendomi a quanto scrissi in proposito, dò questo schema
di sezione dal monte II Cerchio nella catena Martana alle mon¬
tagne di Gavelli nella Valnerina 3. È una tra le soluzioni che
1 Carta idrografica d’Italia: Tevere.
2 Nelle sezioni dimostrative ho fatto risaltare con tratteggio il mas¬
siccio del Lias inferiore, perchè questa formazione colla sua rigidità ha
avuta influenza grande nel piegamento delle stratificazioni soprastanti : è
un ammasso di frantumi ricementati, le rare tracce che vi restano delle
linee stratigrafiche si distinguono male dalle linee di rottura.
Le zone con numeri romani comprendono questi piani : I, Lias infe¬
riore; II, Lias medio e superiore, Giura; III, Creta inferiore (Neocomiano);
IV, Creta media e superiore (dall’Aptiano al Senoniano); V, Terziario
antico.
3 Boll. S. G. I., 1903, pag. 449 a 460.
CLXII
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
sì affacciano sul problema orogenico: nella quale soluzione vedo
che concorda l’opinione del Lotti ', e quella manifestata dal
Principi nella relazione dell’escursione.
Nella pendice ovest del Monte « Il Cerchio » è scoperto il Retico.
La zona punteggiata rappresenta il Pliocene ed il Quaternario.
*
* *
Una scoperta d’importanza massima, pei problemi orogenici
non soltanto dell’Umbria, ma altresì della penisola italiana, fu
fatta nel salire il monte di Spoleto. Nella gola solcata dal fosso
della Yallocchia fu trovato presso Yalcieca un lembo di marne
contenenti foraminifere, posato sopra la formazione del Seno-
niano. Trascrivo da lettera del prof. Pantanelli: « Quanto alle
foraminifere raccolte vicino Castelmonte sono plioceniche, non
potendosi ritenere come il risultato d’un disfacimento di piani
più antichi ; esse non solo sono benissimo conservate, ma si tro¬
vano tra loro delle foraminifere ( Orbuline ) così esili, che non
si potrebbe capire come abbiano potuto resistere ad un trasporto.
Il valore della specie è dubbio, alcune potrebbero essere anche
mioceniche, tutte però sono anche plioceniche. _ Forse questo rin¬
venimento è in accordo con l’altro che mi suggerì Vinassa, che
nelle parti più profonde della pianura di Foligno, raggiunte
con le perforazioni per i pozzi artesiani, si sono trovate ar¬
gille con foraminifere e quindi di origine marina ».
Dal trovamento nascono due problemi. Per la loro soluzione,
al dato dei pozzi di Foligno, ricordato nella lettera del Panta-
nelli, aggiungo alcune osservazioni fatte nei terreni pliocenici
1 Eoli. S. G. I., 1912, pag. 279, 280.
ESCURSIONI
, CLXIIT
della zona parallela alla Valle Umbra, compresa tra le catene
Amerina e Martana.
la Le marne plioceniche solcate dal fosso Tarquinio tra Cesi
e S. Gemini contengono Globigerine, Orbuline ed altre forami-
nifere, insieme ad Ostracodi di acqua dolce; in queste marne
si trovano anche foglie di piante terrestri, mentre vi manca
ogni traccia di molluschi marini.
2a Qua sopra alle marne a foraminifere stanno depositi
parte di acqua dolce, parte di acqua salmastra contenenti il
Cardium edule.
3a Le marne a foraminifere si vedono sin vicino al piede
della montagna mesozoica, la quale le domina per circa 600
metri con ripida costa di testate tronche.
4a Nella collina di S. Gemini le marne a foraminifere sono
coperte da almeno 100 metri di ghiaie mesozoiche.
Dalla collina di S. Gemini alla montagna di Cesi.
La zona punteggiata rappresenta le marno con foraminifere.
Non m’è stato possibile trovare una sezione, che mostri come
la formazione delle marne a foraminifere viene a contatto colle
rocce del monte. Le sezioni naturali più vicine alla montagna
hanno in basso grossa massa di sabbie più o meno argillose; av¬
vicinandosi ancor più al monte, si trova al basso una zona di
rottami dcirEocene inferiore, ed una zona di rottami del Seno-
niano ; a questa si soprappongono banchi ghiaiosi di rocce miste
degli altri piani mesozoici. Non è sicuro, ma probabile che quei
banchi arenosi, e forse anche parte delle zone con rottami eoce¬
nici e senoniani, si sottopongano alle marne, perchè le fili iti
e gli Ostracodi d’acqua dolce contenuti nelle marne accusano
presenza di terre; questo dettaglio della sezione, che si riporta
CLXIV CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
dalla memoria L’uomo preistorico nella Conca di Terni, fu di¬
segnato su tale probabilità '.
Premessi questi dati, passo ad impostare i due problemi.
I.
È impossibile che le marne a foraminifere plioceniche nella
gola della Yallocchia rappresentino un seno tranquillo, con de¬
posito di sole fine fanghiglie, su spazio largo oggi al più un
migliaio di metri, e costeggiato da rupi calcaree alte più d’un
centinaio di metri ; perciò la spiegazione, che presenterebbe buone
probabilità, è che raccavallamento liasico sia stato posteriore
a quel momento pliocenico. Ma c’è la difficoltà di compren¬
dere il perchè manchi il Terziario tra il Senoniano e la massa
a questo accavallatasi nel monte di Spoleto, qualora i rile¬
vamenti di dettaglio non ne rivelino in qualche punto la pre¬
senza.
II.
La scoperta delle marne con foraminifere plioceniche nella
gola della Yallocchia consiglia di tenere in conto maggiore,
che non nel passato, quelle del fosso Tarquinio, ed i due gia¬
cimenti porterebbero alla conclusione che, sul principio del¬
l’epoca pliocenica, il mare si estendeva anche alla Yalle Umbra :
ma in questa non si conoscono rapporti tra depositi lacustri e
sedimentazione marina; le condizioni della sedimentazione ad
ovest della catena Martana segnerebbero mancanza di depositi
della zona, marina litoranea, e passaggio subitaneo dalla sedimen¬
tazione di mare profondo ai depositi di maremma. A Roma an¬
cora si vede cosa simile: là si spiega con protendimento straor¬
dinario di ghiaie versate di fianco ad un golfo, per cui ne fu
separato uno spazio dal mare aperto1 2; spiegazione che non si
presta alle depressioni interposte tra le catene del subapennino
Umbro. Qua per l’effetto sarebbe bisognato che la catena Nar
1 Boll. S. G. I., 1910, pag. 120-124.
2 Boll. S. G. I., 1911, pag. 267-269, 287-292.
ESCURSIONI
cuxv
nense-Amerina non fosse ancora emersa, o tutto al più ne emer¬
gesse qualche isolotto; sicché bastasse un non grande ma rapido
sollevamento sul livello marino nei tratti ancora sommersi, per
separare dal mare le depressioni orientali. Quel mare pliocenico
doveva pur avere una zona litoranea ad oriente; dove era quella
zona? è possibile che tra l’Umbria e le Marche l’Apennino fosse
sommerso? Il posto che occupano le ghiaie mesozoiche nella
stratigrafia pliocenica accenna sollevamento grande del l’Apen¬
nino, tra il Pliocene ed il Postpliocene; andare più in là di
questa induzione è azzardoso.
La collezione Bellucci ha cinque individui classificati dal
De Stefani delle specie: Arca Noae L., Cardita intermedia
Broc., Cardium acideatum L., Cardium edule L., Venus islan-
dicoides Lk., 1 . Bellucci li ebbe dai dintorni di Armenzano ad
est del Subasio: per quante ricerche abbia fatte nella località
da lui indicatami, non mi riuscì trovarvi traccia di depositi
pliocenici. Io ho due valve, di Clamys glabra Chemn., datemi
da persona che assicurava averle raccolte nella valle delle
Macchie presso Acquasparta; fatte insieme ricerche nel luogo,
non si trovò neppure una scaglia di molluschi marini, ma solo
molluschi terrestri e palustri compresi in marne e sabbie rife¬
ribili al Pliocene. Perciò sul valore da dare ai travamenti di
questi fossili, debbo mantenere le riserve già poste 2. Il numero
uno per specie d’individui portati a Bellucci, il numero due
d’individui dati a me, mentre nelle plaghe dove un tempo
quelle specie vissero se ne può raccogliere a ceste; il fatto che
le tombe preistoriche contengono anche conchiglie marine, per
cui a me non fa caso che se ne trovi oggi qualcuna sparsa qua
e là; la cosa stessa che non si potrebbe escludere un trasporto
recente, sono i motivi delle mie riserve. Sicché con dati si¬
mili è inutile pensare di risolvere il problema; nondimeno li
ho richiamati, se non altro, per dire quale importanza vi an¬
netto, ed anche perchè non si sa mai che altre ricerche pos¬
sano avere risultato migliore.
1 Atti Soc. Tose, di Se. nat. (Memorie), voi. V (1880), pag. 84.
2 Boll. S. G. I., 1884, pag. 99-101; 1910, pag. 460.
CLXVI
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
Il quadretto che unisco scolpisce la situazione. Sulla linea
Chiana-Tevere formazione pliocenica litoranea straricca di mol¬
luschi marini, con sezioni visibili per potenza di più che 270
metri; nelle colline tra la destra della Nera ed il Fosso Grande
Gli ^ indicano le località dove sono segnalate marne plioceniche con foraminifere.
spazi con depositi di acqua dolce, e spazi con depositi salma¬
stri contenenti il Cardium edule, nel restante, compresavi la
valle del Nestore, solamente depositi d’acqua dolce, che pro¬
seguono nella valle superiore del Tevere, con sezioni visibili
per potenza di 100 a 200 metri l. Ho ommesso nel disegno,
onde non renderlo trito, alcuni rimasugli pliocenici sopra le
zone montuose; principali tra questi il deposito di Frattaguida,
1 Boll. S. G. I., 1886, pag. 438 e seg. ; 1890, pag. 26 e seg. — Atti
IV Congr. Geogr. It., 1901, pag. 67-71. — Boll. S. G. I., 1910, pag. 120-124.
ESCURSIONI
CLXVII
e quello sul luogo del vulcano di S. Venanzo, distante dal primo
una decina di chilometri.
Le marne plioceniche a foraminifere sono visibili, nelle in¬
cisioni dei fossi, sullo spazio tra il Fosso Grande e la Nera.
Sinora ho dato loro poca importanza per due motivi : primo,
la posizione rispetto le rocce del Terziario antico contenenti
Globigerine ed Orbuline ; secondo, la posizione rispetto al lido
del mare pliocenico, per cui i venti medesimi potevano portare
nel bacino maremmano spoglie di quei minuscoli organismi *.
Questi apprezzamenti non sarebbero più sostenibili dopo che
marne simili sono state incontrate dalle trivellazioni profonde
fatte nella pianura tra Foligno e Bastia 2 ; sopratutto ora che
abbiamo trovate sopra al Senoniano del monte di Spoleto marne
a foraminifere, per le quali Pantanelli afferma recisamente la
pliocenicità.
Posto che nel primo momento pliocenico il mare abbia co¬
perta anche la Valle Umbra, la deduzione logica che ne risul¬
terebbe è che le depressioni umbre ne furono tagliate fuori dal
sollevamento delle due catene. Poiché la mossa fu di corruga¬
mento, quelle depressioni separate dal mare potevano aumen¬
tare in profondità, e così accumulare in grande potenza dentro
bacini acquosi i materiali versati dai torrenti e dai fiumi, pur
mantenendosi le acque poco profonde; finche le colmate per¬
misero di stabilire gli alvei. Però c’è sempre un punto oscuro
nella premessa: le foglie di piante terrestri, gli Ostracodi dì
acqua dolce nelle marne a foraminifere indicano vicinanza di
terre, fossero pure isole poco elevate sul mare; si può ammet-
*
1 Rend. R. Ist. Lornb., 1893, pag. 577. — Atti IY Congr. Geogr. It. ,
1901, pag. 70.
2 Non so se siano stati pubblicati studi sulle marne a foraminifere
incontrate in quelle trivellazioni, le quali si spinsero anche a profondità
di più che 100 metri.
0LXVI1I
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
tere la presenza di isole senza traccia di fauna litoranea? qui
sta il nodo.
È facile capire come siano avvenuti, nel movimento ascen¬
sionale, i tagli della catena occidentale, che sono gli emissari
delle acque interne; non è altrettanto del perchè nella valle
del Nestore sia invertito il corso, che le acque dovevano avere
nell’epoca pliocenica. La sezione O-E, passante per la valle
del Nestore, segna all’ingrosso queste altitudini nei terreni plio¬
cenici :
Radicofani : marne di mare profondo . . . m. 800
Monte Cetona (pendice orientale): calcare ad
Amphistegina e Briozoi . » 650
Altopiano di Città della Pieve (alle origini
del Nestore): sabbie di cordoni litorali » 520
Colline della valle delTevere: depositi lacustri » 300
Profilo che m’impressionò quando cominciai a leggere — un po’
bene, un po’ male — qualche parola nelle pagine della geo¬
logia umbra; e più impressiona il fatto che, sopra ai sedimenti
marini pliocenici maggiormente sollevati di questo profilo, sta
il vulcano di Radicofani l.
La sezione dà ragione dell’invertimento nel corso delle
acque; passa sulla grande sinclinale segnata dalle formazioni
mesozoiche dei monti di Perugia e dei monti Martani. L’estre¬
mità est capita dove era il resto di lago della Valle Umbra,
che si dice sia stato vuotato tra il 500 ed il 600, mediante
taglio di emissario dove ora il Chiagio confluisce nel Tevere.
La Valle Umbra durava lacustre nel tronco settentrionale, men¬
tre i versi di Virgilio mostravano essere prosciugato il tronco
meridionale:
Hinc albi, Clitumnc , greges et maxima taurus
Vidima, saepe tuo perfusi flamine sacro,
Uomanos ad tempia Deum duxere triumphos.
1 La letteratura relativa a questo vulcano fu compendiata nel Boll.
S. G. 1., 1903, pag. 23 e seg.
ESCURSIONI
CLXIX
La formazione ghiaioso-arenacea generalmente costituisce
dirò il cappello delle marne marine plioceniche; invece nell’al¬
topiano di Città della Pieve, e propriamente nel settore che fa
capo alla valle del Nestore, i depositi marini pliocenici, sull’al¬
tezza visibile di 270 metri, sono composti totalmente da sabbie
intramezzate dal piede alla cima da banchi di ciottolame; i ciot¬
toli sono il prodotto del disfacimento di rocce eoceniche dei
monti locali. La distribuzione della fauna litoranea e salmastra
nell’altopiano mi fece concepire l’idea, che un grosso fiume Umbro
abbia avuto foce per la valle del Nestore nel mare pliocenico,
e colle sue piene abbia concorso al trasporto ed allo spandimento
del ciottolame, che i torrenti gli ammassavano nell’ultimo tronco
dell’alveo: il quale fiume chiamai Tevere antico L Poiché l’in¬
terrimento fluvio-marino non mi appariva con tanta potenza allo
sbocco presente del Tevere dalla gola del Forello, supposi questa
gola aperta in epoca più tarda, quando l’invertimento segnato
dal profilo descritto chiudeva la foce nel delta di Città della
Pieve. Credo che queste idee in fondo siano buone, e che reste¬
ranno ; ben inteso tenendole nella giusta misura, in concordanza
colla serie degli avvenimenti, dal primo momento pliocenico
all’atto catastrofico del vulcanismo quaternario: cinematografìa
che comprende relevamento dell’Apennino centrale.
❖
❖ #
La fermata al casale di Castelmonte ci fece godere il pa¬
norama del Coscerno, al cui fianco il calcare rupestre neoco-
miano ergesi sul vallone di Gavelli, disegnando l’anticlinale
che separa la Valnerina dalla valle del Corno: la quale anti-
clinale, nella stretta tra Triponzo e Diselli, è tagliata dal
Corno che ne incide la zona del Lias inferiore, come abbiamo
veduto andando a Norcia; più avanti è tagliata dalla Nera,
nella stretta tra Ponte Nuovo e Ponte di Pietra, dove pure è
inciso il massiccio del Lias inferiore.
1 Rend. R. Ist. Lomb., 1877, pag. 778.
CLXX
CONGRESSO DELLA S. G. I. JN SPOLETO
La montanina, che porta l’acqua alla nostra colazione, sia
ricordo gradito di un’ora vissuta lassù all’ombra de’ pagliai,
tra discorsi di scienza e motti di bonumore.
(Fot. del doti. Stefanini).
Escursione alle fonti del Clitunno.
La relazione dell’ing. Fiorentin ha due punti specialmente
importanti. Il primo è la visita allo sperone di Lias inferiore,
il quale sbuca fuori per così dire inaspettatamente dal piede
della montagna a Colle presso Bovara ; il secondo è l’osserva¬
zione sulla presenza del Lias inferiore alle fonti del Clitunno.
L’esistenza dello spuntone di Colle era nota, e la visita là
stava già nel programma; non è lo stesso per l’affioramento del
Lias inferiore al piano delle scaturigini, quasi 150 metri più
in basso che a Colle.
Lo schizzo della sezione della montagna che domina le
fonti del Clitunno, tratto dagli appunti presi nel 1885 e nel
1895, non dà elementi per formarsi un concetto sul bacino che
le alimenta, nè sul loro incanalamento sotterraneo.
ESCURSIONI
CLXXI
Dal S asso di Pale al monte di Spoleto, la massa addossata
alla parete della troncatura a me appare come un panneggia¬
mento. Davanti ai monti Serrone e Cologna una piega sporgente
La montagna tra le fonti del Clitunno e la valle del Menodre.
verso la Valle Umbra, nella quale il Lias inferiore scende sino
al piano allo sbocco dalla montagna del fosso dell’Acqua Sec-
chiana; da questo sbocco a Colle di Bovara una piega rien¬
trante; appresso una gran piega rientrante sino al monte di
Spoleto. Penso che questa grande piega raccolga le acque che
alimentano le vene del Clitunno, le quali sfiorerebbero nel punto
dove è scoperto dal riempimento vallivo il Lias inferiore, la
cui massa è tra le più adatte a costituire conserve di raccolta.
La dispensa ordinaria delle vene del Clitunno è valutata me-
\
tri cubi 1.300, la temperatura è 12 gradi . E probabile che le
acque copiosamente inzuppanti i terreni di Beroide abbiano esse
pure relazione con quella piega, ma forse provenienti da assor¬
bimento di altri piani, tra i quali è principale, nella proprietà
di costituire accolta delle acque sotterranee, la massa dei cal¬
cari neocomiani.
Dò queste idee per quel che valgano: il rilevamento geo
logico in esecuzione nella contrada, al quale appunto attende
anche l’ing. Fiorentin, chiarirà le cose meglio che qualche ap¬
punto preso a tanti anni di distanza da un dilettante passeg¬
giando per quei monti. I problemi sulla circolazione sotterranea
delle acque nelle masse montane sono molto complessi, aven¬
dovi influenza grandissima le pieghe e le fratture delle forma¬
zioni : non basta per fondare teoriche la rappresentazione lito¬
logica della superficie, ancorché fosse esatta; figurarsi quando
non lo sia!
1 Carta idrografica d’Italia: Tevere.
CLXXII
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
¥
* *
La mia arciminuscola biblioteca ha il bene di possedere una
edizione delle Georgiche volgarizzate da D. Stracchi, ornate da
disegni del Minardi: edizione del 1831. Parlando delle foto¬
grafìe prese alle vene del Oli tanno, feci vedere il paesaggio
che illustra il passo di Virgilio che ho citato, e ci fu chi ne
suggerì l’inserimento. Noi Umbri nella contemplazione della na¬
tura il Genio dell’arte tira più che quello della scienza, ed è
tanto facile obbedire ai consigli altrui quando secondano il gusto
proprio.
Sul verde margine del fiume sacro, che accoglie le acque
fresche e chiare scaturite dalla viva roccia, la Geologia cede
la mano all’Archeologia ed alla Poesia evocante i versi di Vir¬
gilio e l’ode del Carducci.
La pace del loco ispirò versi di poesia gentile ad uno spi¬
rito irrequieto, tra i più strani ed i più straordinari del suo
■ . ... ■ . •U.-.C
ESCURSIONI
CLxxm
tempo: versi che un Umbro ama ricordare ai visitatori delle
bellezze naturali di questo paese; come ricorda che nessuno
mai ha colorito con tanto sentimento il precipitare del Velino
dall’alpestre ciglimi della montagna: quel poeta era un osserva¬
tore che trascriveva appassionatamente dalla natura.
[Fot. del doti. Stefanini).
Clitunno !
Fonte più bella della tua non fece
alla Naiade invito o di mirarsi
nel tuo limpido vetro, o di tuffarvi
le membra ignude. Il margine tu baci
dell’erbose tue rive, ove il torello,
bianco come la neve, erra e si pasce.
Tra fiumi assunti nell’Olimpo alcuno
più sincera e tranquilla onda non volge.
Mai l’uman sangue i tuoi puri cristalli
XII
CLXXIV
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
non inquinò, ma sempre e sol cortese
fosti del tuo lavacro o del tuo speglio
a giovani beltà.
. . Talora i pesciolini,
suoi lieti abitatori, uscir dal fondo
si veggono a fior d’acqua, e fan l’argento
delle scaglie brillar. Dal verde cespo
spiccandosi talora una ninfea,
vela fa delle foglie, e segue il flutto
che bisbiglia sommesso un canto eterno.
Bvron, Cialde Harold, traci, di A. Maffei.
Escursione al Subasio.
Intra Tapino, e l’acqua che discende
Dal colle eletto del beato Ubaldo,
Fertile costa d’alto monte pende.
Dante, Par., c. XI.
Su quella costa del Subasio il giorno 13 i Congressisti vi¬
dero come si presentano nell’Umbria le varietà della formazione
mesozoica; guardando da là l’ubertosa pianura, vengono alla
mente i versi con che Properzio indicava il paese nativo:
Qua nebulosa cavo rorat Mevania campo,
Et lacus aestivis intepet vmber aquis.
*
* *
Nel 1895, studiando le linee del Subasio, questa montagna
di apparenza della ellissoide più tipica mi sembrò composta da
tre pezzijprincipali, per una frattura longitudinale ed una tra¬
sversale. La carta geologica del Subasio, rilevata dagli ing. Lotti
e Fiorentin, della quale ci fu donata copia per guida della
ESCURSIONI
CEXXV
escursione, fa vedere a colpo d’occhio la frattura longitudinale
complicata, come scrive il Lotti, da successivi scoscendimenti
Mi sembra che quella frattura possa essere rappresentata sche¬
maticamente da questo schizzo, spogliato dal detrito che copre
il ramo staccatosi dell’anticlinale, ed indipendentemente dagli
scoscendimenti successivi; lo schizzo dimostrativo, che disegnai
Schizzo del Subasio nel verso trasversale.
nel 1901 per la memoria Un capitolo della geografia fisica
dell' Umbria e qui riproduco, segnerebbe la frattura che sup¬
posi avvenuta nel senso trasversale, per l’adattarsi delle forma¬
zioni a costituire la sinclinale della Vaitopina 1 2 : la quale frat¬
tura vedo pure ammessa dal Lotti.
Il dott. Principi — relatore della escursione — enumerando
la serie mesozoica, richiama una dimostrazione data sulla sua
continuità 3 4. Dubito che a qualcuno quella dimostrazione abbia
a parere un po’ forzata; per parte mia non posso che asso¬
ciarmi alla conclusione, rispondendo al convincimento manife¬
stato più volte *. In quella stessa memoria il Principi dette
1 La carta sarà inserita nel Boll, del R. C. (1., voi. XLII; la nota
è a pag. 281 di questo volume.
2 Atti IV Congr. Geogr. It., tav. II, sei-. III.
3 Boll. S. G. I., 1909, pag. 244.
4 Boll. S. G. 1. 1884, pag. 112, 113. — Atti IV Congr. Geogr. It. 1901,
pag. G6. — Boll. S. G. I., 1903, pag. 452 e seg. ; 1910, pag. 117.
CLXXVI
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
una sezione longitudinale del Subasio, segnandovi anch’esso la
frattura trasversale passante tra i poggi Civitelle e Pietrolungo:
vedo con piacere confermata da uno studio dettagliato l’impres¬
sione che ebbi nel 1895, la quale tradussi nello schizzo che
qui ho riportato.
*
* *
Oltre alla figura apparentemente ellissoidale, il Subasio ha
la particolarità di tenere il dorso forato da quantità d’inghiot-
titori carsici, chiamati dai paesani fosse e mortari. 11 dott. Gor-
tani descrisse dettagliatamente quelle doline, ascrivendone al¬
cune ad una categoria da lui qualificata di cedimento, cioè ge¬
nerate da abbassamento progressivo, man mano che veniva a
mancare il sostegno per causa della corrosione neH’interno della
massa; per altre accennava alla possibilità che siano dovute
alla semplice erosione esterna, ed esprimeva incertezza spe¬
cialmente sulla causa determinante la depressione nel luogo del
monte Pietrolungo, dove nella carta geografica è segnato il
lago L Il dott. Principi in questo volume dà alcuni dettagli,
osservati in una trincea aperta nei calcari del Senoniano presso
il colle S. Rufino, che mostrano gli effetti di dissolvimento
operato nelle rocce del Subasio dalle acque piovane assorbite 1 2.
Le doline del Subasio sono avvallamenti nei calcari rosati
e negli scisti a fucoidi, che ammantano il dorso e la pendice
orientale del monte; sotto quegli scisti sta la massa dei calcari
neocomiani. Ho incontrato ampie fosse carsiche in questi cal¬
cari, sulla montagna di Cammoro e sulla catena Martana; mi
capitò ancora di vedere una lente di pozzolana vulcanica mista
a ghiaiette compresa nel Neocomiano, generata evidentemente
dal riempimento di caverna oggi tagliata dal fosso. Le grotte
eolie di Cesi, altre tra Cesi e Portaria sono estese caverne sca¬
vate nel Lias inferiore. Il complesso delle osservazioni m’ha
fatto pensare, che per l’origine dei fenomeni carsici nelle mon-
1 Itemi, sess. It. Aec. Se. Ist. di Bologna, Cl. Se. Fis., 1907-1908,
l>ag. 128.
2 Boll. S. Gl. I., 1912, pag. 334.
ESCURSIONI
CLXXVII
taglie dell’Umbria abbisogni risalire a tempi nei quali l’oro¬
grafia era in qualche particolare diversa dalla presente, forse
la precipitazione acquosa era molto maggiore, e molto attiva
era la circolazione interna dell’acido carbonico. Per la dolina
del monte Pietrolungo può aver avuto influenza il trovarsi
presso la linea di rottura trasversale. Nell’insieme credo che
le doline sul dorso del Subasio, esercitando potente assorbi¬
mento, siano la causa della poca portata dei torrenti e del¬
l’alimentazione delle fonti nella costa occidentale — credo che
l’acqua assorbita, circolando sotterra, lavori continuamente a
minare la stabilità del terreno superiore — ma, come il Su¬
basio presentemente è posto e disposto, non credo che l’acqua
cadente su quello spazio limitato del dorso sia la causa origi¬
nale delle doline, nè maggior acqua riceve da altrove. Sicché
si sarebbe davanti ad una incognita.
*
Il dott. A. Preziotti, in uno studio sulle acque sotterranee
della plaga di Valle Umbra che sta al piede del Subasio, at¬
tribuisce le acque profonde del sottosuolo ad assorbimenti del
Subasio e del bacino del Menodre ’. Quando vi leggo, tra altro,
essere il versante orientale del Subasio costituito da calcari
quasi cristallini , devo fare — per amore della scienza — le
riserve più ampie sulla geologia e litologia della regione mon¬
tana come è descritta dall’A., e di conseguenza su alcune de¬
duzioni che esso ne trae; invece trovo di valore le sue osser¬
vazioni sulla natura del sottosuolo della pianura.
Dalle sezioni descritte si rilevano, sino a profondità di 105
metri, alternanze di argille, ghiaie e sabbie; è notevole la pre¬
senza sino a circa 30 metri di materie vulcaniche (scorie, augiti),
i quali materiali sono probabilmente di trasporto eolio dalle
eruzioni del vulcanetto di S. Venauzo. Le acque incontrate dalle
trivellazioni sono di qualità dolce, ferruginosa, solfurea ; l’A. ri¬
tiene tutte in origine dolci: alcune vene diventerebbero ferru-
1 Giornale di Geologia pratica, 1909, pag. 69.
CLXXVIII
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
ginose pei che attraversano banchi del sottosuolo trovati carichi
di materie ferruginose, altre diventerebbero solfuree per inie¬
zione di soffioni d’acido solfìdrico.
Dallo studio si apprende esservi nella pianura surgimenti
naturali, principale la polla chiamata Y Abisso vicino a Beva-
gna; si apprende che acqua saliente è stata incontrata dalle
perforazioni. Sono d’accordo pienamente nel giudicare quelle
acque alimentate da incanalamenti dentro le formazioni meso¬
zoiche della montagna; la differenza di vedute sta nell’impo-
stare il calcolo dei bacini collettori.
Escursione da Gualdo Tadino a Schifanoia
nella valle della Rasina.
La gita del giorno 12 settembre si riassume — secondo il
mio modo di vedere — nell’avere riconosciuta, nella valle della
Rasina, l’esistenza di una formazione calcareo-marnoso-arenacea,
soprapposta al conglomerato della scogliera di Schifanoia. Il
quale conglomerato, contenente Pettini ed Ostriche, è composto
di calcari eocenici e rocce ofiolitiche : notevole l’assenza delle
rocce mesozoiche del prossimo Apennino. La pioggia guastò il
programma di questa escursione; nondimeno si potè vedere bene
la scogliera di Schifanoia, e sopra alla formazione dell’Eocene
superiore trovammo, nello sperone di Col d’Orto, sparsi diversi
frammenti di rocce fossilifere del tipo di quelle della scogliera.
La valle della Rasina tra le scogliere di Schifanoia e di C. Bagnole.
Dagli appunti presi negli anni 1894-95 mi risulta che il
conglomerato della scogliera di Schifanoia ha riscontro, sulla
sinistra della Rasina, alle case Bagnole ed alle case S. Giorgio;
ESCURSIONI
CLXXIX
sulla destra si ritrova a Col d’Orto: in tutti quei posti sta sopra
formazione di calcari e scisti policromi, che là vicino, tra Col
d’Orto e Caprara, avvolgono lenti ofiolitiche. Il saggio che ne
riportai è una serpentina con struttura di ranocchiaia.
*
* *
Il problema del Terziario antico nell’Umbria è reso più com¬
plesso dal fatto, che nel monte sopra Deruta (tra le valli del
Topino e del Tevere), e sul medesimo parallelo nel Monterale
(tra le valli della Chiana e del Nestore), segnalai sopra l’Eocene
tipico una formazione con banchi di brecce contenenti ciottoli
porfirici e granitici; la quale secondo alcuni sarebbe riferibile
all’Oligocene, secondo altri al Miocene medio. Mi astengo dal¬
l’entrare nel merito di materia in cui sono incompetente; sol¬
tanto avverto che la fauna descritta dal De Angelis nel Bollet¬
tino del 1900, indicata raccolta nel sistema del monte Deruta
— compreso tra la Valle Umbra, la valle del Tevere ed il paral¬
lelo 42°, 55 — è in relazione coi depositi di quelle brecce; nelle
quali agli elementi granitici e porfirici si uniscono rocce eoce¬
niche, calcari di ignota formazione, e pare manchino le rocce
del Mesozoico apenninico \
Sicché, per definire i rapporti tra i piani del Terziario an¬
tico qua nell’Umbria, c’è ancora molto da studiare. Il Presidente,
con parole dettate dalla buona amicizia delle quali son grato,
nel discorso inaugurale ha evocato un mio dilemma del 1887 1 2:
quel dilemma fu espressione delle difficoltà provate, per dare
il posto a questo complesso di formazioni; al dilettante, che
26 anni addietro si sforzava inutilmente di vincerle, è conforto
vedere oggi un rilevatore esperto dibattersi nelle difficoltà mede¬
sime, perchè è segno che non sono piccole quando si sta sul
terreno. L’elevata discussione promossa dall’ing. Crema nell’As-
1 Boll. S. G. I., 1885, pag. 180; 1886, pag. 53. — Remi, del R. Ist.
Lomb., 1893, pag. 575. — Boll. S. G. I., 1900, pag. 240 e seg. — Remi.
R. Acc. Lincei, 1900, pag. 384 e seg.
2 Boll. S. G. I., 1887, pag. 281.
CLXXX
CONGRESSO DELLA S. G. I. IN SPOLETO
semblea del giorno 11 settembre — la quale discussione può
formare testo nel trattare la materia — è documento dell'impor
tanza che ha il concorso della Società Geologica nello studio
del terreno. Fu idea felice quella del Presidente ing. Lotti di
proporre l’adunanza sociale in un paese, dove si affacciano al
rilevatore problemi la cui soluzione, che oggi si cerca nell’Umbria,
interessa grandemente anche altre regioni d’Italia.
*
* *
Se da questi piani di epoca contrastata estendiamo la ve¬
duta al vero Eocene, rappresentato largamente nei monti clic
costeggiano la valle del Nestore, e da là proseguono tra la Val-
dichiana e la valle del Tevere, maraviglia la quantità della
sedimentazione detritica, proveniente dal disfacimento di terre
situate ad occidente: banchi di arenarie, letti di brecce com¬
poste con rocce differenti, almeno in parte, da quelle sopra in¬
dicate. Leopardi, assomigliando la natura al fanciullo che innalza
castelli di fuscelli e fogli, e tosto li atterra perchè quei mate¬
riali gli abbisognano per nuovo lavoro, diceva:
così natura ogni opra sua, quantunque
d’alto edifìcio a contemplar, non prima
vede perfetta, che a disfarla imprende,
le parti sciolte dispensando altrove.
SOCIETÀ GEOLOGICA ITALIANA
FONDATA IN BOLOGNA IL 29 SKTTEMBBE 1881
STATUTO
1. È costituita una Società Geologica Italiana, avente lo scopo
di contribuire ai progressi della Geologia con pubblicazioni, con
incoraggiamenti e coll’agevolare i rapporti tra i Soci.
2. Per far parte della Società occorre essere presentati da
due Soci in una delle adunanze ordinarie, pagare una tassa
annua anticipata di L. 15 ed una tassa di entrata di L. 5. La
tassa annua può essere sostituita dal pagamento di L. 200 per
una sola volta.
3. L’amministrazione della Società è affidata a un Consiglio
composto di un Presidente, un Vice-Presidente, dodici Consi¬
glieri, un Segretario. Il Consiglio nomina due Vice-Segretari,
un Archivista ed un Tesoriere. *
4. I membri del Consiglio sono eletti a maggioranza assoluta
dei votanti ; ove ne sia il caso, si procederà ad una votazione
di ballottaggio fra quelli che ebbero un maggior numero di voti.
Tutti i Soci votano o direttamente nell’Assemblea o per
lettera.
5. Il Presidente dura in carica un anno, gli subentra il
Vice-Presidente eletto nell’anno innanzi. Il Segretario dura in
carica tre anni ; i Consiglieri parimente, e ciascun anno ven¬
gono cambiati per un terzo.
(3. Gli ufficiali uscenti di carica non possono essere rieletti
nelle medesime funzioni prima che sia decorso un anno.
7. La Società tiene ciascun anno due adunanze generali,
Luna estiva, l’altra invernale: e stabilisce anno per anno il
luogo ove deve tenersi l’adunanza estiva.
XIII
CLXXX11
SOCIETÀ GEOLOGICA ITALIANA
8. Solo nell’adunanza ordinaria estiva si nominano gli uffi¬
ciali, si approvano i bilanci e si adottano le deliberazioni con¬
cernenti l’amministrazione della Società.
9. L’adunanza invernale sarà tenuta la seconda metà di
gennaio, nel luogo ove dimora il Presidente annuale delia So¬
cietà, o in altro luogo designato dalla Presidenza.
10. Quando almeno dodici Soci si accordino nel tenere adu¬
nanze scientifiche periodiche o straordinarie devono darne avviso
alla Presidenza sei settimane prima, acciocché siano diramati
gli inviti a tutti i componenti la Società.
Le adunanze saranno tenute sotto la presidenza della per¬
sona scelta dai Soci presenti, la quale manderà al Presidente
della Società il processo verbale dell’adunanza.
11. La sede dell’archivio e della biblioteca della Società è
in Roma, ove risiederà pure l’Archivista.
12. La Società pubblica un Bollettino periodico che viene
distribuito gratuitamente ai Soci. In proporzione ai fondi dispo¬
nibili si pubblicheranno anche delle Memorie.
13. Le modificazioni allo Statuto dovranno essere anzitutto
approvate neiradunanza generale estiva. Esse saranno poscia
sottoposte al voto per lettera di tutti i Soci, i quali risponde¬
ranno per Sì o per No. Le modificazioni non s’intendono de¬
finitivamente adottate se non quando siano approvate dai due
tejzi dei votanti.
REGOLAMENTO GENERALE
Art. l.° Alino sociale. — Ha principio e termine con l’anno
solare, e gli ufficiali uscenti di carica regoleranno gli affari in
corso nel mese di dicembre, consegnando l’ufficio ai nuovi eletti
il primo gennaio dell’anno seguente.
Art. 2.° Consiglio direttivo. — A. a) Coadiuva il Presi¬
dente nella direzione della Società.
b) Nomina l’Archivista ed il Tesoriere, le attribuzioni del
quale, quando se ne presenti la necessità, potranno in parte
essere affidate ad un Economo. Questi ufficiali interverranno
alle sedute del Consiglio con voto deliberativo. La loro durata
in carica è triennale, salvo riconferma.
c) La nomina dell’Archivista, del Tesoriere e dell’Economo
potrà dal Consiglio essere delegata all’Assemblea.
d) Nomina per un anno, salvo riconferma, due Vice-Segre¬
tari, i quali potranno assistere alle adunanze del Consiglio, ma
senza voto deliberativo.
e) Presenta all’approvazione della Società i bilanci pre¬
ventivi dell’anno in corso nella seduta invernale; quelli con¬
suntivi dell’anno precedente nella seduta estiva. Copia dei pre¬
detti bilanci verrà inviata ai Soci insieme alla circolare d’invito
per l’adunanza invernale.
f) Propone all’Assemblea l’ammissione dei nuovi Soci
presentati a termine dell ’art. 2.° dello Statuto, non che la ra¬
diazione dei Soci da due anni morosi.
g) Propone all’Assemblea il cambio delle pubblicazioni
sociali e stabilisce il prezzo di vendita delle medesime.
CLXXX1V
SOCIETÀ GEOLOGICA ITALIANA
15. a) Qualunque deliberazione del Consiglio che interessi
tutta la Società potrà divenire esecutiva immediatamente; ma
dovrà essere presentata alla Società nella prossima adunanza
generale.
b) Nessun contratto però, riguardante l’amministrazione,
potrà essere legalmente stipulato dal Consiglio senza l’approva¬
zione preventiva dell’Assemblea generale estiva.
c) L’alienazione dei capitali, investiti in consolidato, non
avrà luogo senza il consenso dell’Assemblea.
d) Le deliberazioni così del Consiglio, come delle Assem¬
blee generali, sono valide qualunque sia il numero degli inter¬
venuti; purché si riferiscano ad oggetti iudicati nel relativo
ordine del giorno annesso all’avviso di convocazione, salvo il
caso accennato all’art. 14.°
Art. 3.° Presidente. — Ha la rappresentanza ufficiale della
Società. Convoca e presiede le adunanze. Firma le corrispon¬
denze, potendo a tal uopo delegare il Segretario. Sorveglia l’an¬
damento degli incassi e delle spese che si eseguiscono per conto
sociale. Appone il visto alle prove di stampa prima di licen¬
ziarle per la pubblicazione.
Art. 4.° Vice-Presidente. — Coadiuva il Presidente in
tutti quegli affari che da lui possono essergli affidati; ne tiene
il posto quando questo si sia reso vacante.
Art. 5.° Segretario. — Conserva la corrispondenza tenen¬
done protocollo e depositandola anno per anno in Archivio. Per
ordine del Presidente dirama gl’inviti per le adunanze. Tiene
il registro dei Soci comunicandone al Tesoriere o all’Economo
ogni variazione. È responsabile dei verbali del Consiglio diret¬
tivo e delle Assemblee dei Soci. Provvede a che la stampa del
Bollettino riesca meno costosa. Corrisponde con i Soci ed in¬
vigila il buon andamento delle pubblicazioni. Cura la spedizione
delle pubblicazioni sociali. È rimborsato delle sole spese di
viaggio al luogo delle adunanze generali.
Art 6.° Vice-Segretari. — Coadiuvano il Presidente ed il
Segretario in quegli affari che da questi possono essere loro
affidati.
Art. 7.° Tesoriere. — a) Risiede in Roma. È depositario
del patrimonio sociale; alla fine di ogni anno ne presenta la
STATUTO E REGOLAMENTI
CLXXXV
situazione particolareggiata. È incaricato delle riscossioni e dei
pagamenti per conto della Società. D’accordo col Presidente e
col Segretario, dovrà presentare i bilanci preventivi e consun¬
tivi quindici giorni prima dell’adunanza invernale.
b) Qualora contemporaneamente al Tesoriere esista anche
l’Economo, le loro rispettive attribuzioni saranno determinate da
un regolamento interno amministrativo approvato dalla Società.
c) Il Tesoriere è rimborsato delle sole spese di viaggio al
luogo delle adunanze generali, solo quando non esista l’ufficio
di Economo.
Art. 8.° Archivista. — Ha in consegna i libri della Società,
le pubblicazioni invendute, le corrispondenze anteriori all’anno
in corso, purché di affari esauriti, e i documenti affidatigli dalla
Presidenza, tenendone regolare inventario. Cura la regolarità
dei cambi.
Art. 9.° Soci. — a) Per i Soci nominati nella seduta inver¬
nale l’iscrizione avrà effetto col primo gennaio dello stesso anno;
per quelli nominati nella seduta estiva decorrerà dal primo gen¬
naio dell’anno successivo o dello stesso anno a volontà del Socio.
b) All’atto d’iscrizione i nuovi Soci debbono pagare, oltre
alla tassa d’ammissione, la prima quota annuale e obbligarsi per
scritto di far parte, almeno per tre anni, della Società, decorsi i
quali l’impegno s’intenderà rinnovato tacitamente anno per anno.
c) La quota annuale, fatta eccezione di quella del primo
anno d’iscrizione, deve pagarsi entro il primo bimestre dell’anno
cui si riferisce.
d) Ogni Socio riceverà un diploma , con l’indicazione della
sua iscrizione.
e) I Soci hanno diritto di presentare per la stampa me¬
morie e comunicazioni, nella misura consentita dal bilancio
sociale, uniformandosi alle prescrizioni del Eegolamento speciale
per le pubblicazioni. Piceveranno gratuitamente un certo numero
di estratti da determinarsi dal Consiglio.
f) Intervengono alle adunanze ordinarie e straordinarie,
alle escursioni, ecc. e godono di quelle agevolazioni che l’ufficio
di Presidenza potrà volta a volta procurare.
y) Hanno diritto di voto, che potrà essere esercitato di
persona o per lettera (art. 4.° e 13." dello Statuto).
CLXXXVI
SOCIETÀ GEOLOGICA. ITALIANA
h) Possono usufruire della Biblioteca sociale tenendo in
prestito libri ed altre pubblicazioni per un tempo non maggiore
di due mesi, purché si assumano per scritto ogni responsabi¬
lità in caso di smarrimento o di deterioramento, e sostengano
le spese di spedizione. Corrisponderanno a tal uopo coll’Ar¬
chivista.
i) Col primo aprile di ciascun anno verrà sospeso, previo
avviso del Segretario, l’invio delle pubblicazioni ai Soci che
non avessero ancora versato la quota dell’anno precedente.
k) Un Socio che non sia in corrente col pagamento della
quota annuale o non abbia altrimenti soddisfatto ad impegni
presi colla Presidenza, riguardo a spese di pubblicazioni, non
avrà diritto di voto nelle assemblee, non potrà presentare lavori
per il Bollettino e non potrà usufruire della Biblioteca sociale.
l) 1 Soci ordinari che volessero dimettersi dalla Società
presenteranno per scritto alla Presidenza le loro dimissioni
entro il mese di novembre, altrimenti saranno considerati come
Soci anche per l’anno successivo.
m) Sarà radiato dall’albo dei Soci chi da due anni abbia
trascurato il pagamento della quota sociale. La radiazione pro¬
posta dal Consiglio, per questa o per altre ragioni, dovrà essere
approvata dall’Assemblea dei Soci.
n) I Soci cancellati dai ruoli della Società per dimissioni
volontarie, o perchè morosi nei pagamenti, potranno essere riam¬
messi, purché soddisfino alle disposizioni dell’art.2.° dello Statuto.
La riammissione dei Soci morosi sarà condizionata al pagamento
delle quote che fossero rimaste insolute ed alla liquidazione di
ogni pendenza che ancora avessero colla Società.
o) Le Società e gl’istituti pubblici o privati non possono
essere ammessi al pagamento per una sol volta di L. 200 in
sostituzione della tassa annuale.
Art. 10.° Pubblicazioni. — La Società pubblica le Memorie
presentate nelle adunanze o ricevute dalla Presidenza, in fascicoli
in ottavo, col titolo: Bollettino della Società Geologica Italiana,
ad intervalli possibilmente periodici, unitamente all’elenco dei
Soci, ai bilanci e ai verbali delle adunanze ordinarie e straor¬
dinarie. Le norme relative alle pubblicazioni sono esposte in
apposito Begolameuto.
STATUTO E REGOLAMENTI
CLXXXVI1
Art. 11.0 Cambi ed omaggi. — La Società non accetta cambi
con pubblicazioni non attinenti alla Geologia; non dà in omaggio
ad alcuna persona o ad alcun Istituto pubblico o privato la
serie delle proprie pubblicazioni. Potrà il Consiglio volta a volta
deliberare il dono di un fascicolo o di un volume nel quale
sianvi trattati argomenti che interessino la persona o l’Istituto
al quale vien fatto l’omaggio. Le proposte di cambio debbono
essere accompagnate da rapporto d’un Socio incaricato dal Pre¬
sidente di esaminarle (delib. Ass. li sett. 1912).
Art. 12.° Commissione del bilancio. — Verrà composta di
tre Soci nominati anno per anno dall’Assemblea invernale e
questi potranno essere confermati o sostituiti. Ad essi è devo¬
luto l’esame dei bilanci consuntivi e dovranno presentare al¬
l’Assemblea opportuna relazione.
Art. 13.° Commissione per le pubblicazioni. — Sarà co¬
stituita dal Presidente, dal Segretario e dal Tesoriere ; que¬
st’ultimo sarà sostituito dall’Economo, nel caso contemplato nel
\
comma b) dell’Al t. 2.° del Regolamento generale. E facoltà della
Presidenza ricorrere, in caso di bisogno, al giudizio di persone
competenti estranee alla detta Commissione.
Art. 14.° Modificazioni dello Statuto. — Le risposte dei
Soci con il voto relativo a proposte di modificazioni dello Sta¬
tuto, di cui all’art. 13.° dello Statuto in vigore, che non fos¬
sero pervenute alla Presidenza, e per essa al Segretario, entro
60 giorni dalla data della circolare dell’interpellanza, non sa¬
ranno tenute a calcolo.
Lo scrutinio dei voti verrà eseguito non più tardi di giorni 70
dalla data della sopra citata circolare.
Le schede saranno conservate in Archivio ed i nomi dei vo¬
tanti saranno inseriti nel verbale, il quale verrà pubblicato con
le risultanze dello scrutinio e distribuito ai Soci dopo ottenuta
l’approvazione governativa, secondo prescrivono i regolamenti
sugli Enti morali.
Art. 15.° Timbro della Società. — Porterà scritto all’in¬
torno: « SOCIETÀ GEOLOGICA ITALIANA — MENTE ET MALLEO » e nella
parte centrale due martelli incrociati.
REGOLAMENTO PER LE PUBBLICAZIONI
Accettazione delle memorie.
Art. l.° Nel Bollettino della Società si pubblicano solamente
i lavori dei Soci. Tuttavia la Commissione per le pubblicazioni
può ammettere lavori fatti con la collaborazione di persone non
appartenenti alla Società, qualora tale collaborazione porti il
concorso di altre scienze nello studio del tema; sia parte neces¬
saria del lavoro, ma non ne costituisca la parte predominante.
Art. 2.° Non si accettano lavori che siano di pura compi¬
lazione.
Art. 3.° Non si accettano memorie nelle quali la parte cri¬
tica e le discussioni assumano carattere di polemica personale.
Art. 4.° Di regola non è consentita la ristampa di memorie
già pubblicate altrove. Potrà essere fatta eccezione per lavori
d’importanza speciale, a giudizio inappellabile della Commissione
per le pubblicazioni : in questo caso sarà indicato con annota¬
zione dove furono pubblicati, ed il motivo per cui ne è accolta
la ristampa.
Art. 5.° Non si accettano memorie di Soci che non siano
al corrente con i pagamenti dovuti alla Società.
Art. 6.° Non saranno presi in considerazione per la stampa
i lavori incompleti nel manoscritto o nelle illustrazioni, o non
conformi alle norme di questo Regolamento.
Inserzioni nei verbali delle Adunanze.
Art. 7.° Le comunicazioni, le osservazioui in merito a lavori
pubblicati, i cenni relativi a presentazione di memorie pel Bol¬
lettino, saranno inseriti nei verbali delle Adunanze quando siano
STATUTO E REGOLAMENTI
CLXXXIX
letti nelle Adunanze stesse, e sia consegnato seduta stante lo
scritto che, di regola, non deve superare due pagine di stampa.
Gli Autori potranno ritirare questi scritti, prima che sia inco¬
minciata la stampa del verbale, purché non abbiano dato luogo
a discussioni da inserire nel verbale stesso.
Art. 8.° I Soci che hanno preso parte a discussioni e desi¬
derano che siano inserite testualmente nel verbale le loro osser¬
vazioni, dovranno in giornata consegnarle scritte al Segretario,
e non avranno facoltà di ritirarle, nè d’introdurvi modificazioni
od aggiunte.
Se i Soci non consegnano scritte le osservazioni fatte nelle
discussioni, la Segreteria si limiterà a porre un semplice ac¬
cenno della discussione, col nome di coloro che vi presero parte.
Art. 9.° Per gli scritti da inserire nei verbali di regola non
sono mandate bozze agli Autori; tuttavia, se sono chieste, il Se¬
gretario potrà inviarle, ma per le sole correzioni tipografiche.
Modificazioni od aggiunte, riferibili alle materie di tali scritti,
potranno essere ammesse solamente se fatte in forma di note,
da porre a pie’ di pagina colla data di presentazione.
Art. IO.0 I titoli delle memorie annunciate nelle Adunanze
non saranno inseriti nei verbali, se al momento della stampa di
questi non sarà stato consegnato alla Segreteria il manoscritto
completo.
Online nell’inserimento delle memorie nel Bollettino.
Art. 11.0 Le memorie verranno date alla stampa secondo
l’ordine di presentazione.
Art. 12.° Le memorie il cui manoscritto sia ritirato provvi¬
soriamente perdono il turno per la stampa; questo riprenderà
dal giorno della ripresentazione.
Art. 13.° Le memorie presentate un mese dopo l’Adunanza
estiva potranno essere rimandate al Bollettino dell’anno seguente.
Art. 14.° Alla fine di ciascuna memoria sarà posta la data
di presentazione del manoscritto e quella di restituzione delle
ultime bozze.
oxc
SOCIETÀ GEOLOGICA ITALIANA
Manoscritti.
Art. 15.° 1 manoscritti dovranno essere in fogli di formato
eguale, scritti da una sola parte con caratteri intelligibili. Sa¬
ranno sottolineate con un tratto le parole da stampare in corsivo,
con due tratti le parole da stampare in maiuscoletto, con linea
ondulata le parole da stampare in neretto o grassetto; nel-
l’adottare questi diversi caratteri gli Autori si atterranno alle
consuetudini del Bollettino.
Non si accettano tabelle che non siano preparate colla mas¬
sima precisione.
Bozze tipografiche.
Art. 16.° Per le correzioni il Segretario manderà all’Autore
uua bozza in colonna, che dovrà essere restituita entro 15 giorni ;
una bozza in pagina da restituire entro 8 giorni.
Se la bozza in colonna non sarà restituita entro il termine
suindicato, la memoria perderà il suo turno, e sarà addebitata
all’Autore la somma stabilita per le composizioni di stampa
giacenti nelle tariffe in appendice al Regolamento. Kitardan-
' dosi la restituzione delle bozze in pagina, potrà essere appli¬
cata la stessa misura, ovvero sarà licenziata la stampa limi¬
tando le correzioni agli errori tipografici ; secondo che il Segre¬
tario reputerà meglio opportuno alle circostanze di redazione del
Bollettino.
Art. 17.° Colla restituzione delle bozze in colonna gli Autori
devono rinviare anche il manoscritto originale quando sia chiesto.
Pel controllo dei compensi straordinari addebitati eventual¬
mente dalla Tipografia, gli Autori quando restituiscono le bozze
in pagina devono rinviare sempre le bozze in colonna, insieme
alle aggiunte e varianti che vi abbiano fatte.
Dopo avvenuta la distribuzione del fascicolo gli Autori po¬
tranno richiedere la restituzione dei manoscritti in esso stampati.
STATUTO E REGOLAMENTI
CXCI
Di regola manoscritti e bozze non saranno conservati nell’ Ar¬
chivio, ma verranno distrutti dopo l’Adunanza della Società im¬
mediatamente successiva alla pubblicazione del fascicolo cui si
riferiscono.
Illustrazioni.
Art. 18.° Quando le memorie sono corredate da illustrazioni,
gli Autori debbono presentare insieme al manoscritto i relativi
disegni colle loro leggende. Per le tavole preparate con figure
fotografate manderanno insieme al manoscritto le sole positive ;
manderanno poi le negative allo Stabilimento cui sia commessa
l’esecuzione, allorché ne ricevano avviso dal Segretario.
La Presidenza può rifiutare illustrazioni che non ravvisi sod¬
disfacenti ; l’accettamento delle illustrazioni di qualsiasi natura
dovrà sempre essere fatto per scritto col visto della Presidenza.
Art. 19.° Gli autori possono essere autorizzati a far eseguire
direttamente le illustrazioni, che siano state regolarmente accet¬
tate ; ma prima di procedere alla tiratura dovranno sottoporne
le prove di stampa all’approvazione definitiva, che deve essere
notata col visto della Presidenza.
Art. 20. 0 Le figure da intercalare nel testo non devono ecce¬
dere le dimensioni di stampa della pagina. I relativi clichés,
anche se eseguiti a spese della Società, rimarranno proprietà
degli Autori, e ad essi saranno spediti ultimata la stampa.
Rapporti tra la Presidenza e gli Autori.
Art. 21.° Il Segretario rappresenta la Società nei rapporti
colla Tipografia e cogli Stabilimenti, ai quali sono state commesse
dalla Società le illustrazioni. È vietato agli Autori di trattare
direttamente colla Tipografia e coi detti Stabilimenti, su quanto
concerne i loro lavori accettati nel Bollettino, senza autorizza¬
zione scritta rilasciata dal Segretario.
Art. 22.° 11 visto per la stampa sarà fatto dal Presidente,
o dal Segretario se appositamente delegato.
Art. 23.° Manoscritti, bozze, disegni e simili saranno dagli
Autori inviati raccomandati all’indirizzo indicato per la corri¬
spondenza nella copertina del Bollettino.
CXCII
SOCIETÀ GEOLOGICA ITALIANA
Limiti del concorso della Società
nelle spese della stampa.
Art. 24.° Le memorie, che ciascun Socio potrà inserire nel
Bollettino dell’anno in corso non dovranno complessivamente
superare quattro fogli di stampa (pagine 64); il di più sarà a
carico dell’Autore, anche nella parte relativa agli estratti. Per
le memorie composte colla collaborazione ammessa dall’Art. l.°
il limite non varia; l’eventuale addebito deve essere soddisfatto
interamente dal Socio.
Art. 25.° Quando si preveda che il capitolo del Bilancio pre¬
ventivo per la stampa del Bollettino — dopo’ provveduto a quanto
occorre per stampare gli atti sociali — possa riuscire insuffi¬
ciente alla inserzione di tutte le memorie presentate, il Segre¬
tario ne riferirà al Presidente.
La Presidenza, accertata la situazione finanziaria, avvertirà
gli Autori delle memorie eccedenti che ne sarà rimessa la pub¬
blicazione al Bollettino dell’anno susseguente, a meno che essi
preferiscano sostenerne interamente la spesa.
Potranno tuttavia essere ordinate composizioni tipografiche,
in eccedenza allo stanziamento del capitolo suddetto, quando sia
riconosciuto che le spese possono essere coperte con sopravanzi
di altri capitoli; in caso diverso dovrà essere depositata preven¬
tivamente nella cassa sociale la somma, che si calcoli necessaria
per coprire l’eccedenza.
Art. 26.° Sono a carico degli Autori le spese per le pagine
in corpo 8, per le tabelle, bibliografie, sinonimie, correzioni, ecc.
eccedenti i limiti stabiliti nelle tariffe poste in appendice al
Regolamento.
Limiti del concorso della Società
nelle spese per le illustrazioni.
Art. 27.° La Società concorre alle spese delle illustrazioni
colla somma fissata anno per anno nell’apposito capitolo del Bi¬
lancio preventivo.
STATUTO E REO OLA MENTI
CXCIII
Le spese di preparazione dei disegni originali sono a carico
degli Autori.
Gli Autori che sono stati autorizzati a far eseguire diretta-
mente illustrazioni, e chiedono alla Società il concorso nella spesa,
devono accompagnare la domanda colla fattura saldata dello
Stabilimento esecutore.
La misura del concorso sarà determinata caso per caso dalla
Commissione per le pubblicazioni.
Estratti.
Art. 28.° Agli Autori verranno date gratuitamente 50 copie
di estratti, tanto delle memorie quanto delle comunicazioni in¬
serite nei verbali.
Gli estratti avranno frontespizio e copertina stampata, se la
memoria raggiungerà un foglio di stampa; altrimenti avranno
- copertina semplice. Gli estratti delle inserzioni nei verbali non
avranno copertina.
Avranno sempre copertina stampata il discorso del Presidente
in occasione della apertura dell’Adunanza estiva, le Relazioni
delle escursioni sociali e le Necrologie.
Art. 29.° Gli Autori indicheranno per scritto la quantità
di estratti che desiderano oltre i 50 concessi dalla Società, e
potranno anche chiedere che gli estratti inferiori ad un foglio
di stampa siano provveduti di frontespizio e copertina stampata.
La spesa relativa a carico dell’Autore sarà conteggiata in base
ai prezzi delle tariffe poste in appendice al Regolamento.
Art. 30. 0 Qualsiasi impegno che un Socio abbia in rapporto
a spese per la pubblicazione de’ suoi lavori, o per altri motivi,
dovrà essere saldato prima dell’invio degli estratti.
Quando gli estratti sono pronti sarà inviato agli Autori il
conto delle somme che devono rimborsare ; appena queste sa¬
ranno state pagate verranno spediti gli estratti.
CXCIV
SOCIETÀ GEOLOGICA ITALIANA
Tariffe delle spese a carico dei Soci
nei casi previsti dal Regolamento per le pubblicazioni.
A) Per ogni 50 estratti in più dei 50 donati dalla Società:
un foglio . L. 4,00
mezzo foglio o frazione di esso . » 2,00
copertina stampata, ogni 100 copie o frazione » 2,50
Se l’A. non ha diritto a copertina stampata, chiedendola deve
pagare 3 lire per le copertine dei 50 estratti dati dalla Società.
B) Per somma delle composizioni con carattere corpo 8 ecce¬
dente 2/ 10 della memoria:
ogni pagina in più . . L. 1,50
mezza pagina o frazione » 0,75
C) Per somma delle tabelle composte con linee ortogonali
eccedente ‘/20 della memoria:
ogni pagina in più . . L. 4,00
mezza pagina o frazione » 2,00
Nelle memorie minori di 20 pagine è ammessa senza com¬
penso una pagina di tabelle.
D) Per la somma delle bibliografìe e sinonimie eccedente 2/10
della memoria :
ogni pagina in più . . L. 0,30
mezza pagina o frazione » 0,15
Al compenso si aggiunge quello pel carattere corpo 8, se la
stampa è con tale carattere e si verifica la relativa eccedenza.
E) Per la somma delle scomposizioni di una riga di stampa
eccedente 730 della memoria:
ogni pagina in più . . L. 6,00
mezza pagina o frazione » 3,00
F) Per gli spostamenti voluti dagli Autori nelle bozze in
pagina, che portino a spostamenti in più pagine, il compenso
sarà calcolato in relazione al maggior lavoro occorrente.
G) Per le composizioni eseguite, e rimaste poi sospese per
cause da attribuire agli Autori :
ogni pagina e mese di sospensione . . L. 0,25.
REGOLAMENTO PER IL PREMIO MOLON
Il comm. Francesco Molon di Vicenza nella seconda pagina del suo
testamento olografo in data 14 gennaio 1885, rivolgendo un pensiero
affettuoso alla Società Geologica Italiana, della quale era stato uno dei
primi firmatari e da poco tempo eletto Consigliere, così si esprime :
« Procurando di cooperare secondo le mie forze alla dignità della
» patria coll’incremento delle scienze, lascio la somma di lire 25000
» (venticinquemila) in proprietà alla rappresentanza giuridica della So-
» cietà Geologica Italiana residente in Roma, destinandone la rendita
» per una terza parte a sussidio delle spese di pubblicazione delle Me-
» morie scientifiche, che presentate annualmente dai membri effettivi sa-
» ranno giudicate da stamparsi sul Bollettino- e per le altre due terze
» parti da istituire concorsi a premi sopra temi di Geologia e Paleon-
» tologia proposti da apposita Commissione di tre membri eletti dal Con-
» siglio direttivo. Altra Commissione di altri tre membri, pure eletti dal
» Consiglio direttivo, giudicherà le Memorie da premiarsi, a maggioranza
» di voti ».
La Società Geologica, grata al benemerito consocio, avendo inve¬
stito l’intera somma in una cartella nominale di consolidato italiano,
decise che la istituzione ed aggiudicazione del premio, dal nome dell’il-
lustre socio benefattore, si intitolasse]: Premio Molon.
Art. l.° Al premio Molon saranno attribuite due terze parti
della rendita annua che deriverà dalla cartella nominale soprain¬
dicata, prelevate le tasse annue imposte e da imporsi propor¬
zionalmente e qualunque altra spesa che potesse incorrere.
Art. 2.° Affinchè i concorrenti abbiano tempo sufficiente per
svolgere il tema che sarà proposto da apposita Commissione di
tre membri eletta dal Consiglio direttivo, e perchè l’entità del
premio stesso sia tale da incoraggiare parecchi a concorrervi, il
premio sarà triennale.
Art. 3.° Di regola il concorso verrà bandito dal Consiglio
direttivo nell’adunanza estiva che la Società tiene ogni anno,
secondo lo Statuto fondamentale, e si chiuderà nel marzo del
CXCVI
SOCIETÀ GEOLOGICA ITALIANA
terzo anno; nell’adunanza estiva susseguente alla chiusura del
concorso si proclamerà il risultato in conformità delle deci¬
sioni della Commissione aggiudicatrice, costituita di tre membri
nominati pure dal Consiglio direttivo, secondo la volontà del
testatore e sarà bandito un nuovo concorso pel triennio suc¬
cessivo.
Art. 4.° I lavori presentati pel concorso potranno essere stam¬
pati o manoscritti. Nel caso di lavori manoscritti la Società si
riserva la prelazione di pubblicazione nel Bollettino.
Art. 5.° Qualora entro il termine fissato non venissero pre¬
sentati lavori pel concorso, o nel caso che nessuna delle Me¬
morie presentate fosse stata riconosciuta meritevole di premio,
si riaprirà, nel più breve termine possibile, il concorso con un
nuovo tema, seguendo le norme stabilite dall’Art. 2.° Verifi¬
candosi anche la seconda volta il non conferimento del pre¬
mio, la somma stanziata a questo scopo verrà capitalizzata
per la formazione di un fondo speciale, la cui rendita sarà
annualmente impiegata per le pubblicazioni scientifiche della
Società.
Art. 6.° Dal fondo annuo dei premi potrà il Consiglio, volta
per volta e con speciali deliberazioni, prelevare piccole somme
da destinare per incoraggiamento a traduzioni di opere di Geo¬
logia e Paleontologia dal tedesco e dall’inglese, secondo la espressa
volontà del donatore Molon.
Art. 7.° Pel maggiore interesse della scienza e per la pro¬
sperità della Società Geologica Italiana, che furono gli scopi
della generosa elargizione Molon, il Consiglio si riserva di fare
proposte intorno a modificazioni anche essenziali al presente
Regolamento, e in seguito alle difficoltà che fossero per incon
trarsi seguendo troppo letteralmente le indicazioni testamentarie
relative ai modi del concorso.
NUOVE RICERCHE
IN ROCCIE TERZIARIE DI SEDIMENTO
Nota del dott. I. Chelussi
In un mio precedente lavoro, pubblicato nel 1910 C trattai
della presenza di minerali caratteristici, come glaucofani, stau-
rolite, andalusite, cloritoide, cianite, ecc., che, prima dall’ing. F.
Salmoiraghi e poi dallo scrivente, furono trovati nei residui
sabbiosi ottenuti dalla decalcificazione di molti calcari e di
molte arenarie mioceniche dell’Italia centrale. E siccome ritrovai
i predetti minerali soltanto in roccie di sedimento paleontolo¬
gicamente riferite all’elveziano e al tortoniano, secondo piano
mediterraneo del Suess, mentre mancavano affatto in quelle più
antiche del langhiano, del miocene inferiore, dell’eocene e di
moltissime roccie secondarie, così dedussi che un criterio sicuro
per poter distinguere l’elveziano dal langhiano, ecc., era la pre¬
senza o la mancanza nella roccia di sedimento dei precitati mi¬
nerali.
Accennai inoltre alla probabilissima provenienza da occi¬
dente di questi stessi minerali per effetto del dilavamento pro¬
dotto da correnti acquee sopra un massiccio di scliisti cristal¬
lini a glaucofani, cianite e cloritoide, che doveva esistere, tra
la fine del langhiano ed il principio dell’elveziano, in un’area
presso a poco compresa tra le Alpi Marittime, la Corsica e la
costa ligure-toscana, i cui residui esistono tuttora sulla costa
1 Sulla presenza di minerali caratteristici, etc. Atti Soc. ligustica Se.
nat., fase. 2°, 1910.
1
2
I. CHELUSSI
stessa ed in alcune isole dell’Arcipelago toscano, come il Giglio
e la Gorgona l.
I dubbi emessi su questi risultati da persone competenti 2,
ma più che altro il desiderio di vedere se i criteri sopra esposti
fossero applicabili a roccie terziarie di altre regioni d’Italia e
di fuori, m’indussero a prendere in esame quanti più potevo
campioni di roccie specialmente mioceniche; e perciò mi rivolsi
a professori di geologia degli Istituti superiori d’Italia, i quali
in gran parte aderirono al mio desiderio, inviandomi copioso
e talvolta prezioso materiale da studio. A tutti coloro che mi
hanno favorito esprimo il sentimento sincero della mia rico¬
noscenza.
Espongo quindi i nuovi risultati ottenuti raggruppando le
roccie esaminate in regioni e ordinandole secondo il tempo in¬
cili mi pervennero e furono studiate.
SARDEGNA.
Debbo al venerando patriotta, all’illustre scienziato Dome
nico Lovisato dell’Ateneo di Cagliari la seguente ricchissima rac
colta di materiale miocenico sardo, dettagliatissimo, e con i cenni
paleontologici principali per ogni campione.
Capo S. Elia (Cagliari),
Sono campioni di calcare compatto, di calcari più o meno
argillosi, di grès e di sabbie che si seguono dal n. 1 in alto
al n. 11 in basso.
Campione n. 1. — Calcare compatto superiore, ricchissimo
di fossili, bianco-gialliccio. Dopo trattamento con HC1 rimase
un residuo estremamente scarso in cui di notevole non ho tro-
1 Chetassi I., Alcune roccie dell’isola del Giglio. Giorn. Min. cristall.
e petrogr., Pavia, 1893.
2 Itene!. Acc. Lincei, agosto, 1910.
Manasse E., Le roccie della Gorgona. Atti Soc. tose, di Se. nat.T.
Meni. XX, pag. 36, Pisa, 1904.
ROCCIE TERZIARIE DI SEDIMENTO
3
vato che scagliette limpide, trasparenti, a vivacissimi colori di
polarizzazione, con indice di rifrazione compreso tra 1,52 e 1,54,
per cui le ritenni per scagliette di gesso. La saturazione con
ammoniaca ed il trattamento con ossalato ammoniaco dette os¬
salato di calce insolubile in acido acetico e solubile in HC1.
Campione n. 2. — Calcare a pecten e psammoechìnus casa-
ìensis Cotteau, allo sperone sotto il Capo di S. Elia. Come il
precedente, più qualche scaglietta di muscovite.
Campione n. 3. — Calcare argilloso, compatto, a fucoidi,
spatangidae, ecc., sopra la grotta della Foca e sotto il Capo di
S. Elia. Per la composizione del residuo si comporta come le
precedenti.
Campione n. 4. — Primo banco di calcare compatto a li-
tìiothamnium , sotto il Capo di S. Elia. Nello scarsissimo resi¬
duo dopo trattamento con HC1 ho visto quarzo, feldspati, clo-
rite e muscovite.
Campione n. 5. — Grès a Saltella , sotto i calcari al Capo
di S. Elia. Scarso il residuo dopo decalci ticazione ed in esso
ho visto zircone, granato, muscovite, tormalina bruna, augite
verde-bottiglia. La calamita non vi ha nessun’azione.
Campione n. 6. — Grès calcareo-si liceo ad Arbacina Piac
e Fibularia sp., fra i grès a Scutella al Capo S. Elia, versante
del Poetto. Nello scarso residuo ottenuto dopo decalcificazione
ho potuto vedere biotite e muscovite, tormalina bruna, zircone,
granato ed epidoto.
Campione n. 7. — Grès dei massi crollati a mare al Poetto.
La composizione mineralogica del residuo è identica alla pre¬
cedente.
Campione n. 8. — Grès sottostante al n. 5 contenente an¬
cora Scutellae, ma anche ricco in Clypeaster, Balanidi, Ostree, ecc.
Scarsissima la parte a forte peso specifico ; però in essa ab¬
bondano i minerali caratteristici che in ordine di frequenza
sono, oltre al quarzo e ai feldspati della parte leggera; zircone,
granato, epidoto, muscovite e biotite; più rari tormalina , ru¬
tilo, cianite, glaucofanc, di questo due soli granuli in tre scarse
preparazioni, uno di spinello verde ed uno d Hperstene a pleo-
croismo dal verde al rosso e con w^>l,66.
4
I. CHELUSSI
Campione n. 9. — Sabbioni calcarei argillosi sotto il grès
precedente, ricchi di rizopodi.
Il residuo dopo trattamento con HC1 è bruno-verdastro. La
calamita non attrae alcun granulo della parte pesante che ri¬
sulta principalmente da biotite e muscovite, e poi da zircone,
da tormalina bruna e di color vinato, da granato e da epi¬
doto.
Campione n. 10. — Nuclei sabbiosi nel grès precedente.
Hanno composizione identica alla roccia precedente che li con¬
tiene, ma moltissimi granuli opachi indeterminabili.
Campione n. 11. — Sabbia inferiore a circa due metri sul
mare, dalla quale esce Tunica fonte la Mitza di Su Nei.
L’analisi petrografia non mi ha dato che scarsissimo re¬
siduo formato in totalità da granuli opachi.
Dall’esame di questi undici campioni risulta, stando all’a¬
nalisi petrografia, che al Capo di S. Elia esiste tutta la serie
stratigrafia dal langhiano del n. 11 al miocene superiore (zona
dei gessi) del n. 1. I calcari dal n. 6 al n. 8 rappresentereb¬
bero per la presenza del glaucofane il secondo piano mediter¬
raneo del Suess.
Tangaria (Cagliari).
Bingia Targerì.
La potenza complessiva della formazione miocenica di questa
località è, secondo i dati fornitimi dal prof. Lovisato, di m. 9,29;
esso ritiene inghiaili i grès fossiliferi che la formano, perfet¬
tamente corrispondenti allo Schlier del Baden e dell’Austria.
Vi furono raccolti 28 campioni e di questi ne analizzai
circa i due terzi; di tutti do le indicazioni generali e di quelli
esaminati Tanalisi petrografica, la quale mi è risultata negativa
per quanto riguarda la presenza dei soliti minerali caratteristici.
N. 1. — È un banco della potenza di m. 0,35, della così
detta pietra forte, privo d’ogni sorta d’organismi.
Estremamente scarso il residuo dopo decalcifìcazione nel
quale ho visto soltanto quarzo e feldspati di natura piuttosto
acida, stando all’indice di rifrazione.
ROCCIE TERZIARIE DI SEDIMENTO
5
N. 2. — Straterello di m. 0,34, bianco farinoso, calcarifero
ed un poco siliceo e ricco di foraminifere. La parte indisciolta
da HC1 non è scarsa ma è formata solo da quarzo, feldspati,
biotite, moscovite, clorite e granuli opachi indeterminabili.
N. 3. — Straterello della potenza di m. 0,30 della così
detta creta cattiva, privo d’organismi.
È un’arenaria, pochissimo effervescente, formata da quarzo,
feldspati, biotite, muscovite e pochissima clorite.
N. 4. — Straterello di m. 0,12, poverissimo di fossili. Si
comporta come il precedente del quale ha la stessa composi¬
zione mineralogica.
N. 5. — Straterello di m. 0,15 della così detta terra sab¬
biosa , ricco di foraminifere e con qualche dente di pesce. Non
differisce dai due strati precedenti, ma contiene oltre i quattro
componenti sopra citati, anche granuli sferici neri, riferibili
probabilmente ad organismi.
N. 6. — Straterello di sabbia della potenza di m. 0,17 con
poche nodosarie e cristeìlarie. La parte pesante è quasi nulla, e di
15-18 granuli, tre sono riferibili al granato, alcuni sono opachi,
altri riferibili, stando all’indice di rifrazione, a feldspati basici.
N. 7. — Straterello di terra cattiva della potenza di m. 0,21
con molte nodosarie , glandoline, ecc. Non vi ho potuto notare
che pochissimi granuli sferici.
N. 8. — Straterello di m. 0,26 di sabbie con pochissime fora¬
minifere, qualche dente di ganoide e frammenti di conchiglie.
Non esaminato.
N. 9. — Straterello di circa m. 0,18 di terra cattiva, ric¬
chissimo in foraminifere e con ittioliti.
Nel residuo molto scarso ho visto molti granuli bruni, gra¬
nato e tormalina bruna.
N. 10. — Straterello di pietra forte senza organismi.
Non esaminato.
N. 11. — Straterello di m. 0,28 della così detta creta buona ,
ricchissimo in foraminiferi, ittioliti, echinodermi e parecchie bi¬
valvi. Niente di notevole all’esame petrografìco.
N. 12. — Straterello di m. 0,11 ricco in fossili come il pre¬
cedente.
Non esaminato.
6
I. CHELUSSI
N. 13. — Straterello di m. 0,29 di creta buona , ricchissimo
in foraminiferi, pesci, echinidi, ed anche corallari. Vi ho visto,
nella parte pesante, estremamente scarsi granato, zircone, tor¬
malina bruna, muscovite e pochi granuli opachi.
N. 14. — Strato di m. 0,67 detto Pietra cantone , ricchis¬
simo in foraminiferi, pesci \Neptunus granulatus]. La parte
pesante è rappresentata da circa una cinquantina di granuli
tra i quali ho potuto determinare poco granato e poca torma¬
lina bruna.
Ritengo questa pietra cantone della Sardegna differente e
di età più antica di quella di Sicilia (Messina) 1 e di Rosi-
gnano in Piemonte, perchè in queste ultime due ritrovai mine¬
rali caratteristici tra i quali principalmente il glaucofane.
N. 15. — Straterello di arenaria friabilissima di m. 0,16
più ricco in fossili dei precedenti, specialmente in echino-
dermi.
Non esaminato.
N. 16. — Straterello di m. 0,32 di sabbie così dette forti
povero in fossili.
Non esaminato.
N. 17. — Straterello di ni. 0,24 della così detta creta buona;
è uno dei più ricchi in fossili perchè contiene anche le sepie.
Nella parte pesante vi sono granuli bruni sferici e qualche
cristalletto di tormalina.
N. 18. — Straterello di m. 0,10 detto cuor di macigno con
frammenti di organismi.
Non esaminato.
N. 19. — Straterello di m. 0,19 ricchissimo di fossili. Tor¬
malina bruna, zircone e granuli opachi.
N. 20. — Straterello di m. 0,07 della così detta sabbia
forte, abbastanza ricco, specialmente in foraminifere.
Non esaminato.
N. 21. — Straterello di m. 0,32, creta buona , ricco in fo¬
raminifere e pesci. Nessun deposito nel liquido Clerici a 2,8.
La parte più leggera è formata da quarzo, feldspati e poca
clorite.
1 Sulla presenza ecc., 1. c.
ROCCHE TERZIARIE DI SEDIMENTO
I
N. 22. - — Straterello di m. 0,18 della così detta barra o
creta dura ricco in fossili. Tormalina, zircone e granuli bruni
nella parte pesante; quarzo e feldspati nella più leggera.
N. 23. — Strato di m. 1,45 di creta fina ricco in forami-
nifere ed in pesci. Non dà alcun deposito nel liquido e den¬
sità di 2,7.
N. 24. — Straterello di m. 0,19 della barra o creta dura ;
è forse lo strato più ricco di tutta la sezione in foramiuiferi
«d anche in ittioliti con molti radioli di echini.
Non esaminato.
N. 25. — Strato di m. 1,55 detto creta fina e ricchissimo
in foraminifere, crostacei e pesci.
Non esaminato.
N. 26. — Straterello di m. 0,26 della così detta barra o
creta dura, ricchissimo di fossili; questo e il campione succes¬
sivo hanno colore rosso mattone, mentre gli altri sono bianco¬
giallastri. La sua parte pesante risulta da molti granuli sferici,
opachi, e di pochi granuli di tormalina e di granato e da pa¬
gliette di moscovite.
N. 27. — Straterello di m. 0,75 ricchissimo in fossili come
* il precedente. La parte non attaccata da HCI risulta più ab¬
bondante che nei campioni precedenti ed è formata da quarzo,
feldspati, tormalina, granato, biotite e muscovite, ma più che
altro da granuli opachi.
Non v’è dubbio dal punto di vista mineralogico che questa
formazione appartenga al langhiano, perchè tutti i suoi cam¬
pioni mi sono risultati privi dei minerali caratteristici ; si sa
bene che zircone, tormalina e granato sono comuni ad una
grandissima quantità di roccie sedimentarie di tutte le età.
Colle S. Michele (Cagliari).
Di questa formazione, ritenuta dal prof. Lovisato come lan¬
ghiano passante ad elveziano, ne ho trentatre campioni dei quali
ho esaminato la massima parte. L’indagine petrogratìca conferma,
a parer mio, come si vedrà, la determinazione stratigrafica fon¬
data sullo studio dei fossili.
8
I. CIIELUSSI
N. 1. — Calcare argilloso tipico, sopportante una pila di
calcari compatti sempre elveziani. Dalla roccia bianco-gialla¬
stra ho ottenuto dopo decalcifìcazione pochissimi e minutissimi
granuli tra cui ho potuto vedere zircone, granato, tormalina e
due granuli minutissimi di orneblenda basaltica (?).
N. 2. — Calcare simile al precedente, ricchissimo di fossili.
Quasi nulla la parte pesante nella quale ho visto soltanto tor¬
malina bruna e zircone.
N. 3. — Altro calcare più ricco del precedente in fossili.
Non esaminato.
• N. 4. — Calcare argilloso, gialliccio, talora zonato, friabi¬
lissimo. Meno ricco in fossili del precedente. Oltre quarzo e
feldspati non vi ho visto che zircone e tormalina bruna.
N. 5. — - Calcare come il precedente, non esaminato, come
pure i numeri 6 e 7 che sono calcari giallo-cinerei ricchissimi
in foraminifere e con GJionosoma Lovisatoi e Pecten Mcdvinae.
N. 8. — Argilla calcarea oscura, della potenza di un metro,
ricchissima in foraminifere.
La parte indisciolta dall’acido è alquanto più abbondante
che negli altri campioni, ma non vi ho potuto vedere che
quarzo, feldspati e poi zircone e tormalina estremamente scarsi. *
N. 9. — Argilla calcarea più gialla e meno ricca in fos¬
sili dei campioni precedenti. Anche qui ho visto scarsissimi gra¬
nato, zircone e tormalina.
N. 10. — Grès calcareo con avanzi della decomposizione
delle granuliti; è povero di fossili. La parte pesante contiene
granuli bruni, opachi, zircone, granato, ed un unico grandetto
alteratissimo, ma con gli orli di un grigio-ceruleo pallido quasi
insensibilmente pleocroico, che riferisco molto dubitatamente ad
un antibolo azzurro.
N. 11. — Grès calcareo. Non esaminato.
N. 12. — Calcareo argilloso un po’ più duro dei precedenti,
a grana fina, poverissimo di fossili. Piuttosto abbondante la
parte a forte peso specifico, nella quale ho visto non troppo
abbondanti i seguenti minerali, oltre il quarzo e i feldspati della
parte più leggera: biotite e moscovite, zircone, granato, epi¬
doto, zoisite, antibolo verde, tormalina bruna e andalusite rico-
ROCCIE TERZIARIE DI SEDIMENTO
9
noscibile per il pleocroismo e per l’indice di rifrazione compreso
tra 1,62 e 1,65.
N. 13. — Grès calcareo compattissimo a lithotharanium e
frammenti di echinidi, della potenza di m. 0,20.
Abbondantissima la parte insoluta dall’acido, ricchissima di
moscovite; scarsa molto la parte a peso specifico superiore a
2,85 nella quale però ho trovato i minerali del campione prece¬
dente ma con maggior abbondanza, specialmente V andalusite che
si mostra piuttosto frequente e in individui più grossi degli altri
elementi.
N. 14. — Grès calcareo giallastro a briozoi abbastanza ricce
di foraminifere, echinidi, cirripedi e molti anellidi, della po¬
tenza di 0,90.
Contiene i minerali precedenti più il rutilo e la titanite.
N. 15. — Calcare sabbioso zonato molto ferruginoso della
potenza di m. 0,80.
Non esaminato.
N. 16. — Calcare argilloso povero di foraminifere ma ricco di
radioli di echinidi e piccoli molluschi, della potenza di m. 0,50.
Vi ho trovato zircone, granato, tormalina, epidoto frequente,
non andalusite.
N. 17. — Non esaminato.
N. 18. — Calcare argilloso friabilissimo sènza noduli fer-
rugginosi, ricco di foraminifere e della potenza di m. 1,30.
La parte separata col liquido densimetrico è più abbondante
che negli altri campioni e vi ho notato granato, zircone, epi¬
doto, zoisite con angolo di estinzione di 30°, tormalina bruna
e frequente andalusite con pleocroismo talora leggerissimo, ta¬
lora intenso.
N. 19. — Straterello di m. 0,25 di calcare giallo-cinereo
compattissimo e durissimo con nidi di calcite e pochi forami-
niferi.
Nel residuo pesante ho visto zircone, granato, epidoto, an¬
dalusite.
N. 20. — Calcari argillosi oscuri con noduli ferrugginosi, ricco
di foraminifere e con pochi ittioliti e della potenza di m. 2,50.
Nella parte pesante scarsissima ho veduto zircone, granato,
tormalina, andalusite, e due granuli bruno-verdastri, inattivi
10
I. CHELUSSI
alla luce polarizzata, con indice di rifrazione superiore al li¬
quido Thoulet a densità 3,19, riferibili, specialmente per il co¬
lore, allo spinello ferrifero. Yi si trovano pure numerosi granel-
lini sferici che si stracciano con facilità tra due vetri e pro¬
ducono piccole macchie sanguigne, probabilmente dovuti ad
accumulazioni di polvere ematitica.
N. 21. — Arenaria grossolana compatta, cinerea, non man¬
cante di foraminifere e della potenza di circa m. 0,65.
Dopo decalcificazione lascia un residuo che è poco meno
della metà della roccia adoperata e ricco di pagliette musco-
vitiche.
E forse il campione il più abbondante in minerali caratte¬
ristici. Vi ho visto oltre biotite e muscovite, l’andalusite fre¬
quente, l’epidoto abbondante, l’orneblenda verde e lo spinello
ferrifero, questo però molto scarso; poi zircone e granato.
N. 22. — Arenaria assai più argillosa e più chiara ed a
grana assai più fine della precedente, ricchissima in foramini-
feri, echinidi, pesci, pecten, anellidi e qualche balanus; spes¬
sore m. 0,70.
Piuttosto abbondante la parte che affonda nel bromomercu-
riato di bario a cl — 2,9 ed è formata in gran parte da gra¬
nuli bruni opachi a contorni irregolari e da pochi elementi in¬
colori e torbidi con n sempre minore di 1,66. Di minerali non
vi ho visto che scarse pagliette di muscovite, rari granuli di
granato, epidoto e cristalletti di zircone.
La calamita attrae qualche granuletto di magnetite e d’il-
menite.
N. 23. — Argilla calcarea con noduletti ferruginosi, fria¬
bilissima; è lo strato più ricco di fossili del Colle di S. Michele.
Yi sono quasi tutti i minerali caratteristici, cioè, muscovite,
zircone, granato, tormalina, epidoto, andalusite, titanite, augite
verde. Un grosso cristallo di andalusite a pleocroismo molto
intenso contiene inclusioni di biotite (?).
N. 24. — Calcare argilloso con molti radioli di echini e
molte foraminifere e molti pesci ; potenza circa 1 metro.
Nello scarsissimo residuo pesante, ho trovato moltissimi cri¬
stalletti di zircone, poi rari granato, tormalina, epidoto e anda-
lusite.
ROCCIE TERZIARIE DI SEDIMENTO 11
I campioni dei numeri 25, 26, 27, 28, 29 formati da cal¬
cari argillosi e arenarie calcaree che tutti insieme vengono a
formare uno spessore di poco più di 1 metro, contengono po¬
chissimi minerali caratteristici e sembra che rappresentino un
periodo di deiezione in cui le correnti avevano pochissima forza
e non potevano trasportare la piccola parte dei minerali più
pesanti, che sono i più caratteristici ; rappresenterebbero perciò
un periodo di magra del corso d’acqua che li formò ed a que¬
sta ipotesi darebbe valore anche l’alta percentuale in sostanza
argillosa che viene eliminata col lavaggio.
N. 30. — Sabbia argillosa oscura con molti radioli di echi -
nidi e poche foraminifere, della potenza di in. 3.
Nella scarsissima parte pesante ho trovato zircone, granato,
epidoto, zoisite e rutilo.
N. 31. — Argilla calcarea bianca, ricca in foraminiferi, con¬
tenente anche pesci ed echinidi con elementi delle granuliti.
La scarsissima parte pesante risulta da granuli bruni opachi,
dei quali alcuno ha forma sferica; pochi granuli incolori e tor¬
bidi non mi sembrano facilmente determinabili; v’è pure qualche
granulo di epidoto e di granato.
N. 32. — Arenaria calcarea quasi sterile.
Non esaminata.
N. 33. — Sabbie grossolane sciolte con immensa quantità
di radioli di piccoli echinidi e con nuclei calcarei grossi.
Le sabbie, per niente argillose e poco effervescenti, mi hanno
dato, nella parte pesante, zircone frequente, granato, tormalina,
epidoto, andalusite e rutilo.
I nuclei calcarei non mi hanno dato minerali più pesanti
di 2,85.
Dall’esame di tutti questi campioni si può dire che essi fino
al campione n. 10 rappresentano il langhiano; dal n. 11 in
avanti essi rappresentano il secondo piano mediterraneo del Suess
o per lo meno il solo elveziano. È ben vero che in questi cal¬
cari di S. Michele non ho trovato gli antiboli azzurri e la stau-
rolite, ecc., caratteristici per molte roccie elveziane dell’Italia
centrale ; ma bisogna osservare che un insieme di minerali, co¬
me epidoto, zoisite, granato, tormalina, rutilo, ecc., non fu an¬
cora ritrovato per roccie di età diversa dall’elveziano ; ed inoltre
12
I. CHELUSSI
che Yandalusite, la quale diffusissima nei calcari del colle di
S. Michele impartisce ai medesimi un carattere affatto speciale,
non fu ritrovata fin qui, dall’ing*. Salmoiraghi, che nel calcare
semiduro miocenico di Mendiciue in provincia di Cosenza, in¬
sieme all’epidoto, all’attinoto ed alla staurolite \ località appros¬
simativamente alla stessa latitudine del colle di S. Michele.
Quindi in questi calcari elveziani il minerale caratteristico
sarebbe l’audalusite invece degli antiboli azzurri.
SICILIA.
Ebbi alcuni campioni di calcare miocenico della provincia
di Siracusa dal prof. G. Albo dell’Istituto tecnico di Modica.
Il loro esame petrografico mi ha dato i risultati seguenti:
\
1. Favarotta, fra Noto e Modica. — E un calcare bianco,
farinoso, poroso, che ha nell’aspetto esterno grandissima somi¬
glianza col calcare bianco (pietra gentile) langhiano del Foggio
Picenze nell’Abruzzo aquilano.
Dopo trattamento con HC1 il residuo è quasi nullo e for¬
mato da quarzo, feldspati, da un granulo di granato e da uno
piuttosto grosso di augite verde-bottiglia.
2. Salto, tra Modica e Scicli. — E un calcare grigiastro
con odore di idrocarburi. Residuo nullo.
3. Morio presso Scicli. — Calcare granelloso, bianco-gial¬
liccio chiaro. Su 27 grammi non si ha residuo apprezzabile.
Non vi ha dubbio che questi calcari siano da riferirsi to¬
talmente al langhiano.
VENETO.
Debbo alla cortesia del chiarmo prof. G. Dal Piaz dell’Uni¬
versità di Padova l’aver potuto esaminare alcuni campioni di
roccie terziarie di sedimento del Veneto. I campioni sono i se¬
guenti :
1 Salmoiraghi F., Oss. min. siti calcare mioc. di S. Marino. Rend. Ist.
Lomb., 1903, pag. 16 e 17.
ROCCIE TERZIARIE DI SEDIMENTO
13
I. Marna arenacea dell’ elveziano inferiore di Tisoi presso
Belluno. — La roccia è compatta, grigio-scura, e somiglia molto al
calcare bardigliacco langhiano elei l’Abruzzo aquilano. Contiene circa
il 30 °/0 di carbonati e nel trattamento con HC1 sviluppa legge¬
rissimo odore di idrocarburi. Col liquido Clerici a densità di
2,7 dà pochissima sostanza pesante, la quale è formata per la
massima parte da granuli neri, angolosi, minutissimi, sui quali
non ha azione la calamita. In mezzo ad essi si trovano poche
scagliette di biotite, qualche granulo di feldspati e due granuli
di glaucofane dei quali uno, il più grosso, ho pututo fissare su
preparazione al balsamo del Canadà.
La presenza sebbene scarsa di questo minerale — è pure
scarsa la roccia adoperata — - in questa roccia, determinata
come elveziana, confermerebbe per questa località quanto io
volli provare per le roccie terziarie dell’Italia centrale, cioè
che le roccie del secondo piano mediterraneo si distinguono da
quelle del primo piano per la presenza in quelle e l’assenza in
queste di minerali caratteristici, come glaucofane, staùrolite, clo-
ritoide, cianite, ecc.
II. Aquitaniano di Altavilla (colli Berici). — Roccia gial¬
lastra che contiene circa il 60 °/0 tra limo e carbonati. La parte
pesante è più abbondante della parte che galleggia sul liquido
a d = 2,7. La prima fu sottoposta ad una nuova separazione
col liquido del Thoulet a <7 = 3,17, ed ottenni così circa una
sessantina di minutissimi granuli bruni, inattivi alla luce pola¬
rizzata, tra i quali ho visto alcuni d istai letti di zircone, due
di tormalina bruna, pleocroica, dall’incoloro al bruno tabacco,
uno di augite verde-bottiglia ed uno di rutilo. La parte più
leggera è formata di granuli incolori o torbidi per alterazione,
con indici di rifrazione compresi tra 1,53 ed 1,55 e perciò
riferibili a quarzo e a feldspati.
La estrema scarsità di questi minerali non mi permette di
fare nessuna ipotesi attendibile sulla loro provenienza; tanto
più che zircone e tormalina si trovano in moltissime roccie di
sedimento di tutte le età; il rutilo si trova anche in alcune
anageniti della Montagnola senese, ma sempre molto scarso.
III. Arenarie dell’ Aquitaniano inferiore. — La roccia con¬
tiene molti carbonati. Su 24 grammi di roccia triturata, dopo
14
I. CHELUSSI
trattamento con HC1, rimangono solo grammi 5. Di questi ul¬
timi circa la metà à peso specifico minore di 2,7. La metà più
pesante, sottoposta ad ulteriore separazione col liquido Thoulet,
mi ha dato circa un centinaio di minutissimi granuli la più
parte opachi e tra questi ho visto i seguenti minerali caratte¬
ristici: zircone e rutilo, ambedue in cristalli; granato, biotite,
muscovite e staurolite; nonché un minutissimo granulo che al
pleocroismo appena sensibile mi parve glaucofane. Prescindendo
da quest’ultimo che è dubbio, caratteristica mi sembra la pre¬
senza della staurolite che è un minerale accessorio agli schisti
cristallini micacei, nelle roccie di contatto, e rarissimo nei gra¬
niti. Fu trovato, oltre che nelle roccie mioceniche, dal Salmoi-
raghi 1 anche nel calcare compatto eocenico di Ternate presso
Como.
La roccia sembrerebbe piuttosto, per la presenza dei mine¬
rali ricordati, sebbene scarsissimi, elveziana se non si pensasse
alla sua vicinanza anzi al suo contatto con i massicci alpini.
Ed in proposito ricordo di aver esaminato un conglomerato po-
ligenico di S. Giustina nel Savonese, del tongriano medio, avuto
dal prof. A. Issel di Genova, in cui trovai abbondantissimo il
glaucofane insieme con granato, epidoto e magnetite.
IY. Arenaria a mammiferi del langhiano (= Burdigaliano)
di Belluno. — Grammi 25 di roccia triturata, trattata con HCI
a freddo e a caldo, mi hanno dato un residuo di gr. 18. La
parte a df> 2,7 è circa la metà dell’altra ed è ricca di pa¬
gliette di muscovite. Una ulteriore separazione col liquido Thoulet
mi ha dato circa 20 granuli di parte pesante in cui ho visto
staurolite, tormalina, granato incoloro, più raramente roseo, zir¬
cone, epidoto e zoisite. Invano ho cercato il serpentino. La roccia,
per l’insieme dei minerali che contiene, sebbene scarsissimi 2,
mi sembrerebbe piuttosto elveziana.
Y. Aquitaniano inferiore della cava di S. Giorgio presso
Bassano. — La roccia contiene circa il 90 °/0 di carbonati. La
1 Salmoiraghi F., Oss. min. sul calcare miocenico di S. Marino, Ist.
Loinb., 1903.
2 Non sono riuscito a fissare la esigua parte pesante di questa e
della roccia precedente.
ROCCIE TERZIARIE DI SEDIMENTO
15
parte pesante, cioè a d)> 3,17, è formata da pochissimi e mi¬
nutissimi granuli, circa una trentina, dei quali la massima parte
è opaca; rari vi sono zircone, staurolite, granato e tormalina.
Le roccie esaminate del langhiauo e del miocene inferiore
contengono, sebbene scarsissimi, alcuni minerali caratteristici
dei quali sono affatto prive roccie coetanee dell’Italia centrale;
ciò probabilmente per l’influenza diretta dei massicci alpini.
FRIULI.
Ebbi pure altre roccie del Veneto dalla gentilezza del dot¬
tore Giuseppe Stefanini. Essi sono i seguenti:
1. Casasola (Meduno), Friuli. — Arenaria calcarea effer¬
vescente a freddo ed anche a caldo; scarsa è la parte pesante,
ma ricchissima di minerali caratteristici, quali iperstene, stau¬
rolite, zircone, granato incoloro e roseo, anfibolo verde, anda-
lusite, cianite, tormalina, biotite e moscovite.
La roccia ha l’indicazione di miocene inferiore; ma, stando
al criterio mineralogico e sebbene non vi compariscano gli an¬
tiboli azzurri, io ritengo la roccia dell’elveziano, fino a che non
sia provato che roccie del miocene inferiore possano anche esse
contenere un insieme di minerali caratteristici.
2. Mas (Meduno), Friuli. — Grana fina, effervescente; su
30 grammi di sostanza adoperata si ha circa 1 grammo di parte
pesante nella quale vi sono moltissimi dei minerali caratteri¬
stici, alcuni rari, altri frequenti; tra i secondi noto granato, zir¬
cone, epidoto e zoisite, staurolite e tormalina; biotite e musco-
vite; tra i primi rutilo, andalusite e cianite. Ed inoltre ho visto
un granulo di forma rettangolare allungata, con strie di ge¬
minazione polisintetica perpendicolari alla direzione del mas¬
simo allungamento dell’individuo, trasparente, incoloro, con n com¬
preso tra 1,66 ed 1,7, che sembrami perciò doversi ritenere
come lawsonite. Però non tutti i caratteri coincidono con quelli
dati dal Franchi per questo minerale e con quelli dati dal
prof. Manasse nel suo lavoro sopra le roccie della Gorgona; e
nemmeno quest’individuo somiglia troppo alla lawsonite di una
16
I. CHELUSSl
sezione sottile degli schisti a gastaldite e lawsonite della valle
di Varaita presso il Monviso, avuta dal dott. Krantz di Bonn.
Un solo granulo non permette una più attendibile diagnosi.
Nella parte più leggera, oltre il quarzo e i feldspati, ho
visto pure serpentino e dori te L
La roccia mi fu data come appartenente al miocene medio.
3. Sabbie ad « Anelila glaudiformis » del Pi. presso la
Madonna del Zucco (Friuli). — La parte pesante è ricchis¬
sima di minerali tra cui comparisce l’anfìbolo azzurro il quale,
per il suo indice di rifrazione superiore ad 1,06, sembrerebbe
di natura riebeckitica. Vi è pure il cloritoide sebbene raro, come
del resto si presenta sempre raro in tutte le roccie clastiche ed
in tutte le sabbie che ho esaminato. Vi è pure un granulo di
quel minerale che più sopra ho riferito alla lawsonite.
Mi pare non dubbio il riferimento di queste sabbie all’el
veziano.
CAMPIONI DI LOCALITÀ DIVERSE.
Raggruppo in questo paragrafo tutti quei campioni dovuti
alla gentilezza del dott. Bernardino Lotti, ingegnere capo del
Comitato geologico e che furono prelevati in regioni diverse.
I. Craco di Puglia. — Arenaria miocenica, non troppo
effervescente, a grana fina. Scarsa la parte a densità >2,75
formata da biotite, muscovite e clorite che ne sono i componenti
principali. Vi si trovano poi molto scarsi tormalina bruna e
zircone. Due soli granuli, profondamente alterati, mostrano agli
orli i colori ed il pleocroismo degli antiboli azzurri e l’indice
di rifrazione inferiore a 1,66. La estrema scarsezza del cam¬
pione adoperato non ha rivelato la presenza di altri minerali,
ma non mi par dubbio il riferimento di questa roccia all’el-
veziano, per la presenza dell’anfibolo azzurro.
II. Novara di Sicilia. — Arenaria dell’elveziano. È piut¬
tosto un calcare arenaceo, abbastanza duro, contenente circa il
60 °/0 di carbonati. Il residuo pesante è bruno, a grana piut-
1 Non ho fatto la prova, per la differenziazione tra i due, con la
soluzione di cobalto a caldo.
ROCCIE TERZIARIE DI SEDIMENTO
17
tosto grossa e contiene molta biotite, muscovite e clorite ; scarsi
invece sono rutilo, zircone e tormalina ; rarissimi un granulo di
glaucofane e tre di staurolite.
La determinazione paleontologica e stratigrafica di questa
roccia si accorda con l’analisi petrografica per la presenza del
glaucofane e della staurolite.
III. Gaìignano, Lecce. — Pietra leccese. Forte efferve¬
scenza con scarsissimo residuo formato in gran parte da glauco-
nite, però non in forma di foraminifera, come quella trovata
dall’ing. Salmoiraghi in calcari teneri miocenici di Lecce e di
Cursi ( Oss. min. sul calcare di S. Marino , pag. 17).
IY. Tra Melito e S. Pantaleone (Calabria). — La roccia
dell’eocene medio sembra a prima vista un microgranito. Non
dà alcuna effervescenza e la calamita comune non vi ha al¬
cun’azione. La sua parte pesante risulta in prevalenza da bio¬
tite, da poco zircone e da due granuletti di staurolite giallo
d’oro.
Il Salmoiraghi trovò la staurolite e V epidoto nei calcari com¬
patti eocenici della Lombardia occidentale a Ternate (Como).
(Op. cit., pag. 16).
V. Calcare nummulitico dell’ eocene medio della località
« Masseria Monache », valle di Maddaloni in Campania. —
Dalla scarsissima sostanza a mia disposizione ottenni un residuo
col quale potei fare due piccolissime preparazioni nelle quali
vidi quarzo, feldspati di media acidità, poco zircone e due gra¬
nuli di tormalina bruna.
YI. Arenaria eocenica di Monticchio presso il fiume Ofanto.
— Vi ho notato quarzo, feldspati, zircone e le due miche.
VII. Bari gasso m. Cantiere , Appennino bolognese. — Arena¬
ria eocenica ; non presenta parte a peso specifico superiore a
2,8 ; analoga in ciò a molte arenarie eoceniche della provincia
di Siena, come per esempio quella di Vagliagli, da me esa¬
minata.
Quarzo, feldspati in generale piuttosto acidi, biotite, mu¬
scovite, clorite, ne sono i componenti principali.
Vili. Pozzo a Valle presso il fiume Ofanto. — Arenaria
eocenica (?). Scarsissima la parte a densità superiore a 2,8 nella
quale ho visto molti granuli opachi, poi granato abbondante, ta-
2
18
I. CHELUSSI
lora intensamente roseo, orneblenda verde, poca stali rolite ed un
granulo di cloritoide.
L’esame petrografico di questa roccia andrebbe fatto su ma¬
teriale molto più abbondante di quello che avevo a mia dispo¬
sizione. In tal modo sarebbe stata più facile la sua determina¬
zione stratigrafica, benché la presenza del cloritoide mi induce
a ritenerla come elveziana; e per quanto mi consta, questo mi¬
nerale non fu trovato fin ora in roccie di sedimento più anti¬
che del miocene medio. Il Salmoiraghi lo trovò col glaucofane
a Finalborgo nel calcare roseo miocenico nella Liguria occi¬
dentale.
Dal prof. G. De Angelis d’Ossat ebbi i seguenti campioni
di roccie dell’Italia centrale.
I. Sante Marie, presso Tagliacozzo, Abruzzo aquilano. —
In queste località come in tutta la provincia di Aquila abbon¬
dano i calcari e le marne langhianc, le quali come io già esposi
in un mio lavoro sul monte Velino, raggiungono l’altezza di
1700 e più metri sul mare. Numerosissimi furono, come già
notai, i campioni di queste roccie presi in esame; ma tutti mi
risultarono privi di minerali caratteristici.
Le marne di questa località danno, dopo decalcificazione, uno
scarsissimo residuo formato in gran parte da glaucoma per lo
più in sferule e sferoidi, riferibili a forme organiche a cui si
aggiunge qualche minuto granulo di augite verde.
La roccia è analoga alla pietra leccese e fu riferita prima
da me, poi dai sigg. prof. De Stefani e Nelli al langhiano ;
pure langhiano è il calcare di Tagliacozzo stando ai fossili stu¬
diati dal prof. Lupi.
I. Sambuci, Roma. — - Il campione non porta alcuna indi¬
cazione ; l’aspetto esterno e Lanalisi petrografica lo fanno rite¬
nere identico alla pietra leccese per la presenza della glauco-
nite e l’assenza di minerali caratteristici; perciò è riferibile al
langhiano.
III. Affile, provincia di Roma. — Calcare durissimo, a frat¬
tura scagliosa. Quasi nullo il residuo dopo decalcificazione, for¬
mato da quarzo e feldspati.
ROCCIE TERZIARIE DI SEDIMENTO
19
La roccia non è certamente elveziana; per la sua durezza,
per la frattura scagliosa mi sembra più somigliante a calcari
secondari che a calcari terziari.
IV. Ponte di JBevagna, Umbria. — Anche per questa roc¬
cia non ho indicazioni dell’età. Essa è scura, friabile, pochis¬
simo effervescente ; quasi nulla la parte pesante in cui ho visto
le due miche, granato e zircone.
La roccia non è certamente elveziana.
GRUPPO DI MALTA.
Dalla gentilezza del prof. Carlo De Stefani ebbi due
campioni di roccie dell’isola di Malta ed uno dell’isola di
Gozzo.
Anche l’ing. Salmoiraghi (op. cit., pag. 17) esaminò il cal¬
care tenero, miocenico di Malta, e vi trovò quarzo arrotondato,
glauconite in forme organiche, zircone, tormalina, magnetite,
ilmenite, rutilo, ortose, granato, muscovite, mieroclino, cianite ,
sericite, calcedonio, orneblenda, staurolite, spinello.
I. Marne bluastre, sottostanti alle marne calcaree in località
« Notabile» (Malta). — Su dodici grammi di roccia, rimase dopo
decalcificazione circa mezzo grammo di sostanza della quale po¬
chissimi granuli affondarono nel liquido Clerici a densità di
2,8 ; alcuni erano bruni torbidi, altri invece riferibili a biotite
bruna; pochissimi trasparenti a muscovite. Nella parte più leg¬
gera ho visto quarzo e feldspati ; tra questi ultimi alcuni hanno
un indice di rifrazione molto alto per cui sono riferibili ai pla-
gioclasi basici.
La roccia sembrami langhiana.
II. Malta. — Calcare gialliccio, friabile, con leggerissimo
odore di H2S che si avverte nel trattamento con HC1. Sopra
27 grammi di sostanza adoperata ho avuto un residuo insolu¬
bile molto scarso nel quale invano ho ricercato qualcuno dei mi¬
nerali caratteristici delle rocce esaminate.
III. Gozzo, S. Antonio. — Calcare bianco-gialliccio friabi¬
lissimo. Il residuo insolubile è verdastro e formato quasi total-
20
I. CHELUSSI
mente da glaucoma. In questa e nella roccia precedente non
mancano granuli sferici riferibili a forme organiche.
Questi ultimi due campioni sono da riferirsi al langhiano.
Dallo stesso prof. C. De Stefani ho avuto pure i due seguenti
campioni esteri.
I. Albania, Mesorun. — Roccia friabile, argillosa, ricchissima
di avanzi di fossili. Nella parte a forte peso specifico ho visto
i seguenti minerali, la cui presenza, a parer mio, non lascia al¬
cun dubbio sul suo riferimento all’elveziano. Essi sono tra gli
abbondanti : tormalina, rutilo, zircone, epidoto, antibolo verde
pleocroico, con toni azzurrastri. Tra i rari vi sono : staurolite,
andalusite, granato, cloritoide.
II. Kasos nelV Eubea, mare Egeo. — I fossili furono studiati
dal dott. Nelli (Boll. Soc. geol. it., 1910) il quale tende a ritenere
elveziano questa roccia che è un calcare. Ma l’esame petrogra-
fìco non mi ha svelato la presenza di alcuno dei minerali ca¬
ratteristici ; e perciò, a parer mio, la roccia è da ritenersi lan-
ghiana.
Tutti questi sono i campioni di roccie terziarie di sedimento
di varie regioni italiane e di pochissime dell’estero, che ho po¬
tuto esaminare.
Mi sembra inutile riferire qui le analisi che ho fatto di
moltissime roccie secondarie, le quali mai mi hanno dato fin
al presente minerali caratteristici. Ricordo solamente di avere
esaminato quasi tutte quelle roccie secondarie, prevalentemente
calcaree, compreso anche il minerale bauxite dell’Abruzzo aqui¬
lano, delle quali in alcuni miei precedenti lavori d’indole stra-
tigrafìca 1 ebbi occasione di trattare.
Prima di fare quelle considerazioni che si possono dedurre
dal presente studio, credo opportuno presentare tre elenchi ben
distinti.
I. Elenco delle roccie secondarie di sedimento.
1 Sulla geologia dell’ Abruzzo aquilano, Atti Soc. it. Se. nat., 1903;
Note di geologia marchigiana, ibid., 1905; Nuove note di geologia marchi¬
giana, Atti Congresso naturalista it., 1907 ; La barra di Visso, Atti Soc. it.
Se. nat., 1907.
ROCCIE TERZIARIE DI SEDIMENTO
21
II. Elenco delle roccie terziarie di sedimento che non pre¬
sentano un insieme di minerali caratteristici.
III. Elenco di roccie terziarie con minerali caratteristici.
Mi giovo per la compilazione dei medesimi anche degli studi
dell’ing. Salmoiraghi nella sua memoria sul calcare di S. Ma¬
rino e dei miei precedenti lavori.
I.
ROCCIE SECONDARIE DI SEDIMENTO.
Marche.
{Provincia di Pesaro-Urbino e di Macerata).
Monte Nerone. — Calcare rupestre non fossilifero del
.neocomiano
Calcare marmoreo grigio-verdastro-
giallo del titoniano
Calcare bianco piritoso a T. Aspasia
del Lias medio
Calcare compatto niveo del Lias
inferiore
Montiego. — Le stesse roccie, più il calcare e le marne
ammonitifere, la scaglia cinerea e la scaglia rosata.
rC!
O
t/2
*Z2
C3
Ph
Abruzzo aquilano.
Calcari triasici di Pozzoli ed Arischia (Aquila) ; calcari cre¬
tacei di Rocca di Cambio, Rocca di Mezzo, Ovindoli, monti della
Magnola, del Sirente, del Velino, del monte d’Ocre e bauxite
del monte d’Ocre (v. Parona, La fauna coralligena, ecc., Meni.
1 Zittel, Geo!. Beobactungen aus den centr. App., Mttnchen, 1869.
22
I. CHELUSSI
per servire, ecc.) e del Velino ; calcari del monte Nuria, Nu-
rietta, ecc., tra la valle di Antrodoco e la valle del Salto (Ci-
colano). Calcare litografico ed ammoniti di S. Giuliano presso
l’Aquila, del monte Pettino e del monte Velino.
Provincia di Siena.
Calcare grigio e biancastro, cavernoso retico, del monte Mag¬
gio presso Siena, del Poggio del Comune presso S. Gimignano ;
della zona di confine tra la provincia di Siena e di Grosseto,
presso Chiusdino e verso Massa Marittima.
Calcari e marmi gialli e bianchi di Montarrenti nella Mon¬
tagnola senese.
Provincia di Palermo.
Calcari rossi e grigi ammonitiferi di Termini Iraerese.
II.
ROCCIE TERZIARIE
SENZA L’INSIEME DEI MINERALI CARATTERISTICI.
Veneto.
Calcari eocenici teneri, Valdesole (Arcugnano-Vicenza) : Sal-
moiraghi.
Calcari eocenici teneri, Castelletto (Negarine-Verona) : Sal-
moiraghi.
Altavilla (Colli Berici), aquitaniano : mihi.
S. Giorgio presso Bassano, calcare dell’aquitaniano inferiore :
mihi.
Lombardia orientale (Salmoiraghi).
Calcari bianchi e brizzolati eocenici di Manerba (Brescia).
Calcare giallognolo, pure eocenico, di Moniga (Brescia).
ROCCIE TERZIARIE DI SEDIMENTO
23
Lombardia occidentale (Salmoiraghi).
Calcari compatti eocenici, Ternate (Como) : vi comparisce
la staurolite.
Calcari compatti eocenici, Onetla (Sesto Calende- Milano).
Piemonte (mihi).
Tutti i calcari di Acqui, che io ebbi dalla gentilezza del
prof. G. Trabucco, non mi dettero mai minerali caratteristici
e perciò io credo doverli riferire al langhiano.
Umbria e Toscana (mihi).
Arenarie della collina di Tervenasco e di Tornavento presso
Spoleto (dal prof. Silvestri).
Arenarie, avute pure dal prof. A. Silvestri, della provincia
di Arezzo delle seguenti località: Sasso Spicco, Salita delle
piaggie (S. Sepolcro), Monterchi, Alpe della Luna, Scilla e Ta-
lamarchi presso Anghiari, Monte Vicchi presso S. Sepolcro.
Arenaria di Cortona, arenarie di Monte Ripaldi, Rignano
sull’ Arno, Fiesole, Porretta presso Bologna.
Abruzzo aquilano (mihi).
Arenaria di Chiarino presso Ariseli ia- Aquila. — Calcari bian¬
chi duri, calcari bianchi porosi di Poggio Picenze del Capo Teve
(Monte Velino), calcare bardigliaceo del monte Luco presso l’A¬
quila e di Borgoeoi lefegato nel Cicolano; marne langbiane indu¬
rite, molto fossilifere, di tutta la regione abruzzese.
Ricordo inoltre i calcari di Affile e Sambuci in provincia
di Roma, avuti dal prof. De Angelis d’Ossat, le arenarie di Mon¬
ticelo e di Pozzo a Valle presso il fiume Ofanto, quelle di Me-
lito in Calabria, i calcari teneri del Siracusano presso Modica,
quelli di Tangaria in Sardegna.
Le roccie di tutte queste località ricordate non mi furono
mai date con la indicazione di roccie elveziane, appartengono
perciò a piani inferiori al secondo piano mediterraneo del Suess.
24
I. CHELUSSI
III.
ROCCIE DI SEDIMENTO
CON UN INSIEME DI MINERALI CARATTERISTICI
E PERCIÒ RIFERIBILI ALL’ELVEZIANO E AL TORTONIANO.
1. Calcare di Rosignano in Piemonte — il calcare di Ro¬
si guano marittimo in Toscana è langhiano.
2. Calcare roseo-miocenico di Finalborgo, Liguria occiden¬
tale (Salmo traghi).
3. Calcare di Montese di Modena; è uno dei più ricchi in
minerali caratteristici.
4. Calcare di Serra dei Guidoni.
5. Pietra di Bismantova, Reggio Emilia (Dal Bue, Pur.
it. di paleont., 1900).
6. Calcari di S. Marino, Uffogliano, Pennabilli, Sasso di
Simone, Simoncello.
7. Calcare dell’alta vai di Marecchia, Sangiorgi.
8. Arenarie del bacino camerte (Mariani M., Boll. Soc.geol.
it., 1902).
9. Arenarie delle provincie di Macerata ed Ascoli Piceno.
10. Arenarie delle provincie di Aquila e Teramo.
11. Castellina in Chianti, sabbie presso la stazione.
12. Gaiampio e Pisana sulle rive del fiume Ombrone, pro¬
vincie di Siena e Grosseto.
13. Poggio di Casteani, poggio la Bandita, Val Morra, Massa
Marittima.
14. Calcari del Colle S. Michele in Sardegna.
15. Calcari di Mendicina, provincia di Cosenza (Salmoiraghi).
16. Calcare tenero (pietra cantone) della provincia di Mes¬
sina (dal prof. A. Silvestri).
Tutte queste roccie sono state paleontologicamente determi¬
nate come elveziane e contengono tutti i minerali caratteristici
che non posseggono roccie di età più antica, Roccie pur recenti
possono contenere questi minerali, ma, come ho dimostrato nel¬
l’altro mio lavoro, provengono con tutta sicurezza dal disfacimento
di roccie elveziane di sedimento.
ROCCIE TERZIARIE DI SEDIMENTO
25
-;;;nn . • • •
CONCLUSIONI.
/
Non possono essere differenti da quelle esposte nell’altro la¬
voro e si riassumono in questi due corollari.
I. Le roccie elveziane di sedimento d’Italia e probabilmente
di altre regioni fuori d’Italia, sono caratterizzate dalla presenza
nei loro residui sabbiosi, ottenuti dopo decalcificazione, di mi¬
nerali caratteristici, quali gli antiboli azzurri, il cloritoide, l’an-
dalusite, la cianite, ecc., minerali questi non ritrovati fino al
presente in roccie più antiche del miocene medio. Fanno ecce¬
zione alcune roccie che provengono, come in Liguria, dall’im¬
mediato disfacimento di massicci alpini, prevalentemente for¬
mati da schisti cristallini.
II. La provenienza di questi minerali è, allo stato attuale
delle nostre cognizioni, da ricercarsi in un’area cristallina (Tir-
renide) compresa tra la Corsica, le Alpi Occidentali e la costa
ligure-toscana. Quest’area doveva estendersi più a sud fino oltre
la Sardegna; però mentre a nord di quest’isola dovevano pre¬
valere' gli schisti a glaucofane, nella zona più meridionale do¬
vevano invece prevalere circa al di. là del 40° parallelo gli
schisti andalusitici, come lo proverebbero i calcari del colle di
S. Michele in Sardegna e quelli di Mendicine in provincia di
Cosenza. Infatti i fondi di mare studiati dal Salmoiraghi, estratti
al di là dell’isola della Maddalena, le sabbie litorali rigettate
alla riva dai flutti di fondo non contengono gli antiboli azzurri,
frequentissimi invece sui fondi più a nord e sulla costa to¬
scana. L’abrasione avvenne tra la fine del langhiano e il prin¬
cipio del tortoniano.
OBBIEZIONI.
Mi sembrano meritevoli di confutazione le seguenti.
I. Alcune roccie della Liguria e del Veneto più antiche del
miocene medio, hanno gli antiboli azzurri come ho potuto con¬
statare io stesso. Ma osservo che esse provengono come ho già
detto dalla degradazione immediata degli schisti cristallini dei
massicci alpini. Questo per la Liguria; mentre per il Veneto
26
I. CHELUSSI
alcune roccie determinale secondo i criteri paleontologici come
aquitaniane, potrebbero anche essere dell’elveziano.
II. Un illustre geologo, il De Stefani, il quale ritiene lan-
ghiano, elveziano e tortoniano come varie facies e zone bato¬
metriche di un unico piano del miocene medio, appoggiato in
questo concetto da altri illustri, come il Seguenza e il De Lo¬
renzo, ritiene il langhiano di zona profonda e perciò privo di
minerali caratteristici i quali si dovevano accumulare nella zona
elveziana più vicina alle rive e meno profonda. Ma a questo
modo di vedere — e non so trovare la ragione perchè mine¬
rali caratteristici, che quasi sempre hanno forte peso specifico
e sono per di più pochissimo alterabili, non si debbano trovare
auche a grandi profondità — fa contrasto il fatto che fanghi di
mare, da me studiati, del mar Rosso e del mare Arabico, pre¬
levati nelle campagne idrografiche della R. Marina a profon¬
dità anche superiori a 4000 metri e a circa 400-500 chilometri
dalle coste, contengono con relativa frequenza, se non minerali
caratteristici, almeno tre o quattro minerali discretamente ab¬
bondanti, che danno uno speciale carattere ai fanghi stessi.
Concludendo si può dire:
I. Che le roccie di sedimento elveziano si distinguono dalle
langhiane per la presenza in esse di minerali caratteristici.
II. La provenienza, almeno per l’Italia peninsulare, di questi
minerali, è tutta occidentale.
Ad ogni modo la posizione stratigrafica di una roccia può
esser talvolta determinata oltre che dai fossili anche dalla pre¬
senza in essa di minerali caratteristici, i quali non sono variabili
nei loro caratteri ; mentre le faune sono variabili nelle loro forme
in estensione e per la profondità degli strati che le contengono.
[ms. pres. 15 febbr. - ult. bozze 2 maggio 1912].
AFFIORAMENTI SABBIOSI PLIOCENICI
NEI DINTORNI DI PERUGIA
Nota del dott. P. Principi
Le colline nelle vicinanze di Perugia sono quasi essenzial¬
mente costituite da depositi pliocenici continentali, rappresen¬
tati da strati alternanti di conglomerati, argille e sabbie. Queste
ultime sono sopratutto diffuse a SO della città, dove precisa-
mente i terreni terziari più recenti assumono maggiore sviluppo.
Le sabbie si trovano in grandi banchi di vari metri di spes¬
sore, intramezzati talvolta da strati di argilla e di ciottoli ; im¬
primono al paesaggio un aspetto caratteristico, per le incisioni
che le acque correnti vi determinano e danno luogo ad un ter¬
reno agrario sciolto, che permette una lavorazione profonda.
Civitella (l’Arno.
Il banco di sabbia, in questa località, è assai potente e si
posa sopra una formazione argillosa, che giunge sino alla pia¬
nura del Tevere. Si possono distinguere due strati: il primo co¬
stituito da sabbia piuttosto grossolana, di un color giallo in¬
tenso, l’altro rappresentato da granuli più minuti, di un color
giallo rossiccio. Questi due strati si alternano tra di loro ed
insieme a dei letti ghiaiosi, costituiti prevalentemente da ciot¬
toli calcarei di non grandi dimensioni (raramente oltrepassano
i sette centimetri di diametro) con forme che rivelano caratteri
morfologici fluviali, anziché lacustri. I numerosi ciottoli esami¬
nati appartengono ai seguenti tipi di roccie :
selce variamente colorata,
arenaria micacea grigiastra,
28
P. PRINCIPI
calcare arenaceo grigio,
calcare grigio compatto eocenico,
calcare grigio-giallastro eocenico,
calcare grigio-scuro marnoso eocenico,
calcare rosato simile a quello che costituisce la maggior
parte degli affioramenti del Cretaceo superiore,
calcare grigio compatto, paragonabile a quello del Cretaceo
inferiore,
calcare nero con venature bianche e gialle, identico a quello
che sta a rappresentare il Eetico ed il Dachstein nel gruppo del
M. Malbe \
La sabbia del primo strato 1 2 produce viva effervescenza col¬
l’acido cloridrico, ed il residuo decalcificato risulta alquanto più
schiarito. Pochissimi sono i granuli attirati dalla calamita.
Quarzo, abbondante, in granuli grandi, più o meno arroton¬
dati con numerose inclusioni.
Feldìspati, in via di profonda alterazione.
Mica, bianca e bruna, in lami nette a contorno sfrangiato :
la mica bianca non è molto abbondante, mentre la biotite è
assai frequente.
Clorite, in laminette verdastre.
Glauconite, in pochissimi granuli verde-giallastri.
Pirosseno trimetrico, forse bronzile per il suo indice di ri¬
frazione intermedio tra quello dello joduro di metilene (1,74)
e quello della mescolanza di monobromonaftalina e joduro di
metilene (1,685).
Augite, in granuli verde-chiari o grigiastri con poco pleo-
croismo e con forte rilievo.
Apatite, in rari prismetti incolori, con inclusioni.
Olivina, in numerosi granuli alterati.
Granato, piuttosto raro, in sezioni quadratiche, colorate vi¬
vamente in rosso.
1 Principi P., Studio geologico del M. Malbe e del 31. Tezio. Boll.
Soc. Geol. Ital., 1908.
2 Nel presente studio le sabbie furono dapprima decalcificate e quindi
separate col liquido del Thoulet con 3,15 di densità, in modo da ottenere
due porzioni ben distinte. Fu determinato, poi, l’indice di rifrazione di vari
granuli mediante liquidi con indice di rifrazione noto.
AFFIORAMENTI SABBIOSI PLIOCENICI
29
Distene, in lunghi prismetti colorati in celeste-chiaro; l’in¬
dice di rifrazione è intermedio tra quelli dello joduro di meti¬
lene e della monobromonaftalina (1,648).
Vari granuli sono completamente opachi, essendo ricoperti
da materiale ferrifero e quindi indeterminabili.
La sabbia del secondo strato dà pure, trattata con acido clo¬
ridrico, grande effervescenza e non si differenzia molto dalla pri¬
ma per la sua costituzione mineralogica.
Quarzo, feldispati, mica, elofite, glauconite con gli stessi ca¬
ratteri già precedentemente notati.
Orneblenda, in rari granuli bruno-scuri.
Anfibolo, con forte indice di rifrazione (n )> 1,680) ; forse
trattasi di riebecìcite.
Augite, in granuli verdastri.
Alcune laminette (tre in quattordici preparazioni) a strut¬
tura fibrosa, giallo-grigiastre, con indice di rifrazione maggiore'
di quello della monobromonaftalina; probabilmente possono ri¬
ferirsi alla sillimanite.
Zircone, in prismetti regolari, fortemente rifrangenti, con
vivaci colori di interferenza.
Distene, molto raro.
Montebello.
L’affioramento trovasi presso la strada provinciale a circa
cento metri dal paese. La sabbia è giallo-chiara, sottile, argil¬
losa, con frequenti noduli di carbonato di calcio concrezionato.
Trattata con acido cloridrico, produce viva effervescenza, e Ja
colorazione del residuo decalcifìcato rimane invariata.
La parte pesante non è molta ed ha un colore bruno-ver¬
dastro.
Quarzo, in piccoli granuli non molto abbondanti.
Feldispati, in granuli irregolari alterati.
Mica, in laminette bianche e brune.
Clorite, in lamelle verdognole.
Anfibolo, giallo-bruno o verdastro, con indice di rifrazione
quasi uguale a quello della monobromonaftalina.
30
P. PRINCIPI
Gìaucofane, in rare laminette di un verde assai pallido.
Epidoto, in granuli incolori, con indice di rifrazione alquanto
maggiore di quello dello joduro di metilene.
Olivina, in granuli quasi totalmente alterati in serpentino.
Glauconite, in rari granuli di un color verde chiaro.
Due granuli isotropi in sedici preparazioni ; molto probabil¬
mente appartengono al gruppo degli spinelli.
Brufa.
Salendo dalla pianura, di faccia a Bettona, si incontrano
dapprima vasti affioramenti argillosi e quindi banchi di sabbia,
che includono talvolta straterelli di piccoli ciottoli, costituiti
esclusivamente da frammenti di arenaria e di calcari marnosi
eocenici. Questi depositi si adagiano sulla formazione marnoso-
arenacea del Terziario inferiore e medio, che, estendendosi dal
paese di Brufa, giunge sino quasi a Ponte S. Giovanni.
Le sabbie sono compatte, ricche di carbonato di calcio e
presentano tre tipi ben distinti.
In basso la roccia è giallo-scura, con granuli che non supe¬
rano i 2/3 di mm.; succede ad essa una sabbia più chiara con
noduli di calcare concrezionato e nella parte più alta il mate¬
riale diventa grossolano e di hn colore rosso bruno intenso.
Strato inferiore. — Il residuo decalcificato è alquanto più
chiaro; la parte pesante è in discreta quantità, con pochi gra¬
nuli attirati dalla calamita.
Quarzo frequentissimo, in granuletti a contorno irregolare,
alle volte arrotondati.
Granuli di selce amorfa.
Feldispati, non molto numerosi.
Mica, bianca e bruna in abbondanti laminette sfrangiate.
Clorite, verde-chiara.
Augite, assai rara.
Anclalusite, molto rara, con indice di rifrazione un poco mi¬
nore di 1,64.
Zircone, in rarissimi prismetti fortemente rifrangenti e con
vivaci colori di polarizzazione.
AFFIORAMENTI SABBIOSI PLIOCENICI
31
Molti granuli sono ricoperti da materiale ferrifero e resi di
un color rosso scuro opaco.
Strato medio. — Il residuo decalcificato è decisamente bian¬
castro; la parte di maggior densità non è molto abbondante.
Quarzo , feldispati frequenti.
Mica bianca, in quantità maggiore della biotite ; le lamine
sono ben visibili anche ad occhio nudo.
Pirosseno trimetrico , forse bronzite, per il suo indice di ri¬
frazione.
Zircone , in prismetti regolari con forte rilievo.
Distene, in cristalletti jalini, con indice di rifrazione alquanto
maggiore di quello della mouobromonaftalina.
Granato, in belle sezioni quadratiche vivacemente colorate
in rosso.
Gìauconite, in rarissimi granuli verde-giallastri.
Olivina, in granuli profondamente alterati.
Strato superiore. — 11 residuo decalcificato presenta un
colore grigio ; scarsissimi sono i granuli attirati dalla calamita
Quarzo, con numerose inclusioni.
Feldispati, in via di alterazione.
Mica, meno abbondante che negli strati precedenti.
Anfibolo, verde-bruno; per il suo indice di rifrazione è rife
ribile SiWorneblenda.
Granato, in numerose sezioni quadratiche rosse.
Olivina, in rari granuli, alterati in prodotti serpentinoso-clo
ritici.
S. Fortunato.
A sud di S. Fortunato un esteso banco di sabbia è tagliato
dalla strada provinciale e si adagia sulle argille e conglome¬
rati, che costituiscono la sponda destra del Tevere. La sabbia
è sottile, di un color giallo rossiccio, ricca di carbonati. Il re¬
siduo decalcificato è di un rossastro più pallido e la parte pe¬
sante è rappresentata da abbondante materiale non attratto dalla
calamita.
Quarzo in granuli a contorno irregolare.
Feldispati quasi sempre alterati.
32
P. PRINCIPI
Mica bianca e nera; la più abbondante è la biotite.
Clorite di un color verde pallido.
Glauconitc, quattro granuli in quindici preparazioni.
Augite verde.
Pirosseno trimetrico, probabilmente bronzite per il suo in
dice di rifrazione.
Epidoto, con indice di rifrazione alquanto maggiore di quello
dello joduro di metilene.
Cianite, due laminette in quattordici preparazioni.
Zircone, abbondante.
Olivina quasi completamente alterata in serpentino.
Apatite in sottili aglietti molto rari.
S. Enea.
Immediatamente al disotto del paese di S. Enea affiorano
dei depositi sabbiosi, che presentano le medesime condizioni di
giacitura di quelli di S. Fortunato. La sabbia offre due varietà
ben distinte: la prima è fine, di un color giallo carico tendente
al rossiccio, ricca di pagliette di mica; l’altra è di un colore
più scuro ed alquanto più grossolana.
Primo strato. — Il colore del residuo decalcificato rimane
invariato; la parte pesante è verde-scura per la presenza di
minerali ferro-magnesiaci ; scarsissimi sono i granuli attratti
dalla calamita.
Quarzo, non molto frequente.
Feldispati, in via di alterazione.
Mica, in pagliette bianche e nere ben visibili anche ad
occhio nudo.
Clorite, in scarse laminette verdastre.
Pirosseni, giallo-bruni; alcuni granuli sono da riferirsi a
bronzite.
Qualche granulo di orneblenda verdastra.
Distene, in rare laminette di un color celeste chiarissimo.
Sillimanite, in scarsissime laminette fibrose.
AFFIORAMENTI SABBIOSI PLIOCENICI
33
Olivina, in granuli colorati in verde per l’avanzata altera¬
zione in prodotti serpentinoso-cloritici.
Apatite, in pochi prismetti incolori.
Zircone, piuttosto abbondante.
Alcuni granuli incolori, con indice di rifrazione quasi uguale
a quello dello joduro di metilene.
Molto materiale è ricoperto di una sostanza giallo-rossastra
di natura ferrifera.
Secondo strato. — Il colore del residuo decalcificato rimane
invariato.
Quarzo e feldispati, come nello strato precedente.
Muscovite, abbondantissima, in laminette relativamente grandi.
JBiotite, meno frequente.
Clorite e glauconite: quest’ultima è molto rara.
Anfibolo, verde-bruno.
Sillimanitc, cinque laminette in sedici preparazioni.
Distene, in laminette incolori.
Epidoto, in granuli assai rifrangenti.
Zircone, in piccolissimi prismetti regolari.
Granato, rosso in minute sezioni quadratiche.
Casalina.
Nei pressi della Rocca di Casalina affiora un banco di sabbia
Tiposante sopra una formazione argillosa. La sabbia è giallastra,
a grana fine, e la sua composizione mineralogica è identica a
quella della sabbia di S. Fortunato. E solo da rilevare come i
granuli di quarzo sono molto più numerosi.
❖ #
Considerando la composizione mineralogica delle sabbie del
Pliocene perugino, risalta subito l’abbondanza di quarzo, di fel¬
dispati e di mica, la quale attesta come quei materiali stanno
in gran parte a rappresentare il disfacimento delle arenarie ap¬
partenenti all’Eocene ed al Miocene.
3
34
P. PRINCIPI
Abbiamo visto come in alcune località sono presenti dei gra¬
nuli di glauconite: tale minerale, appunto, è contenuto in varie
rocce arenacee a nord di Perugia.
Anche la presenza di olivina e serpentino dimostra come
abbondanti dovevano essere i materiali provenienti dalla parte
settentrionale dell’Umbria, dove si notano numerose lenti di
rocce oliviniche e serpentinose. E opportuno ricordare che tra
l’altipiano di Gubbio e la valle del Tevere affiorano dei gabbri,
i quali furono già descritti dall’Artini \ Essi contengono del
pirosseno bruno (diallagio, augite) e dell’orneblenda verde e
bruna in granuli piuttosto grandi; nei plagioclasi, poi, si osser¬
vano, come inclusioni, dei cristallini netti di zircone, che noi
abbiamo riscontrato in molti dei depositi sabbiosi studiati.
I prismetti di apatite possono essere derivati da oficalci,
ricche di quel minerale (Città di Castello); ed i rari granuli di
epidoto, distene, sillimanite, andalusite, come pure i rossi cri¬
stalli di granato trovano molto probabilmente la spiegazione
nei frequenti ciottoli di gneiss e di altre rocce antiche, che si
rinvengono inclusi nelle arenarie terziarie dell’Umbria centrale
e settentrionale.
Museo Geologico della R. Università di Genova.
[ras. pres. 14 marzo - ult. bozze 3 maggio 1912].
1 Verri ed Artini, Le formazioni con of oliti nell’ Umbria e nella Val-
dichiana. Giornale di Mineralogia, Cristallografia e Petrografia, Pavia,
1894.
APPUNTI SULLA ITTIOFAUNA FOSSILE DELL’EMILIA
CONSERVATA
NEL MUSEO GEOLOGICO DELL’UNIVERSITÀ DI PARMA
Nota del dott. G. De Stefano
(Tav. I e II)
Facendo seguito alle mie precedenti ricerche sulla ittiofauna
fossile delle formazioni terziarie della Toscana e delPEmilia *,
in questa nota illustro il materiale ittiolitico appartenente alle
formazioni terziarie del Parmense e del Piacentino, che si con¬
serva nel Museo geologico dell’Università di Parma. Espressi
quindi i miei ringraziamenti al chiarirlo signor prof. Paolo Vi-
nassa de Regny, direttore dell’anzidetto Museo, il quale ha gen¬
tilmente posto a mia disposizione il materiale esaminato, passo
senz’altro alla rassegna sistematica delle specie determinate,
osservando però prima di tutto quanto segue.
l.° I risultati ai quali sono arrivato in seguito alle presenti
ricerche sono in generale ben diversi da quelli degli altri au¬
tori i quali si erano occupati fino ad ora dei pesci fossili emi¬
liani, e in ispecial modo da quelli pubblicati dai dottori Car-
raroli e Bassoli 1 2. Di conseguenza, per giustificare le mie con-
1 De Stefano G., Osservazioni sulla ittiofauna pliocenica di Orciano
e San Quirico in Toscana. Boll. d. Soc. geol. ital., voi. XXXVIII,
pag. 539-648, tav. XVI-XX, 1909 ; De Stefano G., Sui pesci pliocenici del-
V Imolese. Boll. d. Soc. geol. ital., voi. XXIX, pag. 381-402, tav. X, 1910;
De Stefano G., Studio sui pesci fossili della pietra di Bismantova (pro¬
vincia di Reggio Emilia). Boll. d. Soc. geol. ital., voi. XXX, pag. 351-422,
tav. XII-XIV, 1911.
2 Carraroli A., Avanzi di pesci fossili pliocenici del Parmense e del
Piacentino. Rivista ital. di paleontologia, anno III, pag. 23-27, fig. 1-7,
1897; Bassoli G., I pesci terziari della regione emiliana. Rivista ital. di
paleont., anno XIII, fase. I, pag. 37-43, 1907.
36
G. DE STEFANO
clusioni, ho creduto opportuno di figurare tutte le specie deter¬
minate fra i fossili che si conservano nel Museo geologico del-
l’ Università di Parma.
2. ° Dal titolo della mia nota parrebbe che lo studio da me
fatto si sia limitato ai fossili dianzi indicati. In realtà il lavoro
comprende anche Pesame del materiale ittiolitico che si con¬
serva nel Museo geologico dell’Università di Modena; materiale
che proviene, in parte dalle formazioni terziarie della provincia
di Reggio, in parte da quelle della provincia di Modena. Esso
è stato osservato da me fin dall’anno passato, grazie al per¬
messo avuto dal chiamo signor prof. Dante Pantanelli ; e una
parte delle osservazioni fatte a tale ‘proposito si trovano nella
memoria sui pesci fossili della pietra di Bismantova '. In base
quindi alle ricerche sugli avanzi conservati nei Musei geologici
di Modena e di Parma ho potuto fare una revisione completa
delle specie dei pesci fossili emiliani, indicati dai dottori Car-
raroli e Bussoli nei loro lavori di paleoittiologia.
3. ° Da tale revisione vanno però esclusi tutti quegli avanzi
imperfetti, che, dopo attento esame, non mi hanno permesso di
arrivare a una plausibile interpretazione ; quelli che apparten¬
gono al genere Myliohatis, dei quali è mia idea di occuparmi
quanto prima in apposita nota insieme agli avanzi congeneri
del terziario della Toscana; e gli Otoliti, già molto bene illu¬
strati dal dott. Bussoli 1 2.
4. ° Non sono nemmeno considerati gli avanzi pubblicati dal
prof. Sacco nel lavoro sulle formazioni ofitifere del Cretaceo 3,
1 De Stefano G., Studio sui pesci fossili della pietra di Bismantova,
pag. 412. In questo lavoro è notata la presenza, fra i fossili della rac¬
colta che si conserva nel Museo di Modena, delle seguenti specie: Car-
charias [Prionodon] Camia Risso, Galeus canis Rondelet, Carcharias [ Prio -
nodon ] glyphis Muli, et H., Sphyrna zigaena Milli, et H., Squatina an¬
gelus Linneo sp.
2 Bassoli G., Otoliti fossili terziari dell' Emilia. Rivista ital. di paleont.,
anno XII, pag. 36-56, tav. I-II, 1906.
3 Sacco F., Les formations ophitifères du Crétacé. Bull, de la Soc.
belge de Geologie, de Paléontologie et d’Hidr., toni. XIX, pag. 247-266,
tav. Vili, 1905.
ITTIOFAUNA FOSSILE DELL’EMILIA
37
eccetto quelli che appartengono al genere Ptycliodus. Tali fos¬
sili sono considerati come provenienti da formazioni cretacee ;
mentre il mio lavoro si occupa della ittiofauna terziaria emi¬
liana. Le specie pubblicate dal prof. Sacco, che si conservano
nello stesso Museo geologico dell’Università di Parma, e la
cui determinazione devesi al prof. Bassani, sono le seguenti:
Ptychodus latissimus Agassi z
. » polygyrus Agassiz
» mammillaris Agassiz
» decurrens Agassiz
Odontaspis Bronni Agassiz
Scapanorhynchus subulatus Agassiz sp.
» raphiodon Agassiz sp.
Oxyrhina Mantelli Agassiz
» angustidens Reuss
Corax pristodontus Agassiz.
Pseudocorax a /finis Agassiz sp.
Carcharodon sp. [cfr. C. longidens Pillet o C. angustidens
Agassiz].
I fossili indicati, secondo le idee esposte dal prof. Sacco,
provengono dalle argille scagliose cretacee delle provincie di
Parma e di Piacenza \ come dai Poggioli rossi presso Verna-
sca (Piacentino) e S. Vitale di Baganza (Parmigiano). In realtà,
diversi fra quelli da me osservati sono di ignota provenienza
e accompagnati da cartellini con vaghe indicazioni. A ciò si
aggiunga che le argille scagliose, nelle quali dovrebbero essere
stati trovati gli avanzi in discussione, sono considerate come
eoceniche dalla maggior parte dei geologi. Inoltre, la maggior
parte di tali avanzi sono incompleti ; la loro determinazione po¬
trebbe perciò dipendere da concetti personali; e tale determinazione
potrebbe dar luogo a interpretazioni specifiche diverse, qualora
essi non venissero esaminati col preconcetto che debbano ap¬
partenere assolutamente a formazioni cretacee. E tutto ciò dico,
1 Sacco F., Les formations ophitifères du Crétacé , pag. 255, tav. Vili,
fig. 11-24.
38
G. DE STEFANO
non per mettere in dubbio la grande competenza dell’illustre
specialista dell’Università di Napoli, che li ha determinati ; ma
solo perchè mi sembra che qualche dente di Odontaspis — fra
quelli in discussione — richiama subito in mente V Odontaspis
cuspidata; mentre diversi esemplari di Oxyrliina, anzi che all’O.
Mantelli, potrebbero essere associati alla tipica 0. Desori delle
formazioni eoceniche. In fine, se il dente incompleto, trovato a
Fornovo nel Parmigiano, deve essere riferito a Carcharodon an-
gustidens, come a me sembra, allora esso non può essere con¬
siderato come cretaceo, si bene come oligocenico.
5. ° A prescindere dai fossili avanti indicati, la cui deter¬
minazione e per il loro stato di conservazione, e per la incerta
provenienza, potrebbe dipendere da concetti personali, tutti gli
altri si trovano elencati sistematicamente in questo lavoro. Ma,
anche fra questi ultimi, alcuni sono di ignota provenienza, e
di diversi non si conosce la esatta ubicazione. Solo per quelli
che appartengono al terziario superiore, dei quali quasi sempre
si conosce con certezza la formazione e le località nelle quali
furono trovati, possono farsi utili raffronti cronologici e stratigrafici
con la ittiofauna del terziario superiore di altre regioni italiane.
Lo studio degli avanzi di ignota o dubbia provenienza ha solo
valore sistematico. Molti avanzi, come si vedrà in seguito alle
mie ricerche, appartengono verosimilmente a depositi più antichi
o più recenti di quelli che ci sono indicati dalle etichette che
li accompagnano.
6. ° Nella sommaria descrizione sistematica delle specie pub¬
blicate in questo lavoro, per essere breve, e per non ripetere
quanto ho già detto in precedenti memorie, ho creduto bene
di lasciare da parte la bibliografia e le quistioni riguardanti
la sinonimia.
1 Mi riferisco ai fossili da me esaminati, i quali potrebbero anche
non essere quelli indicati dal Sacco e determinati dal Bassani.
ITTIOFAUNA FOSSILE DELL’EMILIA
39
I.
ELASMOBBANCHI ASTEROSPONDYLI.
Fani. Lamnidae.
Gen. Carcharodon Mitller et Henle.
Carcharodon auriculatus Blainville sp.
(Tav. I, fig. 1, 2, 3; tav. II, fig. 1).
Fissati i termini entro i quali oscillano i caratteri di questa
specie, in ispecial modo i caratteri adottati nelle recenti ricerche
del Leriche *, già da me esposti, e in parte condivisi, nel la¬
voro sui pesci fossili di Bismantova 1 2, a me sembra che il Car¬
charodon auriculatus sia rappresentato nella raccolta in esame
da vari denti. Fra gli altri, molto incompleti, osservo tre esem¬
plari, di ignota provenienza, e di diversa grandezza. Quello di
maggiori dimensioni ha la corona ben conservata; essa è alta,
lungo la linea mediana della sua faccia esterna, mm. 47. La radice
di tale esemplare è priva delle due branche. Il cono dentario
è eretto, con la faccia interna alquanto convessa e quella esterna
pianeggiante; la seghetattura marginale è poco sviluppata. Po¬
trebbe verosimilmente trattarsi di un dente anteriore della ma¬
scella superiore.
Come forse ho già detto, è probabile che al Carcharodon
auriculatus appartengano ancora alcuni altri denti della rac¬
colta che si conserva nel Museo geologico dell’Università di
Parma. Essi pare che provengano dai colli piacentini. A ogni
modo, tutti gli avanzi da me esaminati appartengono con tutta
probabilità a depositi oligocenici o eocenici, e mai a terreni
più recenti.
1 Leriche M., Le* poissons éocènes de la Belgique. Mém. clu Musée
Rovai d’Hist. Naturelle de Belgique, tom. Ili, pag. 130, 1905; Leriche M.,
Les poissons oliqocènes de la Belgique, Mém. du Musée Royal d’Hist. Nat.
de Belgique, tom. V, pag. 291, 1910.
2 De Stefano G., Studio sui pesci fossili della pietra di Bismantova,
pag. 368.
40
G. DE STEFANO
Gli avanzi di Carcharodon auriculatus nel terziario infe¬
riore emiliano sono più frequenti di quello che avevano cre¬
duto fin’ora gli autori. Come ho già osservato nel lavoro sui
pesci fossili di Bismantova ’, nella raccolta che si conserva nel
Museo geologico dell’Università di Modena esiste un dente an¬
teriore della mascella inferiore di C. auriculatus , che, stando
però all’etichetta che accompagna il fossile, dovrebbe apparte¬
nere a C. etruscus Lawley [= C. augustidens Ag.]. Tale dente
sarebbe stato raccolto nella formazione miocenica di Cianca. Il
dente di Montegibbio, riferito dal dott. Bussoli a C. auriculatus1 2,
proviene verosimilmente da qualche deposito oligocenico del
Modenese.
Carcharodon augustidens A gassi z.
(Tav. I, fig. 4, 5; tav. II, fig. 2, 3).
Ammessa come buona specie il Carcharodon augustidens r
quattro denti della raccolta, uno, il meglio conservato, di ignota
provenienza, e gli altri tre trovati nel Piacentino, debbono es¬
sere ad essa associati. Si tratta di esemplari a corona verti¬
cale, di forma slanciata, alta, con la faccia interna molto con¬
vessa. I loro margini laterali sono dentellati da una seghetta-
tura abbastanza sensibile. La base del loro cono dentario, ri¬
spetto alla stessa altezza di quest’ultimo, è stretta. Tutti hanno
la radice rotta. In un esemplare, la cui radice presenta una
branca intera, si osserva che tale branca è, relativamente alla
grandezza della stessa radice, poco sviluppata e arrotondata.
L’esemplare meglio conservato è quello di ignota provenienza.
L’altezza della corona di questo dente, lungo la linea mediana
della sua faccia esterna, è di mm. 58; la stessa corona misura
32 mm. di larghezza, presso la base. Il fossile in questione pre¬
senta grande analogia coi denti della seconda fila del mascel¬
lare superiore di C. augustidens, trovati nell'oligocene del Belgio
e illustrati dal Leriche 3.
1 De Stefano G., Studio sui pesci fossili della pietra di Bismantovar
pag. 359. %
2 Bassoli G., I pesci terziari della regione emiliana, pag. 37.
Leriche M., Les poissons oligocène s ecc., tav. XVII e XVIII.
ITTIOFAUNA FOSSILE DELL’EMILIA
41
Gli altri tre denti, la cui etichetta ce li indica come pro¬
venienti dal Piacentino, sono, come ho già detto, molto incom¬
pleti. I due più piccoli mancano totalmente della radice; quello
di maggiori dimensioni ha la radice priva delle due branche.
Ma il cono dentario di questi esemplari mi sembra che pre¬
senti i caratteri voluti per essere associati al Carcharodon an-
gustidens. La loro corona è verticale,' alta, di forma slanciata
e rotta all’apice; la faccia esterna del cono è pianeggiante e
quella interna molto rigonfia; i margini laterali sono dentellati
da una seghettatura irregolare, nel più grande molto marcata,
negli altri due di meno.
Al Carcharodon angustidens Ag., sono già stati associati
da me alcuni denti del calcare di Bismantova in provincia di
Reggio-Emilia \ I fossili esaminati in questa nota, a mio cre¬
dere, appartengono a formazioni oligoceniche.
Carcharodon megalodon Agassiz.
(Tav. I, fig. 6; tav. II, fig. 4).
Questa specie è rappresentata da vari denti. Stando alle etichette
che accompagnano i fossili, cinque esemplari sono di ignota
provenienza; cinque furono trovati nei colli piacentini; due pro¬
vengono dal deposito pliocenico di Castel larq uato ; uno dal de¬
posito di Miano, qualche altro da quello di Miatico, in provincia
di Parma; e uno, in fine, dal giacimento di Varano Marchesi.
A proposito dei denti che, secondo le relative etichette, do¬
vrebbero essere stati trovati nei depositi pliocenici di Castel lar-
quato, di Miatico e di Miano, osservo che essi appartengono
verosimilmente a depositi più antichi. 11 C. megalodon è specie
miocenica; o almeno cosi bisogna ritenere per le formazioni ter¬
ziarie italiane. Nel caso presente, i fossili in discussione non
possono essere stati trovati in terreni pliocenici, non solo per
la ragione indicata, ma anche perchè essi hanno tale grandezza
e tale conformazione da richiamare subito in mente quelli ti¬
pici della stessa specie che si rinvengono nelle formazioni del
1 De Stefano G., Studio sui pesci fossili ecc., pag. 363, tav. XII, fi¬
gura 8; tav. XIII, fig. 6-7; tav. XIV, fig. 1-2.
42
G. DE STEFANO
miocene medio e inferiore. Uno fra i due denti, che dovreb¬
bero appartenere al pliocene di Castellarquato, ha veramente
rilevanti dimensioni. Per quanto il suo stato di conservazione
sia imperfetto, essendo l’esemplare con l’apice della corona smus¬
sato e con i margini laterali consumati, pure ha le seguenti di¬
mensioni: larghezza della base delia corona mm. 93; altezza
della corona, lungo la linea mediana della faccia esterna, mil¬
limetri 70. Il secondo, di più modesta grandezza, ha la radice
con una branca mancante; e l’altezza della sua corona, lungo
la linea mediana della faccia esterna, è di mm. 54.
Il Carcharodon megdlodon è stato indicato altra volta dal
dott. Carraroli ', nelle formazioni plioceniche di Miatico (Parma)
€ di Miano (Parma), e nei colli piacentini. Evidentemente gli
esemplari indicati dal Carraroli sono, in parte, quelli esaminati
in questa nota; e quindi vanno riferiti a depositi miocenici e
non pliocenici. La stessa specie è stata citata nel 1907 dal
dott. Bassoli in vari depositi miocenici e pliocenici dell’Emilia 1 2;
ma come ho già osservato nel lavoro sui pesci fossili della pietra
di Bismantova 3 4, il riferimento di tale autore è basato in mas¬
sima sulle talora errate notizie che si trovano nei lavori del
Bianconi, del Coppi, del Ferretti, ecc. In effetti, fra i denti di
Carcharodon che si trovano nelle raccolte del Museo geologico
di Modena, solo alcuni debbono essere associati a C. megalodon ;
ed essi appartengono a depositi miocenici: gli altri debbono
essere ascritti al vivente C. Iìondelcti, e provengono verosimil¬
mente da depositi pliocenici.
Gli esemplari di C. megalodon delle raccolte del Museo geo¬
logico di Parma e del Museo geologico di Modena, apparte¬
nenti a diverse posizioni delle due mascelle di individui gio¬
vanissimi e adulti, presentano ben marcati i noti caratteri, che
distinguono tale specie dal C. auriculatus e dal C. angusti-
dens da un lato, e dall’altro dal C. Rondeleti \ Sono grandi,
di forma meno acuminata, meno cuspidale e a margini meno
1 Carraroli A., Avanzi di pesci pliocenici ecc., pag. 24.
2 Bassoli G., I pesci terziari della regione emiliana, pag. 36.
3 De Stefano G., Studio sui pesci fossili della pietra ecc., pag. 361.
4 De Stefano G., Studio sui pesci fossili ecc., pag. 368.
ITTIOFAUNA FOSSILE DELL’EMILIA
43
assottigliati di quelli del C. auriculatus ; eoo la faccia esterna
della corona pianeggiante; con quella interna molto rigonfia,
specialmente in quelli mediani della mascella inferiore; con la
radice relativamente molto sviluppata; col cono dentario molto
largo alla base e relativamente poco alto.
Carcliarodon Rondeleti Miiller et Henle.
(Tav. I, fìg. 7 ; tav. Il, fìg. 5, 6).
Il C. Rondeleti è, fra le specie di Carcliarodon che sono
conservate nella raccolta del Museo geologico dell’Università di
Parma, quella che si trova rappresentata dal maggior numero
di esemplari.
Nove denti, più o meno ben conservati, sono di ignota pro¬
venienza; un dente laterale inferiore, con la radice rotta, è stato
trovato nel pliocene del Rio dei Camorlini ; tre denti, molto mal
conservati, sono del pliocene di Tabiano ; altri tre denti, infine,
provengono dal pliocene di Castellarquato. A questo materiale
occorre anche aggiungere un certo numero di denti e qualche
vertebra di varie località del Piacentino. Uno fra i denti che
provengono dal terziario superiore di Castellarquato, molto ben
conservato, presenta le seguenti dimensioni : larghezza della base
della corona mm. 35; altezza del cono dentario, lungo la linea
mediana della sua faccia esterna, mm. 39.
Quanto alla forma e alle dimensioni degli esemplari in di¬
scussione, si può osservare quanto ho già pubblicato altra volta
a proposito dei denti di Carcliarodon Rondeleti del pliocene della
Toscana1 e dellTmolese2: essi sono variabilissimi nella forma
e nelle dimensioni, a seconda della posizione che occupavano
nella bocca deiranimale. Ma la loro caratteristica forma, con
corona appiattita e poco spessa, con i margini laterali irrego¬
larmente dentellati e spesso a dentelli bifidi, è tale per cui
essi non possono essere mai confusi con i denti di altre specie
1 De Stefano G., Osservazioni sulla ittiof. plioc. di Orciano ecc., pa¬
gina 559.
2 De Stefano G., Sui pesci pliocenici dell’ Imoleseì pag. 392.
44
G. DB STEFANO
di Carcharodon, pur presentando analogie coi denti di C. an-
gustidens.
11 C. lìondeleti era già stato citato dal dott. Carraroli nelle
formazioni plioceniche dell’Emilia, e precisamente nella forma¬
zione di Stra monte presso Castellarquato Ma, dalle ricerche
fatte sul materiale ittiolitico che si conserva nel Museo geolo¬
gico dell’Università di Modena e dal presente lavoro, risulta
che gli avanzi di tale specie sono molto frequenti in tutto il
terziario superiore dell’Emilia 1 2, contrariamente a quanto si era
creduto fin’ora.
Gen. Lamna Cuvier.
Lamna obliqua Agassiz sp.
(Tav. 1, fig. 8-, tav. II, fig. 7).
Nella raccolta esaminata esistono alcuni denti, fra i quali
uno ben conservato, di ignota provenienza. Essi debbono essere
associati alla Lamna obliqua. Il dente ben conservato appar¬
tiene a un mascellare inferiore; è privo di radice e di conetti
laterali ; ha la corona molto slanciata, diritta, alta, a forma di
triangolo isoscele, con la faccia esterna leggermente rigonfia e
quella interna molto convessa e inturgidata alla base, la quale,
relativamente all’altezza del cono dentario, è molto stretta.
Questo esemplare, e qualche altro ancora meno completo,
corrisponde perfettamente agli esemplari di Otodus obliquus
Agassiz, pubblicati dal Priem 3, e provenienti dalle formazioni
cenozoiche che affiorano nei possedimenti africani del Porto¬
gallo (distretto di Mossamedes in provincia di Angola) ; e pre¬
senta ancora grandi analogie con qualcuno fra quegli esem-
1 Carraroli A., Avanzi di pesci pliocenici ecc., pag. 24.
2 Si confronti, a questo proposito, la mia nota sui pesci fossili del-
l’Imolese e il lavoro sui pesci fossili della pietra di Bismantova. In essi
è constatato che il Carcharodon lìondeleti è rappresentato da vari avanzi
nel terziario superiore del Bolognese, del Modenese e del Reggiano.
3 Priem F., Poissons tertiaires des possessions africaines du Portugal.
CommunQacòes du Service géologique du Portugal, tom. VII, tav. I, 1907,
pag. 76.
ITTIOFAUNA FOSSILE DELL’EMILIA
45
plari di Lamna obliqua Ag. sp., appartenenti alla pietra di
Bismantova, che io ho pubblicati l’anno passato '.
Gli esemplari esaminati provengono verosimilmente da qual¬
che deposito oligocenico o eocenico delle provincie di Parma e
Piacenza. Quello in discussione ha la corona alta, lungo la
linea mediana della sua faccia interna, mm. 34; e la base della
stessa corona ha una larghezza di mm. 18.
Gen. Odontaspis Agassiz.
Odontaspis sp. [cfr. 0. Hopei Agassi zj.
(Tav. I, fig. 9; tav. II, fìg. 8, 9).
Fra i denti del gen. Odontaspis , che si conservano nella
raccolta in esame, uno richiama subito in mente la forma ti¬
pica dei denti eocenici riferiti dagli autori &W Odontaspis Hopei.
L’esemplare in discorso, stando all’etichetta che accompagna il
fossile, sarebbe stato trovato nella formazione di Urzano sopra
Langhirano; ma, secondo il mio parere, esso proviene invece
da qualche deposito eocenico od oligocenico dell’Emilia.
Si tratta di un dente di medie dimensioni, il cui cono den¬
tario ha forma subulata e poco slanciata, e la cui radice è
molto rigonfia. La corona è cilindrica nella metà inferiore, lie¬
vemente depressa nella metà superiore, e la superfìcie delle sue
due faccie non è striata. I margini laterali sono affilati nella
metà superiore; nella metà inferiore della corona non si osser¬
vano traccie di essi, essendo tale parte del cono dentario presso
a poco cilindrica. Le branche della radice, benché rotte a circa
metà lunghezza, fanno comprendere che dovevano essere molto
divaricate. Il dente esaminato presenta grande analogia con
quelli della pietra di Bismantova, da me associati sdV Odonta¬
spis Hopei 2, e con quelli citati dal dott. Bassoli 3, che si con¬
servano nel Museo geologico dell’Università di Modena, da me
esaminati l’anno passato.
1 De Stefano G., Studio sui pesci fossili della pietra di Bismantova,
pag. 373, tav. XIII, fig. IO-, tav. XIV, fig. 10-11.
2 De Stefano G., Studio sui pesci fossili ecc., pag. 388, tav. XII,
fig. 1-4 ; fav. XIV, fig. 23-30.
3 Bassoli G., I pesci fossili della regione emiliana , pag. 38.
46
G. DE STEFANO
Odoutaspis cuspidata Agassiz sp.
(Tav. I, fig. 10, 11, 12, 13; tav. II, fig. 10).
Questa specie è verosimilmente rappresentata da alcuni
denti molto mal conservati e di ignota provenienza; più da un
dente, in discreto stato di conservazione, trovato nel Piacentino;
e in fine da un dente, il quale, stando al cartellino che l’ac¬
compagna, sarebbe stato trovato nel pliocene di Tabiano. Que¬
st’ultimo esemplare ha il cono dentario molto slanciato; la
faccia esterna della corona è leggermente convessa ; quella in¬
terna molto convessa; i margini laterali sono taglienti per tutta
la lunghezza della corona, che ha le due faccie completamente
lisce. Il dente in discorso è molto arcuato verso la gola, ed
è verosimilmente un organo anteriore superiore della prima fila.
L’ Odontaspis cuspidata era già nota nel pliocene del Par¬
mense e del Piacentino per il lavoro del Carraroli, il quale ha
indicato avanzi di questa specie nel deposito di Bacedasco1.
Eitengo però che tali avanzi siano stati male determinati, e
che perciò non appartengano all’ 0. cuspidata. Ritengo ancora
che il dente di 0. Cuspidata, avanti descritto, non appartenga
al deposito di Tabiano, secondo indica il cartellino, ma a for¬
mazione più antica. A mio avviso, V Odontaspis cuspidata dif¬
ficilmente si trova nei depositi pliocenici italiani. I denti di
0. cuspidata , appartenenti alla formazione di Montegibbio, citati
dal Bassoli 2, che si conservano nel Museo geologico dell’Uni¬
versità di Modena, sono ben determinati.
Odontaspis acutissima Agassiz.
(Tav. I, fig. 14, 15, 16).
Questa specie è rappresentata da alcuni denti, fra i quali
quattro provengono dal pliocene del Piacentino e mancano di
radice. Un esemplare appartiene al pliocene di Castellarquato ;
un altro, in fine, fu trovato a Bacedasco.
1 Carraroli A., Avanzi di pesci fossili pliocenici ecc., pag. 24.
2 Bassoli G., I pesci fossili ecc., pag. 38.
ITTIOFAUNA FOSSILE DELL'EMILIA
47
Sui caratteri dei denti di questa specie, pei quali essa fa¬
cilmente si distingue da tutte le altre del genere Odontaspis,
non insisto oltre, dopo quanto ho detto nel lavoro sui pesci
pliocenici della Toscana 1 e nello studio sui pesci fossili della
pietra di Bismantova 2 3. Ormai non è più dubbio che tutti gli
avanzi fossili de! terziario italiano, e, si potrebbe anche dire, del
terziario europeo, descritti dagli autori col nome di Odontaspis
contortidens Ag., debbono essere riferiti all 'Odontaspis acutis¬
sima Ag., essendo le due specie sinonime, e dovendosi adot¬
tare nella nomenclatura, per ragioni di priorità, l’ultimo nome
specifico.
li 0. acutissima non è stata indicata dal Carraroli nelle for¬
mazioni plioceniche delle provincie di Parma e Piacenza. A tale
specie bisogna però associare gli avanzi del pliocene del Pia¬
centino, indicati da tale autore col nome di Odontaspis clegans :t.
Sono gli stessi esemplari indicati ed esaminati da me poco avanti.
Nel Museo geologico dell’Università di Modena si conservano
numerosi avanzi di Odontaspis acutissima, provenienti dai de¬
positi del Montese, di Castellarquato e di Lugagnano. Molti
denti, che si conservano nello stesso Museo, e che furono tro¬
vati nelle formazioni mioceniche di Montegibbio e Cianca (pro¬
vincia di Modena), anzi che all 'Odontaspis elegans, come ha ri¬
tenuto e pubblicato altra volta il dott. Bassoli 4, appartengono
invece &\Y Odontaspis acutissima.
Odontaspis ferox Risso sp.
(Tav. I, fig. 17; tav. II, fig. 11, 12, 18, 14).
Il vivente Odontaspis ferox del Mediterraneo è rappresen¬
tato nella raccolta solo da qualche dente, ma in ottimo stato
di conservazione.
Osservo un esemplare, proveniente dal pliocene del Piacen¬
tino, il quale possiede la radice intera, e a ciascun lato della
1 De Stefano G., Osservazioni sulla ittiofauna ecc., pag. 563.
2 De Stefano G., Studio sui pesci fossili ecc., pag. 393.
3 Carraroli A., Avanzi di pesci fossili ecc., pag. 24.
4 Bassoli G., I pesci fossili della regione emiliana , pag. 37
48
G. DE STEFANO
base della corona si osserva un dentellino accessorio. Questi due
dentelli sono curvi e sottili; la corona è alquanto arcuata, e
sulle due sue faccie non si osserva striatura. La radice è molto
rigonfia alla faccia interna, e ha le due branche molto diva¬
ricate. Verosimilmente l’esemplare esaminato è un dente ante¬
riore della seconda fila.
V Odontaspis ferox, benché rappresentato solo da qualche
avanzo nella raccolta esaminata, pure è abbastanza frequente
nelle formazioni plioceniche della Romagna e deH’Emilia. A
questo proposito ho già notato i numerosi denti che si raccol¬
gono nel pliocene del Bolognese1. L’esame che ho fatto l’anno
passato, sugli avanzi dei pesci fossili che si conservano nel Museo
geologico di Modena, mi permette di assicurare la presenza della
specie in discorso anche nel terziario superiore del Modenese.
L 'Odontaspis vorax Le Hon, citato dal Bassoli 2 3, non è altro
che VOdontaspis ferox. I denti del pliocene di Bacedasco, in
provincia di Piacenza, riferiti dal dott. Carraroli a Odontaspis
cuspidata A g. sp. debbono essere anch’essi ascritti alla specie
vivente. Lo stesso dicasi per due esemplari fra quelli che il ci¬
tato autore associa a Odontaspis elegans Ag. sp., i quali appar¬
tengono al pliocene del Piacentino 4. Come ho già avanti osservato,
la maggior parte di questi ultimi denti spettano all’O. acutis¬
sima.
Gen. Oxyriiina A gassi z.
Oxyrhina liastalis Agassiz.
(Tav. I, fig. 18, 19; tav. II, fig. 15, 16, 17, 18).
Di questa specie si conservano nel Museo geologico dell’U¬
niversità di Parma numerosi denti. Ne ho esaminati accurata¬
mente una trentina, appartenenti a tutte le posizioni delle ma¬
scelle di vari individui, giovanissimi, adulti e vecchi. Essi pre¬
sentano i soliti e noti caratteri dell’ Oxyrhina liastalis , già co-
1 De Stefano G., Pesci pliocenici dell’ Imolese, pag. 390 e pag. 394.
2 Bassoli G., I pesci terziari ecc., pag. 38.
3 Carraroli A., Avanzi di pesci fossili ecc., pag. 24.
4 Carraroli A., Avanzi di pesci fossili ecc., pag. 24.
ITTIOFAUNA FOSSILE DELL'EMILIA
49
nosciuti per gli studi comparativi fatti in questi ultimi anni
da me e da altri. Alcuni esemplari richiamano in mente i denti
chiamati dal Lawley col nome di Oxyrhina gibosissima, altri
VO. quadrans dell’Agassiz, e altri ancora 1’ 0. plicatilis. Le loro
dimensioni sono molto variabili; alcuni denti sono veramente di
notevole grandezza. Uno, di ignota provenienza, ha la corona
alta (lungo la linea mediana della stessa) mm. 49 ; lo stesso
dente presenta una larghezza, alla base della corona, di mm. 50,3.
Un altro esemplare, trovato nel pliocene del Piacentino, ha la
corona larga alla base di mm. 45 ; e l’altezza della stessa, lungo
la sua linea mediana, è di mm. 42.
Dei denti esaminati, 14 furono trovati nel Piacentino; un
esemplare proviene da Stramonte presso Castellarquato ; un altro
da Urzano sopra Langhirano; un altro da Bacedasco; 3 del
pliocene di Tabiano. Ma la maggior parte sono di ignota pro¬
venienza.
L 1 Oxyrliina hastalis era già stata citata dal dott. Carraroli
nelle formazioni plioceniche del Parmense \ Io l’ho indicata nel
pliocene delle Romagne 2. Il prof. Yinassa l’ha notata in diversi
giacimenti del Bolognese3 4. Il dott. Bassoli in fine ha elencata
questa specie in varie formazioni mioceniche e plioceniche del¬
l’Emilia \
Oxyrhina Spallanzani Bonaparte.
(Tav. I, fig. 20; tav. II, fig. 19, 20).
Nel Museo geologico dell’Università di Parma si conservano
numerosi denti della vivente e comune Oxyrhina Spallanzani.
Vari denti ho potuto anche osservare nella raccolta dei pesci
fossili emiliani, appartenente al Museo geologico dell’Università
di Modena. Alcuni sono di ignota provenienza; altri proven¬
gono dal pliocene di Castellarquato; altri dai giacimenti di
1 Carraroli A., Avanzi di pesci fossili pliocenici eec., pag. 24.
2 De Stefano GL, Sui pesci pliocenici dell’ Imolese, pag. 395.
3 Vinassa de Regny P., Pesci neogenici del Bolognese , pag. 81, tav. II,
tìg. 7, 8. Rivista italiana di Paleontologia, anno V, 1899.
4 Bassoli G., I pesci terziari della regione ecc., pag. 38.
4
50
(J. DE STEFANO
Bacedasco e di Tabiano. Qualcuno è stato trovato a Urzano
sopra Langhirano.
Si tratta di esemplari aventi dimensioni varie e conforma¬
zione diversa, i quali dinotano di essere appartenuti a diverse
posizioni delle mascelle e ad animali di diversa età. Molti sono
incompleti, perchè privi della radice. La loro variabilità, avuto
riguardo alla forma del cono dentario, richiama in mente i
denti che gli autori fino a pochi anni addietro riferivano erro¬
neamente a specie diverse ( Otodus sulcatus Sismonda, Otoclus
aduncus Lawley, Otodus isoscelicus Lawley, ecc.); denti i quali
non sono altro che organi di diversa posizione dell’odierna Oxy-
rhina Spallanzani.
Dall’esame fatto sulla ittiofauna fossile conservata nel Museo
geologico dell’Università di Modena, risulta che i denti, indi¬
cati dal Bassoli col nome di 0. Spallanzani e appartenenti
alle formazioni oligoceniche e mioceniche delle provincie di Mo¬
dena e Reggio \ non possono essere associati a tale specie. Er¬
roneamente il dott. Carraroli non indica, fra i pesci fossili plio¬
cenici del Parmense e del Piacentino, l’O. Spallanzani1 2.
Fani. Carchariidae.
Gai. Caechabias Cuvier.
Carcliarias [Prionodon] glaucus Linneo sp.
(Tav. I, fig. 21, 22, 23).
Questa specie è rappresentata da quattro denti, trovati nel
pliocene di Bacedasco, in provincia di Piacenza. Sono esem¬
plari identici a quelli che ho descritti altra volta a proposito
della ittiofauna pliocenica della Toscana 3 ; e corrispondono per¬
fettamente ai denti della specie vivente, coi quali li ho com¬
parati. La seghettatura dei loro margini laterali va dall’apice
alla base; l’apice si protende sempre un po’ in fuori; sulla faccia
1 Bassoli G., 1 pesci terziari della regione emiliana, pag. 39.
2 Carraroli A., Avanzi di pesci pliocenici ecc., pag. 24.
3 De Stefano G., Osservazioni sulla ittiofauna ecc., pagina 572, ta¬
vola XVIII, fig. 21-25.
ITTIOFAUNA FOSSILE DELL’EMILIA
51
esterna il margine inferiore dello smalto è diritto; sulla interna
invece è arcuato.
Gli avanzi di Bacedasco, indicati dal dott. Carraroli 1 2 col
nome di Carcharias subglaucus Lawley sp., appartengono alla
indicata specie vivente.
Carcharias [Prionodon] lamia Risso.
(Tav. II, fig. 21, 22, 23).
Questa specie è rappresentata da vari denti, la maggior
parte trovati nel pliocene di Bacedasco. Essi corrispondono per¬
fettamente a quelli della specie vivente e a quelli del pliocene
della Calabria meridionale * e della Toscana 3. Sono organi den¬
tali di posizione diversa, che hanno forma slanciata, alcuni ben
conservati, altri privi di radice, con la faccia anteriore piana
e con quella esterna regolarmente convessa: la loro radice è
attraversata, nella regione mediana, da un solco longitudinale
ben marcato : le leggiere pieghe, che si osservano presso la base
della radice, sono poco marcate: la corona è seghettata con
molta regolarità da ambo i lati.
Il Carcharias [ Prionodon ] lamia Risso è rappresentato da
numerosi avanzi nel terziario superiore dell’Emilia. A tale specie
bisogna associare gli avanzi del pliocene di Bacedasco e di San
Vitale di Baganza, citati dal Carraroli col nome di Galeocerdo
Egertoni Ag. sp. 4. L’esame da me fatto sugli avanzi dei pesci
fossili emiliani, che si conservano nel Museo geologico dellTT-
niversità di Modena, mi ha permesso di constatare che quasi
tutti i denti determinati dal dott. Bassoli col nome di Galeo¬
cerdo Egertoni Ag. 5, appartengono al vivente Carcharias [Prio-
1 Carraroli A., Avanzi di pesci pliocenici ecc., pag. 24.
2 De Stefano G., Alcuni pesci pliocenici di Calanna in Calabria. Boll,
d. Soc. geol. ital., voi. XX, pag. 558.
3 De Stefano G., Osservazioni sulla ittiofauna pliocenica ecc., pag. 574,
tav. XVII, fig. 5, 6, 7, 8 e 9.
4 Carraroli A., Avanzi di pesci pliocenici ecc., pag. 24.
5 Bassoli G., I pesci terziari ecc., pag. 39.
52
G. DE STEFANO
nodori] lamia. Essi provengono da vali depositi del terziario su¬
periore emiliano. Alla stessa specie bisogna ascrivere i fossili
indicati dal Bombicci col nome di Carcharias etruscus Lawley1 2,
e dal Yinassa col nome di Carcharias [ Prionodon ] etruscus
Lawley sp. *. Questi ultimi avanzi appartengono al pliocene del
Bolognese.
Carcharias [Prionodon] glyphis Muli, et Henle sp.
(Tav. I, fig. 24; tav. II, fig. 24).
Due denti, trovati nel pliocene di Bacedasco (provincia di
Piacenza), appartengono certamente all'odierno Priodonon gly¬
phis , descritto e figurato dal Miiller et Henle. Gli esemplari
in discorso hanno la radice assai larga e quasi eguale alla al¬
tezza della corona; la base di quest’ultima, presso la radice,
in un esemplare è rotonda; essa si allarga e diventa tagliente
a circa metà altezza.
Il Carcharias [Prionodon] glyphis è indicato per la prima
volta in questo lavoro fra i pesci fossili terziari dell’Emilia. A
questa specie occorre però ascrivere gli avanzi citati dal dott. Bas-
soli col nome di Glyphis urcianensis Lawley 3. Verosimilmente,
tali avanzi non appartengono a depositi miocenici, ma a quelli
pliocenici. Nel lavoro sui pesci fossili della Toscana ho già
osservato come i denti riferiti da Koberto Lawley a Glyphis
urcianensis debbono essere associati all’odierno Carcharias
glyphis 4.
1 Bombicci L., Le formazioni geologiche del territorio bolognese cro¬
nologicamente classificate, con carta geologica, pag. 29. Appennino
bolognese , pubblicato per cura del Club Alpino Italiano, Sezione di Bo¬
logna, 1881.
2 Vinassa de JRegny, Pesci neogenici del Bolognese, pag. 82, tav. II,
fig. IL
3 Bassoli G., 1 pesci terziari ecc., pag. 40.
4 De Stefano G., Osservazioni sulla ittiofauna pliocenica ecc., pag. 576,
tav. XVIII, fig. 18, 19, 20.
ITTIOFAUNA FOSSILE DELL’EMILIA
53
Gen. Galeus Cuvier.
Galeus canis Rondelet.
(Tav. I, fig. 25; tav. II, fìg. 25).
La raccolta esaminata contiene due denti, uno trovato nel plio¬
cene di Bacedasco e l’altro in quello di Castellarquato, i quali
appartengono verosimilmente all’odierno Galeus canis. Questa
specie apparirebbe come nuova per il terziario superiore del
Parmense e del Piacentino, in quanto essa non è stata indicata
dal Carraroli. Ritengo però che al vivente Galeus canis bisogna
associare i denti che il dott. Bassoli ha citati nel 1907 col
nome di Galeocerdo minor Agassiz l. Questi denti furono da
me esaminati l’anno passato, e, comparati con quelli della specie
vivente, che si conservano nel Gabinetto di Anatomia compa¬
rata dell’Università di Bologna, sono perfettamente identici a
questi ultimi. Stando al cartellino cbe accompagna i fossili, essi
sarebbero stati trovati nel deposito di Montegibbio in provincia
di Modena; ma, verosimilmente, appartengono a deposito più
recente. Ritengo ancora che all’odierno Galeus canis Rondelet
bisogna ascrivere gli avanzi citati dallo stesso dott. Bassoli col
nome di Galeocerclo Pantanelli Lawley 2. Per la sinonimia e
per i caratteri che presentano gli organi dentali deH’odierno
Galeus canis, in rapporto agli avanzi fossili del terziario su¬
periore italiano, che bisogna associare a tale specie, ho già
diffusamente parlato nel lavoro sui pesci fossili della Toscana3.
Gen. Sphyrna Rafìnesque.
Sphy rna zigaena Mùller et Henle.
(Tav. I, fig. 26; tav. II, fig. 26, 27).
Di questa specie ho osservato, nella raccolta in esame, po¬
chissimi esemplari. Un dente proviene dal pliocene di Bace¬
dasco,; qualche altro è stato trovato nella identica formazione
1 Bassoli G., I pesci terziari ecc., pag. 39.
2 Bassóli G., I pesci terziari ecc., pag. 39.
3 De Stefano G., Osservazioni sulla ittiofauna ecc., pag. 580, tav. XVII,
fig. 25-26.
54
G. DE STEFANO
di Castellarquato. Gli esemplari in discorso non presentano dif¬
ferenze di sorta con quelli della specie vivente, della quale il
Gabinetto di Anatomia comparata dell’Università di Bologna pos¬
siede due esemplari.
Sphyrna zigaena è citata per la prima volta in questo la¬
voro fra i pesci fossili del pliocene emiliano. Questa specie, la
quale abita l’odierno Mediterraneo, a mio credere, rimonta fino
ai tempi del Miocene medio; nel qual caso, parecchi avanzi
delle formazioni terziarie italiane di tale epoca, dagli autori
ascritti a Sphyrna prisca Agassiz, debbono essere associati a
\
Sphyrna zigaena Mtìll. et Henle. E quindi verosimile che i fos¬
sili del miocene emiliano, pubblicati dal prof. Vinassa 1, e in
seguito citati anche dal dott. Bussoli 2, col nome di Sphyrna
prisca Agassiz, appartengano invece alla specie vivente.
Fam. Notidanidae.
Gen. Notidanus Cuvier.
Notidanus griseus Gmelin sp.
(Tav. II, fig. 28, 29 30).
Il vivente Notidanus griseus Gmelin sp. è rappresentato
nel Museo geologico dell’Università di Parma da quattro esem¬
plari. Uno di essi è di ignota provenienza. Gli altri sono
stati trovati, due nel pliocene di Tabiano, uno in quello di
Piantogna.
Si tratta di quattro denti, fra i quali il meglio conservato
è quello del quale non si conosce la provenienza. Esso è prov¬
visto di dieci conetti, i quali vanno gradualmente e sensibil¬
mente decrescendo in dimensioni dall’anteriore al posteriore.
L’anteriore è il più lungo e il più grosso, ed ha il margine esterno
ornato da seghettatura, la quale arriva fino a circa i due terzi
dell’altezza. E, di certo, un dente mandibolare; e identifica per¬
fettamente con altri del pliocene toscano, che si conservano nel
1 A massa de Regny P., Pesci neogenici del Bolognese, pag. 83.
Bassoli G., I pesci terziari ecc., pag. 40.
ITTIOFAUNA FOSSILE DELL’EMILIA
55
Museo geologico dell’Università di Bologna, e che io ho studiati
alcuni anni addietro. Il dente di Notidanus griseus , trovato a
Tabiano, meno completo del precedente, è provvisto di sei co¬
netti e della base del primo o anteriore; base che ha il mar¬
gine esterno leggermente seghettato. Anche questo esemplare è
un dente mandibolare. I sette conetti, che esso comprende, de
crescono, ma insensibilmente, dall’avanti all’indietro. Il terzo
dente, quello che è stato trovato nel pliocene di Piantogna, è
ancora meno completo di quello già in precedenza descritto
della formazione di Tabiano. Possiede tre soli conetti, dei quali
il primo ha rotto il margine anteriore della base e l’apice. I co¬
netti in esame, rispetto a quelli degli altri denti, sono molto
sviluppati. Mi sembra che anche questo avanzo, come i prece¬
denti, appartenga alla regione mandibolare. Di fatti, tutti gli
avanzi esaminati sono molto larghi e piatti, quasi rettangolari,
intagliati a foggia di pettine, e con le numerose punte incli¬
nate verso l’angolo della bocca, e decrescenti in altezza.
Il quarto dente, proviene, come già si è detto, dal pliocene
di Bacedasco. E anch’esso, verosimilmente, un dente del ma¬
scellare iuferiore, provvisto di cinque conetti, con le punte tutte
inclinate verso l’angolo della bocca e decrescenti in altezza, e
con il margine anteriore della base del primo conetto frasta¬
gliata dalle caratteristiche seghettature.
Il Notidanus griseus fu già pubblicato da me fra i pesci
fossili dellTmolese ‘. I suoi avanzi non sono rari nelle forma¬
zioni plioceniche dell’Emilia. Appartengono, di fatti, a Noti¬
danus griseus gli avanzi avanti ricordati del pliocene di Pian¬
togna in provincia di Parma, citati dal Carraroli col nome di
Notidanus gigas Sismonda *, non che quelli del terziario su¬
periore di Bacedasco e di Tabiano, che lo stesso autore ha elen¬
cati col nome di Notidanus Targionii Lawley1 2 3. Apparten¬
gono anche a Notidanus griseus gli avanzi da me esaminati
nella raccolta che si conserva nel Museo geologico dell’Univer¬
sità di Modena. Il fossile indicato dal dott. Bussoli col nome di
1 De Stefano G., Sui pesci pliocenici, dell’ Imolese, pag. 389.
2 Carraroli A., Avanzi di pesci pliocenici ecc., pag. 24.
3 Carraroli A., Avanzi di pesci pliocenici ecc., pag. 24.
53
G. DE STEFANO
Notidanus primigenius Agassiz1, proveniente, stando al cartel*
lino che l’accompagna, dal deposito di Lugagnano, e che si
conserva nello stesso Museo di Modena, deve essere associato
alla specie vivente.
II.
ELASMOBRANCHI TECTOSPONDYLI.
Fam. Spinacidae.
Gen. Centbina Cuvier.
Centri na Salvianii Risso.
(Tav. I, fig. 27; tav. II, fig. 31).
Di questa specie si osserva, nella raccolta in esame del
Museo geologico dell’Università di Parma, un dente, ben con¬
servato. L’esemplare in discussione somiglia perfettamente ai
denti dell’unica specie vivente del gen. Centrino,, che si trova nel
Mediterraneo, e alla quale esso di certo appartiene. Corrisponde
ancora perfettamente ai denti di Centrino, Salvianii, che si con¬
servano nel Museo geologico dell’Università di Bologna, trovati
nelle argille plioceniche di Orciano in Toscana, e da me pub¬
blicati pochi anni addietro 2.
Il dente passato in rassegna proviene dalla formazione plio¬
cenica di Bacedaseo, in provincia di Piacenza.
Centrino Salvianii non è citata dal Carraroli nella sua nota
riguardante i pesci pliocenici del Parmense e del Piacentino.
Così anche risulta dai lavori del prof. Vinassa e del dott. Bas-
soli sui pesci fossili dell’Emilia. Essa è dunque specie nuova
per il terziario superiore di tale regione.
1 Bassoli G., I pesci terziari ecc., pag. 36.
2 De Stefano G., Osservazioni sulla ittiofauna pliocenica ecc., pag. 590,
tav. XVII, fig. 27-28.
ITTIOFAUNA FOSSILE DELL’EMILIA
57
Fani. Squatinidae.
Gen. Squatina (Aldrovandi) Damerii.
Sqnatina angelus Linneo sp.
Il dott. Carraroli citò nel 1897 \ come provenienti dal plio¬
cene di Bacedasco, in provincia di Piacenza, avanzi di Squa¬
tina, riferendoli a Squatina D’Anconai Lawley. Gli indicati
avanzi non si trovano però nella raccolta che si conserva nel
Museo geologico dell’Università di Parma. È probabile quindi
che essi appartengano alla privata raccolta del l’avvocato Ba-
gatti di Parma, che io non conosco, ma che il Carraroli ha
avuto sotto studio nella compilazione dell’elenco sui pesci fos¬
sili del Parmense e del Piacentino. A ogni modo, tali avanzi,
come quelli che si conservano nel Museo geologico dell’Univer¬
sità di Modena, da me studiati l’anno passato, provenienti dai
pliocene di Lugagnano, e indicati dal dott. Bassoli col nome di
Squatina D’Anconai Lawley 1 2, debbono essere associati all’o¬
dierna Squatina angelus Linneo sp.
Già nel lavoro sui pesci fossili della Toscana ho dimostrato
come i denti che il Lawley ha creduto di poter riferire a una
nuova specie ( Squatina D’Anconai ), corrispondono perfettamente
a quelli della specie vivente 3 ; e credo quindi superfluo insi¬
stere sulla identità delle due forme.
Fani. Ptychodontidae 4.
Gen. Ptychodus Agassiz.
Ptychodus latissimus Agassiz.
(Tav. II, fig. 32, 33).
La raccolta esaminata contiene tredici denti appartenenti
al gen. Ptychodus. Il cartellino che accompagna questi fossili
1 Carraroli A., Avanzi di pesci pliocenici ecc., pag. 24.
2 Bassoli G., I pesci terziari ecc., pag. 40.
3 De Stefano G., Osservazioni sulla ittiofauna pliocenica ecc., pag. 595,
tav. XVIII, fig. 13-15.
4 Avuto riguardo alla posizione sistematica del gen. Ptychodus Agas¬
siz, seguo le odierne vedute del Lericlie ( Contnbution à Tétude des pois-
58
G. DE STEFANO
c’insegna che essi provengono da Mulazzano e Vigoleno. Sono
due località della provincia di Parma, nelle quali affiorano le
formazioni del pliocene marino, e dal pliocene di Mulazzano
pare che provenga la piastra di Myliobatis , descritta altra volta
dall’Issel col nome di Myliobatis Strobeli n. sp. L Le località
sopra indicate non ci fanno comprendere gran che sul deposito
al quale si riferiscono gli avanzi in esame. D’altra parte, sono
tali avanzi quelli stessi pubblicati dal Sacco nel 1905 2, e de¬
terminati dal prof. Bassani? Non sembra, dato che il prof. Sacco
riferisce le quattro specie di Ptychodus illustrate nel lavoro
Les formations ophitifères chi Crétacé , alle argille scagliose del
cretaceo dei Poggioli rossi presso Vernasca, in provincia di Pia¬
cenza 3. Noto in fine che dal recente lavoro del Canestrelli sugli
avanzi fossili del gen. Ptychodus trovati nel terziario della To¬
scana e dell’Emilia 4, in base alle osservazioni paleontologiche
e stratigrafiche fatte dallo stesso autore, risulta, come del resto
aveva già detto alcuni anni addietro il prof. Pantanelli 5, che
i Ptychodus hanno una estensione cronologica maggiore di quella
che si era creduta fin qui; e che quindi i loro rappresentauti
sons fossiles chi Nord de la France, pag. 72, 1906), il quale crede che
là sottofamiglia Ptychodontidae del Woodward sia da elevarsi a famiglia.
Colloco inoltre tale famiglia vicino a quelle dei Myliobatidae e dei Try-
gonidae, poiché, giusta le osservazioni del Jackel (Die eocànen Selachier
vom M. Dolca, pag. 136, 1894), i Ptychodus presentano grandi affinità
— avuto riguardo ai loro organi dentali — con i Myliobatis e con i
Trygon.
1 Issel A., Appunti paleontologici. Cenni sui Myliobatis fossili dei
terreni terziari italiani. Annali del Museo Civico di St. Nat. di Genova,
voi. X, pag. 326, fig. 2, 2a, 2b, 2c, 2d, 1877.
2 Sacco F., Les formations ophitifères du Crétacé , pag. 255.
3 Sacco F., Les formations ophitifères ecc., pag. 255, tav. Vili, fi¬
gura 11-14.
4 Canestrelli G., Denti di Ptychodus Agassiz nel terziario dell’ Appen¬
nino tosco-emiliano. Atti della Soc. Toscana di Scienze Nat., voi. XXVI,
pag. 3-20 dell’estratto, tav. II. Pisa, 1910.
5 Pantanelli D., Denti di Ptychodus nell’ Appennino modenese. Proc.
verbali della Soc. Tose, di Se. Nat., voi. XIV, pag. 70. Pisa, 1903-905.
ITTIOFAUNA FOSSILE DELL’EMILIA
59
non si limitano solo al cretaceo, ma si riscontrano ancora nel-
l’eocene e nel miocene l.
Date le esposte considerazioni, è probabile che gli avanzi
da me esaminati non siano quelli pubblicati dal Sacco e deter¬
minati dal Bassani ; che essi siano stati trovati in terreni ter¬
ziari del Parmense (Mulazzano e Yigoleno), e che perciò deb¬
bano essere inclusi — come io ho ritenuto — fra la ittiofauna
terziaria emiliana passata in rassegna.
Gli esemplari da me esaminati vanno ripartiti in quattro
specie.
Il Ptychodus ìatissimus Agassi z è rappresentato da due
esemplari. I caratteri dei denti, associati a questa specie, sono
le pieghe salienti separate da solchi larghi e profondi, e la forma
quadrangolare caratteristica.
La specie indicata è rappresentata da numerosi avanzi fos¬
sili emiliani e toscani, che il Canestrelli considera come ter¬
ziari 2. Gli avanzi pubblicati dal Sacco, e che dovrebbero ap¬
partenere alle argille scagliose di Vernasca nel Piacentino, ri¬
feriti a Ptychodus ìatissimus Agassiz 3, non sono gli stessi esem¬
plari da me esaminati.
Ptychodus polygyrus Agassiz.
(Tav. II, fig. 34, 35).
Questa specie, a mio avviso, è rappresentata fra i fossili
in esame di Mulazzano e Yigoleno, da quattro denti, in buono
stato di conservazione. Essi variano nella grandezza; e la loro
superficie è ornata da pieghe le quali convergono verso un me¬
desimo punto. Comparati con i fossili delle argille scagliose di
1 Questa opinione non è condivisa dal prof. Bassani. Secondo l’auto¬
revole parere del valente naturalista, comunicatomi a voce il 30 marzo
scorso, allorché, passando da Napoli, sono stato a ossequiarlo nel Museo
geologico dell’Università, i Ptychodus sono esclusivamente cretacei.
2 Canestrelli G., Denti di Ptychodus Ag. ecc., pag. 3-11.
3 Sacco F., Lss formations ophitifères ecc., tav. Vili, fig. 11 a,
11 b. Ile.
60
G. DE STEFANO
Yernasca nel Piacentino, pubblicati dal Sacco \ appalesano
subito la loro diversità. Lo stesso dicasi in seguito alla compa¬
razione fatta con gli esemplari di Rocca S. Maria in provincia
di Modena, illustrati dal Canestrelli 2. Un esemplare fra quelli
di Yernasca pubblicati dal Sacco 3 ha la superficie masticante
grande quasi il doppio di quella di maggiori dimensioni illu¬
strata in questo lavoro.
Gli avanzi di Ptychodus Polygyrus sono frequenti fra i pesci
fossili deH’Emilia. Questa specie, oltre agli avanzi indicati in
questo lavoro, appartenenti alla provincia di Parma, è rappre¬
sentata anche nelle formazioni del Piacentino e in quelle del
Modenese, come risulta dai lavori del Sacco, del Pantanelli e
del Canestrelli 4.
Ptychodus decurrens Agassiz.
(Tav. II, fig. 36, 37, 38).
Questa specie è rappresentata, nel materiale in esame, da
tre denti. Essi si distinguono dai denti delle precedenti specie,
per la gibbosità della loro corona, per il numero e la ramifi¬
cazione terminale delle pieghe, e infine per la divergenza delle
granulazioni nei margini anteriore e posteriore.
Era gli avanzi fossili conservati nel Museo geologico del¬
l’Università di Modena si trovano vari denti di Ptychodus de¬
currens Ag. Essi furono già esaminati dal Canestrelli 5. Ri¬
sulta quindi, dopo i lavori del Sacco, del Pantanelli, del Cane¬
strelli e con le presenti ricerche, che tale specie è rappresentata
1 Sacco F., Les formations ophitifères ecc., tav. Vili, fig. 12 a, 12 b.
2 Canestrelli GL, Denti di Ptychodus ecc., tav. II, fig. 2.
3 Sacco F., Les formations ophitifères ecc., tav. Vili, fig. 12 a.
4 Canestrelli G., Denti di Ptychodus ecc., pag. 17 ; Pantanelli D.,
Denti di Ptychodus nell’ Appennino ecc., pag. 71; Sacco F., Les forma¬
tions ophitifères ecc., pag. 255.
5 Canestrelli G., Denti di Ptychodus ecc., pag. 18, tav. II, fig. 6, 7,
8, 9, 10.
ITTIOFAUNA FOSSILE DELL’EMILIA
61
nel terziario (?) di Montagnatra e Montese (Modena), nella for¬
mazione di Sarzano (Reggio), in quella di Mulazzano e Vigo-
leno (Parma), e finalmente ai Poggioli Rossi (Piacenza)1.
Ptychodus mammillari Agassiz.
(Tav. II, pag. 39).
I denti più numerosi del genere Ptychodus, che io ho os¬
servati nella raccolta in esame, appartengono alla specie elen¬
cata. Essi corrispondono perfettamente agli esemplari pubblicati
dal Sacco 2, i quali dovrebbero appartenere alle argille sca¬
gliose cretacee di Yernasca nel Piacentino.
II Ptychodus mammilaris A g. parrebbe, fino a ora, rappre¬
sentato solo nelle formazioni cretacee o terziarie che siano
deH’Emilia settentrionale. Nel recente lavoro del Canestrelli, sui
Ptychodus dell’Appennino tosco-emiliano, esso non è indicato.
Fam. Trygonidae.
Gen. Trygon Adanson.
Trygon Gresneri Cuvier sp.
(Tav. I, fig. 28, 29, 30).
I fossili appartenenti all’odierno Trygon Gesneri proven¬
gono dal pliocene dell’Appennino parmense. Si tratta di tre
belle piastre. La più grande ha forma irregolarmente ellittica;
ed è, verosimilmente, una piastra della parte mediana del corpo.
La ornamentazione che si osserva sulla sua superficie esterna è
identica a quella delle piastre del Trygon Gesneri Cuvier sp.
La piastra in discorso è rotta ai due estremi della sua lun¬
ghezza : questa, allo stato attuale di conservazione, è di mm. 64 ; la
1 Pantanelli D., loc. cit., pag. 70-71; Sacco F., loc. cit., pag. 255; Ca¬
nestrelli G., loc. cit., pag. 19.
2 Sacco F., Les formations opliitifères ecc., pag. 552, tav. Vili, fig. 13 a
13 b, 13c.
62
G. DE STEFANO
sua massima larghezza è di mm. 33. Una seconda piastra, an-
ch’essa di forma irregolarmente ellittica, e appartenente con
probabilità, come la prima, alla parte mediana del corpo, è
lunga mm. 49; e la sua massima larghezza è di mm. 24,3. La
terza piastra risulta formata dalla riunione di due piastre, e
appartiene verosimilmente alle regioni posteriori.
Gli avanzi pliocenici del Modenese, indicati dal Bassoli col
nome di Trygon Targioni Lawley ', appartengono a Trygon
Gesneri. Dopo le mie ricerche sulla ittiofauna fossile della To¬
scana 1 2, non è più dubbio che il Trygon Gesneri Cuvier sp.
[= Trygon thalassia] dell’odierno Adriatico, era già a popolare
il Mare tosco-emiliano dell’epoca pliocenica.
III.
HOLOCEPHALI.
Fani. Chimaeridae.
Gen. Chimaera Linneo.
Chimaera sp.
Il dott. Carraroli pubblicò nel 1897, come appartenente a
una nuova specie di Edaphodon [Edaphodon pliocenicus Carra¬
roli] un avanzo di pesce della famiglia Chimaeridae , prove¬
niente dal pliocene del Piacentino 3. Tale avanzo non è stato
da me osservato, per il fatto che esso manca nella raccolta in
esame. Probabilmente appartiene alla privata collezione dell’av¬
vocato Bagatti di Parma. Ritengo che l’avanzo in questione non
possa essere però ascritto al gen. Edaphodon. Questo genere
pare che sia limitato alle formazioni cretacee e a quelle del-
1 Bassoli G., I pesci terziari ecc. pag. 41.
2 De Stefano G., Osservazioni sulla ittiofauna pliocenica ecc., pag. 606,
tav. XVIII, fig. 1-2.
3 Carraroli A., Avanzi di pesci pliocenici ecc., pag. 26, fig. 3, 4, 5.
ITTIOFAUNA FOSSILE DELL’EMILIA 63
l’eocene affatto inferiore '. Almeno così è stato ritenuto tino ad
ora dagli autori ; e mi meraviglia molto come esso venga indi¬
cato per la prima volta dal Carraroli in un terreno pliocenico
emiliano.
Dalla descrizione e dalle figure che il dott. Carraroli ci for¬
nisce dell’avanzo pliocenico in discussione, a me sembra che
si tratti di un frammento di mascella del gen. Chimaera ; e,
verosimilmente, della vivente Chimaera monstrosa Linneo. Le
dimensioni e la conformazione del fossile del pliocene piacen¬
tino corrispondono perfettamente a quelle di alcuni fra gli avanzi
del pliocene toscano, da me altra volta illustrati col nome di
Chimaera sp.1 2.
Un avanzo di Chimaera sp. fu già pubblicato dal prof. Yi-
nassa 3. Esso appartiene alle formazioni plioceniche del Bolo¬
gnese (Montevecchio). Questo frammento di dente fu in seguito
citato dal dott. Bassoli nel suo elenco sui pesci fossili emiliani 4.
Lo stesso fossile, più di recente ancora, è stato da me citato
nella nota sui pesci fossili dell’Imolese 5.
È probabile che tanto gli avanzi del pliocene emiliano, ri¬
cordati in questo lavoro, quanto quelli del pliocene toscano, da
me pubblicati nel 1909 6, appartengano a un’unica specie:
alla vivente Chimaera monstrosa, la quale si trova lungo i
mari delle coste dell’Europa e nelle acque del Giappone.
1 De Stefano G., Osservazioni sulla ittiofauna ecc., pag. 609.
2 De Stefano G., Osservazioni sulla ittiofauna ecc., pagina 608, ta¬
vola XVIII, fig. 26, 27, 28.
3 Yinassa de Regny P., Pesci neogenici del Bolognese, pag. 80, ta¬
vola II, fig. 1.
4 Bassoli G., 1 pesci terziari della regione emiliana , pag. 41.
5 De Stefano G., Sui pesci pliocenici dell’ Imolese, pag. 390.
6 De Stefano G., Osservazioni sulla ittiofauna ecc., pag. 608.
G. DE STEFANO
64
IV.
TELEOSTEI ACANTHOPTERYGII.
Fani. Pristipomatidae.
Gen. Dentex Olivier.
Dentex sp. [cfr. D. vulgaris Cuvier et Valenciennes].
(Tav. I, fig. 31; tav. II, fig. 40, 41).
Al comune odierno Dentice associo due vertebre isolate, di
ignota provenienza; e cinque vertebre inglobate in un frammento
di argilla marnosa, proveniente dal pliocene di Castellarquato.
Oli avanzi in esame corrispondono perfettamente alle vertebre
dell’odierno Dentex vulgaris , del quale si conservano diversi
preparati osteologici nel Gabinetto di Anatomia comparata del¬
l’Università di Bologna.
Senza rendermi prolisso col ripetere in questo lavoro quanto
ho già avuto occasione di dire altra volta a -proposito degli
avanzi fossili pliocenici italiani del gen. Dentex 1 ; osservo solo
che i resti del Dentex vulgaris non sono rari nel terziario su¬
periore dell’Emilia, lo ho segnalato la presenza di questa specie
nelle marne azzurre plioceniche dell’Imolese 2. Gli avanzi del
Bolognese indicati dal Bombicci 3 e dal Vinassa 4 col nome di
Dentex Miinsteri Meneghini, appartengono alla specie vivente.
E alla stessa specie occorre naturalmente associare gli avanzi
che si trovano elencati dal Bassoli col nome di Dentex Miin¬
steri Men. 5.
i
1 De Stefano G., Osservazioni sulla ittiofauna pliocenica ecc., pag. 611,
tav. XIX, fig. 19, 21, 24, 25, 26; tav. XX, fig. 17, 18, 19, 20.
2 De Stefano G., Sui pesci fossili dell’ Imolese, pag. 399, tav. X, fi¬
gure 31, 32, 33.
3 Bombicci L., Le formazioni geologiche del territorio bolognese ecc.,
pag. 29.
4 Vinassa de Regny P., Pesci neogenici del Bolognese, pag. 84, ta¬
vola II, fig. 15 e 16.
5 Bassoli G., I pesci terziari ecc., pag. 41.
ITTIOFAUNA FOSSILE DELL’EMILIA
65
Fani. Spakidae.
Gen. Chrysophrys Cuvier.
Chrysophrys sp. [cfr. Chrys. Lawley P. Gervais].
(Tav. I, fig. 32, 33).
Nella raccolta in esame osservo tre denti molari, dei quali
il più grande appartiene alla parte centrale interna della ma¬
scella. Esso ha un diametro di mm. 15,3. Gli altri due, di più
modeste dimensioni, spettano verosimilmente alla regione anteriore
esterna del mascellare. Questi esemplari furono trovati nel plio¬
cene di Castellarquato e somigliano perfettamente a quelli del
pliocene toscano, da me riferiti a Chrysophrys Lawley l. Un
■altro molare, proveniente dal pliocene di Bacedasco, è di media
grandezza, e appartiene verosimilmente alla stessa specie. E alla
stessa specie, in fine, bisogna associare con tutta probabilità
alcuni altri molari di ignota provenienza.
Ritengo che una parte degli avanzi del pliocene di Bace¬
dasco, citati dal dott. Carraroli col nome di Chrysophrys Agcis-
sizzi Sismonda 2 3, debbano essere associati a Chrysophrys Law¬
ley. La stessa osservazione vale per gli avanzi pliocenici emi¬
liani elencati dal dott. Bassoli col nome di Chrysophrys cincia
Ag. :i. Alla stessa specie bisogna ascrivere con molta probabilità
gli avanzi del pliocene bolognese (sabbie di S. Lorenzo in col¬
lina), pubblicati dal prof. Vinassa col nome di Chrysophrys
cincta Ag. 4. Questa osservazione l’ho già fatta nel lavoro sui
pesci pliocenici dell’lmolese. I molari del pliocene di Croara
(circondario di Imola), lungo la vallata del Santerno, da me
illustrati nel 1910 col nome di Chrysophrys sp. 5, corrispondono
ai molari del Chrysophrys Lawley.
1 De Stefano G., Osservazioni sulla ittiofauna pliocenica ecc., pag. 617,
tav. XVII, fig. 31; tav. XIX, fig. 14, 15, 16, 17, 22.
2 Carraroli A., Avanzi di pesci pliocenici ecc., pag. 25.
3 Bassoli G., I pesci terziari ecc., pag. 41.
4 Vinassa de Regny P., Pesci neogenici del Bolognese, pag. 84, ta¬
vola II, fig. 17.
3 De Stefano G., Sui pesci pliocenici dell’ Imolese, pag. 401, tav. X,
fig. 39-40.
5
66
G. DE STEFANO
Chrysophrys aurata Linneo sp.
(Tav. I, fig. 34, 35, 36, 37).
La maggior parte degli avanzi esaminati, che occorre ascri
vere alla specie sopra indicata, provengono dal pliocene di Ba-
cedasco in provincia di Piacenza. Alcuni denti sono di ignota pro¬
venienza. Si tratta di numerosi molari e di qualche incisivo.
Tanto gli uni quanto gli altri corrispondono perfettamente a
quelli della vivente specie nel Mediterraneo ( Chrysophrys au¬
rata), della quale, nel Museo di Anatomia comparata dell’Uni-
versità di Bologna, si osservano varie mascelle appartenenti a
individui di età diversa.
Chrysophrys aurata Linneo sp. appare come specie nuova
per il pliocene emiliano. Tuttavia i suoi avanzi non sono rari
nei terreni di tale formazione. Gli è che tali avanzi sono stati
male interpretati, dagli autori, fino a ora. I denti del pliocene
di Bacedasco, che il Carraroli indica col nome di Chrysophrys
Agassizzi Sismonda appartengono effettivamente a Chryso¬
phrys aurata. Fra gli avanzi dei pesci fossili che si conser¬
vano nel Museo geologico dell’Università di Modena, ho esa¬
minati diversi molari e canini della indicata specie vivente.
Essi provengono da depositi pliocenici. Gli avanzi indicati dal
Bassoli coi nomi di Chrysophrys Agassizzi e di Chrysophrys
ciucia 1 2, appartengono la maggior parte a Chrysophrys aurata..
Fani. Sci aenidae.
Gen. Scia ena Cuvier.
Sciaena sp.
(Tav. I, tig. 38). '
Nella raccolta esaminata si osservano due denti, uno di
ignota provenienza, l’altro trovato nel pliocene di Bacedasco, i
quali corrispondono perfettamente a quelli del pliocene toscano,.
1 Carroroli A., Avanzi di pesci pliocenici ecc., pag. 25.
2 Bassoli G., I pesci terziari ecc., pag. 41.
ITTIOFAUNA FOSSILE DELL’EMILIA
67
da me altra volta riferiti al genere sopra indicato \ Credo op¬
portuno, per tali avanzi, lasciare indeterminata la specie. Tut¬
tavia osservo che tanto gli esemplari del pliocene della To¬
scana, quanto quelli del terziario superiore emiliano, presentano
grande analogia con i denti della vivente Sciaena aquila Risso.
Il Carraroli indicò altra volta nel pliocene di Bacedasco
(prov. di Piacenza) avanzi di Umbrina Pecchi olii Lawley 1 2 3 4.
Evidentemente, tali avanzi, come ho dimostrato nel lavoro sui
pesci fossili della Toscana debbono essere associati al gen.
Sciaena. Il Bassoli osservò altra volta che V Umbrina Pecchiolii
Lawley è molto prossima alla Sciaena speciosa Kok. \ ma la
sua osservazione è fondata sullo studio degli Otoliti, mentre i
fossili ai quali io mi riferisco sono denti.
Fani. Hiphidae.
Gen. Hiphias Artedi.
Hiphias gladius Linneo.
Nella raccolta che si conserva nel Museo geologico dell’Univer¬
sità di Parma non esistono avanzi di questa specie. Sono però con
vinto che i resti pliocenici del Piacentino, citati dal Carraroli
col nome di Hiphias Delfortrieri Lawley 5, appartengono alla
V
specie sopra elencata. E probabile che tali fossili facciano parte
della privata raccolta dell’avvocato Bagatti; raccolta che io
non ho potuta esaminare. Ritengo superfluo ripetere in questa
nota quanto ho già esposto sui pesci pliocenici della Toscana 6,
per dimostrare che lo Hiphias Delfortrieri Lawley 7 cade in
sinonimia con lo Hiphias gladius Linneo.
1 De Stefano G., Osservazioni sulla ittiofauna pliocenica ecc., pag. 621,
tav. XVIII, fig. 33; tav. XIX, fig. 3, 4, 5 e 6.
2 Carraroli A., Avanzi di pesci pliocenici ecc., pag. 25.
3 De Stefano G., Osservazioni sulla ittiofauna ecc., pag. 621.
4 Bassoli G., I pesci terziari ecc., pag. 42.
5 Carraroli A., Avanzi di pesci pliocenici ecc., pag. 25.
6 De Stefano G., Osservazioni sulla ittiofauna ecc., pag. 624.
7 Lawley 11., Nuovi studi sopra ai pesci ed altri vertebrati fossili delle
colline toscane , pag. 67, Firenze, 1876.
68
G. DE STEFANO
V.
PHARYNGOGNATHI.
Lam. Labridae.
Gen. Labrodon Gervais.
Labrodon pavimentatimi Gervais.
Nella raccolta del Museo geologico delFUniversità di Parma
non ho visto avanzi del gen. Labrodon. Esistono invece diverse
placche faringee superiori e inferiori di tale genere fra gli avanzi
dei pesci fossili che si conservano nel Museo geologico dell’U¬
niversità di Modena.
Alcune di esse appartengono alla nota specie Labrodon pa-
vimentatum Gervais. Sui caratteri e sulla sinonimia di questa
forma ho già parlato diffusamente nel lavoro sui pesci fossili
della Toscana E Ad essa bisogna associare la placca faringea
delle sabbie plioceniche di Pieve del Pino in provincia di Bo¬
logna, pubblicata dal prof. Yinassa col nome di Pharyngodo-
pilus alsinensis Cocchi 1 2. Alla stessa specie bisogna ancora asso¬
ciare i fossili del Montese e di Montegibbio, citati dal Bassoli
col nome di Nummopalatus alsinensis Cocchi 3.
Labrodon superbus Cocchi sp.
Alcune fra le placche faringee inferiori, che si conservano
nel Museo geologico di Modena, hanno i seguenti caratteri. La
loro parte anteriore si proietta in avanti della parte anteriore
della stessa placca. La linea mediana che congiunge le due
branche laterali divide dette placche in due parti quasi uguali.
La faccia superiore offre una leggiera depressione mediana, cir¬
condata da parti leggermente rilevate. Il logoramento maggiore
1 De Stefano G., Osservazioni sulla ittiofauna ecc., pag. 630.
2 Yinassa de Regny P., Pesci neogenici ecc., pag. 84, tav. II, fig. 19.
3 Bassoli G., I pesci terziari ecc., pag. 41.
ITTIOFAUNA FOSSILE DELL’EMILIA
69
dei denti si manifesta nella parte anteriore di questa faccia.
Le pile dentarie si contano in numero di quattordici principali
nella faccia anteriore ; tutto ciò senza tener conto di quelle for¬
mate dai dentini più minuti e granuliformi, che compongono le
branche laterali. In queste ultime pile, quando sono complete,
si contano per lo meno sei dentini, fra i quali, gli anteriori
sono leggermente allungati dall’avanti all’indietro, mentre gli
altri hanno forma emisferica. In fine, se si osserva il davanti
delle placche in questione, si constata che il numero delle pile
è alquanto maggiore.
Pei caratteri indicati, i fossili del Museo geologico di Mo¬
dena corrispondono a quelli chiamati dal Cocchi col nome di
PJiaryngodopilus superbus \ e quindi anche a quelli del plio¬
cene toscano, che si conservano nel Museo geologico dell’Uni¬
versità di Bologna, già da me associati a Labrodon superbus
Cocchi sp.1 2.
Al Labrodon superbus occorre associare gli avanzi del plio¬
cene modenese, citati dal Bassoli col nome di Nummopalatus
superbus Cocchi 3. E ritengo ancora che alla stessa specie deb¬
bano essere ascritti i fossili citati dallo stesso dott. Bassoli col
nome di Nummopalatus dilatatus Cocchi 4; fossili i quali par¬
rebbero provenire dal pliocene di Sassuolo.
A proposito del PJiaryngodopilus dilatatus ( = Nummopa¬
latus dilatatus — Labrodon dilatatus ), osservo che il carattere
principale di tale specie, invocato dal Cocchi per distinguerla
dalle altre dello stesso genere, da lui fondate, non è sempre
ben manifesto nelle placche faringee degli esemplari che si
conservano nel Museo di Modena. Io non riscontro in tali esem¬
plari, sul davanti e nel mezzo della superficie masticante, che
una leggiera depressione, presso a poco come quella che si ri¬
scontra in alcune placche del Labrodon pavimentatami e tale
depressione non è nemmeno sempre circoscritta da due rilievi
1 Cocchi I., Monografia dei Pharyngodopilidae. Nuova famiglia di
pesci labroidi, 1864, pag. 72, tav. IV. iig. 16, a-d.
2 De Stefano GL, Osservazioni sulla ittiofauna pliocenica ecc., pag. 632,
tav. XX, fig. 13, 16.
3 Bassoli GL, 1 pesci terziari ecc., pag. 41.
4 Bassoli GL, I pesci terziari ecc., pag. 41.
70
G. DE STEFANO
che vanno a congiungersi lateralmente a guisa di spigolo. D’altra
parte, ricordando le osservazioni fatte nel 1909 sulle varie
specie di Labrodon fondate dal Cocchi ’, noto che la meglio
definita fra esse è il Labrodon superbus. Nel Labrodon pavi¬
mentatimi Gervais e nel Labrodon superbus Cocchi sp., a mio
credere, esistono effettivamente tali caratteri, da ritenerli come
buone e distinte specie ; ma è probabile che tutte le altre fon¬
date dal Cocchi debbano essere associate o al L. pavimentatum
o al L. superbus.
VI.
ANACANTHINI.
Fam. Pleijronectidae.
Gen. Bhombus Klein.
libo m bus maximus Cuvier.
(Tav. I, fig. 39, 40, 41).
Questa specie è rappresentata, nella raccolta del Museo geo¬
logico dell’Università di Parma, da tre placche dermiche. Esse
sono ben conservate; hanno forma spiccatamente rotonda; e sono
identiche, sia per la loro grandezza, sia per la ornamentazione
che si osserva alla loro superficie esterna, alle placche dermiche
del vivente Bhombus maximus, del quale si conservano alcuni
esemplari nei gabinetti di Zoologia e di Anatomia comparata
dell’Università di Bologna.
I fossili emiliani in discussione corrispondono perfettamente
a quelli del pliocene toscano, da me altra volta ascritti all’o¬
dierno Bhombus maximus Cuv.1 2.
La presenza di questa specie nelle formazioni plioceniche
dell’Emilia è indicata per la prima volta in questo lavoro; e i
fossili ad essa ascritti provengono dall’Appennino parmense.
1 De Stefano G., Osservazioni sulla ittiofauna ecc., pag. 634.
2 De Stefano G., Osservazioni sulla ittiofauna ecc., pagina 673, ta¬
vola XIX, fig. 7, 8 e 9.
ITTIOFAUNA FOSSILE DELL’EMILIA
71
VII.
GYMNODONTI.
Fani. Tetradontidae.
Gen. Tetraodon Linneo.
Tetraodon faliaka Hasselq.
Il dott. Carraroli descrisse nel 1897 come appartenente a
una nuova specie di Tetraodon ( Tetraodon Laivley Carraroli)
un avanzo di tale genere, proveniente dalle formazioni plioce¬
niche del Piacentino L Questo fossile non si trova fra quelli
della raccolta che si conserva nel Museo geologico dell’Univer-
sità di Parma; e però non è stato da me esaminato. Dalla de¬
scrizione e dalle imperfette figure forniteci dal l’autore risulta /
però che tale avanzo deve essere associato alla vivente specie
Tetraodon faìiaka Hasselq ( = T. lineatus Linneo).
Si tratta di un avanzo di mascella, i cui caratteri corrispon¬
dono perfettamente a quelli delle mascelle del pliocene toscano,
da me pubblicate nel 1909 1 2.
CONCLUSIONE
Dalla fatta rassegna sulla ittiofauna fossile emiliana, che si
conserva nei Musei geologici delle Università di Parma e di
Modena, risulta il seguente elenco specifico :
Carcharodon auriculatus Blainville sp.
» angustidens Agassiz
» megalodon Agassiz
» Rondeleti Miiller et Henle
Lamna obliqua Agassiz sp.
1 Carraroli A., Avanzi di pesci pliocenici ecc., pag. 26, fig. 6-7.
2 De Stefano G., Osservazioni sulla ittiofauna ecc., pagina 640, ta¬
vola XIX, fig. 18, 20, 23.
72
G. DE STEFANO
Odontaspis sp. [cfr. 0. Hopei Agassiz]
» cuspidata Agassiz
» acutissima Agassiz
» ferox Risso sp.
Oxyrhina hastalis Agassiz
» Spallanzani Bonaparte
Carcharias [ Prionodon ] glaucus Linneo sp.
» » lamia Risso
» » glyphis Miiller et Henle
Galeus canis Rondelet
Sphyrna zigaena Miiller et Henle
Notidanus griscus Gmelin sp.
Centrina Salvianii Risso
Squatina angelus Linneo sp.
Ptychodus latissimus Agassiz
» polygyrus Agassiz
» decurrens Agassiz
» mammillari Agassiz
Trygon Gesneri Cuvier sp.
Chimaera sp.
Bentex sp. [cfr. B. vulgaris Cuvier et Valenciennes]
Chrysophrys sp. [cfr. CJirys. Lawley Gervais]
» aurata Linneo sp.
Sciciena sp.
Hipliicis gladius Linneo
Labrodon pavimentatimi Gervais
» superbus Cocchi sp.
Ilhombus maximus Cuvier
Tetraodon fallala Hasselq.
Si tratta in tutto di trentaquattro forme di pesci, delle quali
il maggior numero appartengono all’ordine dei Selachii. Gli
Elasmobranchi Asterosponclyli sono rappresentati da ben dicias¬
sette specie; e gli Elasmobranclii Tectospondyli da sette. Fra
i Teleostei l’ordine più ricco è quello degli Acanthopterygii ;
il quale comprende cinque specie. I Pliaryngognati sono rap¬
presentati da due specie; gli Anacanthini e i Gymnodonti da
ITTIOFAUNA FOSSILE DELL’EMILIA
73
lina sola specie per ciascun gruppo. Grli Holocephali , in fine,
non comprendono che i soli avanzi di Chimaera sp.
Delle trentaquattro specie esaminate, la maggior parte ap¬
partengono a depositi pliocenici e si trovano viventi nei nostri
mari. Tali specie sono :
Carcharodon Pondeleti (Mediterraneo)
Odontaspis ferox (Mediterraneo)
Carcharias [ Prionodon ] glaucus (Mediterraneo)
» » lamia (Mediterraneo)
» » glyphis (Mediterraneo)
Galeus canis (mari temperati e tropicali)
Sphyrna zigaena (Mediterraneo)
Notidanus griseus (Mediterraneo)
Centùria Salvianii (Mediterraneo)
Squatina angelus (Mediterraneo)
Trygon Gesneri (Mediterraneo)
JDentex vulgaris (Mediterraneo)
Chrysophrys aurata (Mediterraneo)
Hiphias gladius (Mediterraneo)
Pliombus maximus (Mediterraneo)
Tetraodon fahaha (Mediterraneo)
Delle rimanenti specie si possono fare due gruppi : uno com¬
prende quelle forme che, pure non riscontrandosi nella ittio¬
fauna vivente, appartengono tuttavia al terziario medio o supe¬
riore; per lo meno al terziario medio o superiore dell’Europa
meridionale-occidentale ( Carcharodon megalodon , Odontaspis
cuspidata , Odontaspis acutissima, Oxyrhina hastalis , Chryso¬
phrys Lawley, Labrodon pavimentatum, ecc.): l’altro comprende
specie che si ritengono caratteristiche del terziario inferiore
( Carcharodon auriculatus, Carcharodon angustidens , Lamna
obliqua, Odontaspis Hopei , ecc.). In quest’ultimo gruppo, secondo
le osservazioni del Pantanelli e del Canestrelli, dovrebbero anche
essere inclusi i Ptychodus; i quali così formerebbero parte della
fauna cretacea e terziaria. Ma di tale avviso, come ho già no¬
tato poche pagine avanti, non è il prof. Bassani.
74
Gr. DE STEFANO
INDICE SISTEMATICO DELLE SPECIE
ILLUSTRATE NELLE TAVOLE
CON LE RELATIVE FIGURE DI SPIEGAZIONE
Carcharodon auriculatus Blainville sp.
Tav. I, fig. 1, 2, 3; tav. II, fig. 1.
Carcharodon angustidens Agassiz.
Tav. I, fig. 4, 5; tav. Il, fig. 2, 3.
Carcharodon megalodon Agassiz.
Tav. I, "fig. 6; tav. II, fig. 4.
Carcharodon Jtondeleti Mailer et Henle.
Tav. I, fig. 7; tav. II, 5, 6.
Lattina obliqua Agassiz sp.
Tav. I, fig. 8; tav. II, fig. 7.
Odontaspis sp. [cfr. 0. Hopei Agassiz].
Tav. I, fig. 9; tav. II, fig. 8. 9.
Odontaspis cuspidata Agassiz sp.
Tav. I, fig. 10, 11, 12 e 13; tav. II, fig. 10.
Odontaspis acutissima Agassiz.
Tav. I, fig. 14, 15, 16.
Odontaspis ferox Risso sp.
Tav. I, fig. 17; tav. II, fig. 11, 12, 13, 14.
Oxyrhina hastalis Agassiz.
Tav. I, fig. 18, 19; tav. II, fig. 15, 16, 17, 18.
Oxyrhina Spallanzani Bonaparte.
Tav. I, fig. 20; tav. II, fig. 19, 20.
Carcharias [Prionodon] glaucus Linneo sp.
Tav. I, fig. 21, 22, 23.
Carcharias [Prionodon] lamia Risso.
Tav. II, fig. 21, 22, 23.
ITTIOFAUNA FOSSILE DELL’EMILIA
75
Carcharias [Prionodon] glypliis Mtiller et Henle sp.
Tav. I. fig. 24; tav. II, fig. 24.
Galeus canis Ronclelet.
Tav. I, fig. 25; tav. II, fig. 25.
Sphyrna zigaena Mtiller et Henle.
Tav. I, fig. 26; tav. II, fig. 26, 27.
Notidanus griseus Gmelin sp.
Tav. II, fig. 28, 29, 30.
Centrino, Salvianii Risso.
Tav. I, fig. 27; tav. II, fig. 31.
Ptychodus latissimm Agassiz.
Tav. II, fig. 32, 33.
Ptychodus polygyrus Agassiz.
Tav. II, fig. 34, 35.
Ptychodus clecurrens Agassiz.
Tav. II, fig. 36, 37, 38.
Ptychodus mammillaris Agassiz.
Tav. II, fig. 39.
Trygon Gesneri Ctivier sp.
Tav. I, fig. 28, 29, 30.
Dentex sp. [cfr. D. vulgaris Cuvier et Valenciennes].
Tav. I, fig. 31; tav. II, fig. 40, 41.
Chrysophrys sp. [cfr. C. Latvley P. Gfervais].
Tav. I, fig. 32, 33.
Chrysophrys mirata Linneo sp.
Tav. I, fig. 34, 35, 36, 37.
Sciaena sp.
Tav. I, fig. 38.
Phombus maximus Cuvier.
Tav. I, fig. 39, 40, 41.
76
G. DE STEFANO
SPIEGAZIONE DELLE TAVOLE
Tavola 1.
Fig. 1, 2, 3. Carcharodon auriculatus Blainville sp. [fig. 1, esemplare di
ignota provenienza; fig. 2, esemplare di ignota provenienza; fig. 3,
esemplare trovato nelle formazioni eoceniche del Piacentino?]. Museo
di Parma.
Fig. 4, 5. Carcharodon angustidens Agassiz [fig. 4, esemplare di ignota
provenienza; fig. 5, esemplare trovato a Maiatico?]. Museo di Parma.
Fig. 6. Carcharodon megaìodon Agassiz [esemplare il cui cartellino in¬
dica come proveniente dal pliocene di Miano, ma che invece appar¬
tiene verosimilmente a qualche deposito miocenico]. Museo di Parma.
Fig. 7. Carcharodon Pondeleti Mtlller et Henle [esemplare trovato nel
pliocene di Castellarquato]. Museo di Parma.
Fig. 8. Lamna obliqua Agassiz sp. [esemplare di ignota provenienza].
Museo di Parma.
Fig. 9. Od orti aspi s sp. (cfr. 0. Hopei Agassiz) [esemplare il cui cartel¬
lino lo indica come proveniente da Urzano sopra Langhirano]. Museo
di Parma.
Fig. 10, 11, 12, 13. Odontaspis cuspidata Agassiz sp. [esemplari di ignota
provenienza; quelli indicati dalle figure 12 e 13, che io considero
come denti laterali di Odontaspis cuspidata, per la loro forma poco
slanciata e molto larga alla base, presentano grande analogia coi
denti laterali della Lamna macrota Ag. sp.]. Museo di Parma.
Fig. 14, 15, 16. Odontaspis acutissima Agassiz [esemplari trovati nel plio¬
cene del Piacentino]. Museo di Parma.
Fig. 17. Odontaspis ferox Risso sp. [esemplare proveniente dal pliocene
di Bacedasco]. Museo di Parma.
Fig. 18, 19. Oxyrhina [hastalis Agassiz [fig. 18, esemplare proveniente
dal pliocene di Castellarquato; fig. 19, esemplare trovato nel pliocene
di Stramonte presso Castellarquato]. Museo di Parma.
Fig. 20. Oxyrhina Spallanzani Bonaparte [esemplare trovato nel pliocene
di Tabiano]. Museo di Parma.
Fig. 21, 22, 23. Carcharias [ Prionodon \ glàucùs Linneo sp. [esemplari pro¬
venienti dal pliocene di Bacedasco]. Museo di Parma.
Fig. 24. Carcharias [Prionodon] glyphis M filler et Henle [esemplare tro¬
vato nel pliocene di Bacedasco]. Museo di Parma.
Fig. 25. Galeus canis Rondelet [esemplare proveniente dal pliocene di
Castellarquato]. Museo di Parma.
Fig. 26. Sphyrna zigaena Miiller et Henle [esemplare proveniente dal
pliocene di Bacedasco]. Museo di Parma.
ITTIOFAUNA FOSSILE DELL’EMILIA 77
Fig. 27. Centrino, Salvianii Risso [esemplare trovato nel pliocene di Ba-
cedasco]. Museo di Parma.
Fig. 28, 29, 30. Trygon Gesneri Cuvier sp. [esemplari provenienti dal-
l'Appennino parmense]. Museo di Parma.
Fig. 31. Dentex sp. (cfr. D. vulgaris Cuvier et Valenciennes) [esemplare
proveniente dal pliocene di Castellarquato]. Museo di Parma.
Fig. 32, 33. Chrysophrys sp. (cfr. C. Lawley P. Gervais) [esemplari tro¬
vati nel pliocene di Castellarquato]. Museo di Parma.
Fig. 34, 35, 36, 37. Chrysophrys aurata Linneo sp. [fig. 34, 35, molari
provenienti dal pliocene di Bacedasco; fig. 36, 37, canini trovati nel
pliocene di Castellarquato]. Museo di Parma.
Fig. 38. Sciaena sp. [esemplare proveniente dal pliocene di Bacedasco].
Museo di Parma.
Fig. 39, 40, 41. Bhombus maximus Cuvier [placche dermiche provenienti
dall’Appennino parmense]. Museo di Parma.
Tavola II.
Fig. 1. Carcharodon auriculatus Blainville sp. [esemplare di ignota pro¬
venienza; lo stesso dente della fig. 1 della tav. I, visto per la sua
faccia esterna]. Museo di Parma.
Fig. 2, 3. Carcharodon angustidens Agassiz [fig. 2, esemplare di ignota
provenienza ; lo stesso dente della fig. 4 della tav. I, visto di pro¬
filo: fig. 3, esemplare trovato a Maiatico? Lo stesso dente della
fig. 5 della tav. I, visto per la sua faccia esterna]. Museo di
Parma.
Fig. 4. Carcharodon megalodon Agassiz [esemplare il cui cartellino in¬
dica come proveniente dal pliocene di Castellarquato ; ma che in¬
vece appartiene verosimilmente a qualche deposito miocenico[. Museo
di Parma.
Fig. 5, 6. Carcharodon Bondeleti Miiller et Henle [fig. 5, esemplare pro¬
veniente dal pliocene di Castellarquato; fig. 6, esemplare trovato nel
pliocene di Stramontej. Museo di Parma.
Fig. 7. Lamna obliqua Agassiz sp. [esemplare di ignota provenienza ; lo
stesso dente della fig. 8 della tav. I, visto per la sua faccia interna].
Museo di Parma.
Fig. 8, 9. Odontaspis sp. (cfr. 0. Hopei Agassiz) | Esemplare il cui car¬
tellino indica come proveniente daUrzano sopra Langhirano: lo stesso
dente della fig. 9 della tav. I, visto per la sua faccia interna e di pro¬
filo]. Museo di Parma.
Fig. 10. Odontaspis cuspidata Agassiz sp. ]esemplare di ignota prove¬
nienza; lo stesso dente della fig. 11 della tav. I, visto per la sua
faccia interna]. Museo di Parma.
Fig. 11, 12, 13, 14. Odontaspis ferox Risso sp. [fig. 11, esemplare trovato
nel pliocene di Bacedasco; lo stesso dente della fig. 17 della tav. I,
78
G. DE STEFANO
visto per la sua faccia interna; fig. 12, esemplare proveniente dal
pliocene di Tabiano, visto per la sua faccia interna; fig. 13, 14,
due vertebre del pliocene di Maiatico nel Parmense]. Museo di
Parma.
Fig. 15, 16, 17, 18. Oxyrhina hastalis Agassiz [fig. 15, 16, esemplari tro¬
vati nel terziario superiore del Piacentino ; fig. 17, esemplare prove¬
niente dal pliocene di Bacedasco; fig. 18, esemplare trovato nel plio¬
cene di Stramonte presso Castellarquato; lo stesso dente della fig. 19
della tav. I, visto di profilo]. Museo di Parma.
Fig. 19, 20. Oxyrliina Spallanzani Bonaparte [esemplari trovati nel plio¬
cene di Castellarquato]. Museo di Parma.
Fig. 21, 22, 23. Carcharias ( Prianodon ) lamia Risso [fig. 21, esemplare
appartenente al pliocene di S. Vitale di Baganza?; fig. 22, 23, esem¬
plari trovati nel pliocene di Bacedasco]. Museo di Parma.
Fig. 24. Carcharias ( Prionodon ) glyphis Mailer et Henle [esemplare tro¬
vato nel pliocene di Bacedasco; lo stesso dente della fig. 24 della
tav. I, visto per la sua faccia esterna]. Museo di Parma.
Fig. 25. Galeus canis Rondelet [esemplare proveniente dal pliocene di
Castellarquato; lo stesso dente della fig. 15 della tav. I, visto perla
sua faccia esterna]. Museo di Parma.
Fig. 26, 27. Sphyrna zigaena Miiller et Henle [fig. 26, esemplare trovato
nel pliocene di Bacedasco; lo stesso dente della fig. 26 della tav. I,
visto per la sua faccia esterna; fig. 27, esemplare appartenente al
pliocene di Fabiano]. Museo di Parma.
Fig. 28, 29, 30. Notidanus griseus Gmelin sp. [fig. 28, esemplare di ignota
provenienza; fig. 29, esemplare trovato nel pliocene di Bacedasco;
fig. 30, esemplare appartenente al pliocene di Piantogna]. Museo di
Parma.
Fig. 31. Centrina Salvianii Risso [esemplare del pliocene di Bacedasco;
lo stesso dente della fig. 27 della tav. I, visto dalla sua base]. Museo
di Parma.
Fig. 32, 33. Ptycliodus latissimus Agassiz [esemplari il cui cartellino in¬
dica come provenienti da Mulazzano e Vigoleno). Museo di Parma.
Fig. 34, 35. Ptychodus polygyrus Agassiz [esemplari il cui cartellino
indica come provenienti da Mulazzano e Vigoleno]. Museo di Parma.
Fig. 36, 37, 38. Ptychodus decurrens Agassiz [esemplari il cui cartel¬
lino indica come provenienti da Mulazzano e Vigoleno]. Museo di
Parma.
Fig. 39. Ptychodus mammillaris Agassiz [esemplare il cui cartellino in¬
dica come trovato a Mulazzano e Vigoleno]. Museo di Parma.
Fig. 40, 41. Dentex sp. (cfr. D. vulgaris Cuvier et Valenciennes) [ver¬
tebre di ignota provenienza]. Museo di Parma.
[ms. pres. 27 marzo - ult. bozze 19 maggio 1912].
Boll. Soc. Gaol. Ifcal. Voi. XXXI (1912).
tLIOT CALZO lAKl fl» f- fc RH AMIQ * MILA NC
G. DE STEFANO Tav. I.
|
G. DE STEFANO
Tav. II.
» UOT C Al /DIAMI Oi ► t UH AKlO - MILA N'
DI ALCUNI SAGGI DI FONDO DEL MEDITERRANEO
Nota del socio I. Chelussi
Dopo la pubblicazione delle note magistrali del compianto
prof. F. Salmoiraghi, delle quali l’ultima, postuma, vide la luce
per cura del prof. E. Artini \ sembrerebbe inopportuna e forse
poco conveniente questa mia nota sullo stesso argomento, tanto
perchè i saggi studiati dal precitato autore sono numerosissimi,
quanto perchè molto scarso è il materiale messo a mia dispo¬
sizione. Ma da un lato la necessità di aumentare, per quanto
è possibile, in numero gli studi allo scopo di ottenere una più
profonda conoscenza del fondo dei nostri mari, e dall’altro il
desiderio di far cosa grata a chi volle favorirmi il materiale,
m’indussero ad esaminare i seguenti campioni avuti dalla genti¬
lezza dell’illustre prof. A. Issel dell’Ateneo ligure.
I saggi furono raccolti in anni diversi e per ciascuno di
essi riporto i dati che si trovano sopra ciascuna scatoletta, ognuna
delle quali contiene al massimo circa 30 grammi di fango dis¬
seccato, quantità molto al disotto dei 100 grammi almeno, che
l’ing. Salmoiraghi ritiene necessari per il solo studio mineralo¬
gico indipendentemente da ogni altro studio fisico, chimico o
biologico.
Trattandosi di fanghi, la lavatura, fatta col metodo stesso
che io adoperai per lo studio dei fondi del Mar Rosso 1 2, porta
via una grandissima quantità di sostanza; quella che rimane
1 Salmoiraghi F., Di alcuni saggi di fondo dei nostri mari. Rend.
Ist. lomb. di Se. e lett., serie II, voi. XLII, 1909; Saggi di fondo di
mare raccolti ecc. Nota la. Rend. Ist. lomb., ecc., serie II, voi. XL11I,
1910; nota 2a, postuma. Rend. Ist. lomb., serie II, voi. XLIV, 1911.
2 In Atti Soc. lig., 1912.
80
I. CHELUSSI
va poi sottoposta alla decalcificazione con HC1; talché in ultimo
rimane spesso, se pur vi rimane, un residuo di pochi granuli,
ai quali resta inutile applicare la separazione col liquido pe¬
sante sia del Thoulet, del Clerici o di qualunque altro.
Trattandosi di un numero di saggi non molto grande, ri¬
tengo inutile dare ad essi nello studio un ordine topografico,
bastando l’accennare a quale di quelli studiati dal Salmoiraghi
sia più vicino il punto da cui è stato prelevato.
Saggio n. 1.
Campagna idrografica 1885; scandaglio n. 8; profondità m. 2780;
30 maggio. — Latit. 39° 2T N, longit. 10° 53' 15" E, Green.
Dopo un’accurata lavatura di gr. 30 di sostanza asciutta,
rimangono circa 2 grammi di sabbia finissima, giallo-chiara,
non magnetica, sulla quale HC1 non ha alcuna azione a freddo
nè a caldo. Con la separazione in liquido Clerici (bromo-mercu-
riato di bario) a densità di 2,75 si ha presso a poco parti eguali di
sostanza pesante e di sostanza leggera. Nella prima vi sono mol¬
tissimi granuli alterati la cui determinazione non mi sembra
troppo facile, perchè sono molto torbidi e non danno una distinta
percezione dei caratteri ottici. Tuttavia i minerali che vi ho
potuto determinare sono i seguenti ; biotite e muscovite abbon¬
danti, la prima più della seconda; poi antibolo verde pleo-
croico e zircone ; rarissimi epidoto, staurolite e un solo granulo
azzurro pallido quasi insensibilmente pleocroico dal ricordato
colore al verde tenuissimo, con tono azzurrognolo, con n )> del
liquido Thoulet a densità di 3,1 che io ritengo come corindone.
A questi componenti si aggiungono pochissimo quarzo, molto
feldspato a basso indice di rifrazione, poco a indice di rifra¬
zione piuttosto alto e pochissimo serpentino.
Tutto fa ritenere che questa sabbia derivi dalla regione ma¬
rina più settentrionale, posta cioè tra la Corsica ed il Lazio, come
farebbe supporre la presenza, sebbene scarsa, dell’anfibolo az¬
zurro.
SAGGI DI FONDO DEL MEDITERRANEO
81
Saggio n. 2.
Campagna idrografica 1899; scandaglio n. 21; profondità m. 3516;
29 luglio. — Latit. 38° 56' 30" N, longit. 14° 31' E.
Sostanza adoperata gr. 12; pochissimo effervescente, dopo
lavatura lascia un residuo piuttosto abbondante, dal quale se ne
separa circa mezzo grammo di sostanza pesante.
I minutissimi granuli dai quali è formata questa sabbia,
sono in gran parte opachi, in gran parte alterati profondamente
in modo che non è facile una loro diagnosi. I minerali che vi
ho potuto determinare sono perlopiù moscovite e biotite; poi
orneblenda, zircone ed epidoto. Sembrerebbe da questo saggio
che la profondità marina, di metri 3516, contribuisca alla mag¬
giore alterazione dei componenti, difficili perciò a determinarsi,
anche per l’estrema piccolezza degli individui, per cui spesso
non si rende evidente il comportarsi della linea del Becke.
Saggio n. 3.
Campagna idrografica 1899; scandaglio n. 6; profondità m. 1959;
26 luglio. — Latit. 40° 21' N, longit. 10° 41' E. — Si trova ad est della
costa NE della Sardegna, in corrispondenza del golfo d’Orosei.
•
Sono due campioni del peso complessivo di grammi 62,
di color bianco-giallastro con tono rossiccio. Dopo lavatura e
decalcificazione resta appena un grammo di sostanza biancastra
a grana molto minuta, dalla quale si ottengono, con la separa¬
zione in liquido densimetrico, pochi granuli, molti dei quali
opachi; altri sono trasparenti e riferibili a feldspati basici;
altri a biotite; qualcuno minutissimo ricorda l’epidoto; poco
granato e qualche cristalletto di zircone compiono, con poco
quarzo, l’insieme decalcificato di questo saggio.
Saggio n. 4.
Campagna idrografica 1893; scandaglio n. 3; profondità m. 1812;
14 settembre. — Latit. 39° 35' 40", longit. 14° 53' 35". — Presso la costa
calabrese. >
Sono circa 45 grammi tra fanghiglia e sabbia finissima grigio-
ferro, dai quali si ricava dopo lavatura e decalcificazione qualche
6
82
I. CHELUSSI
grammo di sostanza grigiastra alquanto magnetica, che risulta
totalmente da granuli o meglio frammenti a spigoli sfrangiati di
sostanza verdastra, riferibile, probabilmente , a biotite alquanto
alterata, ed anche ad orneblenda verde; ambedue accompagnate,
oltre che da poca magnetite, da quarzo e da feldspati. Note¬
vole è la presenza della magnetite e della ilmenite della quale
sono abbastanza ricche molte sabbie del litorale tirrenico della
Calabria.
Saggio n. 5.
Campagna idrografica 1890; scandaglio n. 11; profondità ni. 2090;
29 maggio. — Latit. 37° 30' 35", longit. 15° 31' 30". — A poca distanza
dalla costa sud- orientale della Sicilia.
Sono grammi 46 di sostanza grigio-giallastra chiara, effer¬
vescente. Con la separazione, a mezzo del liquido densimetrico,
si ha una piccola parte pesante alquanto magnetica. La carat¬
teristica di questa parte pesante è l’abbondanza della biotite,
alquanto alterata ed accompagnata da feldspato basico piuttosto
frequente. Vi si aggiunge pochissima orneblenda verde e gra¬
nato (?) in pochissimi granuli.
Saggio n. 6.
Campagna idrografica 1893; scandaglio n. 15; profondità m. 1586;
2 agosto. — Latit. 39° 37' 41", longit. 17° 48' 41" E, Green. — A sud della
penisola salentina.
E un saggio il quale mi ha dato una grandissima copia di
minerali caratteristici di cui ricordo i seguenti: biotite e musco-
vite non abbondanti ; epidoto e zoisite abbondanti ; anfcbolo verde
abbondante e anfibolo azzurro , più spesso a colori pallidissimi
e con n sempre inferiore a 1,66; orneblenda basaltica; clori-
toide molto scarso, rutilo raro, zircone abbondante, cianite rara
e granato. Quarzo e feldspati nella parte leggera. Caratteri¬
stica è la composizione di questo fondo marino, a non grande
distanza dalla costa adriatica, per la presenza del glaueofaue,
del cloritoide e della cianite, che si trovano nelle sabbie lito-
SAGGI DI FONDO DEL MEDITERRANEO
83
rali della sponda settentrionale italiana dell’Adriatico. Ed in
proposito giova ricordare che nella sabbia litorale di Gallipoli,
località Fontanelle, a 2 km. da Taranto trovai 1 l’antibolo az¬
zurro insieme al granato, all’epidoto, alla staurolite, ecc., minerali
tutti che io, in altre mie pubblicazioni, indicai col titolo di elementi
padani e che ritenni non aver potuto derivare direttamente dalle
torbide del Po, perchè difficilmente si può ammettere che esse
abbiano potuto doppiare il Capo di S. Maria di Leuca per de¬
porsi sulle coste dellTonio.
Ora la presenza deWanfibolo azzurro, della cianite , del ciò-
ritoide, ecc., nel saggio di fondo in discorso, proverebbe, a mio
giudizio, che in questo fondo esiste una fossa nella quale ven¬
nero e probabilmente vengono attualmente a deporsi le ultime
e più sottili torbide padane per effetto della corrente che da
nord verso SE lambisce la costa adriatica.
Nella mia nota citata, nella quale (pag. 733) parlasi delle
sabbie marine di Gallipoli, attribuivo la presenza in esse del
glaucofane ad una derivazione di questo minerale dall’arcipe¬
lago greco, dove a Samos (Chelussi 2), ad Ocha nell’Eubea
(Becke 3), vi sono roccie a glaucofane; ma dopo aver ritrovato
l’antibolo azzurro in questo saggio di fondo poco distante dalla
costa meridionale salentina, non mi pare più dubbia la prove¬
nienza di questi minerali caratteristici dalle torbide padane ed
anche dalle torbide dei fiumi del versante orientale dell’ Ap¬
pennino, le quali contengono glaucofani, staurolite, cloritoide,
ecc., strappati in piccola parte ai calcari elveziani, come quello
di S. Marino, in gran parte alle arenarie pure elveziane delle
Marche e degli Abruzzi, le quali tutte, come già dimostrai in
altra mia nota ( Sulla presenza di minerali caratteristici, in Atti
Soc. ligustica, 1909), contengono questi minerali.
1 Nuove contribuzioni alla psammografia, ecc. Boll. Soc. geol. it., 1911.
2 Alcune roccie dell’isola di Samos. Giorn. min. cristall. e petr.,
Pavia, 1892.
3 Glaucophan-epidot-schiefer, ecc. in Tsch. min. unti petr. Mitth., 1879,
II, 49, 71.
84
I. CHJELUSSI
Saggio n. 7.
Campagna idrografica 1899-, profondità m. 1149; 26 luglio. — Lati¬
tudine 41° 34' 20, longit. 10° 37' 30". — Tra la costa meridionale della Cor¬
sica e il litorale dell’agro romano.
La sostanza adoperata pesava circa grammi 35 ; dopo la¬
vatura e decalcifìcazione rimase un residuo minore di un grammo
formato da elementi grossi e da elementi minutissimi. L’esame
microscopico di questi ultimi mi rivelò i seguenti minerali: gra¬
nuli bruni opachi, indeterminabili; biotite e moscovite, rarissimi
epidoto, granato, anfibolo verde, feldspati e pochissimo quarzo.
Qualche granulo con indice di rifrazione inferiore ad 1,6 pre¬
senta un leggerissimo pleocroismo dal verde chiarissimo all’az-
zurro pure chiarissimo; sembrerebbe trattarsi di antibolo azzurro ;
ma i toni del pleocroismo sono tanto tenui da non permettere
una determinazione sicura, tanto più che i granuli sono appena
tre in tutta la sostanza estremamente scarsa.
Saggio n. 8.
Campagna idrografica 1890; scandaglio n. 7; profondità m. 1514;
28 maggio. — Latit. 40° 12' 30', longit. 13° 34' 54" E, Green. — Di fronte
al golfo di Napoli.
La sostanza adoperata, che è un fango, pesava circa 35 grammi.
Dopo lavatura e decalcifìcazione rimase un residuo del peso molto
minore di un grammo.
Senza farne la separazione per la piccola quantità di ma¬
teria ho esaminato la parte più sottile di questo residuo sab¬
bioso, nella quale ho potuto determinare pirosseno verde, anfi¬
bolo verde, epidoto e soisite, granato e abbondantissimo il feld¬
spato basico del quale alcuni granuli mostrano la geminazione
polisintetica. Muscovite e biotite sono molto rare.
Saggio n. 9.
i
Campagna idrografica 1888; profondità m. 1052; 8 settembre. — Isola
di Capri.
La fanghiglia dopo lavatura e decalcifìcazione lascia un re¬
siduo formato da sabbia fina, da minutissimi ciottoletti e da mi-
SAGGI DI FONDO DEL MEDITERRANEO
85
mitissime agglomerazioni di argille. Il residuo è un poco meno
scarso che nei saggi precedenti, ma Tesarne microscopico non
mi ha rivelato alcun minerale caratteristico. In generale sono
granuli a contorni sfrangiati, opachi, bruni, inattivi alla luce
polarizzata; ad essi si aggiungono, in quantità molto minore,
granuli incolori riferibili a feldspati basici. Granuli verdastri
o giallastri, non pleocroici sono da riferirsi a biotite alterata.
Questo saggio è tra i più poveri tra quelli presi in esame
fin qui e questa scarsità non si può facilmente spiegare in con¬
fronto ad altri saggi più lontani dalle sponde e prelevati a
molto maggiore profondità.
Saggio n. 10.
Campagna idrografica 1890; scandaglio n. 25; profondità m. 3630;
15 settembre. — Latit. 40° 31' N, longit. 12° 43' 15" E, Green.
Questo saggio, che fu raccolto ad alcuni chilometri dalla
spiaggia tra Eoma e Napoli, e più precisamente tra Nettuno e
Capo Circeo, era un fango pesante grammi 26 ; presentò una
effervescenza di non lunga durata e dette un residuo di gram¬
mi 1,700 di finissima sabbia grigiastra. Nella separazione col
liquido pesante si ottiene una piccola quantità di peso speci¬
fico superiore a 2,7 che consta di minutissimi ciottoletti e di
sabbia molto fina. La composizione generale è molto semplice,
perchè è formata, si può dire nella totalità, da granuli bruni
con tono giallastro, opachi, inattivi alla luce polarizzata, tra i
quali ho visto due o tre granuli di augite verde, due di diop-
side e qualcuno riferibile a feldspati basici.
Saggio n. 11.
Campagna idrografica 1889; scandaglio n. 3; profondità m. 1070;
30 maggio; ore 2 ant. — Latit. 40° 50’ 40", longit. 10° 23' 30" E, Green.
— A circa 100 km. ad est della costa settentrionale sarda.
Fango pesante grammi 40. Dopo lavatura e decalcificazione
resta un residuo giallastro di meno che due grammi, formato
dai soliti granuli bruni indeterminabili ; poi da feldspati acidi
86
I. CHELUSSI
da biotite e poco quarzo ; rarissimi e minutissimi granuli verdi
ricordano l’antibolo anche per l’indice di rifrazione in confronto
con quello deH’a-monobromonaftalina.
Saggio n. 12.
Campagna idrografica 1899; scandaglio n. 5; profondità m. 1046;
26 luglio. — Latit. 41° 3', longit. 10° 46' 50".
11 punto di prelevamento si trova ad alcuni chilometri a
nord dal punto a cui fu prelevato il saggio precedente.
La fanghiglia pesava grammi 37. Dopo lavatura e decalci¬
ficazione rimase appena un grammo di sostanza arenacea giallo¬
chiara. Da questa si separa col liquido densi metrico, a peso spe¬
cifico non troppo alto, una piccola quantità di minuta sabbia
nella quale ho visto biotite , feldspati basici , augite , abbondanti
in prevalenza i primi due ; poi più rari sono zircone , epidoto
e muscovite; vi ho trovato un granulo di anfibolo azzurro.
Questi due saggi, ma più specialmente quest’ultimo, si tro¬
vano ad oriente delle bocche di Bonifacio vicino a quella zona
dalla quale furono prelevati i saggi VII, XIII, IX e VI alle
profondità relative di m. 750, m. 520, m. 638 e m. 242, stu¬
diati dal Salmoiraghi (Di alcuni saggi di fondo , ecc. Rend. Ist.
lomb., 1909, pag. 706-707). Però, il primo, cioè quello prele¬
vato alla profondità di m. 3630 si può dire quasi del tutto privo
di elementi colorati; il secondo ne contiene alcuni, in minor
numero che nei saggi studiati dal precitato Autore, i quali fu¬
rono presi ad una profondità molto minore dei miei. Nella parte
leggera oltre il quarzo e i feldspati acidi ho visto qualche gra¬
nulo riferibile al serpentino.
In questo ultimo ho trovato qualche minuta conchiglietta
univalve, qualche spicula di spugna ed alcune sferule brune,
probabilmente riferibili a foraminifere.
Saggio n. 13.
Campagna idrografica 1890; scandaglio n. 4; profondità m. 1337;
27 maggio. — Latit. 41° 13' 20", longit. 12, 05' 49" E, Green. — A E-NE
delle isole Pontine.
Questo saggio è formato da un fango giallastro-chiaro che
dopo lavatura e decalcificazione lascia un residuo molto abbon-
SAGGI DI FONDO DEL MEDITERRANEO
87
dante in confronto ai saggi precedenti ; ma la parte pesante
separata col solito liquido Clerici è molto scarsa e formata dai
soliti granuli bruni opachi, ai quali si aggiungono, in quantità
piccolissima rispetto ad essi, V epidoto , Ynugite verde-chiara, il
granato , V orneblenda, lo zircone e la biotite al solito più ab¬
bondante e con le laminette più grandi degli altri elementi.
Nella parte più leggera ho visto poco quarzo, feldspati acidi e
qualche granulo di serpentino.
Saggio n. 14.
Campagna idrografica 1889; scandaglio n. 3; profondità m. 1070;
30 maggio. — Latit. 40° 56' 40'', longit. 10° 23' 30" E, Green.) — Ad est del¬
l’isola di Tavolara.
La parte rinchiusa, come gli altri campioni, in scatoletta
cilindrica, pesava 40 grammi. Dopo lavatura e decalcificazione
rimase appena un grammo di sabbia mista a frammenti piccolis¬
simi e madreperlacei di conchiglie e ad altri grigi e duri a rom¬
persi, ma formati dagli stessi elementi del rimanente della sostanza.
Scarsissima la parte pesante nella quale ho visto soltanto
laminette a contorni irregolari, giallastre, opache forse riferibili
a biotite alterata. Oltre a questi ho visto anche due granuli
di granato e nella parte leggera quarzo, feldspati e clorite.
Saggio n. 15.
Campagna idrografica 1899; scandaglio n. 14; profondità m. 2259;
28 luglio. — Latit. 39° N, longit. 12° 35' E, Green. — A nord del Capo
S. Vito e a NE del n. 15 (Salmoiraghi, cartina).
Scarso è il residuo dopo lavatura e decalcificazione. In esso
la separazione col liquido densimetrico dà una parte pesante
più abbondante di quella leggera, bianco-gialliccia con granuli
neri. È uno dei pochi saggi che contenga magnetite e ilme-
nite; ma è formata totalmente da granuli giallastri, opachi, inat¬
tivi alla luce polarizzata e tra essi ho due cristalletti di piros-
seno verde-chiaro (diopside), tre scagliette di biotite, un cri-
stalletto di zircone ed un granulo di feldspato basico.
La estrema scarsità di minerali determinabili è in questo
saggio in relazione diretta con la profondità alla quale fu pre¬
levato il saggio.
88
1. CHELUSSI
Saggio n. 16.
Campagna idrografica 1890; scandaglio n. 25; profondità m. 3628;
15 settembre. — - Latit. 40° 31', longit. 12° 43' 15" E, Green. — Presso le
isole Pontine.
Dopo lavatura e decalcificazione resta un residuo non troppo
scarso, dal quale però si separano col liquido del Clerici, tenuto
alla densità di 2,7, pochissima sostanza nera di cui la più gran
parte è attratta dalla calamita. Al microscopio vi ho visto epidoto
e zoisite, augite verde e verde-chiarissima (diopside),. granato
roseo, biotite e feldspato basico; poi quarzo, feldspati acidi, clo-
rite. Tutti questi elementi sono però estremamente scarsi mentre
sono in prevalenza la magnetite, l’ilmenite e i granuli bruni opachi.
In sostanza questo saggio, tenuto conto della grande pro¬
fondità alla quale fu prelevato, è abbastanza ricco di minerali
in confronto di altri presi a minor profondità. Ed è presumi¬
bile che, avendo a disposizione molto maggior quantità di so¬
stanza, vi si sarebbero potuti trovare maggior numero di minerali
diversi, e, per ognuno di essi, maggiore abbondanza di granuli.
Dallo studio di questi pochi saggi, fatto con materiale scar¬
sissimo per ognuno di essi, non si possono dedurre conclusioni
sicure; tutt’al più si può dire che non sempre la profondità e
la forte distanza dalle coste contribuiscano all’impoverimento in
minerali caratteristici dei fondi marini. Occorrono a mio parere
gli studi di un numero molto maggiore di saggi, data anche
l’estensione grandissima del mar Tirreno, per poter giungere a
qualcosa di concreto 1 ; ed esprimo il voto che le future possi¬
bili prelevazioni siano fatte in un medesimo punto tre o quat¬
tro volte, ognuna ad una distanza di qualche mese l’una dal¬
l’altra, per potere assicurarsi se anche il tempo non porti va¬
riazioni nella composizione mineralogica dei fondi marini.
[ms. pres. 6 aprile - alt. bozze 2 maggio 19121.
1 Dai lavori del Salmoiraghi (v. le tabelle relative) si può dedurre
che gli antiboli azzurri e il cloritoide sono abbondanti nel Tirreno set¬
tentrionale; sono invece scarsissimi nel Tirreno meridionale.
L’EVOLUZIONE DEL SISTEMA IDEOGRAFICO
E L’IMPORTANZA DELLE FRATTURE
NELLA FORMAZIONE DELLE VALLI
Nota del dott. G. Azzi
Il valore geomorfogenetico delle fratture e la loro im¬
portanza NELLA FORMAZIONE DELLE VALLI. — Nella dassifica-
zione geomorfìca proposta dal Penck nel VI° Congresso interna¬
zionale di Geografìa a Londra, la valle occupa il terzo posto
tra le forme elementari. L’elemento fondamentale geomorfico è
rappresentato da una superficie inclinata tra 0° e 90°, e sei sono
le forme elementari: la un piano orizzontale: pianura; 2a una
superficie più o meno inclinata: pendice; 3a due pendici poste
di fronte e riunite in basso da un piano orizzontale: valle;
4a una superficie inclinata tutto attorno da un punto o da un
segmento vertice verso la traccia di un cerchio o di una ellissi
sottoposti a quel punto o a quel segmento : monte ; 5a una su¬
perficie inclinata dalla traccia di un cerchio o di una ellissi
verso un punto sottostante a quel cerchio o a quell’ellissi : conca,
bacino; Ga una superficie chiusa: grotta, caverna.
Nella evoluzione del rilievo dalla giovinezza verso la seni¬
lità, che ci dà come ultimo stadio una quasi pianura, il pene¬
piano, tutte le porzioni di superficie topografica primitiva poste
al di sopra dei piani di terzo grado, su cui giacciono le iperboli
profilo di equilibrio dei corsi d’acqua, sono destinate a scom¬
parire.
L’agente principale di questa evoluzione è dato dalla ero¬
sione fluviale, la cui traccia, localizzandosi precisamente nelle
90
G. AZZI
valli, vende questa 3a forma elementare la più diffusa ed im¬
portante nella topografia di una regione.
Come si sono formate le valli? vogliamo ora chiederci.
Qualunque fenomeno geomorfico in un qualsiasi momento
della sua evoluzione si spiega per due serie diverse di cause:
telluriche o endogene (dovute ai movimenti epeirogenici ed oro¬
genici) che hanno valore «direttivo», e fattori esterni, tra cui
precipuo l’erosione fluviale, che hanno valore «completivo».
Come vedremo estesamente in seguito, a seconda delle condi¬
zioni locali e dello stadio evolutivo questi due gruppi di cause
contribuiscono sì, ma in diversa misura alla comparsa di una
determinata geoformazione.
Limitare nettamente dove l’azione dell’un gruppo di fattori
trovi suo termine, e dove l’opera degli altri si inizii, è un pro¬
blema quanto mai arduo e sino ad ora insoluto. E poi che il
pensiero umano nella ricerca del vero non procede mai diretto,
ma per tendenza innata di nostra mente cerca di approfittare
del maggior numero possibile di punti di riferimento, che val¬
gano a tracciare una direttiva, così noi vediamo come ad ogni
teoria preceda una serie di ipotesi, tra loro antitetiche, i par¬
tigiani delle une e delle altre esagerando in un apprezzamento
assoluto di uno o dell’altro dei gruppi di fattori che egual¬
mente contribuiscono alla manifestazione di un fenomeno : così
come nel pendolo in moto che oscilla con norma progressiva¬
mente decrescente prima di raggiungere lo stato di equilibrio.
E lo stesso è avvenuto per ciò che riguarda il problema
dell’origine delle valli. Nella prima metà del secolo scorso e
nella seconda del secolo XVIII prevalse il concetto delle cause
endogene, e si volle riferire esclusivamente alle fratture la for¬
mazione delle valli. Verso la seconda metà del secolo XIX a
cominciare con il Riitimeyer si iniziò uno studio accurato dei
fenomeni della erosione fluviale cui si finì per considerare come
l’agente unico nelle formazioni vallive.
« Le forme del rilievo risultano principalmente dalla scul¬
tura del suolo per l’erosione fluviale; esse sono instabili e deb¬
bono essere considerate come il prodotto di una evoluzione più
o meno avanzata, evoluzione la quale anzitutto dipende da quella
del sistema idrografico ».
l’evoluzione del sistema idrografico
91
Come in qualunque ipotesi, così pure in questo caso i par¬
tigiani dell’una e dell’altra idea hanno finito per cadere nel¬
l’estremo dandoci conclusioni necessariamente inesatte.
Le valli non sono dovute esclusivamente, come cercheremo
di dimostrare in seguito, a cause endogene o ad agenti esteriori,
bensì entrambi collaborano alla loro formazione : le primitive
linee di frattura come elemento direttivo, l’azione fluviale come
un elemento completivo che sviluppa i versanti e forma il
letto.
Questa del resto è, anche « a priori », la concezione più razio¬
nale dal punto di vista geomorfogenetico. Nella sua classifica¬
zione il Penck ha evidentemente tralasciato una forma elemen¬
tare ben importante e distinta: il crepaccio {die Kluft ), il quale
evidentemente trova il suo posto in ordine immediatamente al di
sopra della « valle». La valle ci rappresenta infatti nelle due
pendici (II) contrapposte riunite da un piano orizzontale (I) un
aggruppamento certo più complesso di quello datoci dal cre¬
paccio: due semplici pendici (II) contrapposte.
Del resto lo stesso Pench accenna inclusivamente a questa
forma quando dice: nella evoluzione del rilievo possiamo di¬
stinguere tre stadii: a) sviluppo eccessivo di alcune parti ri¬
spetto ad altre che ne vengono diminuite: nel nostro caso svi¬
luppo eccessivo delle pendici con aumento del letto e riduzione
graduale delle zone di superficie topografica primitiva interca¬
lare; b) scomparsa di alcune parti: nel nostro caso, delle super-
fici topografiche intercalari ; c ) fusione di parti che in origine
erano disgiunte: formazione del penepiano.
In natura in una serie di trasformazioni sempre più com¬
plicate, mentre dall’una si passa nell’altra, il numero degli ele¬
menti gradualmente aumenta, come pure la complessità dei loro
rapporti.
I passaggi bruschi, con eliminazione di qualche gradino in¬
termedio nella scala della evoluzione, non sono che delle ecce
zioni alla regola.
La frattura ci rappresenta una forma elementare molto più
semplice della valle, la quale consta di due elementi: pendice (II)
e pianura (I), mentre nella frattura il piano mediale si riduce
a tanto da scomparire, i contatti delle due pendici essendo co-
92
G. AZZI
stituiti da ima semplice linea che è la linea di intersezione dei
due piani inclinati e contrapposti.
Il modo stesso della evoluzione del rilievo che tende ad
ampliare la superficie del letto giustifica pienamente la pre¬
senza di una frattura iniziale come primo gradino nel processo
della formazione valliva.
Tanto dal punto di vista morfologico quindi, quanto dal
punto di vista genetico, la frattura ha piena ragione di esistere
come elemento geomorfico indipendente e quale può essere be¬
nissimo luogo di passaggio dalla superficie piana ed unita alla
comparsa della valle.
L’evoluzione di quest’ultima ha per effetto di allontanare
e diminuire la pendenza delle due pendici, e nella frattura,
immaginando che la evoluzione cominci da uno stadio con super-
fici (versanti) quasi verticali, questa pendenza è già notevolmente
diminuita.
Lungo un crepaccio si verificano quindi le condizioni topo¬
grafiche più favorevoli che indicano (segnano), come vedremo
anche estesamente in seguito, la traccia alla erosione fluviale e
quindi anche alle formazioni vallive.
Sulla più gran parte della superficie della terra l’interferire
dei movimenti orogenici ed epeirogenici in un con il sovrapporsi
di molti cicli di erosione fluviale, ha già profondamente e net'
tamente stabilito la forma e la direzione delle valli, e la por¬
zione del corso di acqua adibita al trasporto (canale di ef¬
fluvio) rappresenta la parte la più sviluppata di un fiume.
Se noi vogliamo studiare l’inizio delle formazioni vallive,
dovremo dunque riportarci al bacino collettore ove l’attività
erosiva evolve attualmente il rilievo, ampliando il bacino di
recezione, allungando il canale di effluvio ed inoltrando sempre
più nell’interno del territorio l’estremità della valle.
Studieremo questo processo nella regione delle argille az¬
zurre del bacino del Santerno (Romagna) comprese a valle della
formazione dei gessi.
Su per il bacino del fiume Santerno tra il verde dei col¬
tivi ed il rosso della terra arata spiccano strani anfiteatri grigio¬
turchini, i calanchi, veri crateri di erosione scavati nelle ar¬
gille, a forma di imbuto, erti di creste instabili e franose tra
l’evoluzione del sistema idrografico
93
loro separate da gole profonde che convergono in basso verso
un punto, il punto idrologico che è pure inizio del canale di
effluvio di altrettanti torrenti. Sarebbero dunque delle conche
di erosione fluviale.
della regione compresa tra la traccia del fiume Santerno e il corso della Sellustia.
Dove si formano questi calanchi? in quali punti cioè, par-
icolarmente, l’evoluzione del rilievo nelle speciali condizioni to¬
pografiche e geotettoniche ritrova la ragione di un eterno per¬
petuarsi dello stadio della giovinezza? Conducendo il profilo se¬
condo due corsi analoghi, si vede come il piano su cui giace
il canale di effluvio (piano terminale) ed il piano (piano gene¬
ratore, residuo della superficie topografica primitiva) su cui
corre il crinale di displuvio, sono riuniti da una brusca rottura
di pendenza (pendice II) ove si localizza l’azione idrologica e
si formano i bacini collettori (v. fig. 1).
Tracciando invece il profilo longitudinale del versante si¬
nistro del Santerno otteniamo, come si vede dalla figura 2, una
serie di segmenti leggermente inclinati, riuniti da segmenti for¬
temente inclinati, ove si localizza l’azione della erosione ed i
calanchi si formano. Secondo due direzioni adunque, conseguente
e subseguente, l’erosione, procedendo rapidamente nella evolu¬
zione del rilievo, abbozza nuove parti di valli allungando il ca¬
nale di effluvio, allargando il bacino collettore e scomponen¬
dolo. Ed è proprio quindi nei punti calanchi che noi dobbiamo
ricercare le condizioni prime della formazione valliva in detta
regione.
Cà Frascati
94
G. AZZI
o
G
a
S
o
£
oi
&
bb
&H
Formazione delle valli e fe¬
nomeni PSEUDOC ARSICI NELLE AR¬
GILLE. — Durante l’estate nel
letto dei nostri fiumi si riscon¬
trano spesso tratti di greto ar-
gillo-sabbioso suddivisi in nume¬
rose lastre tetra-pentagonali da
una rete regolare ed estesa di
fessure. Un fenomeno analogo si
osserva pure su per le creste dei
calanchi ove lo strato superficia¬
le delle argille marnose interes¬
sato da un reticolo finissimo di
minuscole screpolature si divide
e sgretola in un manto di piccoli
blocchi esattamente concatenati
e combacianti. Tanto nell’uno
quanto nell’altro caso queste for¬
mazioni sono dovute a ciò, che
gli strati esposti all’aria si dissec
cano più rapidamente e varia cosi
il valore della tensione tangen¬
ziale in profondità.
Quando due creste non siano
troppo a ridosso, il profilo del
loro versante interno ad una certa
distanza dal thalweg presenta
una brusca rottura di pendenza,
la quale segna gli orli di un vero
e proprio crepaccio ove si loca¬
lizza l’azione idrologica. Il fondo
di questo tramite non è a pen¬
denza continua, presenta invece
una serie di superfici pianeg¬
gianti riunite da piccole balze
molto inclinate, talora verticali,
e che hanno l’aspetto di un pozzo
apertosi a valle per il crollo
l’evoluzione del sistema idrografico
95
della parete esteriore. Non di rado delle specie di ponti sca¬
valcano il tramite e lo trasformano in galleria.
Osservando le pareti, a forte inclinazione, delle creste e dei
picchi, si scorgono qua e là delle aperture ovalari disposte in
serie le line sulle altre secondo una linea diretta verso il tra¬
mite mediano, e comunicanti con lunghe e sinuose gallerie, nelle
quali l’acqua scorre ed erode in profondità, presentandoci fe¬
nomeni che più che a terreno impermeabile parrebbe dovessero
ascriversi al dominio delle roccie permeabili e solubili. Il dia¬
metro di queste aperture varia da 1 cm. o poco più fino ai
15-30 cm., si accenna quindi già dallo stadio del ruscella-
mento.
Data la natura impermeabile del terreno non è fuori di luogo
supporre che la comparsa di dette gallerie sia in rapporto con
il sistema delle screpolature superficiali di cui facemmo parola,
e che per analogia il fondo del tramite centrale rappresenti il
fondo di una galleria, originata per la comparsa di una scre¬
polatura rinchiusasi in seguito esteriormente per il crollo delle
pareti in alto.
Ad 1 V2 km. dalla Imola-Firenze presso Rivola, al di sotto
della casa Corsignano il rio omonimo si divide in due branche:
di destra e di sinistra, che d’ogni parte diramano in una
serie di tramiti su verso le balze scoscese e dirute di creste,
di picchi e di aguglie. Tutti i tramiti del braccio sinistro con¬
vergono in una breve vallecola larga da 15 a 20 e lunga
30 metri all’incirca. A prima vista l’aspetto di questa depres¬
sione, arida e brulla pur nel tempo delle pioggie, colpisce per
una certa somiglianza con le doline, tipo di valli caratteristiche
nei terreni permeabili. Il piano di detta depressione si trova ad
un livello superiore di circa 8 metri al letto del rio cui accede
con brusca pendenza formando una parete quasi a picco. In essa
si osserva un’apertura alta 3, larga 2 metri circa, che dà adito
ad una vera e propria caverna estesa al disotto della depressione
e comunicante con l’esterno per ampi fori, del diametro di un metro
ed anche più, che si ritrovano nel fondo della valletta. Dall’e¬
stremità a, monte di quest’ultima si sale con brusca rottura di
pendenza su per le gole, tra le creste; a mezza costa per una
di queste gole si incontra un breve gradino, lungo all’incirca
96
G. AZZI
3 metri, inclinato a monte, ove si continua in un pozzo ad aper¬
tura circolare regolarissima, del diametro di un metro, il quale
comunica chiaramente con un enorme crepaccio che si svolge
sotterra in corrispondenza al fondo del tramite. Salendo ancora,
raggiunto l’estremo lembo del bacino collettore, la gola, invece
di arrestarsi in zona di franamento, piega a gomito lungo la
via che conduce a Croara e sul suo fondo per un centinaio di
metri ancora verso il monte, si scorgono qua e là squarci ed
inghiottitoi comunicanti con un ampio crepaccio che taglia pro¬
fondamente il fianco della montagna, e molto probabilmente si
sviluppa a valle, originando in basso la già descritta caverna.
Nella parete di quest’ultima, a sinistra, è visibile l’entrata di
una lunga galleria estesa sino al lembo estremo del bacino col¬
lettore, come numerosi inghiottitoi in serie continua lasciano
trasparire. Vi ha dunque ragione per credere che tutto un si¬
stema di crepacci interessi il tratto di montagna compreso tra
la strada di Croara ed il versante sinistro del Rio di Mescola,
e si raccordi con altra ampia linea di frattura visibile sul fondo
del Rio di Corsignano in una spianata posta subito al disopra
della strada montanara, sovente allagata da torbidi fiumi di
fango che scendono dagli sculti tramiti del monte.
Il fatto che la maggior parte di questi crepacci non sono
visibili si spiega bene così: alla formazione di un crepaccio
segue quella di una serie di fessure parallele che, crollando le
pareti in alto, lo trasformano in galleria comunicante con l’e¬
sterno per l’apertura delle grotte e degli inghiottitoi.
Nell’alto bacino collettore del Rio di Mescola si verificano
fenomeni analoghi. La Parrocchia di Croara è costruita sopra
uno sprone di terreno argillo-sabbioso con conglomerati e
ciottoli, che si innalza a circa 291 metri e si continua in una
cresta sottile conosciuta con il nome di Ponti di Croara, unico
residuo della superficie topografica primitiva.
Nella primavera del 1910, a quanto si racconta, un crepaccio
largo da l/2 a un metro e perdentesi in profondità, partendo dalla
scarpata di erosione ad oriente della Chiesa, circuì i fabbricati
ecclesiastici sin quasi all’opposto versante della Sellustra per uno
sviluppo di oltre 200 metri. L’erosione, quantunque ciò non sia
ancor visibile all’esterno, lavora con furia nelle viscere del monte
l’evoluzione del sistema idrografico
97
ccì è probabile che tutto un sistema di detti crepacci, sgretolando
il promontorio su cui giace Croara, finirà per produrre il crollo
di detti fabbricati.
Ai piedi della scarpata di erosione argillo-sabbiosa che cinge
la Parrocchia come di un baluardo immane, ramifica in nume¬
rosi tramiti su verso i ponti e la scarpata stessa il Rio di Croara.
Che il rio stesso con tutte le sue ramificazioni fosse preformato
in una rete di crepacci sotterranei, come è luogo credere per il
Rio di Corsignano, è ciò che non possiamo affermare sebbene
molti fatti possano avvalorare una ipotesi in questo senso.
A. — In primo luogo la frequente formazione di crepacci :
1° comparsa di un crepaccio a tergo della Chiesa nella prima¬
vera del 1910 ; 2° in un ripiano sottostante a Cà Pigna di Sotto
non lungi dalla confluenza di due branche del rio si incontrano
due laghi di forma rotondeggiante, in corrispondenza dei quali
si sviluppa un enorme crepaccio sensibilmente parallelo al mar¬
gine a monte del cratere di erosione del Rio di Mescola.
B. — In secondo luogo la grande rapidità con cui si è for¬
mata la valle sottostante a Croara, come attesta la credenza
sparsa tra quelle popolazioni e tramandata di padre in figlio,
che la Parrocchia di Croara comunicasse anticamente per un
piano ininterrotto con quel lembo ancora conservato di super¬
ficie topografica primitiva, su cui sono costruite Cà Figna di Sopra
e Cà Figna di Sotto.
Non è quindi improbabile che alla formazione dell’alto corso
del Rio di Mescola abbia avuto parte importante e diretta una
rete di crepacci profondi e sinuosi nel seno delle grandi masse
argillose plioceniche. L’erosione esplicando in seguito l’opera
propria avrebbe allargato, plasmato, formato le valli con il loro
fondo ed i loro versanti, secondo linee generali rispondenti alla
particolare natura delle roccie ed alla loro disposizione.
Dato ora, come sembra, che ogni vallata, tramite o gola ri¬
peta il suo inizio da uno o più crepacci, possiamo chiederci se
la formazione di questi ultimi sia o no indipendente dalla idro¬
grafia della regione. Risalendo il Rio Aquila, giunti presso la Ca-
lanca, si osserva, a destra, questa interessante condizione topogra¬
fica: ad una ventina di metri sul livello della strada Ponticelli-
Pieve, si sviluppa nel fianco della montagna una conca collettrice
7
98
G. AZZI
con inclinazione generale di circa 25° verso la valle. I solchi ed"
i rigagnoli che interessano detta depressione convergono in im¬
punto idrologico, dal quale effluiscono non per un canale unico,
ma per due vallecole che cingono un monticello, la cui vetta
si eleva alquanto sul punto idrologico della conca. Orbene pro¬
prio attraverso questo promontorio si è formata una spaccatura
profonda tre o quattro metri, che presenta i soliti fenomeni
pseudocarsici e si può seguire attraverso la depressione fino
oltre il suo estremo lembo. L’erosione rimontante tende ad ap¬
profondire sempre più il fondo del crepaccio, che finirà per
raccordarsi con il punto idrologico del soprastante bacino, la¬
sciando in secco le vallette laterali, e provvedendo da solo al
drenaggio della depressione. In questo caso adunque i crepacci
si sono formati indipendentemente dalle traccie della erosioner
ma hanno finito con il dare un’impronta « direttiva » alla idro¬
grafia della regione interessata.
Per la maggiore massa di acqua l’evoluzione del rilievo si
compie molto più rapidamente a valle che non a monte, così
che, dal periodo della giovinezza fino alla maturità, il profilo lon¬
gitudinale dei fiumi si può dividere in due segmenti: il segmento
a valle poco inclinato (canale di effluvio) ove predominano i
fatti di trasporto e di deposizione, ed il segmento a monte for¬
temente inclinato (bacino collettore) ove predominano i fatti di
erosione e di trasporto.
Se, come innanzi esponemmo, nelle formazioni vallive oltre
che alla erosione una importanza non piccola deve pure venire
annessa alla comparsa di diaclasi, il punto di intersezione dei
due segmenti potrebbe pure venire considerato come il luogo di
partenza di numerose fratture le quali irradierebbero d’ogni
parte come i raggi di un cerchio rapportandosi alle linee dei
sistemi finitimi. Le condizioni topografiche generali ed il po¬
tere selettivo (completivo) della erosione nella formazione del
thalweg dà la prevalenza ad alcune fratture con la suddivisione
del lavoro cui innanzi accennammo (v. fig. 3).
Nel settore a valle una sola frattura, con guadagno di spazio
e di tempo, viene adibita ai lavori di trasporto, mentre nel set¬
tore a monte numerose fratture segnano la traccia delle linee
di erosione propriamente detta, necessariamente estesa a tutta
l’evoluzione del sistema idrografico
99
la porzione di terreno in via di rapida evoluzione del suo ri¬
lievo (bacino collettore). Una di queste fratture nella evoluzione
verso la senilità divieue prolungamento del canale di scolo,
mentre la conca collettrice si approfonda ed allarga vieppiù
Fig. 3. — Sviluppo delle valli
in rapporto al sistema delle fratture.
il suo fronte nell’interno del territorio, scomponendosi in nume¬
rosi crateri ed originandone altrettanti piccoli torrenti. I punti
idrologici costituirebbero come altrettanti atomi con un numero n
di valenze, le fratture, che si raccordano con le linee di frat¬
turazione dei sistemi finitimi (v. fig. 3).
Se ne potrebbe inferire che nella zona delle argille azzurre
la traccia od una parte della traccia degli affluenti di prim’or-
dine del Santerno, sta in rapporto con la formazione di estese
e profonde linee di fratturazione e che, in secondo luogo, dette
fratture non stanno in diretta relazione di origine con il si¬
stema idrografico.
100
G. AZZI
Come si sono formati questi crepacci? I movimenti epeiro-
genici che con ritmo regolarmente decrescente sollevano ed ab¬
bassano le masse continentali, ed i movimenti orogenici, che
vanno sempre più complicando la morfologia terrestre, se non
si vuole continuare nella abitudine già anche troppo invalsa di
considerare la terra come una palla di gomma, e le formazioni
di roccie anche le meno elastiche come altrettanti strati di
caucciù, è giocoforza ammettere che questi spostamenti debbono
avere come diretta conseguenza la formazione di tutto un si¬
stema di fratture che interessano la massa dei complessi roc¬
ciosi in movimento.
Se il poco materiale raccolto e le suesposte considerazioni
ci permettessero di estendere le nostre conclusioni ad ogni for¬
mazione valliva indistintamente, dovremmo nella rete idrogra¬
fica delle isole e dei continenti ritrovare la traccia delle pro¬
fonde linee di frattura che interessano le terre emerse.
Ad ogni tipo di roccia corrisponde una determinata dispo¬
sizione idrografica? Supponendo che ad ogni tipo di roccia cor¬
risponda un eguale sistema di fratturazione: a maglie in pre¬
valenza esagonali ad esempio per una prima, pentagonali per
una seconda formazione e così via; il piano costruttivo dei
corsi d’acqua è sempre così semplice ed uniforme da rendere,
posto anche esista, assai difficile porre in evidenza un eventuale
rapporto, dato il numero sempre rilevantissimo (rispetto allo
scopo) e la direzione svariata delle linee di frattura che si ri¬
scontra in un qualunque sistema.
Esiste in ogni tipo di roccie un elemento morfologico fon¬
damentale ?
Che in tipi di roccie cristalline la forma dei cristalli o la
loro maniera di aggruppamento siano l’elemento morfologico
primo nella rete delle fratture è fuori dubbio, che in roccie
amorfe si verifichi qualche cosa di simile non è improbabile,
ed è forse in ciò oltre che nella natura del terreno, se in ogni
formazione unita noi vediamo su grande e piccola scala ripe¬
tersi gli elementi di un tipo morfologico fondamentale.
Da quanto siamo venuti sino ad ora esponendo possiamo
trarre le seguenti conclusioni: 1° tutta la regione delle argille
azzurre del bacino del Santerno, a valle dello sprone dei gessi,
l’evoluzione del sistema idrografico
101
sembra interessata da una rete estesa e spaziosa di crepacci i
quali molto probabilmente si estendono anche sotto il profilo di
equilibrio, talora pure sotto il livello del mare, e ripetono la
loro origine dai grandi movimenti generali della crosta terrestre;
2° sopra porzioni di questi crepacci, in serie, si abbozza il si¬
stema idrografico.
Le condizioni topografiche, locali e generali ed il potere
« selettivo » della erosione nella formazione dei thahveg dà la
prevalenza ad alcune fratture con divisione del lavoro di ero¬
sione propriamente detta e di trasporto. Nel settore a valle
una sola frattura viene adibita al lavoro di trasporto (canale
di effluvio), mentre nei settori a monte numerose fratture segnano
le traccie della erosione naturalmente estesa a tutta la super¬
ficie in via di rapida evoluzione.
Formazione del sistema idrografico in topografia epeiro-
genica. — Come abbiamo già detto le unità idrografiche corri¬
spondono nel loro complesso ad un piano costruttivo unico e
tanto semplice da poterne sempre dedurre un rapporto empirico
tra la rete diaclasica e quella fluviale. Lo stadio già progre¬
dito di evoluzione, in cui si trovano attualmente le terre emerse,
rende impossibile lo studio delle formazioni vallive al loro
primo apparire in zona estesa, di recente emersione, ed è ne¬
cessario, per un esame accurato e completo del fenomeno, risa¬
lire molto addietro nella storia del nostro pianeta.
Supponendo negli strati a stratificazione primordiale un coef¬
ficiente di resistenza ed elasticità costante ed uniforme, come
se ne potrebbe dedurre dal modo stesso della evoluzione dei
contorni delle terre emerse, l’applicazione di una forza in un
punto, sollevando le masse degli strati al disopra del livello del
mare, determinerà la comparsa di un blocco continentale avente
a un dipresso la forma di una calotta sferica e, nell’insieme,
il valore morfogenetico di « monte ».
D’altra parte non è ammissibile che l’immane dislocamento
di così ingente massa di roccie, generalmente poco flessibili,
non sia stato accompagnato dalla formazione di una rete di
enormi fratture normali e parallele alla linea di costa.
L’elemento topografico fondamentale è una superfìcie incli¬
nata tra 0° e 90°. La valle appartiene ad una delle sei forme
102
G. AZZI
elementari, ed è costituita da due pendici messe di fronte e riu¬
nite da un piano mediale. Nella evoluzione della valle abbiamo
tre stadii ben distinti :
1. ° Sviluppo di certe parti a svantaggio di altre: i versanti
si allargano limitando l’area di superficie topografica primitiva
compresa tra due valli adiacenti.
2. ° Scomparsa di alcune parti : la superficie topografica primi¬
tiva finisce con lo scomparire del tutto, dando luogo ad una
cresta franosa e sottile che divide i due bacini.
3. ° Le creste di displuvio vieppiù si abbassano, e tutta la
superficie evolve verso il penepiano che segna il limite della
erosione: lo stadio della senilità.
La formazione di una valle rappresenta certo un processo
di evoluzione del rilievo. Gli elementi fondamentali sono poco
numerosi, e la natura nei suoi processi formativi segue in
genere la via meno complicata: così nella morfogenesi, come
nelle affermazioni umane, noi vediamo che ogni contorno e
qualsiasi disposizione emerge e più nettamente si delinea là
ove si trovano meglio disposti e più numerosi gli elementi
che ne giustificano la comparsa e l’esistenza. In un « cre¬
paccio » abbiamo già abbozzata una valle: souo due pareti con¬
trapposte, fortemente inclinate, riunite talora da una sottile zona
pianeggiante formatasi per il crollo delle pareti in alto. E quindi
secondo le primordiali linee di frattura che si inizieranno le
formazioni idrografiche primitive, e perchè l’evoluzione della
forma « valle » vi è già notevolmente progredita, e non è quindi
probabile che le valli si abbozzino altrove, proprio ove esistono
condizioni, nella uniformità dei caratteri geologici e topografici,
molto meno favorevoli alla formazione delle medesime.
Oltre a ciò nella frattura abbiamo disposizioni che, oltre ad
istituire una valle, ne rendono anche più facile e rapida l’evo¬
luzione.
L’agente esteriore preponderante nelle formazioni vallive è
dato dalla erosione fluviale la quale è nulla in superficie oriz¬
zontale o troppo inclinata. In un crepaccio, oltre a due pareti
contrapposte che localizzano nettamente sul fondo del thalweg
l’azione erosiva, abbiamo, parallelamente al medesimo, in alto,
due linee, lungo le quali, più o meno ad angolo retto, si in-
l’evoluzione del sistema idrografico
103
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104
G. A ZZI
tersecano due piani : della superficie topografica primitiva e del
piano versante, sulle quali si localizza l’azione idrologica, con
tendenza a formare una superficie ad inclinazione intermedia,
passando per i successivi stadii del dilavamento, del ruscella-
mento e dell’erosione rimontante.
Nei primi stadii del loro sviluppo, i segmenti che costituiscono
l’abbozzo del sistema idrografico si possono in realtà distinguere
con il nome di « canali ». Essi non presentano alcuna ramifi¬
cazione, ma vanno direttamente dalle origini alla foce, riuniti
dai canali trasversali, e senza che vi si possano distinguere ba¬
cino collettore e canale d’effluvio. Servono passivamente al tra¬
sporto dell’acqua, ma non cercano ancora di avocarne copia sempre
maggiore al loro corso, ampliando il bacino collettore e svilup¬
pando nuovi torrenti a distruggere la superficie topografica pri¬
mitiva.
In quale periodo (era) una simile disposizione avrà segnato
il primo stadio della evoluzione topografica (forme epeiroge-
niche) ed idrografica (canali) nella nostra terra? E può ora
darsi che, eguale norma reggendo i pianeti, ci dia in altri
mondi e nell’attualità l’imagine del primitivo paesaggio ter¬
restre ?
I canali di Marte. — Nelle notti degli ultimi tempi as¬
sidua fiamma umana perscrutava un punto luminoso sperduto
nella profondità dei cieli stellati: Marte. E parve di potere, in
quel mondo lontano, rintracciare elementi di vita e condizioni
di ambiente non molto dissimili da quelle della nostra terra.
In entrambi i pianeti la presenza dell’acqua determina la
suddivisione della superficie in oceani e continenti : ma la ma¬
niera di distribuzione delle zone emerse rispetto agli oceani,
il sistema idrografico (morfologicamente) ed il modo di circo¬
lazione delle acque li distinguono nettamente tra di loro.
\
E noto come su Marte si osservano sui due poli due grandi
zone rotondeggianti (bianche: di neve) a contorni estremamente
variabili: la zona australe giace in mezzo ad una grande mac¬
chia scura (il Mare Australis [M. A.]), mentre la zona boreale
si ritrova in mezzo alla porzione gialla della superficie del pia¬
neta, quale suole considerarsi, e lo è anche con tutta verosi¬
miglianza: martefermo (v. fig. 4).
L EVOLUZIONE DEL SISTEMA IDROGRAFICO 105
Alla fine della grande notte polare, che dura dieci mesi, le
nevi cominciano a fondersi, e tutto intorno alla calotta polare
si forma un grande mare temporaneo di inondazione che in
periodi normali si riduce ai mari: Hyperboreum, Acidalium e
Niliacum.
Esso comunica con il mare australe per una grande rete
di canali, i quali interessano la massa continentale in tutti i
sensi e permettono il passaggio delle acque verso l’opposto emi¬
sfero. La loro lunghezza varia : dai 500 sino a molte migliaia di
km., e cosi pure la loro ampiezza, mentre infatti per il Nylosyrtis
abbiamo da una all’altra sponda una distanza di 200-300 km.,
molti altri canali invece, pure essendo lunghissimi, hanno una lar¬
ghezza che non supera i 30 km., e terminano in genere in grandi gol-
fi-estuari : cosi il Nylosyrtis nel Syrtis Major, Hiddekel e Gehón
nel Sinus Sabaeus, Orcus nel Golfo delle Perle, lamuna in
quello dell’Aurora e Pliasis nell’Aonius Sinus. Il decorso di detti
canali è perfettamente rettilineo, « essi sono certamente configu¬
razioni stabili del pianeta: la Nilosirte è stata veduta in quel
luogo da quasi cent’anni ed alcune altre da trent’anni almeno.
La loro lunghezza e giacitura è costante e non varia che entro
limiti strettissimi, ognuna di esse comincia e finisce sempre tra
i medesimi termini. Ogni canale alle sue estremità sbocca o in un
mare od in un lago, od in altro canale o nel punto di inter¬
sezione di più altri canali. I canali possono intersecarsi tra di
loro sotto tutti gli angoli possibili, di preferenza però conver¬
gono in (o divergono da) piccole macchie che si sogliono chia¬
mare laghi : così p. es. 7 se ne vedono convergere nel lago
della Fenice, 8 nel Trivio di Caronte, 6 nel lago della Luna
e 6 nel lago Ismenio » (v. fig. 4).
Siamo noi ora autorizzati a vedere nei continenti marziani
l’immagine delle primitive terre emerse (formazioni epeirogeniche)
e nei canali le grandi linee di frattura formatesi in seguito ai
grandi movimenti epeirogenici ?
La stessa disposizione geometricamente regolare dei canali
parla a favore di questa ipotesi. Data infatti la scarsa pen¬
denza della superficie emersa, come mai una qualsiasi massa
di acqua potrebbe defluire così regolarmente per migliaia e mi
gliaia di km., senza mai deviare il proprio filone, concessa anche
106
G. A ZZI
una estrema regolarità di Marte emerso, se particolari condi¬
zioni topografiche preesistenti non dessero impronta iniziale al
sistema idrografico?
Se nulla per ora ci permette di animare i massicci conti¬
nentali del pianeta Marte con successivi movimenti generali di
emersione ed immersione con ritmo regolarmente decrescente,
non si può tuttavia affermare che i rapporti tra continenti ed
oceani siano immutabili e che l’azione epeirogenica non abbia
sollevato sul primitivo mare le attuali zone gialle tagliate dalla
rete sottile dei canali. E questo sollevamento, dato che fisica-
mente e chimicamente la crosta marziana non differisca essen¬
zialmente da' quella terrestre, avrà pure determinata la com¬
parsa di numerose linee di frattura, quali appunto per l’ubica¬
zione, per la disposizione e per la forma non possono uon coin¬
cidere con i suddetti canali.
Ammettendo il contrario bisognerebbe pure ammettere che
l’acqua ha scelto la traccia di decorso (in) nei punti topogra¬
fici meno favorevoli, ed ha ciò non ostante trovato il modo di
effluire regolarmente in zona a lieve pendenza, senza divaga¬
zioni del filone, come se fosse contenuta entro solide dighe paral¬
lele e rettilinee.
Tranne poche grandi isole separate nei mari australi, Hellas,
Argyre, Noachis, Thyle, tutte le masse continentali si stendono
attorno al polo nord ad occupare l’emisfero boreale e (compaiono)
giungono pure su parte deH’emisfero australe sino al 50° pa¬
rallelo, in corrispondenza del mare Chronium che le separa dalle
due lontane e remote isole di Thyle.
Applicando in una unità oro-idrografica la forza epeiroge¬
nica in un dato punto, noi vedremo formarsi una serie di frat¬
turazioni che irradiano da quel puntò verso la periferia e sono
riunite da altrettanti sistemi concentrici di linee di frattura
che tagliano le prime sotto un angolo che tende ad essere
retto (fratture trasversali in maglie esagonali).
Dobbiamo ora noi supporre per tutta la massa continentale
marziana un punto unico di oscillazione coincidente ad un di¬
presso con il polo?
Dal polo nord sembra disegnarsi con sufficiente chiarezza il
sistema dei canali longitudinali, irradianti verso la periferia di
l’evoluzione del sistema idrografico
107
Marte emerso, riuniti tra loro dai canali trasversali, incidenti
sotto nn angolo che tende ai 90°. Ciò si osserva in forma ca¬
ratteristica soprattutto tra i meridiani 230-170. Lungo il raeri-
MA = Mare Acidalium
LA — Lacus Arsenius
LI = Laeus Ismenius
PI — Proponthis I
PII := Proponthis II
I = Titan
li - - Hades
III = Boreas
IV = Gyndes
V = Cepliisius
VI = Anian Cydnus
VII = Heliconius
Vili = Aleyonius
IX = Phlegethon
X = Periphlegethon
XI = Sirenius.
diano 170, tra i 190 e 195, e secondo il 230 convergono verso
il polo nord tre grandi canali : Titan ed Hades, che sboccano in un
lago quadrangolare (Lacus Arsenius), esteso tra il 70° e l’80° paral¬
lelo, ed Anian Cydnus che si continua dalla opposta parte nel
Kison. Tra di essi simmetricamente si sviluppa il sistema dei
108
G. A ZZI
canali trasversali: così Proponthis II e Proponthis I tra loro pa¬
ralleli e normali alla direzione di Titan ed Hades. Proponthis I si
continua da una parte in Gyndes, normale ad Anian Cydnus,
e, attraversato quest’ultimo canale, si suddivide in corrispon¬
denza del 240 meridiano in due rami: a sud Alcyonius, a nord
Heliconius, il quale ultimo segue regolarmente il 50° parallelo
sino in corrispondenza del 281 meridiano; avendosi così dal 170
al 280 meridiano una linea di frattura (canale) regolarmente estesa
a tagliare normalmente i canali longitudinali che emergono dal
polo. Boreas e Cephisus, paralleli a Gyndes ed estesi tra Cydnus
Anian ed Hades, completano così, tra il 170 e il 230 meridiano
e fino al 60° parallelo, un settore ove sembrano riprodursi sche¬
maticamente le condizioni idrografiche più semplici e perfette
di una formazione epeirogenica (v. fìg. 5).
Ma di mano in mano che procediamo verso l’equatore, i ca¬
nali longitudinali e trasversali perdono il loro rapporto primi¬
tivo e si tagliano sotto diversi angoli, originando così una rete
se non complicata, certo non facilmente riportabile al sistema
polare. Oltre a ciò i canali non sempre si mantengono semplici
ma possono biforcarsi : così Gyndes come abbiamo visto si sud¬
divide in corrispondenza del 240 meridiano in Alcyonius ed
Heliconius, Proponthis I tra il 170 ed il 130 meridiano si con¬
tinua in tre ramificazioni separate: Periphlegethon, Phlegethon
ed un’altra non ancora ben determinata, che sotto angoli de¬
crescenti dal polo verso l’equatore, intersecano il canale Si-
reni us.
Vi sono poi numerosi canali non riportabili nè al sistema
longitudinale, nè al trasversale e che chiameremo per distin¬
guerli dai primi canali di 2° ordine. Dove si formano questi
canali e quali sono i loro rapporti con i precedenti? In natura
noi vediamo come tutti i processi formativi tendono ad usufruire
nel miglior modo possibile di due grandi elementi fondamen¬
tali: il tempo e lo spazio. Così, obbedendo ad una eguale norma
costante, i nuovi canali tendono a disporsi così da suddividere
i inaiti emersi, compresi nelle maglie primitive, in parti possi¬
bilmente simmetriche. Ed invero noi vediamo molte volte la
zona trapezoidale compresa tra due piani di canali, suddivisa
in quattro porzioni triangolari da due canali apparsi sulla traccia
L EVOLUZIONE DEL SISTEMA IDROGRAFICO
109
delle diagonali: tale è il comportamento di Tartarus ed Aver-
nus, tra Orcus, Titan, Hades ed Antaeus.
La comparsa di canali di 3° grado determinerebbe la sud-
divisione dei suddetti triangoli equilateri in triangoli rettangoli,
e così di seguito sempre secondo la bisettrice delle ultime for¬
mazioni.
Ciò che per una zona unica può ripetersi per un complesso
di zone, risultandone così una rete estremamente complessa ove
risolamento di singoli elementi incontra molte difficoltà e nu¬
merose sono le cause di errore.
Ed ora ci domandiamo di nuovo se vi sia un centro unico
di oscillazione oppure parecchi a determinare il sollevamento
delle masse continentali del pianeta. Se invece di essere rego¬
larmente applicate intorno ad un punto le forze epeirogeniche
fossero distribuite senza alcuna simmetria, così da formare
tanti punti diversi di oscillazione, noi dovremmo in corrispon¬
denza dei medesimi ritrovare una più attiva formazione di cre¬
pacci e zone interferenti complicate per il sovrapporsi di due
sistemi finitimi. Nulla invece di tutto questo si osserva: la massa
continentale di Marte, essendo suddivisa in blocchi triangolari,
quadrangolari ed esagonali, con le aree maggiori e minori di¬
stribuite uniformemente su tutta la superficie del pianeta.
All’epoca del disgelo la massa delle acque, irrompendo attra¬
verso i canali verso l’oceano australe, ne eleva l’ampiezza e marca la
colorazione bruna; ora se questo fenomeno dell’aumento di colora¬
zione ed ampiezza dei canali, invece di procedere gradualmente
dal polo verso l’equatore, si propagasse intorno a diversi punti
eccentrici (quelli ad es. ove in forma di zone candide sembrano
disegnarsi altrettanti nevai), avremmo una prova che in corri¬
spondenza di quei punti eccentrici esistono altrettante gobbe di
sollevamento, fatte a calotta sferica, e che permettono alle acque
di disgelo di decorrere da quei punti in tutte le direzioni. Ma
nulla sappiamo a questo proposito.
La presenza delle montagne viene esclusa dalla regolarità
del sistema idrografico. Marte si trova adunque nello stadio
della prima emersione con formazione di un nucleo epeiroge-
nico unico, già pervenuto al massimo della sua evoluzione se
110
G. AZZI
escludiamo la possibilità di movimenti alternativi di emersioni
ed immersioni e la formazione delle montagne.
Può anche darsi, del resto, che il diametro maggiore e la
distanza dal sole rendano in Marte ogni processo evolutivo estre¬
mamente lungo paragonato alla terra: comunque, sia che esso
si trovi allo stadio iniziale della sua evoluzione topografica, sia
che questo stadio rappresenti pure il limite estremo della evo¬
luzione stessa, certo le attuali condizioni topografiche di Marte
sembrano riprodurre con sufficiente chiarezza i fenomeni epei-
rogenici che debbono essersi manifestati sulla terra al primo
emergere degli strati a stratificazione primordiale.
Primi stadii dell’evoluzione del sistema idrografico sulla
terra. — Il fiume-canale. — In una terra primitiva (di pri¬
mitiva emersione) con le formazioni a stratificazione primor¬
diale, il sistema idrografico sarebbe adunque dato da una serie
di grandi canali, attraverso i quali l’acqua circola passivamente,
senza veri e proprii fenomeni di erosione rimontante (? almeno
nel segmento a mare!). Queste formazioni (canali) differiscono
essenzialmente dai fiumi; mentre infatti questi ultimi, svilup¬
pando il loro bacino, forzano la più gran massa possibile di
acqua caduta entro il loro corso, ed evolvono il rilievo della
regione facendo scomparire gradualmente la superficie topogra¬
fica primitiva, nei canali invece che costituiscono dei complessi
non modificabili è l’acqua che circolando forza il suo passaggio
nei luoghi specialmente favorevoli al suo efflusso verso il mare
(questi luoghi essendo dati appunto dalle linee di frattura).
Come si inizia la formazione di una rete fluviale?
Abbiamo già veduto come il bordo della frattura, linea di
intersezione di due piani secondo un angolo quasi retto, rap¬
presenti un punto ove si localizza l’azione erosiva, con tendenza
alla formazione di un piano ad inclinazione intermedia. Da
prima sono semplici rigagnoli paralleli (ruscellamento) che inta¬
gliano il bordo del canale, poi a poco a poco, quando le condi¬
zioni topografiche modificate in una maggiore pendenza rendono
possibile la erosione rimontante, noi vediamo comparire qua e
là lungo i canali abbozzi torrentizi cui il livello del canale fa
pure da livello di base. Abbozzi analoghi disputandosi la super¬
ficie topografica primitiva interposta iniziano già dalla prima
i/evoluzione del sistema idrografico
111
emersione l’evoluzione del rilievo. È ovvio ammettere che questi
abbozzi torrentizi si formeranno di preferenza sulla traccia di
eventuali crepacci, ed in numero maggiore e più sviluppati in
corrispondenza alla porzione più interna ed elevata dei me¬
desimi.
E può anche darsi, quando il movimento epeirogenico abbia
di molto sollevato il massiccio continentale sul livello del mare,
che il fondo del canale stesso divenga traccia di un tbalweg,
simmetricamente al quale tutto all’intorno altri se ne sviluppano
dando origine ad un immenso bacino collettore.
Ci troviamo ora di fronte ad una formazione idrografica
nuova, il fiume-canale costituito da due porzioni ben nette: il
canale e la porzione fluviale. Il canale resta ben distinto e non
può essere considerato uè come insenatura marina, in quanto
esso serve in realtà al trasporto dei materiali della erosione
torrentizia ed ha funzione di canale di effluvio, nè come canale
di effluvio propriamente detto, perchè formatosi senza il concorso
dell’azione erosiva e della rete idrografica che si sviluppa solo più
tardi. Questa unità idrografica fiume-canale segna il principio
di un nuovo stadio della evoluzione idrografica, e nel rapporto
dei due elementi costitutivi ci dà pure una idea della evolu¬
zione topografica nell’ interferire progressivo delle formazioni
orogeniche.
Abbiamo visto in un nostro precedente lavoro come i movi¬
menti orogenici certo posteriori a quelli epeirogenici vadano
gradatamente complicando la morfologia della crosta terrestre,
rendendola diversamente resistente, in punti simmetrici, all’a¬
zione erosiva ed agli effetti delle dislocazioni tettoniche.
Riportiamoci con il pensiero al secondo periodo di emer¬
sione, e supponiamo che il movimento generale bradisismico po¬
sitivo sollevi insieme alla massa continentale una parte di crosta
terrestre già profondamente interessata dal fenomeno orogenico.
La superficie della terra emersa ne viene così suddivisa in due
parti : a) una a mare dello sprone montagnoso conserva i suoi
M
caratteri primitivi con la regolare formazione delle fratture; e
b ) una seconda a monte dello stesso sprone, la quale esteriormente
ed internamente complica, per la presenza dell’apparato oroge¬
nico, la sua struttura.
112
G. A ZZI
Di mano in mano che la erosione spazza gli strati più su¬
perficiali, noi vediamo queste differenze marcarsi sempre più;
— _ — - Linee montuose.
. Segmenti fluviali.
a) Porzioni di canali che entrano a far parte integrante della formazione valliva.
b) Porzioni isolate di canali destinate a scomparire.
nel dominio degli strati ripiegati appaiono altri sistemi di frat¬
tura completamente indipendenti dai primitivi e sui quali le
nuove valli generalmente si adattano, o seguendo le traccie
l’evoluzione del sistema idrografico
113
antiche ci danno caratteristiche formazioni vai live epige-
niche.
Le nuove condizioni topografiche che risultano dalla com¬
parsa dei monti hanno per effetto di « fissare », nella zona mon¬
tuosa, il decorso dei fiumi, rendendolo indipendente sino ad un
certo punto dai grandi movimenti di dislocazione generale. I seg¬
menti isolati di canali perdono il loro carattere primitivo ed
entrano a far parte integrante del sistema vallivo-fluviale, con
totale scomparsa della 2a unità idrografica: il fiume-canale
(v. fig. 6).
Abbiamo quindi una porzione di fiume « a monte », « incate¬
nata » oramai dalle discontinuità topografiche, che impediscono
gli improvvisi mutamenti di letto e volgono le forze dell’ero¬
sione contro i punti più deboli ed esposti della superficie topo¬
grafica primitiva, la quale continuamente scompare nella progres¬
siva evoluzione del rilievo verso la senilità.
La porzione a valle risente naturalmente le conseguenze di
questa fissità della branca a monte in un diminuito potere di
scelta tra più canali, rendendosene tuttavia in maggior grado
indipendente quanto più estesa è la zona costiera, lontano il
livello di base ed elevata la portata (autonomia della branca a
valle).
Da ultimo vediamo come la porzione di ogni canale a valle
si divide (tende a dividersi) in due segmenti: un segmento a
mare che conserva i caratteri primitivi ed entra a far parte
delle formazioni marine, costituendo una insenatura; ed un
segmento interno che segna la traccia a valle del fiume ed
acquista sempre più impronta ed aspetto fluviale.
Formazione della rete idrografica fluviale con totale
SCOMPARSA DEI CANALI E DEI FIUMI-CANALI. — Dai periodi geo¬
logici più antichi sino ai nostri giorni, le masse continentali
furono interessate da intervalli alternati di emersione ed immer¬
sione, il cui indice va gradualmente decrescendo, mentre aumen¬
tano le formazioni orogeniche. II punto o meglio i diversi punti
di applicazione delle forze endogene sembrano così stabili op¬
pure spostabili entro limiti cosi brevi da giustificare assai bene
l’ipotesi che gli attuali nuclei continentali corrispondano pure
ai primitivi nuclei di emersione.
8
114
G. AZZI
Poi che il valore delle emersioni ed immersioni successive
va gradualmente diminuendo, ne deriva con un centro fisso di
oscillazione una netta suddivisione della terra emersa in due
parti distinte: una interna poco o per nulla interessata dall’a¬
zione marina, ed un lembo esterno ripetutamente coperto dal
mare ed esposto alle molteplici formazioni di sedimento e di
accumulazione.
Poi che la evoluzione si compie molto più rapidamente a
valle che non a monte, la posizione stessa di possibili catene
costiere esagera i fattori della erosione: (dislivello tra le ori¬
gini ed il livello di base, vicinanza del livello di base), e l’e¬
voluzione del rilievo si compie in esse con maggiore rapidità
che nell’interno, e la regione costiera ne viene ridotta più presto
a penepiano.
Giunti a questo punto, supponiamo intervenga un movimento
di immersione: sulla parte così immersa si accumula il pro¬
dotto della erosione fluviale della zona rimasta sopra il livello
del mare.
Nel successivo periodo di emersione, la massa sollevandosi
si divide in blocchi per numerosi sistemi di fratture le quali certo
nella loro irregolarità riflettono la diversa natura dei sedimenti
e le condizioni degli strati più profondi, interessati nello stesso
tempo da sistemi diaclasici orogenici ed epeirogenici. La for¬
mazione continuata delle pieghe contribuisce a rendere sempre
più complicata la topografia della regione.
Lungo i contatti tra le due diverse formazioni compaiono
nuove e definitive linee di costa, discordanti dalle primitive per
carattere e per direzione ; scompaiono le insenature ed i golfi
di frattura.
Pur essendo esposta alla medesima azione erosiva delle
acque e soggetta agli stessi movimenti la porzione montagnosa
centrale vi e più rafforza il suo carattere di montuosità e gli
sproni montani che da essa si dipartono raccordandosi con le
formazioni orogeniche della zona litorale vi e più scompongono
ed isolano i lembi residuali della primitiva pianura.
Aumenta il numero delle unità oroidrografiche rispetto alle
antiche unità geografiche, scompare ogni traccia di canali e di
fiumi-canali, e nella sua più elevata espressione geografica il
l'evoluzione del sistema idrografico
115
fiume, affermandosi su tutte le terre emerse, variamente scolpen¬
dole, ne evolve il rilievo.
Condizioni idrografiche attuali ed evoluzione del sistema
idrografico fluviale. — Come gli equiseti piccoli ed i minu¬
scoli draghi volanti, i quali costituiscono elementi ben poco ap¬
pariscenti nella fauna e nella flora attuale, furono nel meso¬
zoico in forma di sigillane e saurii immani la più elevata ma¬
nifestazione di vita vegetale ed animale, così le piccole fendi¬
ture che intorno ai bacini collettori segnano la traccia alla ero¬
sione costituirono nei periodi primitivi della vita inorganica
della terra l’estesa rete di canali, di cui (probabilmente) abbiamo
un’immagine nelle attuali condizioni di Marte.
In quale periodo geologico ritroveremo noi le condizioni to¬
pografiche ottime per l’istituirsi di un sistema di canali nella
porzione emersa della crosta terrestre?
Da quanto siamo venuti sino ad ora esponendo appare chia¬
ramente come ad un sistema idrografico rappresentato da una rete
di canali debba corrispondere un complesso continentale epei-
rogenico od assai poco turbato dalla formazione montuosa. Se-
nonchè le attuali conoscenze paleoorografiche sono quanto mai
scarse, incerte e manchevoli.
Per l’Europa, e non tutta, e per l’America settentrionale sol¬
tanto infatti abbiamo copia sufficiente di dati attendibili che ci
permettono di distinguere le seguenti fasi nella contrazione della
crosta terrestre per le regioni meglio conosciute.
Pieghe huroniane, vale a dire post-taconiche (Nord Europa
e Nord America).
Pieghe caledoniane, vale a dire post-si luriche (Scozia, ecc.).
Pieghe emiliane, vale a dire post-carboniane (Harz, Eifel,
Ardenne).
Pieghe varisciane, vale a dire pretriassiche (Laarbrticken,ecc.).
Pieghe sconosciute alla fine del Trias.
Pieghe sconosciute alla fine del Giurassico.
Pieghe poco conosciute avanti il Cretaceo (Weserkette).
Pieghe vindeliciane, cioè post-cretaciche e preterziarie (Pre¬
alpi svizzere).
Pieghe pireneane, cioè post-eoceniche e preoligoceniche (Pi¬
renei francesi).
116
G. AZZT
Pieghe poco conosciute alla fine dell’oligocene.
Pieghe alpine, cioè post-mioceniche o preplioceniche.
Dalla soprastante tabella emerge come la formazione oro¬
genica entri a complicare la morfologia della crosta terrestre
dai periodi geologici più antichi, e se le pieghe archeane, che
interessano terreni cristallini nella regione del Colorado, sono
realmente anteriori alla comparsa degli oceani, così la presenza
delle montagne sino dalla primitiva emersione escluderebbe la
possibilità di una formazione epeirogenica unita e di una rete di
canali ininterrotta. Comunque anche dato che per la terra la
evoluzione dei continenti tolga il suo inizio da uno stadio
ancor più avanzato di quello in cui si trova attualmente il pia¬
neta Marte, si può sempre ammettere che nei periodi geologici
antichissimi (ad esempio nel paleozoico durante la grande emer¬
sione in cui le terre emerse si suddivisero in due sole masse
continentali : boreale ed australe) estese zone, come la grande
pianura Eurasica, abbiano riprodotto condizioni se non identiche,
almeno molto vicine alle condizioni marziane.
I diversi stadii evolutivi del sistema idrografico non sono
tra loro separati da momenti ben netti e definiti, ma dall’ima
condizione si passa gradualmente nell’altra quanto più le for¬
mazioni orogeniche si sviluppano e sovrappongono alle primi¬
tive formazioni epeirogeniche.
Per l’ultima emersione possiamo già escludere « a priori »
la formazione di canali, così che il secondo stadio della evo¬
luzione idrografica (il fiume-canale) si estenderebbe dai pe¬
riodi geologici più antichi, probabilmente non oltre il secon¬
dario.
La presenza di penepiani mesozoici e terziari]', ove ancor si
rilevano nelle condizioni geo-tettoniche i resti di poderose ca¬
tene di montagne, disposti intorno a massicci cristallini cen¬
trali, parla di unità idrografiche « fiume » ben sviluppate e com¬
plete già anteriormente all’epoca terziaria.
Da quell’epoca alterne vicende di immersione ed emersione
e la comparsa delle orogeniche Alpidi, che in grandi festoni
si estesero a corrugare la superficie della terra, dall’Europa sino
all’Australia, il sovrapporsi di più cicli erosivi ora completi ora
l’evoluzione del sistema idrografico 117
interferenti, hanno contribuito a rendere sempre più complicate
le condizioni oro-idrografiche della crosta terrestre.
Può ora darsi che le attuali condizioni della rete idrogra¬
fica possano servire come indice dell’andamento di queste mol¬
teplici vicende?
In ogni corso di acqua possiamo distinguere:
A. — Le modalità della direzione, indipendentemente dalla
natura del profilo longitudinale, le quali si rilevano proiettandone
la traccia sopra un piano orizzontale (: rapporto orizzontale).
B. — Le condizioni del profilo longitudinale, indipenden¬
temente dalla direzione, le quali si rilevano riportandone la trac¬
cia sopra un piano verticale continuo (: rapporto verticale).
Rapporti orizzontali ( Horizoritale Gliederung). — Non vi è
alcuna ragione per credere che nel corso delle epoche geolo¬
giche la formazione delle pieghe si sia localizzata in determi¬
nati punti per subire spostamenti lenti e continui, in modo da
aggiungere successivamente nuove pieghe nella stessa direzione.
Sembra invece che le regioni che offrivano condizioni favore¬
voli alla formazione delle pieghe si contrassero improvvisa¬
mente, rendendo stabile e rigida la porzione prima mobile della
crosta terrestre.
Ma non siamo ancora in grado di specificare quali siano
queste speciali condizioni favorevoli. Eguale direzione di mon¬
tagne di eguale età è esclusa da numerosi fatti, comparsa di
montagne in zone epeirogeniche ed in punti che non stanno in
alcun rapporto con il contorno della terra emersa, nè con pre¬
cedenti formazioni orogeniche, è fatto quasi accertato.
Poi che le formazioni orogeniche sono completamente indi-
pendenti da quelle di carattere epeirogenico, ne deriva una na¬
turale indipendenza e talora anche un contrasto tra gli elementi
idrografici del nucleo centrale, prevalentemente montuoso, e
della zona costiera, prevalentemente pianeggiante.
Possiamo così distinguere in ogni corso d’acqua due parti
ben distinte, la traccia a monte e la traccia a valle.
Il ritmo progressivamente decrescente con cui le masse con¬
tinentali emergono ed immergono determina una certa immo¬
bilità della traccia a monte con rinnovati fenomeni di antece¬
denza, che in un con il maggiore sviluppo della superfìcie to-
118
G. AZZI
pografica «incatenano» la parte superiore del corso d’acqua
(meandri incassati).
La traccia a valle invece conserva una certa mobilità (mean¬
dri mobili), e può anche improvvisamente deviare il suo corso
per un valore angolare rilevantissimo.
L’angolo che la traccia di un fiume uscendo a valle descrive,
chiameremo «angolo di derivazione», il cui valore varia da 0°
a 90° a seconda che la direzione dei sistemi orogenici è più o
meno normale alla linea di costa. I valori del resto tendono
sempre più verso il 90° che il 0°, ciò che si spiega con il fatto
che, in generale, la comparsa dei sistemi montuosi segna pure
la traccia di nuovi crinali di displuvio dai quali i corsi d’acqua
tendono ad irradiare regolarmente verso il giro del l’ellissi che
circoscrive il sistema.
Se ad onta delle molteplici contrazioni della crosta terrestre
la regione litorale avesse conservato i suoi caratteri primitivi
(continuità e simmetria), la traccia a valle coinciderebbe con il
cammino più breve tra il punto di uscita dalla montagna ed il
luogo di sbocco nel mare. Ma come innanzi abbiamo veduto i
fenomeni orogenici interessano pure la zona costiera determi¬
nando numerose discontinuità topografiche per le quali non tutti
i punti della costa hanno eguale valore rispetto alle traccie
idrografiche che la attraversano. L’angolo che la traccia a valle
segna con la linea di distanza minima e che possiamo chia¬
mare « angolo di deviazione » è, in parte, indice di queste di¬
scontinuità.
Quando movimenti epeirogenici asimmetrici (determinati dalle
discontinuità litologiche e geo-tettoniche) invece di verificarsi
in una stessa direzione avvengono in punti successivamente di¬
versi, ne deriva invece di uno più angoli di deviazione, e quando
poi gli spostamenti del centro di oscillazione avvengono rispetto
ad un asse di simmetria secondo la traccia generale del corso
d’acqua, ne deriva, posto che qualunque movimento epeiroge-
nico tende ad attenuarsi dai periodi geologici più antichi, un
valore decrescente degli angoli di deviazione dal monte verso
il mare.
Sino ad ora noi abbiamo supposto un limite ben netto tra
zona montuosa e zona pianeggiante, ma sebbene la evoluzione
l’evoluzione del sistema idrografico
119
del rilievo (per ogni ciclo di erosione fluviale) tenda a questo
fine, non mancano i casi nei quali senza regola apparente le
zone pianeggianti alternano con quelle montuose. Supponiamo
un massiccio centrale circondato da ampia zona pianeggiante, ed
una sierra costiera che limita a monte una « pianura interca¬
lare». I fiumi legati ad un punto fisso di passaggio attraverso
le montagne della costa, daranno in detta pianura invece di
un possibile angolo (od angoli) di deviazione, un « arco di de¬
viazione immobile ».
120
G. AZZI
Nuove linee orogeniche interessano quindi di bel nuovo l’in¬
terposta pianura, e le discontinuità topografiche si estendono su
ogni punto della terra emersa così da eliminare la porzione
mobile a valle ed « incatenare » tutto il corso del fiume.
Possono questi dati idrografici essere indice delle molteplici
vicende telluriche di cui innanzi facemmo parola?
Consideriamo la rete idrografica della Russia meridionale:
quattro sono i fiumi principali : l’Ural ed il Volga che sboccano
nel Mar Caspio, il Don ed il Dnjeper che sboccano nel Mar
Nero. Colpisce a prima vista l’aspetto e la forma del loro corso;
la traccia ne può essere infatti suddivisa in tre parti: una a
monte (AB) ed una a mare (CD) tra di loro parallele, riunite dal
segmento mediano (BC) della traccia che taglia le altre due
quasi ad angolo retto (v. fig. 7).
Le due traccie parallele tendono rispettivamente verso la
depressione mediterranea e la depressione caspica. La traccia
mediana (BC) invece del Volga e del Don prolungate si con¬
tinuano reciprocamente nella traccia a mare del rimo e del¬
l’altro. Un piccolo spostamento non simmetrico della massa con¬
tinentale, l’emergere di una formazione orogenica, turbando l’e¬
quilibrio attuale potrebbe dunque determinare l’influenza del
Volga nel Mar Nero o viceversa del Don nel Mar Caspio (v.
fig. 7).
Ed è molto probabile che la direzione della traccia media
di entrambi i corsi ci rappresenti per l’appunto delle oscilla¬
zioni alternate in questo senso nelle epoche geologiche più an¬
tiche, rispetto ad un asse normale alla direzione della catena
del Caucaso. Se in questo caso, ove quasi i soli movimenti epei-
rogenici agiscono sulla crosta terrestre, il sistema idrografico
non può darci che assai scarse ed incerte indicazioni sulla loro
norma, le cose divengono assai più complicate negli altri casi,
la quasi totalità, ove i movimenti orogenici contribuiscono a
rendere sempre più complicata la topografia della terra.
Un fiume non rappresenta altro che una serie di punti nei
quali si verificano le condizioni topografiche più favorevoli al
passaggio delle acque.
Le forme del rilievo ripetono la loro origine da agenti endo¬
geni (movimenti epeirogenici ed orogenici), tra i quali non esiste
l’evoluzione del sistema idrografico
121
rapporto apparente, ed esterni : erosione, corrosione, abrasione.
Esse compaiono quindi in ogni luogo indipendentemente dalle
località finitime, e creano per ogni cerchio concentrico al peri¬
metro di una unità oro-idrografica una serie di punti special-
mente adatti al passaggio dell’acqua. Ma essi non sono sim¬
metrici (per la irregolare distribuzione dei fattori che determi¬
nano la evoluzione del rilievo) in un senso radiale; ne deriva
che le linee ottime di passaggio, dall’interno verso la costa,
possono segnare delle traccie più o meno sinuose.
Qualunque sia la loro ubicazione, i varii punti non hanno
valore morfologico o genetico diversi, sono due pendìi con o
senza piano interposto. Possono passare dall’un sistema (idro¬
grafico) ad un altro, scambiare il loro posto in infinite combi¬
nazioni a seconda che variano i rapporti degli elementi che ne
determinano la comparsa.
E lo stesso può dirsi delle diverse parti di un fiume: cia¬
scuna ha valore identico, in un punto qualsiasi possono avve¬
nire le anostomosi laterali (catture e pseudocatture), segmenti
di fiumi diversi possono in un dato momento fondersi in un
unico fiume.
Nei banchi argillo-sabbiosi rimasti allo scoperto dopo le
piene nel letto dei torrenti, ci si offrono su piccola scala esempi
interessanti ed istruttivi di quanto sino ad ora venimmo espo¬
nendo.
La superficie di queste masse alluvionali invece che a pen¬
denza uniforme e continua si mostra frequentemente interrotta
da brevi e marcate rotture di profilo secondo linee subseguenti
e conseguenti. Ed è soltanto in quei punti che l’elemento to¬
pografico (pendenza) permette il manifestarsi della erosione ri¬
montante con la comparsa di molti elementi fluviali in serie,
completamente separati gli uni dagli altri.
In condizioni favorevoli (quantità sufficiente d’acqua) questi
elementi possono fondersi e riunirsi in senso radiale in un
piccolo rigagnolo scomponibile a sua volta senza alcuna regola,
quando corsi finitimi ne deviino una parte della traccia.
Poiché i fattori che determinano la evoluzione del rilievo
e dei contorni delle terre emerse nel tempo non sono fra di
loro legati da alcun rapporto costante, e poi che inoltre gli eie-
122
GL AZZI
menti vallivi e fluviali non possono riunirsi in delle vere unità
morfologiche di grado più elevato e non scomponibili nei loro
elementi, ne deriva che le disposizioni della rete idrografica non
sono in grado di servire come indice delle successive trasforma¬
zioni telluriche.
Rappokto verticale. — Tutte le porzioni della superficie to¬
pografica poste al di sopra dei piani dei 3° grado su cui giac¬
ciono le iperboli profilo di equilibrio dei corsi d’acqua, sono
destinate a scomparire nel processo della evoluzione del rilievo.
Questa procede tanto più rapida quanto maggiore è la forza
dell’agente modellatore (massa d’acqua in funzione della pen¬
denza) e minore la resistenza. L’ineguale distribuzione dei fat¬
tori topografici (pendenza), litologici e geotettonici in una unità
oro-idrografica spiega le condizioni del suo rilievo in un de¬
terminato momento della evoluzione, la quale si compie con di¬
versa rapidità anche in punti simmetricamente disposti.
Si distinguono i tre stadii : della giovinezza, della maturità
e della senilità.
\
E soprattutto nel periodo della giovinezza che l’erosione
mette in maggiore evidenza le disposizioni geo-tettoniche e la
natura litologica dei terreni che essa evolve: vediamo così come
i bacini collettori in terreni impermeabili, ad esempio argille,
assumano l’aspetto caratteristico di veri crateri ad imbuto, dal
cui centro diramano verso il bordo superiore numerose gole tra
loro separate da creste aguzze e franose; in terreni permeabili
invece, ad es. calcari, vediamo dal fondo pianeggiante levarsi
tutto attorno mura ciclopiche liscie e quasi verticali, serrate in
un bacino di forma poligonale.
Nel periodo della senilità invece è assai difficile distinguere
tipi speciali di penepiano per ogni genere di roccia, poiché
ogni forma necessariamente si attenua dalla giovinezza verso la
senilità.
Quale è ora la geo-forma elementare che l’uno e l’altro stadio
caratterizza?
Nella giovinezza predomina la seconda forma elementare il
« pendio » nel quale ogni corpo tende per forza di gravità a
spostarsi in basso e basta che un qualsiasi fattore meteorolo¬
gico o di erosione, od un improvviso sconvolgimento tellurico,
l’evoluzione del sistema idrografico 123
tolgano agli elementi del massiccio la loro coesione, perchè parte
del materiale così sciolto precipiti ai piedi della pendice a di¬
minuirne la pendenza media totale. Nella senilità invece pre¬
domina la prima forma elementare, « il piano » nel quale gli ele¬
menti degradati restano immobili nel terreno, nè possono subire
ulteriori spostamenti in senso orizzontale.
Giunti a questo punto non ci pare fuori luogo accennare
ad un’altra forma elementare; un «piano» anche questo, come
la prima, ma ben diverso da quella per il suo valore geomor-
fogenetico. Intendiamo parlare della superficie topografica pri¬
mitiva (di prima emersione), costituita essa pure da una serie
di piani e di semipiani come il penepiano; ma mentre que¬
st’ultimo ci rappresenta l’estremo gradino della evoluzione, la
superficie topografica primitiva è ancora evolubile e trasforma¬
bile per la durata di tutto un ciclo di erosione fluviale.
Proponiamo di chiamare l’uno e l’altro rispettivamente
« piano generatore » e « piano terminale », tra queste due forme
elementari trovando in ordine il suo posto la seconda forma ele¬
mentare, « la pendice » che con il suo graduale sviluppo deter¬
mina la evoluzione del rilievo.
Tre diverse unità idrografiche collaborano alla circolazione
dell’acqua alla superficie delle terre emerse: canale, fiume-ca¬
nale, fiume; ed a ciascuna di esse corrispondono diversi tipi
di aggruppamento topografico.
а) II canale. — In topografìa epeirogenica, ove i « piani
terminali » e gli eventuali « piani generatori » sono separati
da brevissime « pendici ». In senso verticale si sviluppano solo
negativamente, cioè al di sotto del piano avvolgente esterno,
le fratture.
б) Il fiume-canale. — 1° in zona epeirogenica, quando il
dislivello tra « piani terminali » e « piani generatori » sia no¬
tevole, si nota sul bordo dei canali la tendenza allo istituirsi
di una superficie a pendenza intermedia (rispetto alla pendenza
del versante della frattura e della primitiva superficie di
emersione), su cui si abbozzano i bacini collettori di torrenti.
2° in regione epeirogenica già interessata dal fenomeno oro¬
genico che tende a limitare la porzione «canale», e ad au¬
mentare la porzione « fiume ».
124
G. AZZI
Possiamo dunque distinguere questa unità idrografica in due
parti: una immutabile, « il canale» ed una evolubile che con¬
tinuamente si accresce, « il fiume ». Come in istadio ultimo della
evoluzione le porzioni intercalari dei canali scompaiono, e le
parti « fiume » prima separate si riuniscono in una unità idro¬
grafica nuova, il fiume (v. fig. 6).
c) Fiume. — Il fiume in zona ove le formazioni orogeniche
vanno sempre più complicando la topografia e sostituendosi alle
epeirogeniche; la evoluzione è caratterizzata dallo sviluppo cre¬
scente del « braccio incatenato » (1° stadio) rispetto al « braccio
libero » ; con finale scomparsa dei bracci divaganti (2° stadio)
e fusione delle porzioni fisse, eventualmente separate nei primi
stadii della evoluzione, con la scomparsa delle pianure inter¬
calari (3° stadio).
11 valore della 2n forma elementare « pendice » rispetto alle
altre due, « piano generatore » e « piano terminale » aumenta,
raggiungendo più elevata espressione che non nei casi precedenti.
Quanto maggiori quindi saranno il dislivello tra le origini
(presso il piano generatore) e le foci (sul piano terminale) e la
massa delle acque, tanto più spiccata sarà la formazione flu¬
viale, quindi più rapida la evoluzione del rilievo.
I tre stadii della giovinezza (tt), maturità ( b ) e senilità (c)
sono per la durata di un ciclo erosivo caratterizzati da :
I. (a) Sviluppo eccessivo del canale di scolo rispetto al bacino
collettore: del piano terminale rispetto alla pendice che lo rac¬
corda al «piano generatore»; ( b ) scomparsa dei bacini collet¬
tori ; (c) fusione di elementi prima separati (con cattura).
II. {ci) Sviluppo delle porzioni a pendenza media a svan¬
taggio di quelle a pendenza troppo piccola o troppo forte, con
scomparsa graduale dei piani di alluvione, delle rapide, delle
cateratte ; (6 ) scomparsa totale delle superfici a troppo forte
pendenza; ( c ) fusione delle porzioni a pendenza intermedia con
raggiungimento del profilo di equilibrio.
Alle condizioni a e a' corrisponde il « torrente » ; alle con¬
dizioni beh' il « fiume propriamente detto » ; alle condizioni
c e c la « rete idrografica ». Nei rapporti in senso verticale
quindi, come era da attendersi, le disposizioni fluviali possono
darci una idea ben netta sullo stadio di evoluzione del rilievo.
l’evoluzione del sistema idrografico
125
Come possono variare i rapporti di equilibrio idrotopo-
grafjco. — La traccia di un corso d’acqua istituitasi secondo
una serie di « punti di passaggio » segna pure l’esistenza di una
massa continua di liquido in moto dalle origini verso la foce,
dotata di proprietà indipendenti («idrologiche») talora anzi
contrastanti con le condizioni topografiche. La direzione di un
fiume segna adunque l’equilibrio degli elementi topografici ed
idrologici in quella determinata località.
1. ° Un fiume tende ad essere simmetrico in ogni sua parte
rispetto al piano di deviazione del filone, condizione che si ve¬
rificherà tanto più nettamente:
а) quanto più ingente ne è la portata, elemento che gli per¬
mette di superare gli ostacoli topografici (pendenza);
б) quanto più uniformi sono le condizioni topografiche, lito¬
logiche e geo-tettoniche al di qua e al di là del thalweg (resi¬
stenze uniformi).
2. ° Un fiume tende a seguire la via più breve per giungere
al mare, e tanto meglio riesce nel suo intento:
a) quanto meno la superficie topografica è accidentata;
b) quanto maggiore è il numero delle pendici con inclina¬
zione verso il mare;
c) quanto maggiore è la loro pendenza;
cl) quanto maggiore è la portata del fiume ed il dislivello
tra le origini e la foce, elementi che ne innalzano l’autonomia
permettendogli di superare gli ostacoli di indole topografica.
La traccia reale (la serie radiale dei punti di passaggio) e
la linea di distanza minima tra il punto di uscita a valle e lo
sbocco nel mare, sono separate da « discontinuità » più o meno
forti (da forme elementari « pendice » più o meno inclinate).
La portata dei fiumi non costituisce un valore costante; amo-
menti di crisi meteoriche (forti acquazzoni prolungati, sciogli¬
mento rapido delle nevi) corrispondono piene improvvise, le quali
d’un tratto magnificano l’azione del fiume, elevandone il grado
di autonomia. Può allora darsi benissimo che detto corso cambi
direzione, e, superando per maggior forza acquisita le contrarie
pendenze, segua altra traccia ove gli elementi topografici sono
meno favorevoli al passaggio dell’acqua ma che ha d’altra
126
G. AZZI
parte il vantaggio di diminuire notevolmente il cammino verso
il mare. Questo mutamento poi, a seconda delle condizioni di
equilibrio tra i due fattori, può talora acquistare carattere di
. Alveo asciutto attualmente, attivo qualche volta, nell’epoca di grandi piene.
stabilità, derivata dalle mutate condizioni topografiche per gli
effetti della piena : asportazione di lembi di superficie topogra¬
fica primitiva, accumolo di materiale detritico in certi punti, ecc.
l’evoluzione del sistema idrografico
127
In queste oscillazioni del braccio a valle può pure verifi¬
carsi il seguente caso interessantissimo : la traccia deviando può
venire ad intersecare la traccia di un fiume finitimo, verifican¬
dosi una speciale condizione che possiamo definire « pseudo-
cattura » per distinguerla dai fenomeni di cattura veri e propri i..
In questi infatti noi abbiamo che una unità idrografica svi¬
luppando per condizioni topografiche, geologiche e meteorolo¬
giche locali, più rapidamente il suo bacino di quello che non
10 faccia una unità vicina, ne devia alcuni degli affluenti estremi
nel proprio bacino, creando condizioni topografiche nuove.
Nel fenomeno di pseudocattura invece è il corso catturato
che si riversa, avendo acquisito una maggiore autonomia, nel
braccio a valle del fiume catturante, il quale coincide con la linea
di distanza minima per giungere al mare.
I fenomeni di cattura caratterizzano il segmento a monte,,
quelli di pseudocattura il segmento a valle di una unità idro¬
grafica.
Di questi fatti abbiamo un esempio chiaro ed istruttivo nelle
condizioni del fiume Hwang-Ho.
Possiamo distinguere in quattro parti il corso di questo
fiume:
a) «porzione incatenata» a monte: dall’origine sino all’u¬
scita dalle montagne Richthofen. La traccia comprende due parti
distinte: la iniziale, secondo la direzione delle anticlinali; 2a ter¬
minale, più o meno normale alla direzione dei sistemi montuosi.
L’angolo che fanno le due traccie ha valore di « angolo di de¬
rivazione primitivo »;
b) le montagne del San-Sci e del Cin-ngan generalmente
parallele alla linea di costa e quasi normali alla direzione dei
rilievi del Kuèn-lun danno alla regione pianeggiante interposta
11 carattere di pianura intercalare. In essa il Hwang-Ho descrive
un ampio «arco di derivazione»;
c) traccia compresa tra le montagne della Sierra costiera
(Scian-Scì) ;
d) traccia a valle: dalle montagne dello Scian-Scì fino al
mare.
La porzione compresa tra queste montagne ha una direzione
quasi esattamente normale alla linea di costa. Al punto di
128
G. AZZI
uscita nella pianura, il prolungamento di questa traccia porte¬
rebbe il Hwang-Hó ad attraversare la penisola montuosa dello
Sciàn-tùng. Restano allora due vie possibili perii passaggio del
fiume: una a nord, diretta al Golfo dello Tcliili, e l’altra al sud
attraverso il Kiang-Su. La traccia al nord ci rappresenta l’equi¬
librio rotto in senso topografico con la scelta di un cammino
più lungo per giungere al mare. La traccia verso il sud invece ci
rappresenta il sopravvento del fattore idrologico: ed è questa
infatti la via che il Hwang-Hò segue nei periodi di grandi
piene, quando l’ingente portata, elevandone l’autonomia, gli per¬
mette di defluire direttamente nel mare, forzando gli ostacoli di
carattere topografico (v. fig. 8).
Sguardo riassuntivo generale. — l.° Nella sua classifica¬
zione il Penck ha tralasciato una forma elementare ben impor¬
tante e distinta: il «crepaccio» ( Kluft ): due pendici contrap¬
poste ad inclinazione contraria, e quale viene in ordine imme¬
diatamente prima della « valle » : due pendici contrapposte riu¬
nite da un piano mediale.
Se nella prima metà del secolo scorso e nella seconda del
secolo XVIII si diede, per spiegare l’origine delle valli, impor
tanza esclusiva alle cause endogene, le linee di fratturazione
della crosta terrestre, nella seconda metà del secolo XIX, ridu
cendo le formazioni vallive ad un semplice fenomeno di ero¬
sione fluviale, si cadde nell’estremo opposto esagerando il signi¬
ficato geo-morfogenetico degli agenti esteriori.
In realtà alla comparsa delle valli contribuiscono l’uno e
l’altro gruppo di fattori; la frattura come elemento « direttivo »,
la erosione come elemento « completivo ». Il modo stesso della
evoluzione del rilievo, che tende ad ampliare la superficie del
letto, giustifica la presenza di una frattura iniziale, come primo
gradino nel processo della formazione valliva. Lungo un cre¬
paccio si verificano infatti le condizioni topografiche più favo¬
revoli che segnano la traccia alla erosione fluviale: abbiamo
due pareti contrapposte che localizzano nettamente sul fondo
del thalweg l’azione erosiva, e parallelamente al medesimo, in
alto, due linee lungo le quali si intersecano più o meno ad an¬
goli retti i piani versanti e la superficie topografica primitiva
e dove particolarmente si localizza l’azione idrologica con ten-
l’evoluzione del sistema idrografico
129
denza a formare (creare) ima superficie ad inclinazione inter¬
media, su cui si abbozzano numerosi elementi torrentizi.
Tanto dal punto di vista morfologico quindi quanto dal
punto di vista genetico la frattura ha piena ragione di esistere
come forma elementare indipendente e quale rappresenta pure
il luogo di passaggio dalla superficie piana ed unita, alla valle.
2.° Le fratture primitive originatesi, per i grandi movimenti
di emersione della crosta terrestre, ci danno formazioni e di¬
sposizioni tanto più semplici e nette quanto maggiormente pre¬
domina la topografia epeirogenica. Limitate quindi nella attua¬
lità alla breve serie di crepacci che diramano dai bacini col¬
lettori, esse si affermano nella geo-morfologia generale quanto
più addietro si sale nella storia della terra: e Marte, con tutta
verosimiglianza, ci dà nel complesso dei suoi canali che con
regolare norma interessano le uniformi masse continentali, una
immagine fedele del paesaggio terrestre antico al primo emergere
delle formazioni a stratificazione primordiale.
Il canale così come è istituito nelle fratture, geo-forme ne¬
gative perchè sviluppatesi al disotto del piano avvolgente esterno,
ci rappresenta una unità distinta, primo stadio della evoluzione
idrografica, che tende, nelle rinnovate manifestazioni orogeniche,
ad affermare nel corso del tempo una unità nuova : il fiume,
con traccia compresa e limitata dalle numerose discordanze to¬
pografiche di carattere positivo. Queste formazioni (canali) dif¬
feriscono essenzialmente dai fiumi ; mentre infatti questi ultimi
sviluppando il loro bacino forzano la più gran massa possibile
di acqua caduta dentro il loro corso ed evolvono il rilievo della
regione facendo scomparire gradualmente la superficie topogra¬
fica primitiva, nei canali invece che costituiscono dei complessi
non modificabili è l’acqua che circolando forza il suo passaggio
nei luoghi specialmente favorevoli al suo efflusso verso il mare
(questi luoghi essendo dati appunto dai canali).
Sul bordo dei canali si accennano, come abbiamo visto, ab¬
bozzi di altrettanti torrenti e la parte superiore stessa del ca¬
nale, quando il suo fondo sia stato sollevato al disopra del pe¬
nepiano o elevato dagli scoscendimenti, può divenire traccia di
un thahveg torrentizio. Ci troviamo quindi di fronte ad una
unità idrografica nuova, il fiume-canale, costituito da due por-
9
130
G. AZZI
zioni ben nette: il canale e la porzione fluviale. Il canale resta
ben distinto e non può essere considerato nè come insenatura
marina in quanto esso serve in realtà al trasporto dei materiali
della erosione torrentizia ed ha funzione di canale di effluvio,
nè come canale di effluvio propriamente detto perchè formatosi
senza il concorso dell’azione erosiva. Il rapporto tra i due ele¬
menti costitutivi è variabile, e quanto più le formazioni oroge¬
niche entrano a complicare l’apparato epeirogenico tanto più si
accresce la parte fluviale, sino a che da ultimo gli interposti
segmenti canalizi o scompaiono, o divengono porzione integrante
delle formazioni vallive.
Possiamo dunque distinguere tre stadii nella evoluzione del
sistema idrografico: a ) il canale, b) il fiume-canale, c) il fiume.
3.° La traccia di un corso di acqua istituitasi secondo una
serie di « punti di passaggio » (in senso topografico), segna
pure l’esistenza di una massa continua di liquido in moto dalle
origini verso la foce, massa dotata di proprietà indipendenti, ta¬
lora anzi contrastanti con le condizioni topografiche. La dire¬
zione di un fiume segna adunque l’equilibrio degli elementi topo¬
grafici (pendenza) ed idrologici (massa e velocità) in un deter¬
minato luogo. Un fiume tende a seguire la via più breve per
giungere al mare, e tanto meglio riesce nel suo intento quanto
maggiore è il numero e la inclinazione delle pendici verso il
mare e più elevata la sua portata.
La traccia reale (la serie radiale de’ punti di passaggio)
e la linea di distanza minima tra il punto di uscita a valle
e lo sbocco nel mare, sono separate da discontinuità più o meno
forti. La portata dei fiumi non costituisce un valore costante;
a momenti di crisi meteoriche, corrispondono piene improvvise,
le quali d’un tratto magnificano l’azione della massa acquea ele¬
vandone l’autonomia. Può allora darsi benissimo che il corso
cambi di direzione e, superando per maggior forza acquisita le
contrarie pendenze, segua altra traccia, ove gli elementi topo¬
grafici sono meno favorevoli al passaggio dell’acqua, ma che
d’altra parte ha il vantaggio di diminuire notevolmente il cam¬
mino verso il mare.
[ms. pres. 31 marzo - ult. bozze 20 giugno 1912 J.
LAGENINE TERZIARIE ITALIANE
Nota del dott. A. Silvestri
L’egregio consocio e distinto rizopodista piemontese, profes¬
sore don Ermanno Dervieux, nella sua Revisione delle Lagene
terziarie piemontesi \ dopo aver esposto come, dall’esame dei
tipi custoditi nella collezione del cav. Luigi Di Rovasenda, la
Lagena ornata 1 2, e la Lagena acicula Reuss, segnate nel 1878
da Theodor Fuchs tra i fossili dell’argilla turchina del giardino
del Di Rovasenda stesso, a Sciolze presso Torino 3, attribuita al
miocene medio elveziano 4, sieno da identificarsi rispettivamente
con la Nodosaria radicala (Linné) e con la Nodosaria pyrula
D’Orbigny 5, e dopo aver riprodotto l’elenco che segue, inse¬
rito dall’illustre geologo prof. cav. Federico Sacco, nel proprio
Catalogo paleontologico del Bacino terziario del Piemonte, pub¬
blicato nel 1889 e 1890 6,
« 410. Lagena ornata . Elveziano
» 411. » acicula
Reuss . Elveziano
1 N. 9 dell’annessa Bibliografia (v. a pag. 176 e seg.).
2 Ha accertato il Dervieux, sempre mediante l’esame di cui sopra
(n. 9 della Bibliografia, pag. 6751, che il nome originale di questa specie
non fu ben letto dal Fuchs, dalla scheda manoscritta del Di Rovasenda
unita al fossile, dov’era ed è segnato: Lagena ovata e non Lagena or¬
nata ■ e difatti la specie in questione, per la verifica fatta dal Dervieux
medesimo, resulta priva d’ornamenti. L’autore di essa devesi considerare
il Di Rovasenda.
3 N. 22 della Bibliografia, pag. 472.
4 N. 33 idem, pag. 302, nn. 410 e 411.
5 N. 9 idem, pag. 674 e 675.
6 N. 33 e 34 idem.
A. SILVESTRI
132
» 412. »
» 413. »
» 414. »
» 415. »
» 416. »
» 417. »
» 418. »
» 419. »
striata
D’Orb. . . Piacenziano-Tortoniano?
silicata
Walk. e Iac. Piacenziano
castrensis
Schw. . . Piacenziano
hispida
Renss. . . Piacenziano-Tortoniano?
hexagona
Will. . . Piacenziano-Tortoniano?
laevis
Moni, e var. Piacenziano-Tortoniano-Elveziano
orbignyana
Seg. . . . Piacenziano-Tortoniano?
globosa
Walk. . . Piacenziano » *,
è venuto a dichiarare che : « Di tutte le sopra elencate specie,
fatta eccezione per la L. laevis Mont., non so quali possano
con fondamento rimanere nell’elenco delle specie fossili piemon¬
tesi, perchè attualmente sono rarissimi gli esemplari delle col¬
lezioni, che seriamente studiati possano determinarsi [s&c] al
genere Lagena , e ciò specialmente perchè per la loro grande
piccolezza e per la loro grandissima fragilità (tanto più per le
forme levigate) difficilmente si possono separare dalle roccie.
Mentre per altra parte le marne elveziane e tortoniane e spe¬
cialmente il tripoli da me scoperto a Marmorito (Alessandria) 1 2
devono contenere certamente le numerose specie trovate altrove
in questi orizzonti » 3.
L’affermazione riferita è di carattere, dirò così, demolitore,
per le Lagenine piemontesi segnalate dagli autori, elencate dal
Sacco, eccettuatane, come s’è visto, la Lagena laevis Montagli :
ben poca cosa ! Giacché lo posso, grazie alla cortesia del prelodato
1 N. 33 della Bibliografia, pag. 302 e 303.
2 Per questo tripoli vedansi le pubblicazioni di cui ai nn. 8, 44 (pa¬
gina 206), 45 (pag. 7 ed 11) e 47 (pag. 166) della Bibliografia.
3 N. 9 della Bibliografia, pag. 675 e 676.
LAGENINE TERZIARIE ITALIANE
130
prof. Dervieux, del prof. Carlo Fabrizio Parona, del prof. Pietro
Lodovico Prever e del cav. Luigi Di Rovasenda, tutti i quali
mi favorirono materiali da studio, di cui li ringrazio di nuovo
sentitamente, con la presente comunicazione tenterò di rico¬
struire un po’ di storia alle Lagenine terziarie del Piemonte,
illustrandone talune delle diverse che ho già studiate; con l’in¬
tenzione di farne poi conoscere altre quando troverò il tempo
di riordinare altri appunti, e di mettere in pulito nuovi disegni.
Essendomela trovata pronta, vi unisco pure l’illustrazione di
certe Lagenine siciliane, finora inedite per le località da cui
provengono.
Di Lagenine del Piemonte, a dire il vero, ne avevo già
descritta una sotto il nome di Lagena ventricosa n. s., che ri¬
produssi poi anche mediante cinque figure, ed è strano essa sia
sfuggita al Dervieux, sia perchè la descrizione e le figure accen¬
nate comparvero nel 1903 negli Atti della R. Accademia delle
Scienze di Torino *, sia pure perchè trovai non rara detta Lagena
proprio in quel tale tripoli a Rizopodi reticolari, Radiolarì e
Diatomee di Marmorito, da assegnarsi a mio parere 1 2, che fu
poi condiviso dal prof. Dervieux 3, scopritore della roccia, al
tortoniano. E questa circostanza che mi ha indotto ad un accenno
a detta Lagena a carte 160 del presente scritto, trattandosi di
forma d’eccezionale importanza — e fu per ciò che m’indussi
ad interessarmene per la prima — ne’ suoi rapporti con le Elis-
soforme, cioè con la Ellipsoidina elìipsoides G. Seguenza e le
forme che ne derivano.
*
* *
Sotto il nome di Lagenine comprendo i rappresentanti della
sottofamiglia Lageninae Brady 4 — famiglia Lagenidae Brady 5 6,
sottordine Orthostili Kemna '' — caratterizzata dall’avere il pla-
1 N. 45 della Bibliografia, pag. 11 e 12, fig. 6«-6e di pag. 11.
2 N. 44 idem, pag. 207.
3 N. 8 idem, pag. 381.
4 N. 2 idem, pag. 69 e 440.
5 N. 2 idem, pag. 69 e 439.
6 N. 26 idem, pag. lxxii.
134
A. SILVESTRI
smostraco calcareo non porcellanico, costituito d’un sol segmento
racchiudente una cavità unica. Nella sottofamiglia indicata distin¬
guo i due generi Lagena Walker e Boys (etnend.), dal plasmostraco
a lati raccordantisi nella sezione trasversale, e Fissurina Reuss
(, emcnd .), con plasmostraco presentante tale sezione a lati non
raccordantisi; ciascuno dei quali generi a sua volta suddistinguo
nelle sezioni asolenica, ectosolenica, disolenica ed entosolenica,
a seconda della mancanza o presenza nelle loro forme d’un tubo
o sifone, che negli ultimi tre casi si può presentare unico ed
esterno, doppio, esterno ed interno, oppure unico ed interno.
È probabile che lo studio delle Lagenine, qualora accura¬
tamente eseguito, sia per acquistare dimolta importanza dal
punto di vista della filogenesi di certi gruppi tassinomici dei
Rizopodi reticolari ; importanza che potrebbe anche riflettersi
nel campo della geologia. Nei riguardi di questa è da notare
che le loro forme, in generale da ritenersi pelagiche, son tanto
plastiche da modificarsi coi più piccoli cambiamenti dell’am¬
biente di vita, ma che la portata delle modificazioni avvenute
e che avvengono resta ancora da valutarsi, nel senso d’appu¬
rare se essa sia stratigrafica, cioè interessi il tempo, o non piut¬
tosto geografica, e cioè concernente lo spazio; nella quale ul¬
tima ipotesi le modificazioni accennate potrebbero giovar forse
a distinguere particolari facies nei vari piani e sottopiani, ma
non direttamente sarebbero utili pel riconoscimento di questi.
Del tempo occorrerà avanti che la questione possa esser risolta,
poche, anzi pochissime essendo fin qui le osservazioni degli
autori sulle Lagenine, le quali non abbiano carattere superfi¬
ciale, laonde grande imprudenza sarebbe quella di giovarsene
per trarne resultati di massima: occorre prima procedere a delle
verifiche, ed approfondire ed estendere maggiormente le indagini.
Sarò lieto se col presente studio mi sarà dato far procedere
d’un piccolo passo detta questione verso la meta, sebbene nei
confronti e nelle deduzioni, con e da forme già rese note dagli
autori, pel motivo addotto, abbia dovuto tenermi nei limiti più
ristretti, nel timore di confondere quanto invece richiede d’esser
distinto.
LAGENINE TERZIARIE ITALIANE
135
*
Genere Lagena Walker e Boys ( emend .) l.
Serpillo, ( Lagena ) Walker e Boys, 1784; in G. Walker: Testacea minata
rariora, pag. 3.
Sezione asolenica :
1. Lagena crassitesta n. sp.
(Fig. 1, 2 e 3).
Plasmostraco globoso (fig. 1 e 2) un po’ compresso (fig. 2),
di color biancastro-bruniccio ; alla superficie leggermente incro¬
stato di carbonato di calcio, che ne ottura anche l’orifizio. La
Fig. 1. Lagena crassitesta n. sp. ; faccia X 37.
» 2. Idem ; lato superiore X 37.
» 3. Idem; sezione principale X 46.
sezione principale, ossia secondo il piano di simmetria (fig. 3),
fa osservare una cavità semplice ripetente la forma esterna,
1 Sul nome degli autori di questo genere si è fatta una questione,
nella quale, avendone trattato esaurientemente Jones, Parker e Brady
(n. 25 della Bibliografia, annotazione in calce a pag. 28), mi risparmio
d’entrare.
136
A. SILVESTRI
piena di calcite, limitata da parete molto spessa costituita di cal¬
care fibroso, corrosa nella parte inferiore, e dotata d’orifizio bila¬
biato di forma allungata, nel senso del maggior diametro trasversale
del nicchio, e probabilmente ovale; orifizio privo affatto di sifone.
L’unico esemplare esaminato di questa nuova specie, il quale
deriva dalla marna giallo-brunastra terrosa eocenica luteziana 1 2
della Villa Lard presso Gassino (Torino), ha per dimensione mas¬
sima quella di 0,58 mm.
Che esso sia da riferirsi al genere Lagena sembrami indubbio
pel complesso dei caratteri che presenta, d’altronde forme si¬
mili erano già state rese note dagli autori, come p. es. quella
detta daH’Ehrenberg Miliola spliaeroidea 2 e proveniente dal
luteziano dell’Egitto; certamente però non è da confondersi con
la Lagena globosa (Montagli) 3 entosolenica e dalle pareti sot¬
tili. Se mai, qualora fosse stata provveduta di sifone interno,
avrebbe potuto assegnarsi alla Lagena Stewartii Wright 4, isti¬
tuita sopra individui frequenti nelle argille quaternarie di estua¬
rio, di Magheramorne nel nord-est dellTrlanda; e se fornita di
carena, avrebbe potuto considerarsi quale varietà arrotondata
della Fissurina solida G. Seguenza 5, fondata sopra esemplari
del pliocene, zona zancleana, contenuti nelle marne bianche o
giallastre di Scoppo, Scirpi, Gravitelli, Rometta e S. Filippo,
nel Messinese.
2. Lagena Dervieuxi n. sp.
(Fig. 4, 5, 6, 7 ed 8).
Plasmostraco globoso (fig. 4, 5 e 7), compresso (fig. 5 e 7),
ma più dal lato superiore che dall’inferiore (fig. 7), un po’ storto
(fig. 4), bianco, dalla superficie spulita ed ornata di costicine
1 Secondo il dott. P. L. Prever: I terreni nummulitici di Gassino e
di Biarritz, Atti R. Acc. Se. Torino, voi. XLI, 1906; pag. 11 estr.
2 1854; Mikrogeologie, tav. XXIII, fig. 1.
3 Vermiculum globosum (Walker e Boys). Montagli, 1803; Testac. Brit.,
pag. 523.
4 1911; Proceed. Belfast Nat. Field Club (1910-1911), voi. II, Ap¬
pendi n. 2, pag. 12, tav. II, fig. 8 a-b.
5 1862; Descr. Forarti, monotal. Marne mioc. Messina, parte 2a, pa¬
gina 56, n. 1, tav. I, fig. 42.
LAGENINE terziarie italiane
137
appena accennate. Presenta due orifìzi, uno superiore (fig. 5)
od orale, ovale, posto sn d’un leggiero rilievo (fig. 7), e l’altro
inferiore od aborale (fig. 6), leggerissi inamente rilevato e quasi
circolare.
Fio. 4. Lagena Dervieuxi n. sp. ; faccia X HO.
» 5. Idem ; lato superiore X HO.
» 6. Idem ; terminazione aborale X HO.
» 7. Idem; fianco X HO.
» 8. Idem; sezione principale X HO.
» 9. Lagena striata (D'Orbigny) ; faccia X 120.
» 10. Idem; sezione principale X 120.
Il suo interno è semplicissimo, mancando affatto i due no¬
minati orifizi di qualsiasi prolungamento (fig. 8), e ripete la
configurazione esterna.
La fig. 5 mostra che le due costicine più centrali di cia¬
scuna faccia, si riuniscono in alto, venendone a costituire così
una sola per parte, limitante uno specchio liscio, e se ciò non
138
A. SILVESTRI
si apprezza nella fig. 4, il motivo ne va indubbiamente attri¬
buito al loro debole rilievo, pel quale il loro prolungamento
scompare alla luce normale, ossia a 45°.
La Lagena descritta è lunga 0,36 mm. ; l’ho rinvenuta rara
nel tripoli bianco-giallastro, tortoniano, a Radiolarì e Diatomee
di Marmorito (Alessandria), favoritomi in esame nel 1902 dal
prof, don Ermanno Dervieux, cui mi è oggi gradito poterla de¬
dicare. Offre una lontana somiglianza con la Lagena corna -
biensis Millett *, del pliocene di St. Erth in Inghilterra, che
però è entosolenica ed ha una doppia carena centrale inferiore ;
pel quale ultimo carattere essa ha poi l’abito di Fissurina. La
mia forma si approssima poi maggiormente alla Lagena va¬
riata Brady 2, da cui, apparentemente almeno, differisce, per
aver quest’ultima la superficie verrucosa anziché costolata, e la
figura e la compressione più irregolari.
Sezione ectosolenica:
3. Lagena striata (D’Orbigny).
(Fig. 9 e 10).
Oolina striata D’Orbigny, 1839; Voyage Ame'r. Mérid., voi. V, parte 5R
« F or amini fères », pag. 21, n. 8, tav. V, fig. 12.
Lagena substriata Williamson, 1840; Ann. and Mag. Nat. Hist., ser. 2a,
voi. I, pag. 15, tav. I, fig. 12.
Oolina Haidingeri Czjzek, 1848; Naturwiss. Abhandl. v. Haidinger, voi. II,
pag. 138, tav. XII, fig. 1-2. Pictet, 1857 ; Traité Paléont.,
ediz. 2a, voi. IY, pag. 483.
Ondina sicula Ehrenberg, 1854; Mikrogeologie, tav. XXVI, fig. 1.
Phialina piriformis Costa, 1856; Atti Acc. Pontaniana, voi. VII, parte 1 a,
pag. 123, n. 1, tav. XI, fig. 6: a, A; fig. 10: a, A.
Lagena vulgaris Williamson, var. substriata Williamson, 1858; Becent
Foravi. Great Britain, pag. 7, tav. I, fig. 14.
Lagena tubulìfera Reuss, 1858; Zeitschr. deutsch. geol. Gesellsch., pag. 434.
Lagena gracilicosta, Heuss, 1858 ; Zeitschr. deutsch. geol. gesellsch., pag. 434.
Reuss, 1862 ; Sitzungsb. k. Ak. Wiss. Wien, math.-naturw.
Gl., voi. XLVI, fase. 1°, pag. 327, n. 15, tav. Ili, fig. 42 e 43.
1 1894; Trans. R. Cornwall Geol. Soc., pag. 3 estr., tavola, n. 4 a-b.
• 1884; Beport Challenger, Zoologi/, voi. IX, pag. 401, tav. LXI, fig. 1.
LAGENINE TERZIARIE ITALIANE 139
Phialina Haidingeri Czjzek. G. Seguenza, 1862; Descriz. Forum, monotal.
Marne mioc. Messina, parte 2a, pag. 46, n. 9, tav. I, fig. 20.
Phialina tenuistriata G. Seguenza, 1862; Descriz. Forum, monotal. marne
mioc. Messina, parte 2 a, pag. 46, n. 10, tav. I, fig. 21.
Phialina Gemellarvi G. Seguenza, 1862; Descriz. Foravi, monotal. marne
mioc. Messina, parte 2a, pag. 47, n. 13, tav. I, fig. 23.
Phialina cylindracea G. Seguenza, 1862; Descriz. Foravi, monotal. marne
mioc. Messina, parte 2a, pag. 47, n. 13, tav. I, fig. 24.
Phialina incerta G. Seguenza, 1862 ; Descriz. F oravi, monotal. marne mioc.
Messina, parte 2a, pag. 47, n. 15, tav. I, fig. 26.
Amphorina Lyelli G. Seguenza, 1862 ; Descriz. Foravi, monotal. marne
viioc. Messina, parte 2a, pag. 52, n. 11, tav. I, fig. 40.
Lagena Haidingeri (Czjzek). Reuss, 1862; Sitzungsb. k. Alt. Wiss. Wien,
math.-naturw. Cl., voi. XLVI, fase. 1°, pag. 326, n. 14,
tav. Ili, fig. 41.
Lagena striata (D’Orbigny). Reuss, 1862; Sitzungsb. k. Ak. Wiss. Wien,
math.-naturw. Cl., voi. XLVI, taso. 1°, pag. 327, n. 16,
tav. Ili, fig. 44 e 45; tav. IV, fig. 46 e 47. Reuss, 1863;
Bull. Ac. Roy. Belgique, ser. 2a, voi. XV, pag. 142, tav. I,
fig. 10 ed 11. Hartwig, 1866; The Sea, etliz. 3a, pag. 381,
fig. a. R. Jones, Parker e Brady, 1866; Foravi. Cray,
parte la, pag. 35, n. 4, tav. I, fig. 38 e 39; Appendix II, n. 27.
Green, 1871; Manual Protozoa, pag. 13, fig. 3 a. Vanden
Broeck, 1874; Fonds de la Mer, voi. II, pag. 152, n. 30.
Brady e Robertson, 1876; Rep. Brit. Assoc. for 1875, pag. 189.
Schwager, 1878; in Stohr e Schwager: Boll. R. Comit. Geol.
Italia, voi. IX, pag. 512, n. 5. G. Seguenza, 1880; Meni.
R. Acc. Lincei, Cl. Se. fis., mat. e nat., ser. 3a, voi. VI,
pag. 217, n. 324; pag. 305, n. 997; pag. 331, n. 420; pag. 374,
n. 598. Terrigi, 1880; Atti Acc. Pontif. Nuovi Lincei,
voi. XXXIII, pag. 177, tav. I, fig. 5. Mobius, 1880; Beitr.
Meeresfauna Insel Mauritius, pag. 89, tav. Vili, fig. 3.
Biitschli, 1880 ; in Bromi : Klassen Ordii. Thier-Beichs , pag. 197,
tav. VII, fig. 7. Green, 1881; Amer. Journ. Microsc., pag. 46,
tavola, fig. 5. R. Jones, 1883; in Microgr. Dici., ediz. 4a,
pag. 452, tav. XXIII, fig. 24. Fornasini, 1883; Boll. Soc. Geol.
Italiana, voi. II, pag. 180. Brady, 1884; Beport Challenger
Zoology, voi. IX, pag. 460, tav. LVII, fig. 19, 22, 24, 28, 29
e 30. Sherborn e Chapman, 1886; Journ. R. Micr. Soc.,
ser. 2a, voi. VI, pag. 745, tav. XIV, fig. 16 e 17 (var.). For¬
nasini, 1886; Boll. Soc. Geol. Italiana, voi. IV (1885), pag. 194,
n. 6. Mariani, 1887; in Mariani e Parona: Atti Soc. Ita¬
liana Se. Nat., voi. XXX, pag. 18 estr., n. 24. Haeusler, 1887 ;
Neues Jahrb., voi. I, pag. 184, tav. V, fig. 6. Brady, Parker
e R. Jones, 1888; Trans. Zool. Soc., voi. XII, parte 7a,
140
A. SILVESTRI
pag. 222, n. 60, tav. XLIV, fig. 28. Mariani, 1888; Atti
Soc. Italiana Se. Nat., voi. XXXI, pag. 104, n. 21. G. Se-
guenza, 1889; in Neviani: Boll. Soc. Geol. Italiana, voi. Vili,
pag. 153. Mariani, 1890; Note geol. e paleont. dintorni Gir-
genti, pag. 9. Fornasini, 1893; Meni. R. Acc. Se. Bologna,
ser. 5a, voi. Ili, pag. 431, tav. II, fig. 2 (— Phialina cilin-
dracea G. Seguenza). Egger, 1893; Abhandl. k. bayer. Ak.,
II. Gl., voi. XVIII, parte 2a, pag. 327, tav. X, fig. 21-24 e 31.
(Pars) Goes, 1894; Kongl. Svensk. Vetensch.-Ak. Handling.,
voi XXV, n. 9, pag. 75, tav. XIII, fig. 732, 734 e 735 (non
fig. 733 e 736). R. Jones, 1895; Monogr. Forum. Crag,
parte 2a, pag. 184, n. 6, tav. VII, fig. 8. A. Silvestri, 1896;
Meni. Ponti f. Acc. N, Lincei, voi. XII, pag. 112, n. 84,
tav. II, fig. 16 e 17. Fornasini, 1897 ; Rendic. R. Acc. Se.
Bologna, n. s., voi. II (1897-1898), pag. 16, n. 4, tav. II,
fig. 3 e 4 (= Phialina piriformis Costa). Van den Broeck,
1898; Bnll. Séances Soc. R. Malac. Belgique, voi. XXXIII,
pag. XLV, n. 26. Scliubert, 1900; Sitzungsb. Dentsch. na-
tnrw.-medic. Ver. BOmen « Lotos », voi. XX, pag. 41.
Chapman, 1900; Proceed. Geol. Assoc., voi. XVI, parte 6a,
pag. 269, n. 12. Millett, 1901; Journ. R. Micr. Soc., pag. 487.
A. Silvestri, 1902; Mera. Pontif. Acc. N. Lincei, voi. XIX,
pag. 159, n. 21, fig. 59-61. Millett, 1904; in Mellard Reade:
Proceed. Liverpool Geol. Soc., 1903-1904, pag. 7. Millett,
1905; in Bellamy e Jukes-Browne, The Geology of Cyprus,
Appendix III, pag. 71. Earland, 1905 ; Jonrn. Quekett Micr.
Club, pag. 211. Sidebottom, 1906; Mera, and Proceed. Man¬
chester Lit. and Phil. Soc., voi. L. parte 2a, n. 5, pag. 2.
Chapman, 1906; Trans. New Zealand Instit., voi. XXXVIII
(1905), pag. 78 e 91. R. M. Bagg, 1908 ; Proceed. U. S. Na¬
tional Mnseuin, voi. XXXIV, n. 1603, pag. 142. (Pars) Si¬
debottom, 1910; Meni, and Proceed. Manchester Lit. and
Phil. Soc., voi. LIV, parte 3a, n. 16, pag. 15, tav. I, fig. 16
(non fig. 19 e 20, e non tav. II, fig. 1). Heron-Allen ed Ear¬
land, 1909; Jonrn. R. Micr. Soc., pag. 423, n. 95. Chapman,
1910; Linn. Soc. Journ., Zoology, voi. XXX, pag. 408. Sclm-
bert, 1911; Abhandl. k. k. geol. Reichsanst., voi. XX,
fase. 41', pag. 68. (Pars) Sidebottom, 1912; Journ. Quekett
Micr. Club, ser. 2a, voi. XI, pag. 386, tav. XV, fig. 6, 8 e 10
(non fig. 7 e 9).
Lagena caepulla Schwager, 1866; Novara-Exped., geol. Tlieil, voi. II,
pag. 205, tav. IV, fig. 20 « e 20 b.
Lagena Lyelli (G. Seguenza). Vanden Broeck, 1874; Fonds de la Mer,
voi. II, pag. 152, n. 33. G. Seguenza, 1880: Meni. R. Acc.
Lincei, Cl. Se. fis., mat. e nat., ser. 3a, voi. VI, pag. 135,
LAGENINE TERZIARIE ITALIANE
141
n. 545; pag. 217, n. 328; pag. 305, n. 1001; pag. 374, n. 604.
Millett, 1908; Recent Forarti. Galway, pag. 5 e 7, tav. II,
fig. 2. (Pars) Sidebottom, 1910; Mem. and. Proceed. Man¬
chester Lit. and Phil. Soc., voi. LIV, parte 3a, n. 16, pag. 15,
tav. I, fig. 13, 14, 15 e 17 (non fig. 18?).
Lagenulina striata (D’Orbigny). Tercpiem, 1876; Essai Class. Anim. Plage
Dunlcerque, pag. 68, tav. VII, fig. 7.
Lagena cylindracea (G. Segnenza). G. Seguenza, 1880; Mem. R. Acc. Lincei,
Cl. Se. fis., mat. e nat., ser. 3a, voi. VI, pag. 135, n. 542;
pag. 217, n. 325; pag. 305, n. 999; pag. 331, n. 442.
La specie Lagena striata (D’Orbigny) cora’è intesa dagli
autori moderni, ossia nei limiti della superiore sinonimia, re¬
sulta polimorfa, ma non è improbabile che le future indagini
strutturali sulle forme compresevi, obblighino in seguito gli spe¬
cialisti a scinderla in vari gruppi tassinomici, essendoché s’è
data finora troppa importanza ai caratteri della sua ornamen¬
tazione, e poca invece a quelli della configurazione del nicchio
e della sua struttura. Però, in ogni caso, fin qui il nicchio stesso
è considerato come ectosolenico.
Stando al criterio della configurazione esterna del plasmo-
straco, dovrebbe riunirsi alla L. striata (D’Orb.) la L. silicata
(Walker e Jacob) finora separatane a motivo delle costole più
rade che ne ornano la superficie.
La Lagena che oggi attribuisco alla specie striata del D’Or¬
bigny, rinvenuta rarissima nell’argilla grigia pliocenica della
contrada Montagna presso Riesi, nelle vicinanze di Caltagirone
(Catania) (fig. 9), è distoma (fig. 10); non corrisponde al tipo
specifico, che ha l’aspetto d’un fiasco depresso ed ornato di fit¬
tissime e finissime costicine longitudinali, ma molto rassomi¬
gliasi all’esemplare delle marne giallastre zancleane di Rometta
nel Messinese, illustrato nel 1862 da G. Seguenza col nome di
Amphorina Lyelli 1 2, come all’altro delle sabbie del Vaticano,
fatto conoscere nel 1880 dal Terrigi qual Lagena striata D’Or-
1 « Serpula (Lagena) striata silicata rotundata » Walker e Boys, 1784;
Testacea minuta rariora, pag. 2, tav. I, fig. 6.
Serpula (Lagena) silicata Walker e Jacob, 1798; in Adams, Fssays
on thè Microsc., ediz. 2a (di Kanmacher), pag. 634, tav. XIV, fig. 5.
2 Vedasi la sinonimia anteposta a quest’articolo.
142
A. SILVESTRI
bigny 1 ; dirò anzi che dal primo sembra differisca soltanto per
aver le costicine più fitte — le figure del Seguenza non sono
troppo nitide, per cui non permettono un confronto molto mi¬
nuto — e dal secondo per la minor regolarità delle costicine
medesime in confronto con questo. Tali costicine nel mio cam¬
pione presentansi difatti spezzate qua e là (fig. 9), e compari¬
scono anche nel collo deH’orifizio orale. Questo collo devesi con¬
siderare rotto al livello d’un ispessimento anulare, a giudicarne
dalla sezione riprodotta nella fig. 10, da cui rilevasi poi, pei
particolari della terminazione aborale, che non si tratta d’una
loggia di Nodosaria, bensì di vera e propria Lagena.
Ad onta delle costicine meno regolari, il campione in di¬
scorso offre anche somiglianza con l’individuo della « London
Clay » di Piccadilliy presso Londra, figurato nel 1886 daSher-
born e Chapman al n. 17 della loro tav. XIV 2, ed attribuito
a varietà della Lagena striata (D’Orb.).
Il suo nicchio è liscio e vitreo; vi spiccano poco le costi¬
cine scorrenti da un polo all’altro, a motivo del loro debole ri¬
lievo; come già ho detto, le costicine stesse in alcuni punti in-
terromponsi, e ciò accade nella regione equatoriale, o presso
questa (fig. 9). La lunghezza massima misurata tra i due rilievi
terminali è di appena 0,30 mm.
La Lagena striata (D’Orb.), intesa nel senso di cui sopra,
ha una distribuzione geologica e geografica molto vasta: fossile
si ricorda nell’argilla bruna dell’eocene (« London Clay ») di
Piccadilly presso Londra, nell’argilla oligocenica a Septarie di
Pietzpuhl nella Germania, e fu trovata molto rara nel « Tegel »
miocenico di Slischin e di Altstadt nella Moravia ; resulta però
esistente anche nel miocene di Malta, comune nel miocene («boi-
derien ») d’Anversa nel Belgio, molto rara nel miocene di Baden
nel bacino di Vienna, rarissima nelle argille tortoniane di Car-
Nicobar nelle Isole Nicobare, semplicemente rara nella marna
bluastra tortoniana del Capo S. Marco in Sardegna, piuttosto fre¬
quente nel tufo tortoniano di Stretto presso Girgenti, scarsa nel¬
l’argilla tortoniana di Benestare (Calabria) ; è stata segnalata
1 Vedasi la sinonimia anteposta a quest’articolo.
* Idem idem.
LAGENINE TERZIARIE ITALIANE
143
nel pliocene («scaldisian ») del Belgio, molto comune nel pliocene
di St. Erth in Cornovaglia, e come esistente anche in Inghil¬
terra nel « Coralline Crag » di Broom-Hill, Gedgrave, Sudbourne
e Sutton, mentre è stata rinvenuta pure nel « Crag » d’Antwerp,
nella marna pliocenica di Myrton a Cipro, frequente nella marna
argillosa pliocenica azzurrognola del Ponticello di Sàvena nel
Bolognese, poi nella marna turchina della Fossetta nel Mode¬
nese, rarissima nelle marne azzurrognole plioceniche di Savona
in Liguria, scarsissima nelle sabbie gialle Vaticane, rara nelle
argille turchine plioceniche del Palazzo di Piero e di S. Qui-
rico nella provincia di Siena, comune nell’argilla sabbiosa gial¬
lastra di San Pietro in Lama presso Lecce, rara nell’argilla
grigia di Taranto, rara nelle marne zaucleane di Seminara, Palmi
e Gerace, nella provincia di Reggio-Calabria, ma comune nelle
medesime marne a Gerace, nell’istessa provincia ; esiste poi nella
marna zancleana di Cattolica (Girgenti), ed è comune nelle
marne giallastre zancleane diRometta (Messina), scarsissima nelle
bianche zancleane di Scoppo (Messina), pure scarsissima nelle
sabbie plioceniche sottostanti alla breccia conchiglifera dei din¬
torni di Girgenti ; esiste eziandio nella marna pliocenica a Pte¬
ropodi di Sainabas nell’Arcipelago di Bismarck, e fu trovata
rara nelle marne astiane di Reggio e dintorni e di Vito presso
il medesimo Reggio (Calabria), comune nell’argilla sabbiosa plei¬
stocenica (piano siciliano) di Monosterace nella provincia di
Reggio-Calabria; venne poi anche riconosciuta nel quaternario
(« Rabbie Drift ») presso Portslade (Sussex) e rarissima in quello
(postglaciale) d’Altcar nella Gran Bretagna, e ciò mentre re¬
sultava comune nelle sabbie della zona superiore del quater¬
nario di Bovetto (Reggio-Calabria) ; secondo qualche autore, sa¬
rebbe comparsa pure nel post-terziario della Norvegia J.
1 Per non ingombrare ed appesantire — son già pesanti per loro
natura — le superiori indicazioni concernenti la distribuzione geologica
della Lagena striata (D’Orb.), e le successive, che ne riguardano la geogra¬
fica, vi ho omesso i nomi degli autori ed i titoli delle pubblicazioni da
cui le ho desunte: ho creduto poterlo fare senza inconvenienti, perchè
gli uni e gli altri resultano dalla sinonimia premessa alla trattazione
della nominata specie. Lo stesso ripeto per le specie successivamente con¬
siderate.
144
A. SILVESTRI
Recente \ la Lagena striata (D’Orb.), sempre considerata
nel senso sopra indicato, resulta comune nelle acque basse dei
mari artici ed antartici, e cioè a piof. da 85 a 100 m., ma vi
si rinviene anche a prof, di 631 m. 1 2, come p. es. nel Pacifico
settentrionale, e perfino di 1097 m., mentre ne’ mari tempe¬
rati e tropicali trovasi generalmente a profondità maggiori,
ossia dai 1957 ai 5011 m., quantunque nel Tirreno sia stata ri¬
scontrata a quelle di appena 69 e 292 in.; sono da ricordarsi
in particolare i rinvenimenti seguenti; al largo del porto di
Palermo (prof, da 26 a 37 ni.), presso la costa dell’Isola di
Deio nell’Arcipelago Greco (prof, da 15 a 26 m.), nei paraggi
del banco d’Abrohlos nell’Atlantico settentrionale (prof, di 1097 m.),
sulle spiagge di Galway (rarissima) e di Bognor (Sussex, raris¬
sima) in Inghilterra, sulla spiaggia di Dunkerqne, nel golfo di
Guascogna (foce dell’Adour e nel bacino d’Arcachon), nelle acque
basse dell’ Arcipelago Malese (v’è abbondante), presso le coste delle
Malvine, in prossimità delle Isole Hawai (prof, di 1046, 1562
e 2390 m.), presso l’atollo di Funafuti (Isole Ellice, frequente
a 1920, 4203 e 4966 in.), ed al largo dell’Isola Great-Bar-
rier al nord della Nuova Zelanda (rarissima, ed alla prof, di
201 m.).
1 Preferisco dire recente anziché vivente, come di solito si scrive,
perchè le notizie sulla distribuzione topografica e batometrica dei Rizo-
podi reticolari in generale, si riferiscono quasi sempre, non alle condi¬
zioni vere di vita delle loro specie o forme, ma invece a quelle del rin¬
venimento del nicchio di esse, il quale rinvenimento può dipendere e
spesso dipende, come nel caso presente in cui si tratta per lo più di
forme pelagiche, da circostanze puramente accidentali. È in mancanza di
meglio che pel momento ci dobbiamo contentare di tali notizie, le quali
biologicamente valgono ben poco, però possono forse riuscire utili nei
riguardi della geografia geologica.
2 Ho preferito sopprimere, perchè avrebbe dato una precisione illu¬
soria, convertendola però in intero, se superiore a 0,5, la parte frazio¬
naria che in questo ed in altri, e molti, dati batometrici, resultava dalla
conversione dei fathoms (il fathom, misura inglese delle lunghezze co¬
munemente adattata per valutare le profondità marine, è noto che cor¬
risponde ad 1,829 m.), nei quali essi dati erano per la maggior parte
espressi dagli autori, in metri.
LAGENINE TERZIARIE ITALIANE
145
4. Lagena? sp. ?
(Fig. 11, 12 e 13).
L’esemplare del tripoli bianco-giallastro, tortoniano, a Ka-
diolari e Piatomee di Marmorito (Alessandria), qui rappresen¬
tato pei caratteri esterni con le fig. 11 e 12, ed al quale non
mi perito dare un nome specifico, essendo esso incompleto dal lato
Fig. IL Lagena? sp. ?; lato X 80.
» 12. Idem -, faccia anteriore X 80.
» 13. Idem; sezione principale X 80.
» 14. Lagena gracillìma (G. Seguenza) ;
faccia X 107.
» 15. Idem; sezione principale X 167.
orale e resultandone incerto il genere, sembrerebbe a tutta prima
la parte inferiore della var. inornata Brady d e\V Articulina
fanalis Brady *, cioè della Tubinella inornata (Brady) 1 2, ma la
mancanza assoluta di segmentazioni in esso e la sua pic-
1 1884; Report Challenger, Zoologi/ , voi. IX, pag. 186, tav. XIII,
fig. 3-5. Per confronto si veda però anche la fig. 10 della stessa tavola,
concernente il frammento inferiore d’un individuo (V Articulina funalis,
specie e non varietà.
2 È questo il nome proposto dal Rhumbler per la varietà in di¬
scorso: 1906; Zool. Jahrb. di J. W. Spengel, voi. XXIV, fase. 1°, pag. 27,
tav. II, fig. 4.
10
146
A. SILVESTRI
colezza, me lo fanno escludere dal genere Tubìnella Rhum-
bler 1 ; l’esistenza poi nel medesimo esemplare, nella parte in¬
feriore, d’un foro con breve sifone introflesso (fig. 13), e la ca¬
vità interna unica, ossia non suddivisa (fig. 13), m’inducono a
riferirlo, ben inteso, con riserva, a forma eccezionale di Lagena.
E la riserva s’impone poi sotto un altro riguardo : il saggio in
questione ha pareti sottili (fig. 13), biancastre e spulite, il quale
ultimo carattere, resultante dalla fossilizzazione, è comune a
tutte le forme della suddetta roccia di Marmorito, ma oblitera
in questo caso l’altro insito nella tessitura del plasmostraco, di
fibrosità (e spesso anche porosità) o porcellaneità di dette pa¬
reti, per la qual cosa non mi è possibile stabilire con certezza
assoluta, se si tratti di forma appartenente ai Rizopodi orto-
stili (nicchio fibroso, spesso poroso), ovvero ai fìessostili 2 (nic¬
chio porcellanico), ed è noto che mentre il genere Tab inetta e d
il Lagena appartengono ai primi, V Articnlina D’Orb. (s. str.)
spetta invece ai secondi, sebbene Tubinetta ed Articulina ab¬
biano costituito per autorità scientifiche come il Brady 3 ed il
Millett 4 un sol genere.
La figura esterna dell’esemplare di Marmorito è semplicis¬
sima: si ha un segmento cilindrico, terminato inferiormente
da un ingrossamento irregolare ricordante la forma d’un piede
rattrappito (fig. 11 e 12); misura nel complesso la lunghezza
di 0,60 mm.
5. Lagena? gracillima (G. Seguenza).
(Fig. 14 e 15).
« Testae. . . fusiformes » Soldani, 1798; Testac. ac Zoopliyt., voi. II, pag. 37,
vas CXXI, tav. XII, fig. Q.
Amphorina xjracilis Costa, 1856; Atti Acc. Pontaniana, voi. VII, parte 1 a,
pag. 121, n. 1, tav. XI, fig. 11 : a, A.
1 II genere Tubìnella è stato fondato dal suddetto Rhumbler nel
1906, e trovasi descritto a pag. 25 del lavoro del medesimo, dal titolo
« Foraminiferen von Laysan und den Chatham- Inselvi » (Zool. Jahrb. di
J. W. Spengel, voi. XXIV, fase. 1°, pag. 21-80, tav. II-V. Jena, 1906.
2 N. 26 della Bibliografia, pag. lxxii.
3 Loc. cit. nella nota n. 1 della precedente pagina.
4 1898; Journ. Microsc. Soc. London, pag. 513.
LAGENINE TERZIARIE ITALIANE 147
Amphorina gracillima (4. Seguenza, 1862; Deserte. Forum, monotal. Marne
mioc. Messina, parte 2a, pag. 51, n. 8, tav. I, fig. 37.
Amphorina distorta G. Seguenza, 1862; Deserte. Forum, monotal. Alarne
mioc. Messina, parte 2a, pag. 52, n. 9, tav. I, fig. 38.
Lagena distoma-polita Parker e R. Jones, 1865; Phil. Trans., pag. 357,
tav. XIII, fig. 21; tav. XVIII, fig. 8.
Lagena gracillima (G. Seguenza). R. Jones, Parker e Brady, 1866; Mo-
nogr. Forum. Grag, parte la, pag. 45, n. 11, tav. I, fig. 36
e 37. Brady, 1870; Ann. and Mag. Nat. Hist., ser. 4a, voi. VI,
pag. 292, tav. I, fig. 6 a-c. G. M. Dawson, 1871; Amer. Journ.
Se., ser. 3a, voi. I, pag. 206, fig. 10; Ann. and Mag. Nat. Hist.,
ser. 4a, voi. VII, pag. 87, fig. 10. Vanden Broeck, 1874; Fonds
de la Mer., voi. II, pag. 152, n. 35. G. Seguenza, 1880; Meni.
R. Acc. Lincei, Cl. Se. tìs., mat. e nat., ser. 3a, voi. VI,
pag. 217, n. 322; pag. 305, n. 992. Biitschli, 1880; in Broun:
Klassen Orda. Thier-Beichs, pag. 197, tav. VII, fig. 20. (Pars)
Fornasini, 1883; Boll. Soc. Gcol. Italiana, voi. II, pag. 185
(non tav. II, fig. 5). (Pars) Brady, 1884; Report Challenger,
Zoology, voi. IX, pag. 456, tav. LVI, fig. 20, 24-28 (non fig. 21,
22 e 23). Fornasini, 1886; Boll. Soc. Geol. Italiana, voi. IV
(1885), pag. 194, n. 5; voi. V, pag. 236, n. 359 (fig. Q , tav. XII
della Testac. ac Zoophyt. del Soldani). Fornasini, 1889; Mi¬
nute forme Rizop. Marna plioc. Ponticello di Savena, pag. 2,
fig. 11. Egger, 1893; Abhandl. k. bayer. Akad. Wiss., II Cl.,
voi. XVIII, fase. 2°, pag. 330, tav. X, fig. 12. Corti, 1894; Rendic.
R. Ist. Lombardo Se. e Lett., ser. 2a, voi. XXVII, pag. 10 estr.
(Pars) Goes, 1894; Kongl. Svensk. Vetensch.-Akad. Hand-
ling., voi. XXV, n. 9, pag. 75, tav. XII, fig. 729 (non 728 e
730). R. Jones, 1895; Monogr. Forum. Grag, parte 2a, pag. 183,
n. 5. A. Silvestri, 1896; Meni. Pontif. Acc. N. Lincei, voi. XII,
pag. 109, n. 80. Fornasini, 1897 ; Rendic. R. Acc. Se. Bologna,
11. s., voi. II (1897-1898), pag. 16, n. 2, tav. II, fig. 1 (= Am¬
phorina gracilis Costa). Flint, 1899; Report U. S. National
Museum for 1897, pag. 306, tav. LIII, fig. 3. A. Silvestri,
1900, Meni. Pontif. Acc. N. Lincei, voi. XVII, pag. 245,
tav. VI, fig. 42. Schubert, 1900; Sitzungsb. Deutsch. na-
turw. medicin. Ver. Bohmen « Lotos », voi. XX, pag. 4L
Millett, 1901 ; Journ. R. Micr. Soc. London, pag. 491. Chapman,
1906; Trans. New Zealand Instit., voi. XXXVIII (1905),
pag. 78 e 91. Millett, 1908; Recent Forum. Galway, pag. 5.
Heron-AUen ed Earland, 1911; Journ. R. Micr. Soc. London,
pag. 319, n. 343. Sidebottom, 1912; Journ. Quekett Micr.
Club, serie 2a, voi. XI, pag. 384.
Lagena mlgaris Williamson, var. distoma-polita Parker e R. Jones. (Pars)
O. Jones, 1872 ; Trans. Limi. Soc., voi. XXX, pag. 64, tav. XIX,
fig. 55 e 56 (non fig. 53, 54 e 57).
148 A. SILVESTRI
(Specie non nominata) De Folin, 1877; Le Naturalista, voi. IX, pag. 140,
fig. 20 b.
Lagena gracilis (Costa). G. Seguenza, 1880; Mem. R. Acc. Lincei, Cl. Se.
tìs., mat. e nat., ser. 3a, voi. VI, pag. 305, n. 991 ( Lagena ?
gracilis (Costa)) A. Silvestri, 1902; Mem. Pontif. Acc. N. Lin¬
cei, voi. XIX, pag. 160, n. 23.
Dentalina communis D’Orbignv. Haeusler, 1887;Neues Jalirb., parte 1”,
pag. 189, tav. V, fig. 50.
Il Costa, nel 1856 così descrisse una Lagena cui dette il
nome di Amphorina gracilis: « A. testa fusiformi, superne valete
elongata, utraque extremitate in canaliculum producta, anteriore
parum longiore; alba ». — «Conchiglia gracile, piccolissima,
quasi composta da due coni riuniti per la base, alquanto più
allungata nell’anteriore parte, terminata d’ambo l’estremità da
un prolungamento tuboloso, il posteriore più acuto; bianca ni
tida, levigatissima, non trasparente ». — « Lutigli. 0,7 mill. ».
— « Proviene dall’argilla figulina di S. Pietro in Lama presso
Lecce. Assai rara »1 2 3.
Perfettamente corrispondente a questa descrizione, ma un po’
più sfilata di quella riprodotta con la fig. 11, tav. XI, dell’au¬
tore citato, è la Lagena qui rappresentata con la figura 14 di
pag. 145, rinvenuta rara nelle marne gialle zancleane di Bon-
fornello presso Termini-Imerese (Palermo). Come però giusta¬
mente osservò il Fornasini nel 1897 non può per la specie
in discorso adottarsi, essendo stato abbandonato il genere Am¬
phorina, il nome specifico di Lagena gracilis (Costa), benché
esso nella premessa sinonimia apparisca il primo, e ciò pel mo¬
tivo che il Williamson usò anteriormente ancora, ossia nel
1848, il termine gracilis per altra Lagena 4 ; convien sostituirlo
con quello di Lagena gracillima (G-. Seguenza), ricavato dall’J.m-
phorina gracillima del 1862, fondata sopra esemplari comuni
nelle marne giallastre zancleane di Bometta nel Messinese.
I miei campioni, che son lunghi circa 0,25 mm. appena,
dimostrano nella sezione fattane (fig. 15) una struttura sempli-
1 Vedasi la sinonimia, ad Amphorina gracilis.
2 Idem.
3 N. 19 della Bibliografia, pag. 16, n. 2.
4 N. 53 della Bibliografia, pag. 13, tav. I, fig. 5.
LAGENINE TERZIARIE ITALIANE
149
cissima, resultando indivisa e mancante di sifoni introflessi la
cavità interna, però nella terminazione la quale nella fig. 15
è situata inferiormente, s’osserva come uno strozzamento che dà
a pensare abbia potuto tale terminazione aver un seguito, a
somiglianza di quel che osservasi nella fig. 57, tav. XIX, di
0. Jones, attribuita ad « elongated, three-chambered distomatous
forni » della Lagena vulgaris Williamson, var. distoma-polita
Parker e R. Jones; forma illustrata nel 1872 1 come dragata
in acque profonde, presso Giava.
Alla Lagena gracillima (G. Seg.) non ho aggregato nella
sinonimia la forma a pipetta, trovata molto rara dal Chapman
nel « Gault » di Folkestone, ed indicatavi nel 1 893 sotto questo
nome ~, perchè il contorno ne è diverso, e perchè la dilatazione
al termine del sifone posto in alto nella relativa figura, fa so¬
spettare sia da identificarsi con una loggia di Nodosaria.
La Lagena così trattata era nota qual specie molto comune,
ma più recente che fossile, nella quale ultima condizione tro¬
vasi indicata nel giurassico della Svizzera, nel « Tegel » mio¬
cenico di Tiirnau e di Mitteldorf nella Moravia settentrionale,
dov’è però molto rara, mentre è resultata comune nelle marne
zancleane della Portigliela, di Gerace e di Palmi, nella pro¬
vincia di Reggio-Calabria; rara nelle marne astiane di Ardore,
Vito, Reggio e dintorni, sempre nella medesima provincia; co¬
mune nelle marne giallastre zancleane di Rometta nel Messi¬
nese ; rara nella marna del pliocene inferiore del Ponticello di
Sàvena nel Bolognese; molto rara nell’argilla giallastra plioce¬
nica di S. Pietro in Lama presso Lecce. Esiste poi anche nelle
argille turchine plioceniche di S. Donnino e Ceraiolo nella pro¬
vincia di -Siena, nelle argille dei lembi pliocenici di Paino in
Lombardia, nel pliocene di St.-Erth ed in quello (« Coralline
Crag ») di Sutton in Inghilterra, dov’è rara, nei depositi post¬
terziari dell’ovest della Scozia, del nord-est dell’ Irlanda, e della
Norvegia.
1 N. 24 della Bibliografia, pag. 64 e 68. Lagena vulgaris Williamson,
var. distoma Parker e R. Jones, subvar. distoma-polita Parker e R. Jones,
nella spiegazione delle figure contenute nella tav. XIX, a pag. 68.
2 Lagena gracillima (Seguenza). Chapman, 1893; Journ. R. Mici'. Soc.,
pag. 582, tav. Vili, fig. 6.
150
A. SILVESTRI
Recente, la Lagena gracillima si è osservata nei sedimenti
marini di quasi tutte le latitudini, sia nelle acque basse d’e¬
stuario, come al largo degli oceani alla profondità di 4207 m.;
e per dare qualche indicazione di dettaglio, ricorderò il rinve¬
nimento d’esemplari della specie nel Tirreno (scarsissimi ed a
prof, di 69 m.\ nel Golfo di Guascogna (foce dell’Adour, a prof,
non determinata), sulle spiagge di Galway e di Durham in
Inghilterra (rara), nell’Oceano Glaciale Artico presso le Spitz-
bergen (prof, di 900 m.), nelle vicinanze delle coste della Nor¬
vegia, in vari saggi di fondo dell’Atlantico ed in particolare in
prossimità della costa degli Stati Uniti, nel Golfo del Messico
(prof, da 384 a 3257 m.), ma anche nei paraggi delle coste
dell’ Affrica occidentale (rara ed a prof, di 347 m.), poi nello
Oceano Indiano, presso l’Isola Maurizio (prof. 347, rara), nello
Oceano Pacifico e precisamente presso la Nuova Amsterdam (prof,
di 1485 m., rara), vicino alle coste ed ai banchi coralligeni del¬
l’Australia (dalla spiaggia a prof, di 1187 in., rara), come p. es.
nei paraggi di Melbourne ed a Swan-River, ed anche nelle
vicinanze di Galewostrasse nella Polinesia (prof, di 3 m., rara),
nelle acque basse dell’Arcipelago Malese, benché pure alla prof,
di 1975 m. nel Mare di Giava, a 16 km. a sud dall’Isola San-
dalwood; finalmente, al largo dell’Isola Great-Barrier al setten¬
trione della Nuova Zelanda (prof, di 201 m., rarissima).
6. Lagena? cl avata (G. Seguenza).
(Fig. 16 e 17).
Phiaìina clavata G. Seguenza, 1862 ; Descr. Foravi, monotal. Marne mioc.
Messina, parte 2a, pag. 45, n. 6, tav. I, fig. 17.
Nelle marne bianche zancleane di Scoppo presso Messina,
rinvenne G. Seguenza nel 1862, e rappresentata, come nel caso
mio, da un solo individuo, la specie cui impose il nome di
« Phiaìina clavata Seg. », rilevandone questi caratteri : « P. testa
ovata, antice longe producta , tuhulosa, tubulo crasso , longissimo,
medio subinflato, duplo vel triplo longitudine testae acquante
extremitate inferiore convexa rotundata, superficie laevi ». —
LAGENINE TERZIARIE ITALIANE
151
« Luug. 1,6 nini, ». — « Conchiglia ovata alquanto allungata al-
l’estremità anteriore, dov’è sormontata da un tubo molto lungo
e grosso, che uguaglia circa due volte e mezzo la lunghezza
Fig. 16. Lagena ? darai a (G. Seguenza); faccia X HO.
» 17. Idem; sezione principale X. HO.
della conchiglia, e che presenta nel mezzo il suo maggior dia¬
metro, assottigliandosi alquanto verso l’estremità ; la superficie
di tutta la conchiglia è levigata » (loc. cit. nella sinonimia).
Salvo la minor lunghezza del tubo e la forma più prossima
alla sferica del bulbo del mio campione (fig. 16), trovato nel
tripoli bianco-giallastro, tortoniano, a Radiolarì e Diatomee di
Marmorito (Alessandria), differenze di poco conto, esso corri¬
sponde alla descrizione trascritta ed alle figure annessevi dal¬
l’autore nominato. Però, a motivo della distinzione netta in due
segmenti del campione medesimo (fig. 16 e 17), resultante quindi
nell’interno (fig. 17) d’ima loggia oviforme depressa, comuni¬
cante con altra fusiforme allungata e dall’orifizio esterno svasato,
dubito assai possa mantenersi tra le Lagena , ma credo proba¬
bile sia da trasferirsi nel genere Nodosaria; anche poi perchè
mi resulta, fatta eccezione del minor spessore delle pareti, so-
152
A. SILVESTRI
migliante alla « Nodosaria Balaenarum » o « Balenac » del-
l’Ehrenberg !, da questi rinvenuta nei mari artici boreali. Noto
però che non solo il Brady ammise nel genere Lagena la specie
di G. Seguenza or ricordata ma la riunì addirittura alla La¬
gena laevis (Montagli) 1 2 3 4.
Il plasmostraco dell’esemplare di Marmorito è biancastro,
spulito, lievemente pellucido, e dall’aspetto poroso, probabil¬
mente per fibrosità delle sottili pareti; misura la lunghezza di
0,64 mm. appena.
Sezione disolenica :
7. Lagena strumosa Reuss, var. Schlichti n.
(Fig. 18 e 19).
Lagena strimi osa Reuss, 1858; Zeitschr. Geol. Gesellsch., pag. 484. Reuss,
1862; Sitzungsb. k. Ak. Wiss. Wien, math.-naturw. Gl.,
voi. XLVI, fase. 1° (1863), pag. 328, n. 18, tav. IV, fig. 49.
Reuss, 1870; Sitzungsb. k. Ak. Wiss. Wien, math.-naturw.
Cl., voi. LXII, pag. 467, n. 7 (fig. 9 e fig. 10, tav. II dello
Schlicht, 1870).
Amphorina costata G. Seguenza, 1862; Descriz. Forali), monotal. Manie
mioc. Messina, parte 2a, pag. 52, n. 12, tav. I, fig. 41.
Lagena tenuistriata Stadie, 1864; Novara-Expéd., geol. Tlicil, voi. I, fase. 2°
Palaeontol., pag. 184, tav. XXII, fig. 4«-6.
Lagena Walker. Schlicht, 1870; Forum. Septarientliones Pietzpuhl, pag. 7,
n. 30, tav. II, fig. 9; pag. 7, n. 31, tav. Il, fig. 10.
Gli esemplari che riproduco con le unite fig. 18 e 19, dal
plasmostraco bianco, spulito, e dall’aspetto poroso, rinvenuti
piuttosto frequenti nel tripoli bianco-giallastro a Radiolarì e
Diatomee, tortoniano, di Marmorito (Alessandria), sembrerebbero
a tutta prima rappresentanti d’una forma della mia var. distoma
della Lagena laevis (Montagli) \ fondata su nicchi rinvenuti
1 1842; Die Zweite Deutsche Nordp o la rfahrt, Zool., pag. 23 e 30 estr.,
tav. I, fig. 19.
2 N. 2 della Bibliografia, pag. 455.
3 Vermiculum laeve Montagli, 1803; Tesine. Brit ., pag. 524.
4 Vedasi la precedente annotazione.
LAGENINE terziarie italiane 153
abbastanza comuni nella marna giallastra, langhiana, di San-
sepolcro (Arezzo)1, ma in realtà, pur offrendo anche rapporti
di somiglianza con la mia Lagena? sphaerula , rarissima in saggi
Fig. 18. Lagena strumosa Heuss, var. Schlichti n.; faccia X 80.
» 19. Idem ; sezione principale X 1 1°-
» 20. Lagena hystrix Reuss; faccia X110-
» 21. Idem; lato superiore X HO.
» 22. Idem ; sezione principale X 167.
1 1900; Mem. Pontif. Acc. N. Lincei, voi. XVII (1901), pag. 244, n. 7,
tav. VI, tig. 74 e 75.
154
A. SILVESTRI
di fondo del Mar Tirreno 1 (prof, di 69 e 611 ni), corrispon¬
dono alla L. strumosa istituita dal Beuss nel 1858, confermata
nel 1862 e 1870, su individui dell’argilla a Septarie di Pietz-
puhl presso Berlino, come pure &\V Amphorina, costata, la quale
trovasi, tra le specie nuove di Gr. Seguenza, del 1862, rarissima
nelle marne giallastre zancleane di Bometta nel Messinese; delle
quali specie però non presenta i deboli rilievi che, più o meno
regolarmente, ornano pel lungo o tutta la superfìcie del plasmo-
straco, o soltanto la sua parte inferiore : li distinguo quindi
dal tipo del Beuss, il quale per data deve aver la precedenza
sull’altro di Gr. Seguenza, istituendo per essi una nuova va¬
rietà che denomino Schlichti. Ciò pel motivo della stretta so¬
miglianza di essi esemplari, sebben sieno più globosi, con quelli
disegnati dallo Sclilicht e riprodotti con le fig. 9 e 10 della
tav. II precitata (v. la sinonimia), i quali il Beuss nel 1780
(idem) interpretò complessivamente quali campioni della pro¬
pria Lagena strumosa, ma l’ultimo anche come: « ein Bruchs-
tiick einer Nodosaria ». Debbo osservare che questo manifesta
una lieve traccia di scarsissime e poco rilevate costicine ; tanto
esso quanto il primo furon ricavati dallo Schlicbt dall’argilla
oligocenica a Septarie di Pietzpuhl, che al Beuss aveva fornito
in precedenza i tipi della Lagena strumosa.
La sezione ch’io produco nella fig. 19 mette in evidenza
nelle conchigliette da me esaminate (lunghezza di 0,58 mm.),
un doppio ma breve sifone applicato alla loro terminazione
orale, mentre la terminazione aborale prolungasi in un sifone
semplice.
È a motivo del primo di tali caratteri, che pure s’intuisce
nelle fig. 4 a-b, tav. XXII dello Stadie, attribuite alla forma
da questi detta Lagena tenuistriata (loc. cit. nella sinonimia),
che assegno anche questa, — trovata rara dal nominato autore
nelle marne terziarie del livello inferiore, del porto di Whain-
garoa, nella costa occidentale della provincia d’Auckland nella
Nuova Zelanda, — alla specie del Beuss.
1 1902; Meni. Pontif. Acc. N. Lincei, voi. XIX, pag. 162, n. 25, iig. 68,
69 e 70.
lacienine terziarie italiane
155
8. Lagena liystrix Reuss.
(Fig. 20, 21 e 22).
Lagena hystrix Heuss, 1858; Zeitschr. deutsch. geol. Gesellscli., voi. X,
pag. 434. Reuss, 1862; Sitzungsb. k. Ak. Wiss. Wien, matli.-
natui'w. Cl., voi. XLVI, fase. 1° (1863), pag. 335, n. 35, tav. VI,
fig. 80 a-b.
Lagena aspera Reuss. (Pars) Brady, 1884; Report Challenger, Zoology,
voi. IX, pag. 457, tav. LVII, fig. 7, 8, 9, 10 e 12 (non
fig. 6 ed 11). Terrigi, 1891 ;Mem. R. Com. Geol. Italia, pag. 77,
tav. Il, fig. 3. Fornasini, 1910; Iiendic. R. Acc. Se. Bologna,
Cl. se. fis., n. s., voi. XIV, pag. 65 e 70, tavola, fig. 13 e 14
(rispettivamente : fig. 9 del Brady, 1884, e fig. 3 del Ter¬
rigi, 1891). Napoli, 1906; Boll. Soc. Geol. Italiana, voi. XXV,
pag. 343, n. 36, tav. Ili, fig. 7.
Lagena hispida Reuss. (Pars) Flint, 1899; Report U. S. National Museum
for 1897, pag. 307, tav. LUI, fig. 8 (di sinistra in basso; non
le altre tre figure comprese sotto questo numero).
Pei connotati esterni la forma del tri poli bianco-giallastro,
tortoniano, a Radiolari e Diatoniee, di Marmorito (Alessandria)
(fig. 20 e 21), si corrisponde alle fig. 8 e 9, tav. LVII, con
le quali il Brady nel 1884 (loc. cit. nella sinonimia) intese far
conoscere esemplari dragati in acque profonde di mari tropi¬
cali (prof, di 3475 m. nell’Atlantico meridionale, e prof, di
2515 m. nel Pacifico meridionale), come anche alla fig. 8 di
sinistra in basso, tav. LIII, del Flint (loc. cit. nella sinonimia),
alla fig. 3, tav. II, del Terrigi (idem, ibidem), ed alla fig. 7,
tav. Ili, del Napoli (idem, ibidem), ricavate rispettivamente da
individui contenuti in saggi di fondo del Golfo del Messico
(prof, di 415 e di 1257 m.), nelle marne plioceniche (o post¬
plioceniche) di Capo di Bove (un solo esemplare) presso la via
Appia antica nei dintorni di Roma, e nelle sabbie plioceniche
della Farnesina al Monte Mario (Roma). Ma in particolare ri¬
corda bene la prima di tutte queste figure, attribuite concor¬
demente dal Brady, dal Terrigi e dal Napoli alla Lagena aspera
Reuss, ed invece dal Flint alla L. hispida Reuss. Per conto
mio credo si tratti piuttosto della L. hystrix, dallo stesso Reuss
istituita sopra campioni delle argille oligoceniche a Septarie di
156
A. SILVESTRI
Pietzpulil presso Berlino, perchè, se le specie citate poco dif¬
feriscono tra loro, e così poco che si potrebbero pur riunire
sotto una medesima denominazione specifica, non si può nean¬
che negare la maggior somiglianza, per la forma dei rilievi a
cono tronco delle figure ricordate, e quindi anche delle conchi¬
glie di Marmorito, benché gli aculei vi sieno meno sviluppati,
con la Lagena liystrix piuttosto che con la Lagena aspera. Ciò
conferma il confronto del contorno della mia fig. 21, con quello
della fig. 80 6, tav. VI, del Reuss (loc. cit. nella sinonimia).
Questo pei connotati generali ; in quanto ai particolari, sem¬
brerebbe fosse esistito nel nicchio riprodotto con le fig. 20 e 21
un orifizio accessorio aborale, ma la sezione di esso, fig. 22, ha
messo soltanto in evidenza, al posto dove quest’orifizio avrebbe
dovuto trovarsi, una larga protuberanza cava (sifone otturato?),
presso la quale trovasi un grosso ed irregolare prolungamento
della stessa natura di tutto il plasmostraco, ossia calcareo, non
visibile però, a causa della posizione da cui è stato preso il
disegno, nella fig. 20. L’apertura orale presentasi ampia ed un po’
ovale (fig. 21), portata da un breve e tozzo collo (fig. 20), e pro¬
lungata internamente in un sifone svasato ai due capi (fig. 22).
Come in tutte le altre forme del tripoli di Marmorito,
anche questa, trovatavi mediocremente comune e lunga all’in-
circa 0,46 min., ha un guscio bianco e spulito, e, per l’appa¬
renza, poroso.
Sezione entosolenica :
9. Lagena exsculpta Brady.
(Fig. 23, 24, 25 e 26).
Lagena exsculpta Brady, 1881 ; Quart. Journ. Micr. Se., n. s., voi. XXI,
pag. 61. Brady, 1884; Report Challenger, Zoologi/, voi. IX,
pag. 467, tav. LVIII, tig. 1. Sidebottom, 1910; Meni, and Pro-
ceed. Manchester Bit. and Phil. Soc., voi. LIV, parte 3a, n. 16,
pag. 19, tav. II, fig. 16. Sidebottom, 1912; Journ. Quekett
Micr. Club, ser. 2a, voi. XI, pag. 392.
Sono gli esterni connotati della forma piuttosto frequente
nel tripoli bianco-giallastro, a Radiolari e Diatomee, tortoniano,
di Marmorito nella provincia d’Alessandria (fig. 23, 24 e 25),
LAGEN1NE TERZIARIE ITALIANE
157
certamente quelli della specie di cui le ho attribuito il nome,
stabilita nel 1881 dal Brady e confermata nel 1884, su esem¬
plari dell’Atlantico e del Pacifico; soltanto che ne’ miei cam-
Fig. 23. Lagena exsculpta Brady; faccia X HO.
» 24. Idem; lato superiore X HO.
» 25. Idem; lato inferiore X HO.
» 26. Idem; sezione principale X HO.
» 27. Lagena longispma Brady ; faccia X HO.
» 28. Idem; fianco X HO.
» 29. Idem; lato superiore X HO.
» 30. Idem; sezione principale X 191.
158
A. SILVESTRI
pioni i rilievi subacuti costituenti le arcate, le quali notansi
nella parte inferiore dei nicchi (fig. 23, 24, 25 e 26), son meno
sviluppati in altezza, e presentano la sommità dell'arco chiusa
da una sorta di membranella calcarea (fig. 23), dall’orlo libero
ed irregolare. Inoltre in essi la terminazione orale si protende
un po’, a guisa di capezzolo (fig. 23).
Nei campioni in discorso l’apertura, piccola ed ovale (fig. 24),
si continua internamente al plasmostraco in breve sifone diritto
e con margine irregolare (fig. 26); le pareti si presentano tras¬
lucide, spulite e picchiettate di bianco, e sembrano anche mi¬
nutamente perforate ; la lunghezza resulta di circa 0,36 mm.
Assai prossima alla L. exsculpta Brady si mostra la Lagena
florida Terquem, rarissima nell’eocene di Vaudancourt nei din¬
torni di Parigi l, pur distinguendosene per essere ectosolenica,
e forse anche entosolenica, e quindi disolenica; essendosi il Ter¬
quem occupato soltanto di caratteri esterni, il sifone interno
riman dubbio.
Più prossima ancora vi è quella forma compressa di Lagena,
attribuita dal Sidebottom alla L. exsculpta , ma della quale sa¬
rebbe forse più opportuno fare una varietà, distinta pure pel
sifone molto prolungato nell’interno della conchiglia; fu raccolta
dal nominato autore e rappresentata da un esemplare unico,
in saggio di fondo tolto alla profondità compresa da 26 a 37
metri, al largo del Golfo di Palermo (vedasi la sinonimia).
Non mi consta che, nel suo tipo specifico, la L . exsculpta
fosse conosciuta fossile; allo stato recente era stata indicata,
ma sempre rara, nell’Atlantico meridionale, alla prof, di 2606 in.,
nel Pacifico settentrionale, alla prof, di 4207 m., nel Pacifico
meridionale, alle prof, di 1463 e 2012 m., ed in particolare
poi nei paraggi del Circolo Polare Antartico, alla prof, di
2370 m., ed in prossimità delle coste meridionali dell’Au¬
stralia, alla prof, di 4755 m. ; in complesso, le condizioni ba¬
tometriche di rinvenimento variano dunque dai 1500 a 4000 m.
circa, in numeri tondi.
1 1882; Meni. Soc. Gréol. France, ser. 3a, voi. II, mera. 3a, pag. 26,
n. 5, tav. IX, fig. 9.
LAGENINE TERZIARIE ITALIANE
159
10. Lagena longispina Brady.
(Fig. 27, 28, 29 e 30).
Lagena longispina Brady, 1881 ; Quart. Journ. Micr. Se., n. s., voi. XXI,
pag. 61. Bradv, 1884; Beport Challenger, Zoolog;/, voi. IX,
pag. 454, tav. LIX, fig. 13 e 14. Flint, 1899; Report U. S. Na¬
tional Museum for 1897, pag. 306, tav. LUI, fig. 2. Chapman,
1910; Linn. Soc. Journ., Zoology, voi. XXX, pag. 407.
\
E mia opinione che la Lagena longispina del Brady sia
una buona varietà della Lagena staphyllearia (Schwager) *, rin¬
venuta per la prima volta e rara nell’argilla tortoniana di Car-
Nicobar (Isole Nicobare): il Brady invece la considerò nel 1884
(loc. cit.) qual varietà della L. apiculata Reuss 1 2, e ciò sem¬
brami inesatto, perchè in questa specie la terminazione orale
corrisponde a quella delle Glanduline s. str., ossia è conica e
dotata di fessure irradianti dal vertice 3, mentre nella L. lon¬
gispina è invece, come nella L. staphyllearia, smussata, e con¬
formata in cima a guisa di depressione lenticolare, immettente
in un sifone a sezione rotonda (cfr. le fig. 20 e 30 qui unite
con la inferiore di quelle dello Schwager 4 portanti il n. 24).
Se mai troverei affini quest’ultime alla Fissurina globosa Bor-
nemann 5, ed in particolare la L. staphyllearia.
Alla L. longispina attribuisco pochi individui dal nicchio
bianco e liscio, ma non lucido, e dagli aculei ialini poco svi¬
luppati (fig. 27, 28 e 29) e sottili, simili in ciò all’esemplare
1 Fissurina staphyllearia Schwager, 1866; Novara-Fxped., geol. Theil,
voi. I, pag. 209, tav. V, fig. 24.
2 Oolina apiculata Reuss, 1850; Naturw. Abhandl. (di Haidinger),
voi. IV, pag. 22, tav. I, fig. 1.
Lagena apiculata Reuss, 1862; Sitzungsb. k. Ak. Wiss. Wien, math.-
naturw. Cl., voi. XLVI, pag. 318, n. 2, tav. I, fig. 4-8, 10 ed 11.
3 Si esaminino attentamente le figure pubblicate dal Reuss nel 1862
(loc. cit. nella superiore nota).
4 Loc. cit. nella nota n. 1, di cui sopra.
5 1855; Zeitschr. deutsch. geol. Gesellsch., voi. VII, pag. 317, tav. XII,
fig. 4.
160
A. SILVESTRI
recente riprodotto a destra in alto, nella fig. 2, tav. LUI, del
Flint (loc. cit. nella sinonimia). Misurano in media, non consi¬
derando gli aculei, la lunghezza di 0,17 mm. ; li ho rinvenuti
nel tripoli bianco-giallastro, tortoniano, a Radiolarì e Diatomee,
di Marmorito (Alessandria). Il loro plasmostraco, che sembra
minutamente perforato, mostra nella sezione principale un lungo
sifone flessuoso, con le terminazioni svasate (fig. 30).
Nelle condizioni recenti la L. longispina mi resulta segna¬
lata, ma costantemente in pochi campioni, nelle acque profonde
di quasi tutti i mari (prof, dai 1957 ai 5011 m.); le località di
essa meglio precisate dagli autori sono: a profondità dai 768
ai 1642 m., presso Aspinwall, nel Golfo del Messico, ed al largo
di Trinidad; alla prof, di 4015 m., nei paraggi dell’atollo di
Funafuti (Isole Ellice).
11. Lagena ventricosa A. Silvestri.
Lagena ventricosa A. Silvestri, 1903; Atti K. Acc. Se. Torino, voi. XXXIX
(1904), pag. 11, n. 4, fig. 6«-6é>. Chapman, 1910; Limi. Soc.
Jomn., Zoology, voi. XXX, pag. 410, tav. LIV, fig. 9.
Lagena globosa (Montagli). (Pars) Sidebottom, 1912; Jomn. Quekett Mici-.
Club, sci-. 2a, voi. XI, tav. XIV, fig. 4 e 5 (non fig. 1-3 e 6).
Pei motivi addotti a pag. 133, trovo opportuno ripeter qui
concisamente la descrizione di questa specie, trovata non rara
nel tripoli bianco-giallastro a Radiolarì e Diatomee, tortoniano,
di Marmorito (Alessandria):
Plasmostraco globoso dotato di simmetria bilaterale, portante
nella metà inferiore una sottile carena, acuta, disposta perpen¬
dicolarmente al piano di simmetria; la terminazione orale è
eccentrica, ed ha l'aspetto d’una volta arcuata normale al piano
stesso, al fondo della quale apresi a guisa di fessura l’orifizio
orale, che si prolunga internamente in un sifone flessuoso, di¬
sposto a contatto della parete con cui continuasi la volta indi¬
cata, a metà della quale parete esso giunge, allargandosi in
basso, dove l’orlo presentasi intaccato irregolarmente.
Lunghezza da 0,27 a 0,40 mm. ; pareti relativamente grosse,
porose ma non perforate, bianche e spulite esternamente.
LAGENINE TERZIARIE ITALIANE
161
In saggi di fondo raccolti dal « Penguin », nave della Ma¬
rina Inglese, attorno a Funafuti (Isole Ellice o delle Lagune),
nel 1896, alle profondità di 2592, 4203 e 4792 m., rinvenne
il Chapraan nel 1910 esemplari, dei quali affermò l’esatta cor¬
rispondenza « witli Silvestri’ s fugar es of L. ventricosa, f'rom thè
Miocene of Piedmont » '.
Altri esemplari ha poi potuto osservare il Sidebottom (1912),
tra le Lagene della collezione del defunto sig. W. Blundell
Thornhill provenienti da scandagli della « Water witch », altra
nave della suddetta marina, i quali ultimi son privi di carena,
ma pel resto — e lo dice lo stesso Sidebottom che pure li as¬
segna alla L. globosa (Montagli) — « agree ivell with L. ven¬
tricosa Silvestri (1903) figs. 6 a-e »'1 2. Le condizioni batometriche
e topografiche di rinvenimento di essi possono stabilirsi tra i
1920 ed i 4349 m., nel sud-ovest dell’Oceano Pacifico.
Genere Fissuhina Heuss ( emend .).
Fissurina Reuss, 1849; Denkschr. k. Ak. Wiss. Wien, math.-naturw. Cl.,
voi. I (1850), pag. 366.
Sezione ectosolenica :
12. Fissurina radiata G. Seguenza.
(Fig. 31, 32 e 331.
Fissurina radiata G. Seguenza, 1862; Descriz. Foravi, monotal. Marne
mioc. Messina , parte 2a, pag. 70, n. 52, tav. li, tìg. 42 e 43.
A. Silvestri, 1902; Meni. Ponti f. Acc. N. Lincei, voi. XIX,
pag. 145, fig. 20-22.
Lagena formosa (pars) Schwager, 1866 ; Norara-Kxped., geòl. Theil, voi. Il,
pag. 2Ó6, tav. IV, fig. 19 a e 19 d («Form mit unverdichter
Mundung ») (non fig. 19 5 e 19c).
Lagena vulgaris Williamson, var. spinoso-marginata (pars) O. Jones, 1872 ;
Trans. Limi. Soc. London, voi. XXX, pag. 59, tav. XIX, fig. 42
(non fig. 43).
Lagena lagenoides (Williamson). (Pars) B lady, 1884; Beport Challenger,
Zoologi), voi. IX, pag. 479, tav. LX, tìg. 14 (non fig. 6, 7,
9 c 12).
1 Loc. cit. nella sinonimia della Lagena ventricosa.
2 Idem idem.
1R2
A. SILVESTRI
Il tipo della specie fondata nel 1862 da G. Seguenza, con
il nome riferito, sopra esemplari comuni nelle marne giallastre
zancleane di Rometta (Messina), ha la parte globosa del plasmo¬
dio. 31. Fissurina radiata G. Se¬
guenza; faccia X HO.
» 32. Id.; fianco X HO.
» 33. Id. ;sez. principale X 191.
straco meno allungata di quel
che non compaia nelle unite fi¬
gure 31 e 32, concernenti l’in¬
dividuo che alla specie stessa
attribuisco, lungo 0,44 mm., rin¬
venuto nel tri poli bianco-gialla¬
stro, tortoniano, a Radiolari e
Diatomee, di Marmorito nella
provincia d’ Alessandria. Il primo
inoltre presenta strie e rilievi
raggianti anche nella porzione
d’ala ai lati del sifone tubolare
sporgente all’estremità orale, i
quali mancano nell’individuo in
discorso, ma pel resto a questo
ben corrisponde. Poche varianti
son quindi da introdursi nel mio
caso alla descrizione già pubbli¬
cata da G. Seguenza (loc. cit.)
e così concepita: « F. testa ovata,
inferne lata rotundata, superne
longe producta acuminata, disco
inflato, exacte ovato , vitreo, dia-
phano, Inerissimo; superne cana-
liculatum tenuissimum gerente;
ala plana, latissima, alba, opaca,
radiatim striata ». — « Lung.
1,7 mm. ».
Però è necessario vi faccia
alcune aggiunte ed osservazioni:
nel nicchio da me esaminato,
che nella sua parte oviforme (fi¬
gure 31 e 32) si mostra legger-
mente opalino, spulito alla su¬
perficie, e minutamente perfo-
LAGENINE TERZIARIE ITALIANE
163
rato, la lamina alare è doppia (fig. 32), come già aveva notato lo
Schwager (loc. cit. nella sinonimia, pag. 206), ed il vano com¬
presovi è diviso in tante cellette, da sepimenti che irradiano dai
margini della predetta parte oviforme; ma tali cellette, e lo di¬
mostra la sezione principale disegnata nella fig. 33, non hanno
nessuna comunicazione con l’interno del plasmostraco : esse, pro¬
babilmente, esercitano la funzione di alleggerirlo, senza fargli
perder nulla in robustezza. Il sifone, rettilineo, lungo e sottile
(fig. 31, 32 e 33), che nell’individuo considerato resulta tutto
esterno, altre volte si prolunga anche internamente; e ciò misi in
evidenza nel 1902, in esemplare del Tirreno, nel sedimento ca¬
vato alla profondità di 292 m. del qual mare, trovai rara la Fis-
surina radiata (loc. cit. nella sinonimia). In alcune forme poi il
sifone diventa molto lungo nella parte interna, ma allora riducesi
in lunghezza esternamente, ed anche l’espansione alare si re¬
stringe: come p. es. è accaduto nella forma detta dal Williamson
Entosolenia marginata (Walker) var. lagenoides ', dove questi
caratteri sono tanto accentuati, da indurmi a separarla dalla
Fissurina radiata di G. Seguenza, pur riconoscendonela molto
affine.
Collegate strettamente con la stessa Fissurina radiata, strido
sensu, sono poi tutte quell’altre forme figurate dal numero 6
al 24 della tav. LX pubblicata nel 1884 dal Brady 1 2 3, dove
compaiono coi nomi di Lagena lagenoides (Williamson), L. la¬
genoides var. tenuistriata Brady, L. formosa Schwager, L. for¬
mosa var. favosa Brady, L. formosa var. coniata Brady, L, squa-
moso-alata Brady, e L. squamoso-marginata Parker e R. Jones. Ma
inseparabile dalla predetta sembrami sia la Fissurina Reussiana
G. Seguenza :5, anche questa rarissima nelle marne giallastre di
Rometta nello zancleano del Messinese, benché abbia l’espansione
alare più stretta e la porzione globosa ancor meno allungata.
D’altronde il medesimo Seguenza ebbe a notare in proposito
della Fissurina radiata: «Questa specie somiglia molto alla
1 1858; Recent Forum. Great Britain, pag. 11, tav. I, fig. 25 e 26.
2 1884; Report Challenger, Zoologi), voi. IX.
3 1862; IJescriz. Foram. monotal. Marne mioc. Messina , parte 2R,
pag. 69, n. 50, tav. II, fig. 40.
164
A. SILVESTRI
F. Beussiana, ma è distinta perchè molto più allungata » (loc.
cit. nella sinonimia, pag. 70).
La forma di Fissurina radiata compresa dallo Schwager
nella sua Lagena formosa (loc. cit. nella sinonimia), fu da lui
rinvenuta rarissima nell’argilla tortonianadi Car-Nicobar, nelle
Isole Ni co bare; l’altra detta da 0. Jones Lagena vulgaris var.
(e subvar. nella descrizione della tavola) spinoso-marginata (loc.
cit. nella sinonimia), venne dragata nel Mar di Giava, alla pro¬
fondità di circa 1975 m., ed a quasi 19 km. a sud dell’Isola
Sandalwood.
13. Fissurina castrensi» (Schwager),
var. pentecincta n.
(Fig. 34, 35 e 36).
Lagena castrensi 's Schwager, 1866; Novara-Exped ., geol. Theil, voi. Il,
pag. 208, tav. V, fig. 22. Egger, 1893; Abhandl. k. bayer.
Ak. Wiss., II Cl., voi. XVIII, pag. 333, tav. X, fig. 71 e 72.
Chapman, 1895; Proceed. Zool. Soc. London, voi. V, pag. 29
e pag. 52, n. 152. Flint, 1899; Report U. S. Nat. Museum,
for 1897, pag. 308, tav. LI V, fig. 5. Sclmbert, 1911; Abhandl.
k. k. geol. Reichsanst., voi. XX, fase. 4°, pag. 69.
Lagena tricincta Giiinbel, 1868; Abhandl. k. bayer. Ak. Wiss., Il Cl.,
voi. X (1870), pag. 606, tav. I, fig. Sa ed 85.
Lagena valgaris Williamson, var. heloph oro-marginata 0. Jones, 1872;
Trans. Limi. Soc. London, voi. XXX, pag, 61, tav. XIX,
fig. 48.
Fissurina incannata {pars) Terquem, 1882; Ména. Soc. Géol. France,
ser. 3a, voi. II, mera. 3a, pag. 32, tav. IX, fig. 26-28 (non
fig. 25).
Lagena scarenaensis Hantken, 1883; Ertele, termesz. Korebòl., voi. XI li,
pag. 24, tav. I, fig. 9.
Lagena orbignyana (Seguenza), var. castrensi s Schwager. (Pars) Millett,
1901; Journ. IL Micr. Soc., pag. 626, tav. XIV, fig. 20 (forma
eccezionale). Chapman, 1910; Linn. Soc. Journ., Zoology,
voi. XXX, pag. 411.
Piccola Fissurina ectosolenica (lungh. 0,9 inni.), lenticolare
biconvessa (fig. 34 e 35), la quale pei caratteri generali cor¬
risponde alla specie castrensis dello Schwager ed alla forma
LAGENINE TERZIARIE ITALIAXE
165
di questa detta tricincta dal Giimbel (loc. cit. nella sinonimia),
però vi è più lungo il sifone portante l’orifizio (fig. 34 e 36),
possiede, oltre a diverse piccole appendici spinose nella parte
inferiore del nicchio, un grosso mucrone (fig. 34 e 36), e pre¬
senta al margine cinque piccole fasce carenali (fig. 35) al luogo
di tre, quante ne mostrano le suddette. Per quest’ultimo parti¬
colare, sebbene lo riconosca di poca entità, date le grandi mo¬
dificazioni nei dettagli che riscontrar si possono nelle specie
delle Fissurine e Lagene, ho stimato utile distinguerla in var.
pentecincta della Fissurina castrensis.
Fio. 34. Fissurina cast/rensis { Schwager), var. pentecincta n. ; faccia X 22.
» 37. Fissurina romettensis G. Segnenza, var. marginata n. ; faccia X 22.
» 40. Idem, idem, altro esemplare; faccia X 22.
L’unico esemplare di questa varietà, rinvenuto nelle marne
del luteziano superiore 1 della regione Caviggione presso Gas¬
sino (Torino), ha un nicchio biancastro-bruniccio, pellucido, su¬
perficialmente un po’ logoro, con pareti spatizzate, e l’interno
riempito di calcite cristallizzata; sugli specchi delle sue facce
s’osservano delle minute papille (fig. 34 e 35); la sezione
(fig. 36) farebbe ritenere che il mucrone in origine fosse per¬
forato.
La Fissurina castrensis tipica fu istituita dallo Schwager
sopra rari campioni dell’argilla tortoniana di Car-Nicobar, nelle
Isole Nicobare; tanto essa quanto, necessariamente, la nuova
varietà ora distinta, come la Fissurina romettensis Or. Seguenza,
1 Secondo il doti. Piover P. L. : 1 terreni nummulitici di Gassino e
di Biarritz. Atti 11. Acc. Se. Torino, voi. XLI, 1906, pag. 11 estr.
166
A. SILVESTRI
(li cui sarà detto in seguito (vedasi a pag. 168), spettano al gruppo
della Fissurina Orbignyana G. Seguenza
Fio. 35. Fissurina castrensis (Schwager), var. pentecincta n. ; lato supe¬
riore X 52.
» 36. Idem, idem; sezione principale X 52.
» 38. Fissurina romettensis G. Segnenza, var. marginata n. ; lato su¬
periore dell’esemplare della fig. 37, X 36.
» 39. Idem, idem ; sezione principale del medesimo esemplare X 36.
» 41. Idem, idem; lato superiore dell’esemplare della fig. 40, X 52.
» 42. Fissurina quadri co stillata (Reuss) ; faccia X 60.
» 43. Idem ; fianco X 60.
» 44. Idem; lato superiore X 60.
1 1862 ; Descriz. Forum, monotal. Marne mioc. Messina , parte 2a, pag. 66,
n, 38, tav. II, fig. 25 e 26.
LAGENINE TERZIARIE ITALIANE
167
Sotto il nome di Lagena tricincta, nel 1868 il Giimbel fece
conoscere l’esistenza d’una forma della specie dello Schwager,
però indicandovela come rarissima, nel calcare nummulitico
della cava di Gòtzreuther presso Siegsdorf in Baviera ; da poco
lo Schubert ha poi citato la Fissurina castrensis (1911) tra i
fossili della marna pliocenica a Pteropodi di Sainabas nell’Ar¬
cipelago di Bismarck. Ai giacimenti così, e sopra, indicati della
F. castrensis, sono da aggiungersi i seguenti, resultanti da saggi
di fondo praticati nei mari attuali : presso le Isole Laccadive nel
Mare Arabico (rara a prof, non superiore ai 2264 m.), nelle acque
basse dell’Arcipelago Malese (abbondante), presso Funafuti nelle
Isole Ellice (prof, di 4203 m.), ed al largo di Nantucket Skoals
(Isola Nantucket, alla prof, di 70 m.).
Assai diversa dalla Lagena, ossia Fissurina tricincta del
Giimbel, specificamente sinonima, come s’è veduto, di Fissu¬
rina castrensis (Schwager), è la Fissurina tricincta Terquem ',
da quest’autore trovata molto rara nell’eocene di Vaudancourt nei
dintorni di Parigi.
In quanto poi alla forma recente descritta nel 1884 dal
Brady qual Lagena castrensis Schwager 1 2 3 4, essa non figura nella
sinonimia premessa a quest’articolo, perchè R. Jones, Burrows
ed Holland dimostrarono nel 1895 3 doversi separare dalla specie
dello Schwager, essendo ornata sulla superficie degli specchi
delle facce, da piccole depressioni, anziché da pustole: le attri-
buirono il nome di Lagena lacunata Burrows ed Holland. E
da notare che eglino poterono accuratamente esaminare gli esem¬
plari studiati dal Brady, i quali custodisconsi nel « Britisìi Mu-
seum » di Londra, e che corrispondono a quelli che l’artista Hollick
riprodusse col disegno per lo stesso Brady. Al medesimo artista
devonsi poi anche le fig. 20 e 21 della tav. XII, pubblicata
da Balkwill e Wright nel 1885 \ pur esse da questi riferite
alla Lagena castrensis Schwager, ma dai primi autori or no¬
minati interpretate egualmente quali forme della Lagena lacu-
1 1882; Mém. Soc. Géol. France, ser. 3a, voi. Il, mera. 3a, pag. 30, n. 3,
tav. IX, fig. 19 a-b.
2 Heport Challenger, Zoology, voi. IX, pag. 485, tav. LX, fig. 1 e 2.
3 Monogr. Forarti. Crag., parte 2a, pag. 205, n. 23, tav. VII, fig. 12 a-b.
4 Trans. R. Irish Ac., voi. XXVIII (Se.), pag. 341,
168
A. SILVESTRI
nata Burrows ed Hollaud Però già nel 1882 lo Schlumberger
aveva dato come esempio del genere Entosolenia Ehrenberg 1 2,
nella propria « Note sur les Foraminifères »3 4, certa Entosolenia
variolata \ specie nuova della Baia di Simoda « Tricarenée et
onice sur ses deux faces de nombreuses dépressions », nella
quale ultima che è poi una Fissurina, è assai agevole ricono¬
scere — e pel primo ve la riconobbe il Millett 5 — la stessa
Lagena laciniata, cui quindi va cambiato il nome in quello di
Fissurina variolata (Schlumberger).
Ed è alla E. variolata in discorso che certamente va attri¬
buita la Fissurina descritta nel 1888 dal Mariani, come La¬
gena castrensis Schwager °, e proveniente dalle marne azzurro¬
gnole plioceniche di Savona in Liguria, perchè fa egli cono¬
scere d’avervi osservato una « ornamentazione a larghe fos¬
sette, sparse irregolarmente sulle faccie laterali del guscio».
14. Fissurina romettensis G. Seguenza
var. marginata n.
(Fig. 37, 38, 39, 40 e 41).
Fissurina Romettensis G. Seguenza, 1862; Descriz. Forum, monotal. Marne
mine. Messina, parte 2a, pag. 66, n. 37, tav. II, tig. 24.
Fissurina incannata (pars) Terquem, 1882; Mém. Soc. Géol. France,
ser. 3a, voi. II, mera. 3a, pag. 32, n. 7, tav. IX, fig. 25 a-b
(non fig. 26 a-b, 27 a-c, 28 a-b).
Lagena orbignyana (Seguenza). (Pars) Brady, 1884; Report Challenger,
Zoologi/, voi. IX, pag. 484, tav. LIX, fig. 24 e 26 (non li¬
gure 1, 18, 20 e 25).
1 Loc. cit. nella precedente nota n. 3, pag. 205, n. 23.
2 In ins., fide Williamsoin, 1848; Ann. and Mag. Nat, Ilist., ser. 2a, voi. T,
pag. 5.
3 Feuille Jeun. Naturalistes, anno XII, n. 133, pag. 2-6; n. 135, pag. 25-
29, tav. I; n. 136, pag. 37-43, tav. II; n. 137, pag. 53-57, tav. Ili; n. 138,
pag. 70-73; n. 139, pag. 80-86. Paris, 1881 (n. 133) e 1882 fu. 135-139).
4 1882; Feuille Jeun. Naturalistes, anno XII, n. 135, pag. 25, tav. I,
fig- 3.
5 donni. R. Micr. Soc. London, 1901, pag. 626.
0 Atti Soc. Italiana Se. Nat., voi. XXXI, pag. 105, n. 23.
LAC4ENINE TERZIARIE ITALIANE
169
Rispettivamente nelle marne grigie intercalate ai calcari
della vigna Mela (fig. 37 e 38), e nelle sabbie grossolane gial¬
lastre della medesima località (fig. 40 e 41), nelle vicinanze di
Gassino (Torino), ed in terreno geologico dal Prever attribuito
al luteziano superiore ho rinvenuto due esemplari di Fissu-
rina (fig. 37 e 38, 40 e 41), un po’ logori, dal nicchio pellu¬
cido, biancastro-bruniccio spatizzato e riempito di calcite cri¬
stallizzata, lungo l’uno 0,82 nini. (fig. 37 e 38) e l’altro 1,1 mm.
(fig. 40 e 41), i quali indubbiamente rappresentano una forma
del gruppo della Fissurina Orbignyana G. Seguenza 1 2, cui già
ho detto doversi ascrivere anche la precedentemente considerata
- Fissurina castrensis (Schwager), var. pentecincta n. — forma
che, stando ai caratteri esterni, panni si differenzi dalla F. ro-
mettensis trovata comune da G. Seguenza nelle marne giallastre
zancleane di Rometta nel Messinese, pel maggiore sviluppo del¬
l’espansione alare, e per la papillosità minuta negli specchi delle
facce. Pel primo carattere la considero qual var. marginata del
tipo specifico romettensis; avrei voluto preferire il secondo, ma
questo, non so se originariamente od in seguito alla fossilizza¬
zione, poco resulta nell’individuo della fig. 37, laonde non ne
posso assicurare la costanza. È vero però che i due individui
considerati differiscono un po’ anche nei particolari della ter¬
minazione orale (cfr. in ordine la fig. 37 con la 40, e la 38
con la 41), per cui potrebbe anche darsi fossero i rappresen¬
tanti di due diverse varietà, ad onta ciò mi sembri poco pro¬
babile: Lagene e Fissurine mutano così facilmente, che, niente
niente sieno un tantino più complicate del solito, nella stessa
specie o varietà non se ne osservano due perfettamente com¬
pagne.
Di uno dei due individui in parola, quello della fig. 37, ho
potuto aver la sezione principale rappresentata con la fig. 39 ;
in questa resulta che il tubo portante l’orifizio presenta nel
terzo inferiore una dilatazione a guisa d’ampolla.
1 I terreni nummulitici di Gassino e di Biarrìtz. Atti R. Acc. Se.
Torino, voi. XLI, 1906; pag. 11 estr.
2 1862; Descriz. Forai», monotal. Marne mioc. Messina, parte 2a,
pag. 66, n. 38, tav. Il, fig. 25 e 26.
170
A. SILVESTRI
La forma che, tra le a me note, più s’accosta alla mia nuova
varietà, è quella la quale figura col n. 25 a-b nella tav. IX
dello studio del Terquem su « Les Foraminifères de VÉocène
des environs de Paris » *, e, con altre tre (fig. 26, 27 e 28, ibi¬
dem) è portata ad esempio della Fissurina tr icarinata Terquem 1 2.
Questi la rinvenne molto rara nell’eocene di Vaudancourt, nelle
vicinanze di Parigi; si distingue dalla mia varietà pel con¬
torno più allungato, il non esservi la carena mediana svilup¬
pata in ala, e la mancanza di granulazioni sugli specchi delle
facce.
Nè della varietà così illustrata, nè del tipo della sua specie
— Fissurina romettensis — conosco in modo preciso habitat
recenti, però pel fatto che il Brady comprese nel 1884 nella
« Lagena orbignyana Seguenza, sp. » (loc. cit. nella sinonimia)
anche taluni esemplari ch’io starei ad ascrivere alla stessa F. ro¬
mettensis, mi ritengo autorizzato a ritenere che le condizioni
recenti di quest’ultima e delle sue varietà corrispondano a quelle
della F. orbignyana, e cioè ne sia in generale assai vasta la
dispersione in tutti i mari, dalle acque basse alla profondità di
5487 m., od anche più.
Sezione entosolenica :
15. Fissurina quadri costulata (Reuss).
(Fig. 42, 43 e 44).
Hyalaeina Costa, 1856; Atti Acc. Pontaniana, voi. VII, parte la, pag. 366
(nominata, ma non descritta), tav, XY1II, tìg. 25 A-c (non fi¬
gure 22-24).
Fissurina Reuss. Schlicht, 1870; Foravi. Septarientli. Pietzpuhl, pag. 12,
n. 66, tav. 1Y, tìg. 28, 29 e 30 ; pag. 13, n. 75, tav. V, tìg. 7, 8 e 9.
Lagena quadricostulata (pars) Reuss, 1870; Sitzungsb. k. Ak. Wiss. Wien,
voi. LXII, fase. 1°, pag. 469, n. 20 (fig. 28-30, tav. IV, dello
Schlicht (1870), non fig. 25-27 della medesima). Brady, 1884;
1 Pubblicato nel 1882. Vedasi il n. 50 della Bibliografia.
2 1882; Mém. Soc. Géol. France, ser. 3a, voi. II, meni. 3a, pag. 32,
n. 7, tìg. 25-28.
LAGENINE TERZIARIE ITALIANE
171
Beport Challenger, Zoology, voi. IX, pag. 486, tav. LIX, fi¬
gure 7 e 15. Fornasini, 1886; Boll. Soc. Geol. Italiana, vo¬
lume IV (1885), pag. 197, n. 15. Chapman, 1895; Proceed.
Zool. Soc. London, voi. V, pag. 29 e 52, n. 155. Earland,
1905; Journ. Quekett Micr. Club, pag. 214. Schubert, 1911 ;
Abhandl. k. k. geol. Reiclisanst., voi. XX, fase. 4°, pag. 69.
Ftssurina laevigata (pars) Reuss, 1870; Sitzungsb. k. Ak. Wiss. Wien,
math.-naturw. Cl., voi. LXII, fase. 1°, pag. 470, n. 5 (fig. 7-9,
tav. V, dello Schlicht (1870), non fig. 16-18, 19-21, tav. IV,
nè fig. 22-24, tav. II, dello stesso).
Lagena annectens Burrows ed Holland, 1896; in R. Jones: Monogr. Fo¬
rarti. Crag, parte 8a, pag. 205, tav. VII, fig. 11 a-h. Forna¬
sini, 1901; Meni. R. Acc. Se. Bologna, serie 5a, voi. IX, pa¬
gina 50, fig. 4.
Alla forma delle argille oligoceniche a Septarie di Pietz-
puhl presso Berlino, figurata dallo Schlicht nel 1870, ai un. 28,
29 e 30 della tav. IV, contenuta nell’opera citata in questa
sinonimia, su cui poi in parte il Reuss fondò nello stesso anno
la propria specie Lagena quadricoshilata, che è invece per me
una Fissurina, si approssima l’unico campione (fig. 42, 43 e
44) trovato nell’argilla giallastra pliocenica della località deno¬
minata « i Cappuccini » presso Caltanissetta, in Sicilia; cam¬
pione dal plasmostraco delicato, ialino, liscio, quasi trasparente,
misurante appena 0,44 mm. in lunghezza. Solo che, esso si pre¬
senta smarginato in alto ed in basso, qualora visto di fianco
(fig. 43); carattere che non resulta dalla fig. 28 dello Schlicht,
riguardante pure il fianco, ma della forma precitata; inoltre vi
s’osserva un orifizio allungato (fig. 44) ed un po’ più rigonfio
di quello della forma indicata. Esso medesimo rassomigliasi pure
alla fig. lo, tav. LIX del Brady (1884, loc. cit. nella sinonimia),
ma corrisponde poi quasi completamente alla fig. 4 la quale il
Fornasini ricavò nel 1901 (loc. cit.) da esemplare del R. Museo
Geologico di Napoli, proveniente dal pliocene superiore di Le-
quile in Terra d’Otranto, ed al Museo fornito, sotto il nome di
Hyalaeina, dal Costa. L’unica differenza di qualche importanza
si è quella di non presentare l’esemplare esaminato dal Forna¬
sini « vere coste, ma bensì . una modificazione della sostanza
del nicchio » (loc. cit., pag. 51); però per questo riguardo vedasi
ciò che ne dirò più sotto.
172
A. SILVESTRI
Non mi è stato possibile sezionare la mia conchiglietta, essen¬
domi rotta nel rivoltarla sotto il microscopio, ma vi ho intra v-
veduto per trasparenza un sifone interno.
R. Jones, Burrows ed Holland vollero distinguere col nome
di Lagena annectens Burrows e Holland (loc. cit. nella sinoni¬
mia), dalla Fissurina quacfricostulata (Reuss), la forma illu¬
strata dal Brady sotto la denominazione di Lagena quadrico-
stulata Reuss, e riprodotta nella fig. 15, tav. LIX, precitata,
l’altra da loro fatta conoscere con le fig. 11 a-b, tav. VII (loc.
cit.), e quella che comparisce qual Fissurina nelle fig. 7-9,
tav. V, dello Schlicht (loc. cit.), così giustificando la propria
opinione : « This species [Lagena annectens] at first siglit bears
a strong resembìance to L. quadricostulata Reuss; but thè or¬
namenta tion consists not of arehed costulae, as in thè latter
species, but of marlcs apparenti y due to a structural difference
in thè shell substance along thè lines of thè curves of thè sur-
face ». lo credo che il partito adottato dai suddetti non sia da
seguirsi: la differenza di struttura nelle pareti del plasmo-
straco esiste anche quando, come nel mio caso (fig. 42, 43 e
44), esse sono ornate di costicine in rilievo (fig. 44), perchè
queste hanno precisamente una struttura compatta, vitrea, loro
propria, e, essendo incastrate nelle pareti medesime e non
sovrappostevi, in alcuni casi, ossia quando non assumono tale,
sviluppo da venire a sporgere, danno origine all’aspetto osser¬
vato dagli autori nominati.
La Fissurina quadricostulata (Reuss), intesa nel modo col
quale la intendo, resulta, se fossile, esistente fin dall’oligocene
e, come abbiamo veduto, nell’argilla a Septarie di Pietzpuhl
nella Germania settentrionale, ma trovata poi anche, sebbene ra¬
rissima, nel « Crag » dell’Inghilterra, a Tattingstone ; rarissima
pure, ed anche questo abbiamo visto, nel pliocene superiore di
Lequile nella Terra d’Otranto; piuttosto rara invece nell’argilla
sabbiosa giallastra pliocenica di San Pietro in Lama presso
Lecce; rarissima poi nella marna giallastra pliocenica d’Ostra-
Vetere nella provincia di Ancona 1 ; e, finalmente, è da ricor-
1 Esemplare identico, anche per lo stato del nicchio, a quello sopra
descritto, ma lungo soltanto 0,30 inni,
LAOENINE terziarie italiane
178
darsene il rinvenimento nelle argille plioceniche a Globige-
rine del Nuovo Mecklemburgo e della Nuova Caledonia, nella
Melanesia.
Recente, è stata osservata, rara, nelle sabbie della spiaggia
di Bognor nel Sussex (Inghilterra), rarissima ed a profondità
non superiore ai 2264 ni. nel Mar Arabico, nei paraggi delle
Isole Laccadive; e si ha pure notizia del suo rinvenimento
nella Baia di Balfour, Isole Kerguelen (prof, dai 37 ai 91 m.),
al largo di queste (prof, dai 37 ai 219 m.), ed al largo di Sydney
(prof, di 750 m.).
*
* *
Quanto concerne la distribuzione e frequenza delle forme
considerate, affinchè resulti a colpo d’occhio, stimo opportuno
riassumere nel quadro della successiva pagina 174.
Stimo azzardato cercar di trarre nel momento delle con¬
clusioni dal quadro medesimo : non vi trovo elementi che ba¬
stino. Mi è per ora sufficiente aver recato questo piccolo con¬
tributo alla miglior conoscenza delle Lagenine terziarie ita¬
liane, e ciò senza preconcetti, e senza che mi sia preoccupato
del partito il quale eventualmente potrà ricavarsene nel futuro.
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1 La diversa frequenza ne viene indicata con una (rara) o due (comune) crocette.
2 Vedasi a proposito di questo termine la nota n. 1 di pag. 144. In generale trattasi di forme del plancton, il cui nicchio
è capitato, dopo morto l’animale, nelle od in una delle diverse zone batometriche accennate, ed il fatto della loro quasi co¬
stante presenza nella zona abissale, ad onta della delicatezza del plasmostraco calcareo, ne è, a mio avviso, ottima conferma.
LAGENINE TERZIARIE ITALIANE
175
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1 Comprende le pubblicazioni delle quali mi son maggiormente gio¬
vato in questo studio, o che ad esso hanno attinenza immediata.
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LAGENINE TERZIARIE ITALIANE
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LAGENINE TERZIARIE ITALIANE 179
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43. — Lageninae del Mar Tirreno. Mem. Pontif. Acc. N.
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xxxii, 1-80, tav. 1-93. Tomi primi pars altera (1791),
pag. 81-200, tav. 94-142. Tomi primi pars ter tia (179 5),
pag. 201-289, tav. 143-179. Tomus secundus (1798),
180
A. SILVESTRI
pag. i— vili, 1-148, tav. 1-26, I-XXIII. Typographia Fran¬
caci Rossi (Tormis primus), Typ. Francisci Rossi et Filii
(Tomus seeundus); Senis, 1789-1798.
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pag. 55-100, tav. VIT-XII ; fase. 3° (1881), pag. 101-152,
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ras. pres. 3 giugno - ult. bozze 7 luglio 1912].
STUDI DI GEOMORFOLOGIA ARGENTINA
Memoria del prof. G. Rovereto
III.
LA VALLE DEL RIO NEGRO
(Tav. Ili, IV, V, VI, VII)
§1.-11 lago (lei Nalmél Huapi.
Morfologia generale. — È il lago a più irregolare con¬
torno clie io conosca; nelle Alpi gli può essere lontanamente
paragonato quello dei Quattro Cantoni, il quale però corrisponde
solo a circa un quinto della sua area1. La sua parte princi¬
pale, che nasce dalla periferia delle Ande, diretta secondo i pa¬
ralleli, si addentra nel massiccio montuoso ritorcendosi verso il
nord-est; all’inizio dell’addentramento è quasi chiusa dall’avan¬
zata di due penisole opposte e da isolette (penisola di San Pedro,
isolette Huemùl, Gallina e Gaviotas, penisola di Porto Sàbana);
poi succedono la grande isola Victoria, una antica costola di¬
visoria di due valli, e verso ovest una fila di isolette parallele
a questa, segno di una terza valle minore.
Nella parte più addentrata si ha allungata, sulla direzione
dell’isola Victoria, una ristretta penisoletta che non ha nome e
1 II Nalmél Huapi ha un’area di kmq. 535, cui corrisponde un ba¬
cino imbrifero di kmq. 2960: le sue oscillazioni di livello raggiungono
m. 3,25; con eflussi da me. 80 a me. 840 (secondo le osservazioni degli
anni 1903-07); però durante la straordinaria piena del 1899 si raggiun¬
sero i 1500 me. Nelle Alpi gli corrispondono per la grandezza i laghi
di Ginevra e di Costanza. La più antica carta geografica che lo rappre¬
senti con qualche approssimazione è quella del 1775, di Juan de La Cruz
Cano y Olmedilla, sotto i nomi di L. Nahuechuapi e L. de Tigres; dicono
infatti che Nalmél Huapi voglia dire Tigre furiosa, però è indubitato
che in lingua araucana huapi significa Iago.
182
G. ROVERETO
che io ho dedicato all’ing. J. Eoraero; ad est della penisoletta
Romero si osserva una insenatura in cui hanno sbocco i tronchi
CARTA DEL LAGO NAHUEL HUAPI
C»rr* Ckxifci
Cifro Cwti
Fio. l.ft
d'origine dei corsi d’acqua della antica valle, mentre verso ovest
il lago continua con un braccio ristretto, finche termina contro i
rilievi che lo separano dai laghi Correi! toso ed Espejo, i quali
STUDI DI GEOMORFOLOGIA ARGENTINA
183
prolungano verso il nord, per un altro lungo tratto, tutta la de¬
pressione principale (fig. la).
Alla particolarità di essere la parte principale della conca
lacustre scissa in due parti, si aggiungono le curiose diramazioni
che da essa si partono e si addentrano nella catena andina,
Fig. 2.a — 11 braso di Porto Blest.
sotto forma di anguste braccia (diconsi appunto brazos, oppure
rincones ), chiuse fra alte e ripide pareti rocciose (fig. 2a).
Il primo di questi brazos è, sulla destra, quello della Tri-
steza, cui fa sèguito l’altro di Porto Blest, che corrisponde ad
una grande depressione trasversale a tutta la Cordigliera, acci¬
dentata da laghi e da vulcani.
Nella parte più interna si hanno il Brazo del Machete, riem¬
piuto in parte da prodotti vulcanici e continuato da una valle,
e il Rincon Hube, addentrato anch’esso fino alla convergenza
di due valli. Sulla sinistra esiste il Brazo Huemùl '.
1 La fig. la è la rappresentazione più esatta e più completa fra quelle
finora pubblicate delle forme del lago: la parte, topografica è stata da me
tratta dai rilievi della Oftcina de Tierras y Colonias, con alcune modifi¬
cazioni e aggiunte, specialmente di isolette, di piccoli laghi e di nomen¬
clatura. Le quote di altezza sono ricavate dalla Exposición Argentina en
la Cuestión de Lhnites e da note di viaggio mie e degli ingegneri Can-
tutti e Pozzi.
184
G. ROVERETO
A questo aggiungasi la profonda ed accidentata articolazione
di grandi tratti della riva, che dà luogo alla penisoletta di San
Pedro — tutta a seni, a sporgenze e ad isolette situate di contro
Fig. 3.a — Isoletta dirimpetto a Fuetto Barata:
esempio delle isolette a forme gibbose dei laghi andini.
a queste, per modo da formare un dedalo intricato — alla pe¬
nisoletta Romero, a Porto Manzano, a Porto Sabana (fig. 3a).
Se poi si immagina come il lago si presentava in tempi relati¬
vamente recenti, quando il suo livello era più alto di un 50 m., co¬
me dimostrano i terrazzi lacustri, tale sua capricciosa morfologia
diventa ancora più eccezionale. Nella sua parte più esterna si
prolungava verso sud fra la Cordiglieli e la Precordigliera; più
ad ovest comunicava direttamente con il lago Gutierrez, for¬
mando un altro curioso ed addentrato brazo; verso il nord co¬
stituiva una sola cosa con i laghi Correntoso ed Espejo, ed era
cosi prolungata di parecchie leghe la strana scissione in due
parti della zona principale del lago.
Ora, in tutto ciò si può scorgere l’eccezionale collegamento
di vari tipi morfologici; si ha il lago alpino, cui si sono ag¬
giunte le profonde braccia dei fiordi norvegesi, ed il fraziona-
STUDI DI GEOMORFOLOGIA ARGENTINA
18f>
mento insulare e peninsulare dei laghi svedesi e finlandesi; è
in complesso un tipo nuovo, che è naturale distinguere con il
Fig. 4.a — Vette coniche e terrazzi glaciali
allo sbocco del Rio Colorado nel lago Nahuel Huapi.
nome di andino, il quale ha richiesto per la sua origine l’as¬
sociazione di varie cause che si riconosceranno dopo l’analisi
e la descrizione particolareggiata delle diverse sue forme.
Morfologia glaciale di distruzione. — Le forme più pe¬
culiari che si osservano attorno al lago stanno nella parte che
più si addentra nella Cordigliela, e consistono nella foggia dei
rilievi montuosi direttamente sovrastanti all’incavo lacustre.
Questi sono da cima a fondo lisciati ed arrotondati, per modo
da presentare una forma conica terminata da un cocuzzolo di¬
polare. Porto Blest è uno dei punti in cui questa condizione
morfologica ha maggior risalto, e dove si riconosce l’enorme
effetto della erosione glaciale, che ha dato luogo ad una delle
più profonde e ristrette incisioni vallive che io abbia mai visto.
Però anche al di fuori dei ristretti brazos, lungo tutta la costa
occidentale del lago, dove sfocia il Colorado (iìg. 4a), dove si ad-
186
G. ROVERETO
(lenirà il seno del Machete (tav. HIa), alle spalle del Rincon
Hube, sul lago Correntoso (tav. IVa e fìg. 5a), le Ande presentano
tale caratteristica, e se nel caso di Porto Blest si poteva cre¬
dere che il ghiacciaio avesse rigurgitato sino [al sommo dei
monti, data la ristrettezza del braccio per il quale doveva in
Fri. 5.a — Laghetto morenico fra l’Espejo e il Correntoso;
sullo sfondo una caratteristica vetta conica.
canalarsi, negli altri casi, dove non si hanno strette, e l’accu¬
mulazione glaciale poteva scendere libera sui pendìi, si rico¬
nosce in modo certo che un grande mantello di ghiaccio co¬
priva tutto l’alto rilievo andino, e che da questo passava inca¬
nalato nelle valli periferiche. Si aveva in complesso il tipo del
ghiacciaio norvegese, formante grandi altipiani ghiacciati sul¬
l’alto del rilievo montuoso, e quindi rinchiuso in valli ristret¬
tissime ed in fiordi. Queste valli nel nostro caso sono rappre¬
sentate dalle diramazioni del lago; per le condizioni topogra¬
fiche non si ebbero i fiordi, i quali però si osservano più asini,
sulla costa cilena; e verso l’estremo del continente esistono pure
tuttavia i ghiacciai di un ridotto tipo norvegese.
La forma glaciale dei monti a cono richiede ancora alcune
spiegazioni, perchè sino ad ora non è stata debitamente de¬
scritta. È tipica quando si osserva in un monte isolato, come
quello che trovasi dirimpetto alle case di Porto Blest; in
STUDI DI GEOMORFOLOGIA ARGENTINA
187
questo caso i suoi liscioni assumono un po’ l’aspetto delle ro¬
tondità di una cipolla, terminati superiormente da un arco lu¬
nato, per cui quando ne esiste una serie, sembrano quasi so¬
vrapposti l’uno all’altro, e ricordano la forma dei monti a car¬
ciofo. Quando formano invece parte di una cresta montuosa, si
osserva una serie di vette arrotondate e massiccie, separate
da solchi diritti, molto incassati verso il basso, alquanto sva¬
sati verso l’alto (fig. (3°). Di frequente la parte inferiore del ver-
Fig. 6.“ — Versante a stacchi rettangolari e a roccie a montone
presso lo sbocco dell’emissario del Lago Gntierrez.
sante è troncata dagli angoli frontali prodotti da ghiacciai val¬
livi, per cui si riconosce che una fase glaciale a tipo alpino fu
successiva a quella di tipo norvegese.
Ora, tutto ciò indica che il fenomeno glaciale fu qui di
grande intensità, benché siasi asserito il contrario, basandosi
sulla poca estensione delle morene; ed infatti gli archi more¬
nici che sono rappresentati nella fig. 16a sono di minore impor¬
tanza di quelli, ad esempio, del nostro Garda, e non indicano
affatto una intensa glaciazione.
Però queste osservazioni, in apparenza contrarie, si possono
conciliare, considerando che quando il ghiacciaio è a mantello,
e non sono emergenti su di esso delle costole rocciose, le mo¬
rene laterali e frontali debbono essere molto ridotte, mentre sa¬
ranno molto sviluppate quelle di fondo; e ciò perchè manca
una zona montuosa emergente che è quella che alimenta le
'prime. Inoltre le morene che si incontrano allo sbocco del lago
Nahuél Huapi non sono del periodo in cui ebbe sviluppo la
glaciazione a mantello, ma sì di uno successivo a glaciazione
più ridotta, come fra poco diremo: mentre le morene della
188
G. ROVERETO
grande glaciazione si osservano sulla cresta della Precordi-
gliera.
La parte mediana della Cordigliera che sta ad ovest del
lago fu tutta coperta dal ghiaccio, e presenta le forme descritte,
Fio. 7.a - Le forme alpine delle vette del M. Tronador (m. 3400),
viste da Casapange.
eccettuato il Tronador, che per la sua altezza (m. 3400) fu so¬
praelevato sul ghiacciaio, ed ha quindi forme alpine (fig. 7a).
La parte a sud del lago, dove il ghiacciaio per il suo deflusso
era già alquanto abbassato, in corrispondenza specialmente del
Gruppo della Catedral, ebbe una zona montuosa emergente;
per cui la parte più alta di questo tratto di catena presenta
forme diverse da quelle già descritte : ossia si osservano vette
che a cominciare dalla parte che si conservò sopra elevata sul
ghiacciaio, e che è ben riconoscibile, hanno un carattere alpino,
a versanti ripidi ed irregolari, con pareti, canaloni e cengie,
creste sottili e guglie, fra le quali ultime notevolissime quelle
STUDI DI GrEO MORFOLOGIA ARGENTINA
189
che si allineano sulla cresta del Gruppo della Catedral. Ol¬
trepassata però la depressione del Gntierrez, i Gruppi della
Yentaua e della Tristeza ritornano alle forme coniche e massicce.
La particolarità più evidente che presenta il lago sono dei
resti di terre basse, più o meno regolarmente terrazzate, che
trovansi in lembi scontinui lungo le due rive, ai piedi delle pen-
V#
Fig. 8.a — Il Lago Espejo:
sullo sfondo le Ande a vette coniche ed i terrazzi di spianamento glaciale.
dici del massiccio andino, eccetto che nell’interno delle braccia
laterali. In parecchie delle fotografìe che pubblico (fig. 8a e 9R)
osservansi questi resti appianati, poco alti sul lago, coperti da
fitta vegetazione : essi sono a forma di terrazzo, oppure a forma
di piccoli rilievi che chiamo a dorso di cammello quando sieno
tondeggianti, poco alti e gibbosi, ed a dorso di cetaceo se allun¬
gati, ristretti, con un dorso mediano rilevato e più o meno ar¬
cuato. Paiono collegarsi ai bassi rilievi della Precord igli era ;
hanno una notevole estensione in corrispondenza della peniso¬
letta di San Pedro: sono ridotti a sottile striscia a Punta Mil-
190
G. ROVERETO
laqueo, si interrompono di contro all’isola Victoria, eccetto che
in nn breve tratto prima dello sbocco del Rio Colorado, ripi¬
gliano estensione in corrispondenza del Machete e del Rincon
Hnbe, si collegano alla bassa regione dell’Espejo e del Corren-
toso. Sulla riva di contro si osservano specialmente a comin¬
ciare dal Correntoso sino oltre Porto Manzano,
Fio. 9.a — Laghetto della regione di spianamento glaciale
tra i laghi Espejo e Correntoso.
Nella regione morenica e dentro il bacino del lago si osserva
un terrazzamento che è di origine lacustre : questi terrazzi sono
specialmente a due livelli, dei quali il più alto quasi corrisponde
in altezza alla morena frontale, è quindi elevato sul lago di
un 40 m., e risale evidentemente al periodo immediato alla di¬
sparizione del ghiacciaio dell’ultima fase, quando ancora l’emis¬
sario del lago, ossia il Limay, nasceva dall’alto della morena;
il più basso rappresenta probabilmente il livello definitivo, del
quale però il livello attuale del lago è al di sotto, non tanto
per abbassamento della soglia dell’emissario, quanto per una
STUDI DI GEOMORFOLOGIA ARGENTINA
191
diminuzione delle piogge, e quindi del volume delle acque che
si raccolgono nel lago.
Nell’interno del lago i terrazzi lacustri non sono visibili
poiché mancano notevoli placche moreniche o di altri materiali
incoerenti; però sono ben riconoscibili i terrazzi glaciali, sia
quelli di cui ora si è detto, e che appartengono ad una zona
spianata a pochi metri sul lago, sia altri che osservansi a livelli
più alti.
Il bacino di Porto Blest, sul ripido pendìo di uno dei fianchi
che lo rinserrano, offre esempio di quattro terrazzi, alquanto
Fig. 10.a — Terrazzi glaciali lungo il braso di Porto Blest:
o. livello del lago.
ondulati, ossia a pendìo non continuo, inclinati secondo l’ef¬
flusso del ghiacciaio, mentre dei solchi di versante inclinati in
senso contrario li interrompono e li rendono vieppiù irregolari
(fig. 10a).
Lo sbocco della valle del Machete presenta anch’esso di¬
versi livelli di spianamento: due sono ben distinti e molto alti,
il terzo fa parte della parte bassa, che cinge il seno del Ma¬
chete. Questo sarebbe assai più addentrato se una enorme eru¬
zione di un vulcano, che credo cileno, non avesse coperto di la¬
pilli la regione, e riempiuto in parte il seno, e proteso quindi
il corso del Machete: questa eruzione è probabilmente storica,
perchè fascia perfettamente le forme del terreno : il bosco che
la ricopre ha per lo meno cento anni di vita.
Due terrazzi glaciali esistono pure allo sbocco del Pio Colo¬
rado (fig. 4a); lì presso, nella parte rocciosa, si hanno le forme
di una gigantesca figura di viso umano con maschera: un pic¬
colo tratto di vegetazione rimasto in mezzo alla roccia costi¬
tuisce la maschera.
192
ri. ROVERETO
Sono assai rari i casi in cui i solchi del versante sieno per
forza centripeta, esercitata dal ghiacciaio, deviati verso le ori¬
gini di questo, anziché secondo il deflusso: sono invece fre¬
quenti dei solchi verticali, specialmente nella parte che nell’ul-
tima fase ad espandimento vallivo rimase emergente, i quali
sono interrotti da una parte più bassa in cui la roccia è a dorso
Fio. ll.a — L'isola della Gallina con lo scoglio delle Gaviotas,
grande bozza glaciale già opposta al dell asso del ghiacciaio
del Nahnél Huapi.
di montone, o altrimenti levigata e terrazzata. Questo, ad esempio,
si osserva dove l’emissario del Gutierrez mette nel lago princi¬
pale (fìg. 6a).
Fortissime e conservatissime tracce degli effetti dell’erosione
glaciale offrono verso ovest l’isoletta della Gallina e lo scoglio
che le è vicino (fìg. lla), poiché furono nuclei solidi e resistenti,
contrapposti al deflusso del ghiacciaio: il profilo trasversale del-
l’isoletta è molto caratteristico, amraontonato e ripido dalla parte
a monte (fìg. 12a), declive ed allungato da quella a valle.
•STUPÌ pi GEOMORFOLOGIA argentina
193
Nella parte della Cordigliera che sta a nord del lago si ha
esempio di quella particolare conformazione di alto versante
unito e ragguagliato, così reso da una fascia di detriti più o
meno minuti, distesi uniformemente sui pendii, conformazione
che ho osservato nelle Alte Ande sotto tutte le latitudini, im¬
mediatamente al disotto delle nevi perpetue, e che deve dipen¬
dere dal particolare modo di sciogliersi delle nevi, il quale dà
Fig. 12.il — Profilo trasversale dell’isola della Gallina:
bozza di roccia opposta alla defluenza del ghiacciaio del Nahuél Huapi.
luogo ancora alla famosa neve penitente così bene descritta dal
Keidel.
Morfologia glaciale di ricostruzione. — Gli archi mon¬
tuosi che chiudono il lago sono in parte morenici ed in parte
di roccia. Già da tempo è stata segnalata la morena dove il
lago ha sbocco e dà origine al Limay; è molto caratteristica:
isolata, alta un cinquanta metri sul livello delle acque del lago,
a cresta continua e livellata, alquanto arcuata: è una vera mo¬
rena frontale; le altre sono invece laterali, addossate d’ordinario
alla roccia.
Il più notevole ammassamento morenico trovasi dove è fon¬
dato Bariloche (fig. 13R), ed è dovuto all’incontro del ghiacciaio
laterale del Gutierrez (fig. 14a e 15n) con il ghiacciaio principale.
Gli archi rocciosi, prevalentemente basaltici, e che appar¬
tengono alla morfologia di distruzione, consistono specialmente
in rilievi di varie forme, ora arrotondati, ora aspri di aggetti,
emergenti dalle morene, od alle spalle di queste, residui di
grandi costole di valli secondarie, sia longitudinali, sia trasver¬
sali, più o meno risparmiate dalla erosione glaciale. Nei nostri
laghi italiani non si osserva questo fatto, perchè essi trovansi
sui confini della pianura: dove esistono al loro sbocco dei ri¬
lievi montuosi, ad esempio alla diramazione del lago di Como,
ciò è dovuto al fenomeno della difluenm, della quale quasi non
si ha esempio nelle Ande.
13
194
G. ROVERETO
Ragguardevole è il piano fluvio-glaciale che sta al di la
della morena frontale, lungo il Limay: esso trovasi allo stesso
livello del piano circumlacustre e quindi bene staccato dalla mo¬
rena, perfettamente livellato in forma di un grande triangolo
Fio. 13.a — Massi erratici nell’abitato di Bariloche:
sullo sfondo le forme massicce del Cerro della Yentana.
che si addentra nella stretta della valle. Altri grandi piani
fluvio-glaciali esistono lungo la depressione interposta fra la
Cordigliera e la Precordigliera, a sud del lago.
Caratteristiche glaciali mancanti. — L’osservatore trova
inoltre nella morfologia glaciale andina delle differenze che a
tutta prima non può definire, perchè dipendono da caratteri gla¬
ciali che mancano, o che sono ridotti a minime proporzioni :
attorno al lago Nahuél Huapi non si hanno difatti esempi di
circhi, di discontinuità glaciali, di profili a truogolo. Chi co¬
nosce quanto i circhi abbiano influenza sulla forma dei monti
e delle valli, sulle creste, sulle pareti, sulle vette, potrà facil-
STUDI I)I GEOMORFOLOGIA ARGENTINA
195
Fig, 14, 3
Il Lago Gutierrez.
— Il Lago Gutierrez.
Fig. 15,a
1%
G. ROVERETO
mente comprendere quanto diversa da quella delle Alpi si pre¬
senti la morfologia dei monti che rinchiudono il lago. Ad osser¬
vare la nostra catena si riconoscono forme che sono quasi appen¬
niniche, divise da valli alpine: si ha il monte massiccio e pieno,
con lunghi e ripidi pendìi, sovrai ncombente a ristretti solchi
vallivi, od al lago.
Anche le discontinuità glaciali, quasi assenti, privano la
regione delle caratteristiche cascate, degli scaglioni, dei gra¬
dini, delle troncature dei pendìi; Tunica notevole discontinuità
che io conosca è quella che dà luogo alla cascata de Los Can-
taros presso Porto Blest. Esistono però laghetti, depressioni ed
appozzamenti d’ogni sorta, e quindi soglie rocciose e moreniche,
e piccoli rilievi ammontonati.
La mancanza dei profili a truogolo, che è forse una conse¬
guenza della mancanza delle discontinuità, o viceversa, diffe¬
renzia dai fiordi e dalle valli alpine i ristretti brazos in cui si
ramifica il lago, e che hanno sopratutto l’aspetto di gole e di
forroni, diritti però, e senza anse, come i glaciali. In complesso
quindi si ha una estrema semplificazione delle forme glaciali,
della quale le cause sono molteplici; ma che principalmente
debbonsi ricercare nella grande maturità che regionalmente rag-
\
giunse il fenomeno glaciale. E la glaciazione a mantello che
in breve ha potuto distruggere i circhi, appianare le creste, ap¬
profondire i solchi preesistenti in modo uniforme e generale;
mentre più al nord, dove tale glaciazione non giunse, ad esem¬
pio nelle Ande di Mendoza, si hanno versanti incavati a circo,
e creste sottili come nelle Alpi, salti di roccia e triangoli fron¬
tali, e quindi valli che più o meno hanno forma di truogolo.
In qual modo poi tale eliminazione e distruzione di forme
si sia raggiunta, si può riconoscere pensando, che sulla massa
ghiacciata non sopraelevavano che pochissime e limitate creste,
nelle quali non potevano di certo incavarsi dei circhi; che nel
contempo la grande massa di ghiaccio defluente riduceva a pendìo
continuo i fondi delle valli, i quali, d’ordinario, tanto più si
presentano accidentati, quanto più sono piccoli i ghiacciai che
gli occupano.
Il profilo a truogolo molto limitatamente si osserva nella
valle dell’emissario del Gutierrez: il profilo a V che lo sosti-
STUDI DI GEOMORFOLOGIA ARGENTINA 197
tuisee è alquanto diverso dal V dell’azione fluviale, per la uni¬
formità dei suoi versanti, ed alcune volte per grandi incurva¬
ture unite e continue come quella che esiste allo sbocco del
brazo della Tristeza1.
Come già si è accennato, manca pure al Nahuél Huapi, ed
a quasi tutti gli altri laghi andini, quella bipartizione più o
meno regolare e pronunciata che si osserva nei nostri laghi al¬
pini, e che è dovuta al fenomeno glaciale della difluenza:
questa mancanza può essere anch’essa dipendente da una mag¬
giore maturità raggiunta nelle Ande dalla erosione glaciale;
ma nulla in proposito si può dire di sicuro, perchè, per quanto
io so, l’origine di tale particolarità è sinora mal conosciuta e
non spiegata.
Fasi glaciali. — Sono ancora da stabilirsi in modo chiaro
le diverse fasi glaciali del continente sud-americano, e le cor¬
relazioni che queste ebbero con il deposito dei loess e con gli
altri peculiari fenomeni del quaternario. Le osservazioni che
possonsi fare nella regione in esame contribuiscono solo parzial¬
mente alla soluzione di questi problemi.
La tipica morena che sbarra il lago da dove fuoriescono le
acque del Limay, per la sua posizione sulla sponda della de¬
pressione lacustre, e fra questa e la valle, come se fosse sta¬
diaria, e per la sua perfetta conservazione, è di certo il testi¬
monio di un’ultima fase ; perchè nessun espandimento succes¬
sivo passò su di essa ad alterare le sue forme originarie (fig. 16a).
Attorno al piano fluvio-glaciale, al di là di questa giovane
morena, ha origine un terrazzamento, non più alto di un cin¬
quanta metri sul livello del fiume, il quale in basso della
valle prende sviluppo, e dà luogo ad un sistema interrotto di
basse terrazze che occupano la identica posizione delle basse
terrazze alpine. Inoltre, sia per la situazione, cosi addentro
nella Precordigliera, sia per il poco volume che la morena
frontale offre, si può asserire che tale ultima fase fu di non
1 II limite verso l’equatore dei ghiacciai delle Ande argentine è il
33° di lat. S: osservazioni di Hauthal, Giissfeldt, Ilabel, Reichert e di
altri hanno stabilito che i ghiacciai della provincia di Mendoza sono in
ritiro (Rivista del Museo (le La Piata, voi. A 1, pag. Ili, 1895, ecc.); lo
stesso ho osservato nei ghiacciai del Tronador.
Fig. 16.a — Morfologia glaciale e lacustre presso l’imbocco dell’emissario del Lago Nahuél lluapi.
STUDI DI GEOMORFOLOGIA ARGENTINA 199
grande intensità, di una intensità che più o meno può avere
correlazione con la ultima delle Alpi : ad essa quindi non ap¬
partiene la grande calotta a mantello cui si è accennato, ma
sì dei ghiacciai di tipo alpino, con morene situate al piede della
Cordigliera, e ciò naturalmente sino ad un determinato grado
di latitudine verso il sud, che ancora non si conosce, e al di
là del quale fu invece a mantello, come tuttora si osserva al-
l’estremo del continente, verso il Pacifico.
È dovuta a questo fatto la conservazione attorno al Nahuél
Huapi della topografìa glaciale dei periodi anteriori, del grande
levigamento subito da tutto il massiccio, dei fondi di valle delle
varie epoche ridotti a terrazzi laterali.
La nostra morena posa, o direttamente sulla roccia basal¬
tica, o su di uno strato di limo glaciale, il quale a sua volta
è collegato e ricopre un conglomerato morenico che ha local¬
mente il nome di cancagua, il quale ricorda molto il ceppo di
Lombardia, benché forse non sia tanto antico come questo. Ora,
questa cancagua è certamente il prodotto di un’altra fase gla¬
ciale anteriore alla precedente; però sepolta come è sotto la
morena più recente, localmente nulla indica sullo sviluppo di
questa fase più antica (fig. 17a e 18a).
Sull’alto della costola, che limita la depressione separante
il gruppo vulcanico del Pichileufu dalla Cordigliera principale,
si riconosce un terreno morenico di aspetto abbastanza fresco,
con massi erratici, prevalentemente costituito da rocce cristal¬
line provenienti dalle Ande, le quali trovansi a non meno
di trenta chilometri più ad ovest : quindi il ghiacciaio che giunse
fin qui scese dalle Ande, attraversò e colmò la depressione del
Neribau, si accumulò sino a raggiungere un’altezza di un tre¬
cento metri sul fondo di questa, e si riversò con la sua fronte verso
il Pichileufù, dando luogo ad un piano morenico molto esteso,
secondo la direzione delle Ande, però di non eccessiva potenza
trasversale, da cui ora sporgono massi erratici e rocce vulca¬
niche in posto, arrotondate e levigate; e dal quale si partì nella
successiva fase fluvio-glaciale parte di quella coltre ciottolosa
che copre il grande altipiano patagonico e che ha nome di te-
huelchense, così almeno io credo, benché il tehuelchense, mal de¬
finito e mal conosciuto, sia stato sinora considerato in parte plio-
200
G. ROVERETO
cenico e in parte miocenico \ Questi depositi, cosi come sono si¬
tuati, sia per l’altezza raggiunta, sia per la distanza dalle Ande,
sia per la distribuzione, sono più antichi dei precedenti ; e può
ritenersi che appartengano all’epoca in cui la glaciazione rag¬
giunse il suo massimo, e fu caratterizzata dal mantello con cui
coprì la regione. Dico più antichi, perchè in caso contrario non
avrebbero permesso alla morena del Lima} di rimanere intatta,
nè alla cancagua di depositarsi ad un livello così basso, mentre
il ghiacciaio che in un primo espandimento giunse ai monti del
Pichileufù, nell’espandimento posteriore si accumulò ad un’al¬
tezza molto minore, e, invece di affluire verso l’est, affluì verso
il sud, verso il lago, lungo la depressione del Neribau, contri¬
buendo all’accumulazione della morena di Bariloche (fig. 13a)
che posa anch’essa sulla cancagua.
I depositi morenici indicano quindi tre fasi glaciali, e questo
non è un piccolo risultato, perchè in nessun luogo scorgesi uno
spaccato naturale, eccettuato quello del Limay a cui si riferi¬
scono le fig. 17” e 1 8n, ed il raggruppamento dei fatti osserva¬
bili è reso difficile dalle grandi distanze e dallo strato di terra
eolica che copre tutte le pendici, togliendo loro ogni caratte¬
ristica. A sua volta la morfologia dell’interno del lago fa ricono¬
scere che si ebbero forse altre due fasi minori, poiché in parecchi
punti si osservano quattro terrazzi, cui si deve aggiungere l’at¬
tuale fondo del lago, che è il quinto.
In conclusione la grande glaciazione a mantello, con ghiac¬
ciai vallivi nelle parti periferiche, è la più antica: le sue mo¬
rene trovansi a trenta chilometri dalla periferia delle Ande,
dove si origina il semipiano terziario : le alluvioni, che coprono
in alcuni tratti questo semipiano, devono quindi appartenere
alla immediatamente susseguente fase fluvio-glaciale. Le gla¬
ciazioni posteriori, con morene entro valle, ebbero carattere
alpino e furono collegate quindi alla morfologia attuale ; ad esse
corrispondono le terrazze lungo il Limay ed il Rio Negro, di cui
diremo.
1 Dirò in altro lavoro delle correlazioni che ha il tehuelchense, con¬
siderato come il prodotto di una prima fase interglaciale con il Jerseyan
e con il Kansan Drift deH’America settentrionale.
Nuclei rocciosi Alto terrazzo lacustre Basso terrazzo lacustre Lago Naliuél Huapi
STUDI DT GEOMORFOLOGIA ARGENTINA
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201
202
G. ROVERETO
Origine del lago. — La zona dei grandi laghi delle Ande
comincia fra il 38° ed il 39° di lat. S, e si continua sino all’e-
Fig. 19.a — 1. Lago Lolog; 2. Lago Lacar;
3. Lago Trafili (1: 1.000.000). Tipo alpino.
Il Lago Lacar per un fenomeno di cattura postglaciale
sbocca verso il Pacifico.
stremo del continente, con conche che a mano a mano si fanno
sempre più ampie, e per un certo tratto anche più irregolari.
Nella parte più settentrionale, dal L. Aluminé sino al L. Trafili
coni] ireso, i laghi hanno carattere alpino (fìg. 19a), ossia sono
allungati secondo una valle preesistente e di cui tuttora sono
STUDI DI GEOMORFOLOGIA ARGENTINA
203
ima parte più o meno mediana; dal Nahuél Huapi invece,
ossia fra il 40° ed il 41° di latitudine, comincia la serie dei
Fig. 20. a — 1. Lago Puelo; 2. Lago Menendez;
3. Lago Fetalafquén (1:1.000.000).
Di tipo andino settentrionale.
laghi articolati e diramati, che costituiscono il tipo particolare
che ho detto andino (fig. 20a e 21a).
Inoltre il lago di tipo andino presenta gli irregolari terrazzi
descritti, con rilievi a dorso di cammello ed isole a dorso di
cetaceo, isolette, aggetti e rientranze costiere d’ogni maniera.
204
G. ROVERETO
Quasi alla stessa latitudine cui si origina questa singolare
foggia di laghi, ossia fra il 41° ed il 42°, si osserva che la
costa cilena comincia anch’essa ad articolarsi, dapprima in baie,
quindi in fiordi ed in canali, ed a scindersi in gran numero
di isole.
Il cominciare dei laghi poco prima del 39° probabilmente
non dipende tanto dalla latitudine, quanto dalle condizioni cli¬
matiche locali : perchè il massiccio andino, aumentando sempre
di potenza trasversale e di altezza quanto più si avanza verso
il nord, e ciò sino all’equatore, avrebbe certamente ovviato con
tali condizioni morfologiche al diminuire della latitudine, e con¬
tinuato l’azione glaciale sino sotto i tropici; però la secchezza
del clima ha impedito che ciò avvenisse, e specialmente nelle
proporzioni che si osservano in altre catene sub-tropicali.
Per potersi riprodurre un sistema lacustre, eguale a quello
che, tuttora conservato, è dovuto alle glaciazioni passate, biso¬
gnerebbe che la precipitazione acquea diventasse molto più ab¬
bondante: al presente solo una zona che si estende lungo le
Ande fra il 37° ed il 43° di lat. S. offre più o meno tale con¬
dizione; poiché ivi la precipitazione è in inverno superiore ai
400 mm., per cui se risalisse sino ad essa dal 47° la isoterma
estiva di 11°, che permette ora che i ghiacciai scendano al
mare, il fenomeno glaciale riprenderebbe sviluppo; però per
eguagliare l’espansione più antica, bisognerebbe che risalissero
a tale latitudine linee di piovosità e di temperatura che ora
trovansi relegate sul continente antartico.
Perchè si verificasse eguale al passato il fenomeno glaciale
nelle Ande di Mendoza e di San Juan, che hanno ora un clima
quasi desertico, sarebbe necessario che almeno la linea di pioggia
dei 400 mm., la quale, risalendo rapidamente dal sud, giunge
ora sino al 37°, giungesse invece sino al 30°, e che unitamente
ad essa risalisse dal 47° la isoterma annuale del 6°, come
quella che nell’attualità, con tale quantitativo di pioggia, per¬
mette la glaciazione delle Ande meridionali.
Da queste premesse, specialmente dalla constatazione che i
laghi aumentano di numero e si fanno più ampi a mano a mano
che si avvicinano al polo, ed assumono particolari forme a se¬
conda dei paralleli; come pure dalla considerazione, che il con-
STUDI DI GEOMORFOLOGIA ARGENTINA
205
206
G. rovereto
tinente sud-americano, per la sua particolare posizione, presenta
un graduale passaggio, solo interrotto dalle condizioni orogra¬
fiche, dalla glaciazione di tipo pirenaico a quella di tipo al¬
pino, da. questa a quella norvegese, e che infine si ha, dopo
una non grande interruzione, il tipo artico — per modo che
basta spostare verso il nord le linee di piovosità e di tempe¬
ratura, che ora permettono tali condizioni, per potere .ricostruire
le condizioni antiche — facilmente si viene alla conclusione
che l’azione glaciale, più o meno attiva a seconda dei vari pa¬
ralleli, ha avuto una parte preponderante nel dare alle Ande
le caratteristiche morfologiche attuali.
Oggigiorno per spiegare l’origine di un lago, la cui conca
fu occupata da un ghiacciaio, si ricorre specialmente a due ipo¬
tesi: a quella che dei movimenti tettonici, ossia un arco di
piega, o degli spostamenti per fratture, abbiano formato la
conca, solo piallata in seguito dal ghiaccio, od all’altra, che il
ghiacciaio l’abbia per intero scavata e modellata, aumentandone
alcune volte la profondità con i depositi morenici lasciati sui
suoi orli.
Io ebbi occasione, trattando del lago di Como e della Val
San Giacomo, di rilevare come esistessero ivi dei terrazzi in
contropendenza che, come quelli del lago di Zurigo, potevano
far credere che fosse intervenuto un arco di piega a serrare la
conca lacustre. Successivamente, ristudiando il lago con una co¬
mitiva di geologi capitanati dal Davis, osservai che se una
piega avesse sollevato l’orlo a valle, abbassando contempora¬
neamente la parte mediana, sarebbero pure stati abbassati i
letti dei- fiumi e dei rivi laterali; per cui, come succede su di
una costa marina che si sommerge, le acque avrebbero risalito
lungo di essi e dato luogo a braccia laterali, a isole ed a pe¬
nisolette, con numerosi seni e sporgimenti. Ma non esistendo
lungo le rive di quel lago nulla di tutto questo, anzi ricono¬
scendo, che le bozze di roccia situate dirimpetto allo sbocco
della Valtellina occupano la loro posizione originaria, per cui
il lago non si è mai esteso molto al di là di esse, venni alla
conclusione, che per ora l’unica ipotesi possibile per spiegare
l’origine del lago di Como è quella della escavazione glaciale,
avvenuta in vari periodi, in una preesistente valle trasversale.
STUDI DI GEOMORFOLOGIA ARGENTINA
207
Però le condizioni morfologiche del Nahuél Huapi sono af¬
fatto differenti : già si è detto della svariata articolazione delle
sue coste, delle sue grandi e piccole isole, e sopratutto dei suoi
brazos, che diramano da una parte mediana, anch’essa scissa
in varie parti e molto irregolare; inoltre esso trovasi su di una
depressione trasversale che attraversa per intero le Ande, ed
è assai prossimo al parallelo da dove incomincia la grande di¬
sarticolazione della costa cilena. Ora è a vedersi se tutto ciò
può esplicarsi con la particolare condizione della locale gla¬
ciazione, che fu a mantello e quindi molto più attiva che nelle
Alpi, o se invece si deve ammettere che, senza eliminare la
azione glaciale, che sarebbe assurdo disconoscere, non sia pure
intervenuto un fattore tettonico, il quale avrebbe originato una
depressione mediana alla catena, e quindi ridotto i laghi alla
foggia andina.
Il problema è diffìcile a risolversi, poiché le osservazioni da
me fatte portano a conclusioni fra loro contrarie : da un lato,
si riconosce che la glaciazione a mantello ebbe con il Nahuél
Huapi il suo limite settentrionale, e che il lago Trafili, che gli
succede immediatamente verso il nord, mentre offre solo lievi
tracce di tale vigorosa azione glaciale, pone pure fine aliasene dei
laghi andini, ed ha caratteri pienamente alpini ; dall’altra, è
noto che nella Nuova Zelanda ed in Norvegia, dove i ghiac¬
ciai a mantello ebbero od hanno prevalenza, non si ha, od è
molto ridotto, il tipo del lago andino, per cui non si può a
priori affermare che tale glaciazione produca sempre laghi di¬
ramati.
Inoltre nelle stesse Ande, dal lago Nahuél Huapi sino al
43° di lat. S, i laghi principali, con i minori che a loro si
collegano, Lago Mascardi, L. Guillermo, L. Puelo, L. Menendez,
L. Rivadavia ed L. Fetalafquén, sono di tipo diramato, ossia
andino (fig.20a) ; a cominciare invece dal lago General Paz, presso
il 44°, ritorna un tipo alpino nelle forme generali, che conserva
però le coste articolate, e col lago Fontana si osserva il caso
della difluenza terminale. Col lago Buenos Aires, fra il 46° ed
il 47° di lat. S, si ha nuovamente il tipo diramato, che rag¬
giunge la sua massima irregolarità con il lago San Martin, le
cui braccia ristrette ed allungate sono di forme eguali ai ca-
208
Ct. rovereto
nali della costa cilena, e sostituiscono i brazos di tipo Naliuél
Hnapi, nel contempo che i canali costieri di tipo cileno sosti¬
tuiscono o si aggiungono ai fiordi (fig. 21a).
Inoltre, da tutte le figure publicate, riguardanti i caratteri
peculiari del lago, risulta in modo evidente che questi si sono
prodotti quando già il lago esisteva; ossia probabilmente già
quando l’azione della fase glaciale a mantello, che, come si è
detto, fu la prima, aveva portato a termine la sua opera; per
cui i movimenti tettonici, che avrebbero ampliato e trasformato
nelle condizioni attuali l’incavo lacustre della prima fase, do¬
vrebbero essersi verificati in una delle fasi successive.
Lo sbarramento del lago. — Secondo un geniale concetto,
che fu per la prima volta esposto dal Cipolletta, e quindi ri¬
studiato dagli ingegneri Lange e Severini, il lago può ridursi
ad un bacino di ritenuta, ad un regolatore della portata del Rio
Negro, sbarrandolo dove ha origine il suo emissario, il Limay.
Ho studiato dal lato geologico i due progetti di sbarramento
adattati alle due uniche località dove è possibile tale opera:
quello all’ingresso dell’emissario; l’altro lungo di questo, dopo
la casa del « Correo », alla prima stretta prodotta da uno sprone
di roccia.
Morfologicamente si osserva, che il canale per il quale passa
l’emissario è inciso in un ripiano circumlacustre costituito, dove
è battuto dalle acque del lago, da ciottolame e massi, quindi
da limo coperto di ciottoli, il tutto di origine glaciale. Il ri¬
piano viene gradatamente salendo, e su di esso, dietro le case
di Nahuél Huapi, ossia sulla sinistra, si eleva un accumulamento
morenico in forma tipica, alto non meno di cinquanta metri,
di cui ho già detto. Sulla riva destra invece, l’accumulamento
glaciale è terrazzato a due livelli e poggia contro un rilievo roc¬
cioso: uno spuntone di questa roccia, che è un basalto, si spinge
sino al Limay, e si avanza a restringere il letto, formando la
stretta ora ricordata (fig. 17!l e 18a).
Dove comincia la corrente dell’emissario, si ha un banco
sottacqueo, come una barra, sul quale rompe l’onda del lago
(fig. 22a) : questa barra è costituita dal conglomerato glaciale
detto cancagua, però non è continua, e si interrompe sulla riva
sinistra, dove si hanno ghiaie ed arene sciolte.
STUDI DI GEOMORFOLOGIA ARGENTINA
209
Lo stabilire su questo banco uno sbarramento, ha per me
l’inconveniente che i suoi due capi laterali non possono con¬
giungersi con un terreno solido e resistente, poiché, come si è
detto, la riva sinistra è di ciottolame e massi, e la destra di
Fig. 22.a — Imbocco del Limay, emissario del Lago Mainici Huapi:
sullo sfondo la catena delle Ande con la grande depressione del Gutierrez.
limo glaciale, incoerente, permeabilissimo e di nessuna resistenza
alla pressione: per ovviare a tali condizioni sfavorevoli si ri¬
chiederebbero lavori costosissimi.
Mi pare quindi che sia a preferirsi, per costruirvi la diga
di sbarramento, la località dove la roccia basaltica forma la
stretta. Qui abbiamo che tutta la riva destra è in roccia im¬
permeabile, salda e compatta, resistente in massa a qualsiasi
pressione, benché superficialmente attraversata da numerosi piani
di frattura: che il letto, secondo i sondaggi del Lange, è della
stessa roccia, la quale passa sulla riva sinistra, e si sprofonda
gradatamente sotto l’accumulamento morenico.
Questo sprofondamento fa si, che mentre il basamento della
diga potrà farsi sulla roccia salda, la sua testata di sinistra
terminerà contro il materiale mobile della morena, si dovrà
14
210
G. ROVERETO
quindi approfondirla nella morena che sovraincombe, di quanto
verrà calcolato sufficiente, perchè nè le pressioni, nè le infiltra¬
zioni, possano produrre degli spostamenti, costruendo pure al¬
l'uopo un diaframma impermeabile in cemento armato, e simili.
Secondo i vari progetti, l’innalzamento delle acque del lago
sarà di pochi metri ; se fosse maggiore, richiamerei l’attenzione
sul fatto che tutta la regione morenica che sbarra il lago è
permeabilissima, e che si ha un tratto in cui essa è molto as¬
sottigliata.
Viaggiando per il lago ho poi avuto occasione di osservare
che si concedono titoli di proprietà su lotti fiscali, i quali sono
stati coltivati quasi esclusivamente lungo le sponde, e così pure
che si costruiscono sulle sponde le case; ciò porterà alla con¬
seguenza che si dovranno incontrare delle forti spese di espro¬
priazione quando si porrà mano al lavoro della diga.
Di alcune condizioni climatiche ed agricole. — Data la
grande depressione che attraversa le Ande, e di cui è parte
il lago, le condizioni climatiche cilene tendono a passare le
Ande, ed influiscono ad aumentare di molto il quantitativo di
pioggia che cade attorno al lago; per cui la Cordigliera Argen¬
tina, d’ordinario così secca ed arida, priva di vegetazione e di
acque, qui si arricchisce di laghi e si ammanta di folta vege¬
tazione.
\
E già stato osservato che il lago attraversa varie zone di
pioggia; dalle condizioni della vegetazione io ho stabilito quanto
segue. Nella parte più esterna verso l’est, il terreno è polve¬
roso, coperto da vegetazione a cespugli più o meno sferici, stac¬
cati l’uno dall’altro, senza cotica erbosa continua: sono queste
all’incirca le condizioni che si osservano sull’altipiano, ed in
tutte le Ande meridionali, e dinotano una zona di pioggia com¬
presa fra i 400 ed i 600 mm. annui. Tale grado di piovosità
si estende sino alla penisola di San Pedro, dove comincia ad
essere più abbondante, e si passa ad una seconda zona, che
comprende tutta l’isola Victoria, dove si ha un bosco folto e
continuo, e, dove questo manca, esiste una cotica erbosa.
Dalla estremità della Penisola Romero, sino a tutta la re¬
gione del Correntoso, la pioggia è di certo superiore ai 1200 mm.,
e forse raggiunge i 1800: quivi la vegetazione si ha nelle con-
STUDI DI GEOMORFOLOGIA ARGENTINA
211
dizioni dei laghi svizzeri ; la foresta è foltissima, il prato si
crea facilmente, qualsiasi seminagione può resistere senza bi¬
sogno di irrigazione.
Questi vantaggi sono però diminuiti dalle condizioni della
temperatura: di inverno facilmente il termometro scende a 16°,
d’estate presenta delle forti oscillazioni, e non sono rare le ge¬
late, specialmente nella parte più esterna del lago, intercalate
ai più forti calori.
In quanto all’utilizzazione di quei terreni, se si ritiene che
ciò possa consistere nella distruzione del bosco, per sostituirvi
dei coltivi, io farei voti che ciò non avvenga mai. È da notarsi
che i terreni attorno al lago sono in gran parte autogeni, pro¬
venienti dal disfacimento in posto di rocce cristalline, e di un
valore assai minore di quelli della pianura argentina: introdu¬
cendo quindi le colture con i metodi usati al basso, in pochi
anni tali terreni verrebbero esauriti, e si sostituirebbe alla fo¬
resta un magro pascolo, di un reddito assai limitato.
Invece la foresta può procacciare un reddito continuo e rin¬
novabile, ed anche solo per la sua bellezza la Nazione Argen¬
tina deve darsi il lusso di conservarla intatta: il giorno in cui
Bariloche sarà unito con la ferrovia alla costa atlantica, il lago
potrà diventare una stazione climatica di prim’ordine, poiché
le sue bellezze naturali rivaleggiano con quelle dei laghi nor¬
vegesi e svizzeri. Quello che a questo proposito ha scritto il
grande e benemerito esploratore argentino, F. P. Moreno, è per¬
fettamente giusto ed esatto.
Per ora però addolora vedere quella bellissima foresta es¬
sere di continuo distrutta da colossali incendi, che evidente¬
mente sono opera degli interessati: persino la parte che era
stata dichiarata riserva nazionale è già per buona parte incen¬
diata. È una vera fortuna che nelle condizioni attuali il sosti¬
tuire alla foresta la coltivazione estensiva sia, dopo tutto, un cat¬
tivo affare; poiché il nettare il terreno degli alberi e delle loro
radici costa tal somma che non può essere in alcun modo ricu¬
perata dal reddito delle colture: solo può servire a dare un
valore fittizio ai terreni per venderli a remate, o per far cre¬
dere di avere ottemperato alle prescrizioni che la legge argen¬
tina richiede perchè sia concesso il titolo definitivo di proprietà.
212
G. ROVERETO
Ciò nonostante, se si vorrà continuare a disboscare per am¬
pliare le zone coltivate, queste dovranno essere usufruttate con
metodo intensivo e non estensivo; parecchie delle colture delle
nostre Alpi, tra cui specialmente quella del castagno, potranno
avere un certo esito. Nella fig. la sono indicati i tratti dove
per le condizioni morfologiche, ossia dove esistono zone più o
meno pianeggianti, si potrà procedere, con qualche speranza di
riuscita, a tale utilizzazione 1 2 .
§ 2. — La riva destra ed il corso del Limay.
Il semipiano cretaceo e postcretaceo. — Quando da Roca
si intraprende il viaggio per il lago Nahuél Huapi, si passa
in zattera o balsa il Rio Negro, ad un guado situato dirim¬
petto al paese, poi si segue per lungo tratto la sponda destra
del fiume, finche si sale sull’altipiano, e si prosegue per una
strada che per la maggior parte è situata lungo la linea di
fastigio fra il Limay ed il resto del grande semipiano patago-
nico. Questra strada, con l’indicazione dei suoi abitati, è per la
prima volta tracciata nella carta geologica della fig. 23a 2.
I primi giorni di viaggio si svolgono sul semipiano creta¬
ceo, il quale sul Rio Negro è tagliato dalla ripa o barranca
del fiume in due piani più o meno orizzontali, l’inferiore costi¬
tuito da arenarie rosse del cretaceo medio, il superiore da marne
biancastre appartenenti al cretaceo superiore 3, e da altre are-
1 Teoricamente queste parti pianeggianti o basse testimoniano, come
si è detto, l’effetto dell’erosione glaciale sul fondo dei preesistenti solchi
vallivi.
2 La parte topografica della fig. 23a, è in parte originale perchè do¬
vuta agli itinerari dell’autore combinati con rilievi della Dirección de Fer-
roc.arriles e della Comisión de Limites.
3 Questa base della formazione cretacea dei dintorni di Roca ebbe
dal Doering il nome di pehuenchiano, era però considerata come eoce¬
nica. Su di essa avvenne l’invasione marina segnalata dal Roth, e alla
(piale rAmeghino diede il nome di rocaniano, e il deposito terrestre
delle marne grigie arenacee e delle arenarie gialle che Amegliino deno¬
minò pehuenchiano superiore, considerandolo contemporaneo al rocaniano:
aggiungendo a questi gli strati a Notostylops , rAmeghino considerò che
il complesso fosse corrispondente al cenomaniano.
STUDI DI GEOMORFOLOGIA ARGENTINA
213
«arie che corrispondono a quelle che il Roth, nei suoi prege¬
voli lavori sulla geologia di questo territorio, chiama areni-
scas del Rio Negro, e che debbono considerarsi plioceniche.
Fig. 23.a
Manca qui la intercalazione degli strati marini di Roca e alla
sommità lo strato dei rodados patago'nicos, perchè non possono
rappresentarlo alcuni ciottoletti cementati da fosca, e che pro¬
vengono probabilmente dalla lunga erosione in posto, o eluviale,
come ora si dice, della serie cretacea che li conteneva. Questa
mancanza l’ho pure verificata per tutto il resto del viaggio.
Il semipiano cretaceo presenta ampi solchi vallivi ora estinti,
i quali non sempre hanno pendenza continua in un solo senso
ed uno sbocco, per cui danno luogo a bacini chiusi, che, per es-
214
G. ROVERETO
sere ricchi di efflorescenze saline, diconsi salitrales. Questi sa-
litrales, dato il regime desertico della regione, per lunghi anni
rimangono asciutti: il salitral di Tricacó, ad esempio, da dieci
anni non raccoglie acqua, nemmeno temporaneamente (fìg. 24a).
Gli strati cretacei sono sempre perfettamente orizzontali,
però nella barranca sul Rio Negro sembrano alquanto inclinati
verso il sud, ed a tale inclinazione è dovuto l’affioramento delle
arenarie rosse che qui formano un livello inferiore, costante-
mente ricoperto dalle marne giallastre e biancastre (tav.Va eVIa).
Ora, andando dal ciglio della barranca verso il sud, dopo un
quindici chilometri d’altipiano arenoso, perchè costituito dal di-
sfacimento dell’arenaria del Ilio Negro, perfettamente livellato,
si trova un’amplissima valle estinta, il cui fondo è più alto di
quello della valle del Rio Negro, e che ciò non ostante pre¬
senta sulla sua sinistra un affioramento di arenarie rosse, ad
un livello quindi superiore a quello osservato lungo la valle
principale. Ciò indica certamente la presenza di una faglia, a
cui è probabilmente collegata l’origine della valle estinta e del
salitral che le fa seguito.
Come ora ho detto, in questa regione, le piogge sono scar¬
sissime, probabilmente non raggiungono i 150 min. annui, si
attraversa quindi per due giorni un paese senz’acqua e senza
pasto per gli animali, coperto dai cinerei cespugli dell’amara
jarillia (Larrea nitida). Solo quando si giunge al salitral di
Tricacó si ha una sorgente d’acqua, probabilmente in rapporto
all’affioramento di marne impermeabili dal disotto delle are¬
narie rosse, ed esistono pure nella regione dei pozzi o Jagiieles,
che hanno la stessa origine, accompagnati all’intorno da ce¬
spugli di pilchiana (Poinciana Gilliesii), specialmente quando
il terreno sia salino, i quali servono a riconoscere l’acqua esi¬
stente ad una certa profondità, fi salitral di Tricacó è lungo
un 20 km. e largo 10, diretto da ovest ad est; durante le piogge
che si verificano molto di rado, l’acqua si raduna nel suo estremo
di levante, dove forma un lago temporaneo, sulle cui sponde il
vento accumula la terra che trasporta, e quindi le rialza, per
cui l’acqua del lago può raggiungere un’altezza superiore a
quella del terreno circostante. Dalla parte opposta, ossia verso
l’ovest, il salitral presenta nella barranca che lo limita uno
21»
STUDI DI GEO MORFOLOGIA^ ARGENTINA
squarcio, detto la Puerta di Tricacó, dovuto probabilmente ad
una cattura di un corso d’acqua, già avente corso verso l’ovest,
e quindi verso il Limay, che risalì verso l’est ad erodere la cin¬
tura del bacino di Tricacó (fig. 24a).
Fig. 24.a — Il Salitral tli Tricacó:
sullo sfondo la Puerta di Tricacó e il semipiano cretaceo.
Questo bacino è circuito completamente da una barranca ta¬
gliata nelle rocce cretacee, e nel suo mezzo presenta uno spun¬
tone di roccia andesitica.
Dal salitral di Tricacó si passa a quello di Patucó, per una
regione resa sterile da una arenaria quarzosa cretacea che dà
luogo a monticoli irregolari o a piccole tavole, poi si segue un
ampio ripiano, ai piedi di rilievi tabulari cretacei che hanno
nome di Sierra Patucó, di Punta Sierra, di Cerro di Mallincó
o Mayocó 1 : fra questi due ultimi si apre un’altra porta
1 I nomi di origine india, che io ho preferito ai nomi dei santi im¬
portati dai bianchi, sono scritti secondo l’ortografia castigliana, però il
y deve essere pronunziato all’uso argentino.
216
Ct. ROVERETO
detta E1 Porteznelo del Guy, cha testimonia anch’essa una cat¬
tura proveniente da un affluente del Liraay.
Sul pianalto di Punta Sierra si osserva per la prima volta
una tavola di roccia basaltica, e su quello di Mallincó un vero
e proprio vulcano, il più occidentale dei vulcani che esistono
ad alcune leghe ad est, non ancora conosciuti, e che costitui¬
scono un distretto vulcanico che io chiamo del Cuy, a cui ap¬
partengono, secondo un certo allineamento, alcuni rilievi mon-
tuosi alti e ripidi, costituiti da lave, tufi e ceneri di natura ba¬
saltica *, che appaiono come posati sul semipiano di rocce cre¬
tacee e che sono quindi appartenenti al terziario, e, per la loro
conservazione, probabilmente al terziario superiore. Tale distretto
è posto sul confine di un grande massiccio di rocce paleovulca¬
niche e plutoniche, in parte mesozoico, in parte più antico, per
modo che completa la cintura vulcanica che questo massiccio
presenta dall’altro lato, verso le Ande.
Le prime rocce di tale massiccio si incontrano scendendo
nella valle di Trapalcó, la quale, benché in forma di salitral,
ha sbocco verso il Limay. Sono prevalentemente porfiriti, a cui
succede, passando nella valle di Chasieó un massiccio granitico
di ragguardevole estensione, con le forme erosive caratteristiche,
grandi blocchi arrotondati, guglie, cataste caotiche di massi,
rilievi cupoliformi.
Qui si osserva per la prima volta nelle sue condizioni tipi¬
che la forma di valle che localmente è detta canadon (fig. 25a
e 2 6n): un solco piuttosto ristretto, diritto, senza notevoli spor-
gimenti e rientranze dei versanti, a pendici più o meno ripide
a seconda della profondità dell’intaglio, a fondo piatto con pendìo
quasi nullo, sul quale si è accumulato, sia per dilavamento, sia
per trasporto eolico, il terriccio delle regioni circostanti, il quale
si impregna d’acqua nella stagione piovosa, e si mantiene umido
e con acqua profonda anche durante la stagione asciutta, per
essere impermeabile il fondo roccioso sottostante. Su di esso ha
sviluppo la caratteristica vegetazione di giunchi, ciperacee ed
1 Alcune delle determinazioni rocciose sono tratte dalla nota preli¬
minare di R. Ugolini: Rocce della Valle del Limay velia Repubblica Ar¬
gentina, Proc. Verb. Soc. Toscana Se. Natur., dicembre 1911.
STUDI DI GEOMORFOLOGIA ARGENTINA
217
altre piante acquitrinose detta mallin \ che forma un prato
tolto e sempre verde, il quale rende possibile l’allevamento
Fig. 25.a — Testata d’origine del Canadon di Chasieó
(regione portìritico-granitica, fondo a mallin).
Fig. 26.a — Profilo trasversale del canadon di Chasieó.
(/. granito, c. cretaceo, t. tufi terziari.
1. semipiano del 1° ciclo; 2. id. del 2“ ; 3. id. del 3°; in. mallin.
del bestiame, specialmente dei cavalli e delle pecore, in una
regione dove le secche prolungate e le gelate notturne, anche
1 Mallin è parola araucana che più propriamente significa un piano
torboso e paludoso; per trasposizione si dà ora il nome di mallin alla
vegetazione che riveste di un folto prato i fondi impermeabili delle valli
patagoniche.
218
G. ROVERETO
nel pieno dell’estate, ostacolano ogni coltivazione ed il germo¬
glio delle piante erbacee.
Rispetto alla morfologia generale il canadon è inciso nel
semipiano che dalle rocce sedimentari cretacee passa a livel¬
lare in egnal modo quelle cristalline e massicce, e trovasi al-
l’origine di solchi erosivi che mettono per una parte al Limay,
per l’altra al semipiano patagonico. Quelli del Limay rappre¬
sentano l’azione regressiva di questo, che si è esercitata in
senso contrario all’inclinazione del semipiano cretaceo-terziario,
poiché questo pendeva e pende verso l’est e verso il sud, mentre
il Limay risaliva dal nord e dal nord-ovest: sono invece con¬
formemente incisi al semipiano i canadones che mettono verso
la Patagonia. Quindi la linea divisoria fra il bacino del Limay
e quello delle valli patagoniche è molto accidentata per le re¬
gressioni e per le catture avvenute, e ciò aumenta a grado a
grado che il rilievo montuoso si fa più alto, ed i corsi d’acqua
laterali hanno dovuto maggiormente approfondirsi per coordi¬
nare il loro profilo con quello del Limay; inoltre i primi ca-
nadones incontrati, di Trapalcó, di Chasicó, cui fa seguito quello
di Carriyegua, pure in gran parte in granito, per le condizioni
climatiche, entrando in una zona in cui piove meno di 200 rum.
(fig. 42a), si estinguono prima di giungere al Limay: rappresen¬
tando in tal modo un termine intermedio fra la 4a zona a 200 mm.,
in cui non esistono corsi d’acqua a letto continuo, alla 3a, in
cui le piogge possono raggiungere i 400 mm. e i letti delle
valli sono continui sino al Limay, benché asciutti per gran
parte dell’anno, sino a che nella zona 2a, oltrepassando la
pioggia i 400 mm., si ha acqua di corso perenne nelle valli
principali.
Il semipiano precretaceo. — Attorno al canadon di Cha¬
sicó si hanno isole di cretaceo che posano sul granito, e sono
ricoperte da un manto di tufi terziari : l’erosione, mettendo a
nudo il granito, svela pure che questo è spianato orizzontal¬
mente, ossia rappresenta i resti di un semipiano precretaceo :
più innanzi, dove cessa il cretaceo, questo antico semipiano si
livella perfettamente con quello cretaceo e terziario per una ero¬
sione conforme all’antica.
STUDI DI GEOMORFOLOGIA ARGENTINA
219
In alcuni tratti i tufi in copertura superficiale costituiscono
delle masse residuali che sporgono come cime piramidali: ne
è esempio il Cerro di Trapalcó, rappresentato nella fig. 27a, la
cui vetta è di tufi e lo zoccolo di arenarie rosse.
Fig. 27.a — 11 Cerro di Trapalcó,
massa residuale dello spianamento terziario.
La fig. 25'1 rappresenta in qual modo ha origine il canadon
di Cliasicó, incavato prevalentemente in porfiriti, la cui ero¬
sione consta di una minuta fratturazione dovuta alle brusche
variazioni di temperatura ed alla irradiazione notturna.
Dopo quei di Carriyegua, si attraversano i canadones di
Palenquiniyen in porfirite e basalte, con qualche filone grani¬
tico, a fondo di mallin e popolati da mandrie di cavalli. Quivi
la strada raggiunge la sua massima altezza di m. 1050, e di
seguito scende nel canadon o vallone di Mencué incavato nella
porfirite, a fondo di mallin, continuo per parecchie leghe a co¬
minciare dalle origini, quindi ripido e roccioso e ad anse avvi¬
cinandosi al Limay (tav. YIla).
220
G. ROVERETO
Col vallone di Mencué si incontra un primo rivo, quello
che scende dalla costa fra Mencué e Palenquiniyen, che ha
acqua per gran parte dell’anno, come pure si osservano per la
prima volta delle piccole vette rocciose che l’erosione ha iso-
Fig. 28.a — Il laghetto prosciugato di Cura Lauquén;
nel mezzo l’affioramento del filone granitico coperto da incrostazioni saline.
lato a mezzo i versanti; e ciò è indizio che ci avviciniamo alla
zona 2a in cui piove più di 400 mm., e si giunge sino ai 600.
Non si hanno però ancora laghetti ad acqua perenne, e le con¬
che naturali che si incontrano lungo la strada, hanno il loro
fondo salino perfettamente asciutto. Fra queste è notevole quella
di Cura Lauquén o della Pietra Bianca, nel cui mezzo affiora
un mammellone granitico molto biancheggiante per uno strato
di carbonato di soda che lo riveste, e che dà il nome al tem¬
poraneo laghetto (fig. 28a). Da Cura Lauquén comincia pure il
vero tipo della valle montuosa, profondamente incassato, a corso
tortuoso, a versanti irregolari, a letto angusto e ciottoloso;
mentre i canadones sono limitati a brevi tratti alle origini,
STUDI DI GEOMORFOLOGIA ARGENTINA
221
assai poco profondi e, quindi quasi a livello del generale spia¬
namento. Alcuni di essi sono pure per tal modo convertiti in
piatte conche lacustri, come la cosidetta Laguna di Pilagué o
Pi lah né, resto di un notevole lago contenuto in una depressione
ora a più conche saline e quasi sempre asciutte.
La zona vulcanica di Pilcanjyen e il sinclinale periandino.
— I laghetti ad acque perenni detti di Los Flamengos dai gra¬
ziosi fenicotteri, che ne abitano le sponde e di Las Dos Mejisas
o Mejillas, ossia delle Due Guancie, come pure il diradarsi dei
cespugli spinosi, raggiungersi delle graminacee ai prati di mallin,
il diventar questi umidi e pantanosi, i solchi di scolo sempre
più numerosi e più incassati, indicano che si passa alla zona
Fig. 29.a — Tufi vulcanici (t) riempienti il Vallone dei Cileni.
climatica 2°, da me distinta, in cui piove da 400 a 600 rum.,
con aumento graduale procedendo verso l’ovest.
Così pure si passa ad una seconda zona vulcanica, poiché
poco prima delle Dos Mejillas il massiccio cristallino comincia
a ricoprirsi di una tavola basaltica colonnare, poi si hanno
andesiti ed altre rocce neovulcaniche, che si continuano in co¬
pertura superficiale ai lati dei vari valloni mettenti nel Cornai lo
o Comajo, e ciò sino a Pilcaniyen, dove assumono l’aspetto di
un vero massiccio esteso sino alle rive del lago Nahuél Huapi.
Al disotto della tavola basaltica, o senza di essa, si ha una
potente formazione sedimentare ricca in resti di mammiferi del
santacruziano patagonico. Gli incavi delle Dos Mejillas hanno
a tutta prima l’aspetto di un doppio cratere che dovrebbe però
essere di esplosione, perchè gli strati dei tufi e le placche di
lava che li circuiscono sono perfettamente orizzontali : altri resti
222
Gr. ROVERETO
di veri crateri, in forma di grandi caldere, si hanno dopo Pil-
caniyeu, fra questa località e la valle del Pichileufù.
In uno dei rami del Comallo, detto Canadon dei Cileni,
ampio vallone a versanti regolari ed a fondo piatto, con ricca
Fio. 30.a - Tufi vulcanici e sedimenti terziari (t)
terrazzati del Vallone dei Cileni.
vegetazione di mallin, si osservano dei tufi ed altri sedimenti
probabilmente miocenici biancastri, depositatisi in strati più o
meno potenti, con resti di piante fossili, che hanno riempiuto
Fig. 31 .a — Tufi e alti i sedimenti terziari
riempienti il Vallone dei Cileni (valle del Comallo).
la valle sino ad una notevole altezza, e che successivamente
furono in parte asportati, per modo che la valle nel riprodursi
diede luogo a terrazzi laterali, lungo i due versanti opposti,
scolpiti in tali tufi (fig. 29*, 30* e 31*).
STUDI DI GEOMORFOLOGIA ARGENTINA
223
Se i tufi vennero asportati da una corrente seguente il pendìo
della valle, tali terrazzi sono orizzontali; ma se vi si aggiunse
l’azione del dilavamento laterale, che tolse dalle pendici l'alto
strato di cenere che le ricopriva, e lo trasportò verso il basso,
Fio. 32.a — Fondo a mallin del Vallone di Caruhé.
i terrazzi sono inclinati verso il filo della valle. Lo stesso di¬
casi di colate di lave posteriori ai tufi, che nel vallone di Co-
mallo coprono questi e le rocce cristalline antiche; esse for¬
mano dei terrazzi laterali che si coordinano con le placche di
lava che sono rimaste appiccicate al versante dal quale sono
discese.
À Caruhé (fig. 32a) si incontra una zona di micascisti di
aspetto arcaico inclinati di circa 35° verso le Ande: essi sono
attraversati da filoni di quarzo che ho riconosciuto aurifero:
nella carta geologica non sono distinti dal resto del massiccio
cristallino per incompletezza di ricerche e perchè mi sono sem¬
brati collegati ai graniti: affiorano sul fondo delle valli e sono
ricoperti da un manto vulcanico molto potente (fig. 33a), sino a
che, passato Pilcaniyen, si entra nella zona vulcanica ad accu-
224
G. ROVERETO
imi lamento in massiccio, e che dà luogo ad uno dei più carat¬
teristici paesaggi. Sembra dagli scarsi resti, che degli ampi
Fio. 33.a — Terrazzi di lave andesitiche (l) e traehitiche (t)
del Vallone di Caruhé: a. alluvioni.
crateri in forma di caldera emettessero delle lave, le quali, sia
per il poco rilievo del cono vulcanico, sia perchè delle ceneri
Fio. 34.a — Parte di una grande caldera vulcanica
nella regione di Pilcaniyen.
avevano colmato le depressioni, si espandevano quasi orizzon¬
tali (fig. 34a e 35a). Ne risulta ora che delle pianeggianti tavole
di lava sono a cappello di bassi rilievi tufacei del terziario
medio e superiore, a versanti tagliati molto ripidamente. Inoltre
STUDI DI GEOMORFOLOGIA ARGENTINA 225
numerosi dicchi posteriori sporgono dai versanti, rendendoli per
lunghi tratti molto accidentati, come pure non mancano accu¬
mulazioni di lave e di tufi in rilievi alti e ripidi, che furono
probabilmente alti coni isolati. Lo spianamento patagonico, che
Fig. 35.a — Paesaggio vulcanico della regione di Pilcaniven.
tronca secondo l’orizzontale i micascisti inclinati di 35°, giunge
sino a questo distretto vulcanico che ne interrompe e ne altera
le grandi profilazioni, per cui il vulcanismo è posteriore al¬
l’azione di spianamento. Verso il mezzo di questa zona vulca¬
nica si ha una maggiore irregolarità di paesaggio per alti ri¬
lievi isolati, e per la scomparsa di parti pianeggianti ; è sopra¬
tutto l’erosione esercitata dal Pichileufu quella che ha operato
questa trasformazione: la valle di questo corso d’acqua, rappre¬
sentata dalla fig. 36a, è molto accidentata per spuntoni rocciosi
15
226
G. ROVERETO
dovuti a dicchi, per terrazzi lavici, per animassi irregolari di
lave posati sui tufi.
Tettonicamente il distretto vulcanico di Pilcaniyen trovasi
in una zona sinclinale esistente fra la Cordigliera delle Ande
Fig. 36.a — Paesaggio vulcanico della valle del Pichileufù
(dalla casa di Pichileufù).
ed il massiccio patagonico, il corrispondente anticlinale trovasi
lungo il piede delle Ande, rovesciato verso Testerno, come chia¬
ramente si osserva nelle pendici del gruppo del Cerro della
Ventana: è quindi un periferico sinclinale terziario che ebbe
grande influenza sulla orografia, perchè tuttora costituisce per
una parte la depressione fra le Ande ed i rilievi preandini, e
per l’altra è riempiuto dalle emissioni vulcaniche, che si accu¬
mularono nella sua conca per più di mille metri di spessore.
Il corso del Limay. — Scendendo lungo il corso del Limay
si ha la conferma di molti dei fatti già osservati. All’inizio si
attraversa la morena frontale descritta parlando del Lago Nahuél
Huapi, e subito al di là si osservano tracce di terrazzi, di cui
STUDI DI GEOMORFOLOGIA ARGENTINA
227
il più alto corrisponde in altezza al ciglio della morena, ossia
ad un 50 ni. sul fiume: sono quindi terrazzi dell’ultima fase,
ed il fatto è di per sè molto importante, poiché anche il grande
cono di deiezione (che osserveremo dove il Limay comincia a
correre fra le barranche cretacee) e la bassa barranca lungo il
Rio Negro, che si trovano a non più di 50 m. sul corso del
fiume, debbono per analogia appartenere all’ultima fase glaciale
per il loro deposito e spianamento, mentre debbono la loro in¬
cisione in barranche ad una fase erosiva successiva, ossia alla
ultima fase post-glaciale. E ciò perfettamente corrisponde a
quello che si osserva neH’America settentrionale ed in Europa.
Altro fatto importante è questo: la morena dell’ultima fase
posa, come si è detto, su di un’altra più antica, cementata, di
Attuale corso
Corso antico del Limay
Fig. 37. 11 — Terrazzi della riva sinistra del Limay dietro l'Estancia Niles.
cui il corso del fiume non raggiunge il fondo. È evidente quindi
che vi è un letto fluviale di una fase glaciale anteriore, la
mediana probabilmente, coperto dalle due morene. E di questo
letto antico si hanno tracce dopo qualche ora di navigazione,
sulla destra del letto odierno, dove un solco vallivo si osserva
ripieno di tufi bianchi e di lave andesitiche; per cui ne risul¬
terebbe che le eruzioni vulcaniche del distretto di Pilcauiyen
durarono sino almeno alla seconda fase glaciale.
Alla Estancia Niles, o del Boiiche Viejo (fig. 37a), si ha il
più completo caso di terrazzamento che si osservi lungo la
valle: dietro V estancia, sui fianchi del versante sinistro, sino
ad un’altezza che può essere di 800 in., si osservano cinque
terrazzi, che probabilmente indicano cinque fasi di arresto del¬
l’erosione durante le fasi glaciali. Anche qui il Limay ha su¬
bito una deviazione, però verso destra, e non saprei se ciò sia
228
G. ROVERETO
avvenuto per una laterale colata di lava, o per un fenomeno
erosivo proprio al fiume.
La roccia vulcanica è poco dopo lasciata l’Estancia Niles
un basalte, che forma dei fasci colonnari ed a ventaglio molto
caratteristici : esso è ricoperto dai tufi bianchi e da croste di
lava andesitica: in un punto si ha un torrione basaltico somi¬
gliante al Procinto apuano, cui sovrasta un alto rilievo mon¬
tuoso a colonne affastellate come canne d’organo, diritte ed al¬
tissime.
Alla Cueva de los Indios, sulla sinistra del fiume, esiste
una grande aguglia, che ricorda in modo informe la statua
d’una madonna con bambino, costituita da tufi porfiritici, più
antichi dei tufi bianchi andesitici, alla cui base si apre una
grotta che fu cimitero degli Indi. Sulla destra si ha una vera
selva di aguglie e di pinnacoli sottili e verticali, di frequente
aventi la forma di figure animate, — e da ciò il nome di Cullon-
Curà, che significa « maschera di pietra » al principale affluente
di sinistra — dovute a lave andesitiche e basaltiche che hanno
attraversato i tufi più antichi sotto forma di dicchi e di filoni
colonnari.
Si giunge in tal modo alla confluenza con il Trafili: qui la
navigazione si fa molto difficile, sia per il cono di deiezione
del Trafili, sia per una frana scesa dal fianco destro e che ha
riempiuto il letto di massi, i quali, mentre hanno rallentato il
corso a monte, hanno reso ripido quello a valle: questa è l’ori¬
gine del Gran Rapido, causa del naufragio del primo esplo¬
ratore che tentò di scendere in Limay in barca L
La serie vulcanica offre qui dei tufi chiaramente stratificati
in modo orizzontale, benché siano compresi in una zona che
subì il ripiegamento terziario andino, come lo dimostrano degli
strati a fossili mesozoici fortemente raddrizzati, che si trovano
più a valle; ciò indica che tali tufi orizzontali sono posteriori
al ripiegamento delle Ande, e quindi non antichi.
A Chacabuco la valle comincia ad ampliarsi, ed un 10 km.
dopo questa località si hanno degli spianamenti basaltici, alti
sul fiume un 350 m.
1 Fu l’esploratore cileno Guillermo Cox nel 1863.
STUDI DI GEOMORFOLOGIA ARGENTINA
229
A metà strada fra Chacabuco ed il Pichileufù cominciano
dei tufi stratificati, immersi verso la Cordigliera, dapprima in
modo lieve, di circa 10°, quindi a grado a grado sempre più
torte, sino a 35°, per cui essendo questi tufi ripiegati per opera
del corrugamente andino, anzi facendo parte del sinclinale pe-
Fig. 38.:1 — La valle del Limay alla confluenza con il Pichileufù.
riferico, sono evidentemente più antichi del terziario. Quivi
pure vari canadones giungono sino al fiume con i loro fondi a
mallin.
Poco prima della confluenza con il Pichileufù (fig. 38a),
la valle è amplissima, e si hanno qua e là spuntoni di co¬
lonne basaltiche che sporgono dai tufi in cui furono com¬
prese: la inclinazione di questi tufi è di 10° a ovest: e pro¬
babilmente per questo fatto essi ed i basalti della parte bassa
della valle, dalla confluenza del Pichineufù a quella del Cullon-
Curà, possono essere più antichi di quello che non siano notati
nella carta geologica, ed è pure probabile che siano ricoperti
nella parte alta da rocce vulcaniche più recenti. Non molto
230
Ct. ROVERETO
lungi dallo sbocco del Caleufù si osserva in uno spaccato na¬
turale il basalte colonnare inciso da una valle antica, la quale
in seguito fu riempiuta da due sorta di sedimenti vulcanici, il
tufo bianco ed il tufo grigio- scuro.
La confluenza con il Cullon-Curà non dà luogo a forti ra¬
pide come quella del Trafili, perchè il letto del fiume si è fatto
più ampio: ad ogni modo anche qui esiste un cono di deiezione
in mezzo alla valle del Limay. Foco dopo la continenza, si perde
definitivamente il carattere torrentizio, e le acque scorrono più
tranquille, specialmente a cominciare da dove due alti dirupi
di breccia chiudono quasi la valle, per modo che questa si po¬
trebbe facilmente sbarrare con una diga. Da qui in giù sarebbe
anche possibile rendere navigabile il fiume J.
Ho scelto questa breccia per porre il confine fra le rocce
vulcaniche che stanno a ponente di essa, e che considero pre¬
valentemente terziarie o più recenti, da quelle a levante, che
sono di certo più antiche. Essa è probabilmente liassica, perchè
nella valle del Neuquén, nel territorio di Chosmalal, come ha
riconosciuto il Keidel, è collegata a scisti con Posidonomya,
che presentano una curiosa somiglianza con gli scisti della
Spezia e di molte altre località appenniniche. Inoltre il Rotti
ha scoperto a Piedra Pintada, in questa stessa valle del Limay,
dei tufi con fossili Lassici, marini e terrestri, i quali a me
sono parsi collegati alle porti riti, ai graniti ed a basalti antichi,
per cui forse tutto il complesso cristallino, o gran parte di esso,
potrebbe essere mesozoico.
Comunque sia, a cominciare dalla breccia descritta sino a
Pampa Nogueira, dove si incontrano delle marne verdi del cre¬
taceo inferiore, pure presenti nella serie di Chosmalal, che credo
sia la più completa della Repubblica, si ha un intricato mas¬
siccio di tali rocce cristalline e paleovulcaniche, che è eviden¬
temente differente e più antico del massiccio vulcanico che tro¬
vasi prima della breccia creduta liassica.
Entrando il fiume in tale zona antica, sparisce ogni traccia
di alte terrazze, e rimangono solo i resti di una bassa, barranca
1 Fin qui e per un tratto del Cullon-Curà a cominciare dalla foce
del Kio Negro navigò nel 1782 il Villarino, compiendo uno sforzo mai
più ripetuto.
STUDI DI GEOMORFOLOGIA ARGENTINA
231
che corrisponde a quella del diluviale superiore, e ciò perchè
la valle, per regolarizzare il suo profilo, ha dovuto approfon¬
dirsi maggiormente dove il terreno per la sua natura era più
rialzato: così si spiegano le alte e ripide costole montuose che
cingono il bacino del Comallo, ed i vari rivi che mettono in esso.
Dalla confluenza del Cullon-Curà si incomincia anche a ri¬
conoscere che si è entrati in un’altra zona meteorologica, da qui
quindi ho fatto passare la linea divisoria fra le zone 2a e 3a
poiché i versanti assumono la sterilità dei deserti, e ciò giu-
Fig. 39.a — Grande accumulamento di lave (/),
che riempirono il fondo della valle del Limay (a)
e che produssero una deviazione nel corso del fiume,
come lo dimostra il profilo attuale ( b ).
stifica il nome che gli Indi hanno dato al fiume, poiché la pa¬
rola «limay» significa campo pelato.
Nella regione di Diedra del Aguìla la valle è stata riem¬
piuta da una enorme colata di lava (fig. 39a) che raggiunse più
di cento metri di spessore, per cui, a seguito del successivo ap¬
profondimento del fiume, questo accumulamento lavico è ora
tagliato da una barranca che ha appunto tale altezza. Esso offre
attualmente l’aspetto di un rilievo tabulare che quasi sbarra la
valle, la quale deviò a destra, stabilendosi sui confine fra la
roccia vulcanica ed il versante anteriore, nel quale ultimo in
seguito si approfondì.
Alla pampa Nogueira, dopo le marne del cretaceo inferiore,
succedono le arenarie rosse del cretaceo medio e superiore, e
comincia il grande semipiano cretaceo: quivi il letto del fiume si
fa grandissimo, a varie braccia, con banchi ed isole, ed è limi¬
tato dalle alte barranche delle rocce cretacee, della cui compo-
232
G. ROVERETO
sizione ha detto con molta precisione il Roth. La fotografìa della
fig. 40a è presa poco dopo Alarcoon, ed indica la grande al¬
tezza ed il bizzarro modellamento della barranca in arenarie
rosse del cretaceo medio. A Nogueira ha così principio l’ultima
Fig. 40.a — La barranca in arenaria rossa
del cretaceo della riva destra del Limay di contro ad Alarcoón.
parte del profilo del fiume, che ha raggiunto perfettamente il
suo equilibrio; e dove le due parti del profilo si incontrano,
si è depositato un gran cono di deiezioni ciottolose, che è alto
sul fiume quanto i terrazzi morenici del Nahuél Huapi dell’ul¬
tima fase glaciale (fig. 41a). Questo cono con l’approfondirsi del
fiume si è depositato sempre più basso, mentre i suoi materiali
dell’inizio, perfettamente eguali ai più recenti, si trovano di¬
stesi sul basso terrazzo, il quale ha da qui principio.
Il coordinamento del basso terrazzo con l’alto terrazzo e
con il semipiano cretaceo-terziario, e di questo con il semipiano
mesozoico, avviene sulla sinistra del fiume per una serie di
gradini intermedi, i quali sono dovuti a degli strati di tufi vul¬
canici, che hanno determinato delle superficie resistenti, prò-
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234
G. ROVERETO
tettrici, tanto del nuovo quanto dell’antico spianamento (fig. 41a).
Sulla destra invece tale coordinamento avviene [ter un pendìo
accidentato da rilievi collinesclii.
Colle alte barranche comincia pure la zona meteorologica 4a,
il cui regime è desertico: ciò ha permesso che la morfologia
locale conservasse i caratteri acquisiti in antico, per cui le bar¬
ranche sono continue, senza interruzioni dovute a corsi d’acqua
laterali, con taglio netto e perpendicolare : e ciò si verifica sin
quasi alla foce del Rio Negro L
Condizioni agricole. — La riva destra del Limay presenta
varie zone di diverso valore agricolo, dipendenti dalla natura
del terreno e dalle ricordate condizioni climatiche.
In quanto alla loro natura, i terreni debbonsi distinguere
in autoctoni, alloctoni e semialìoctoni. Hanno grande prevalenza
fra gli autoctoni i terreni silico-allumino-ferro-magnesiaci, che
provengono dal disfacimento in posto delle rocce vulcaniche: i
terreni che nella carta geologica sono riferiti al cretaceo, nella
carta agricola possono figurare ricoperti da una coltre autoctona,
se si tien conto che rappresentano un disfacimento in posto,
oppure da una coltre alloctona, se si considera che le poco coe¬
renti rocce cretacee sono dovute ad un trasporto relativamente
recente; li chiamo quindi semialìoctoni: e possono essere silicei,
si li co-ferrici, silico-alluminosi, silico-alluminosi-subcalcarei, a
seconda che provengono dal disfacimento o di arenarie silicee,
o di arenarie silicee-ferruginose, o di letti scistosi argillosi,
o di argille marnose, rocce le quali tutte formano in strati
alternati la serie cretacea. L’altipiano cretaceo è quindi in
condizioni agricole molto variabili; a ciò si aggiunga che per
estesi tratti è ricoperto dalla sterile arenaria grigia, e che in
altri, specialmente nel fondo delle depressioni, è ricoperto da
materiale eolico, fertilissimo.
Il fondo della valle del Limay, piatto ed ampio sin dove è
limitato dalle barranche del cretaceo, e suddiviso irregolarmente
dal corso del fiume, è costituito da un terreno alloctono, silico-
1 II Limay ha rii percorso di 400 km., dei quali gli ultimi 300 non
hanno affluenti; ha la pendenza del 1,20 °/00; la sua portata osservata al
Passo Limay nel sessennio 1902-1907 fu di me. 622 al 1", con una minima
inedia annuale di me. 321 nel 1907, ed una massima di me. 874 nel 1904.
STUDI DI GEOMORFOLOGIA ARGENTINA
235
*
&
Fig. d2.a — Caratteri idrografici del Rio Negro in relazione con le zone di pioggia.
236
G. ROVERETO
alluminoso, molto fertile, depositato dalle acque del Limay. Ho
constatato con sorpresa la assenza dei cosidetti rodados pata-
gónicos — eccetto che lungo i ciglioni delle barranche del
Limay — indicati da molti autori come causa della sterilità
della Patagonia. Invece la causa del poco valore agricolo
della valle del Limay consiste specialmente nelle condizioni cli¬
matiche.
Dove si estendono i migliori terreni alloctoni dell’altipiano
cretaceo, si ha una zona (zona 4a) in cui piove meno di 200 min.
annui (fig. 42a), e ciò specialmente verso il Rio Negro: amano
a mano che si allontana da questo le condizioni migliorano,
ed a metà strada fra il Cuy e Mallincó, pur trovandosi ancora
sul terreno cretaceo, si osserva che comincia il pascolo verde :
si passa così alla zona 3a in cui piove da 200 a 400 mm.,
però si fanno meno favorevoli le condizioni altimetriche, poiché
fra Mencué e Palenquiniyen si raggiungono e si oltrepassano
i 1000 m. di altezza, ed anche nelle notti estive sono ivi frequenti
le gelate. A metà dicembre ho visto gelare a Mencué i giovani
getti deìValfalfa (erba medica) e degli alamos (pioppi). Così pure
poco favorevoli sono le condizioni topografiche, poiché col cre¬
scere del quantitativo di pioggia sempre meglio si determina
un reticolo idrografico con profonde valli e con eliminazione delle
parti pianeggianti.
Ciò che rende in qualche modo usufruibile questa terza zona
sono i ricordati mallin o prati di mallin , che costituiscono un
pasto abbondante e buono, specialmente per i cavalli. Anche le
pecore, quando una prolungata siccità ha distrutto ogni altro
pasto, si nutrono di mallin. L’allevamento del bestiame presenta
qui appunto il pericolo delle secche prolungate, per modo che
si potrebbe ovviare a tale inconveniente falciando e seccando
il mallin nella stagione propizia, e tenendolo come una riserva
per la stagione cattiva.
La vegetazione cespugliosa è nella zona 3a più abbondante
che nella 4a, si fanno rare la pilchiana l, la zampa 2, la jarillia 3,
1 Poinciana Gilliesii.
2 Atriplex pamparuni.
3 Larrea nitida .
Boll. Soc. Geol. Ital.,
voi. XXXI (1912)
(Rovereto G.) Tav. III.
Boll. Soc. Geol. Ital., voi. XXXI (1912)
(Rovereto G.) Tav. IV
^ ette coniche dovute alla glaciazione a mantello ed appartenenti alle Ande soprastanti al lago Correntoso.
Boll. Soc. Geol. Ita!
voi. XXXI (*912)
(Rovereto G.) Tav. V
La Riva sinistra del Rio Negro al Passo di Roca.
Boll. Soc. Geol. Ital, voi. XXXI (1912)
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Boll. Soc. Geol. Ital., voi. XXXI (1912)
STUDI DI GEOMORFOLOGIA ARGENTINA
237
prevalgono alpatacco ', moye, coiron, in cespugli spinosi che l’al¬
tezza dell’altipiano rende bassi e tondeggianti, ed alcune gra¬
minacee che costituiscono il cosidetto pasto de ovejas.
Si avverte il passaggio della zona 3a alla 2a (da 400 a
600 inni.), per più abbondante vegetazione di graminacee e di
piante annue, e per la diminuzione dei cespugli spinosi, sosti¬
tuiti da altri senza spine: i prati a mallin sono umidi e pan¬
tanosi, e si arricchiscono di molte specie di piante annue e
perenni.
( Continua).
1 Myrtus mucronatus.
|ms. pres. 26 febbr. - tilt, bozze 12 luglio 1912]
ANCORA SUI PALAEODICTYON
Nota del dott. Michele Craverj
Nel 1910 pubblicai sulla Rivista Italiana di Paleontologia
una breve nota sull’origine di quei fossili molto problematici
che si rinvengono specialmente nei terreni del Terziario, chia¬
mati Palaeodictyon \
Dopo aver accennato alle diverse spiegazioni tentate dagli
studiosi, e segnatamente a ([nella del prof. Sacco che li rite¬
neva dovuti a fenomeni lenti e ritmici di interferenza delle onde
nei depositi sabbiosi fini di fiume, di mare o di lago, senza l’in¬
tervento di organismi, lanciavo un’ipotesi mia, senza voler di¬
minuire il merito di tutti i precedenti osservatori i quali videro
o credettero vedere qualchecosa di simile ai Palaeodictyon in molti
fenomeni naturali di origine organica od inorganica.
E difatti anche il prof. Sacco affermava nelle sue lezioni
di Paleontologia dettate nella R. Università di Torino, come
già in una sua dotta monografia1 2, di aver visto coi proprii
occhi formarsi le impronte suddette sul fondo melmoso del Po
lungo la riva sinistra. Partendo dalla constatazione del mio illu¬
stre Maestro che « i Palaeodictyon sono fossili marini di origine
semplicemente fisica » io supponevo che queste Paleoicniti ceno-
zoiche fossero dovute alla diffusione avvenuta fra gocce di so¬
luzioni saline di diversa concentrazione sul fondo del mare, e
1 Cravcri dott. Michele, Nuova ipotesi chimica sull’origine delle im¬
pronte fossili di Palaeodictyon. Itiv. ital. di Paleont., anno XV (1909),
Perugia, 1910, pag. 118-115.
2 Sacco dott. Federico, Note sur l’origine des Palaeodictyon. Bull.
Soc. Belge de Géol., Paléont. et Hydr., voi. XIII. Méinoires (Bruxelles,
1899), pag. 1-12, tav. I.
ANCORA SUI « PALAEODTCTYON »
239
precisamente del cloruro di sodio a contatto con gli altri sali
disciolti nell’acqua marina. Confortava la mia ipotesi l’esempio
delle cellule liquide artificiali del Leduc di Nantes, formate da
gocce colorate di soluzione di cloruro sodico in una soluzione
meno concentrata del medesimo sale, ri producenti in piccola
esattamente le cellette poligonali regolarissime simili ai Palaeo¬
dictyon in questione.
Più tardi, cioè nel luglio dell’anno scorso (1911), il dott. A.
Silvestri pubblicò in questo Bollettino una nota sul medesimo
argomento 1 accompagnata da due figure nel testo e da due ta¬
vole fuori di testo riproducenti : l.° Hydrodictyon pentagonum,
Vaucli. ( Conferva reticulata, Linn.); 2 Palaeodictyon tectifor-
me, Sacco (dall’Oligocene del Castello di Caprile, Arezzo) ; 3.°
e 4.° Palaeodictyon majus, Meneghini (Eocene de la Nussa presso
Capolona, Arezzo).
L’autore cominciando a spiegare la derivazione del termine
generico stabilito dal Meneghini nel 1851, dai vocaboli greci
noilcaóc, [antico) e ftòtruov irete da pesca ) rende un servizio alla
ricerca etimologica e prende l’occasione per combattere la mia
supposizione che nella parola entri il sostantivo greco
(pesce)] in realtà bisogna ammettere però che il vocabolo rìiVruov
non può derivare se non da iyjó;, e quest’ultimo entra dunque
più o meno direttamente nella denominazione Palaeodictyon, vo¬
lente o nolente il dott. Silvestri.
Voglio ammettere col medesimo che « abbiano battuto una
falsa strada » tutti gli studiosi che si occuparono dell’argomento
da sessantanni circa, cioè dal 1849 al 1911 2; tutti sarebbero
dunque « fuor di strada » per dirla col Silvestri, fatta ecce¬
zione naturalmente per lui che rimette a nuovo l’antica ipo-
1 Silvestri dott. A., Sulla vera natura dei Palaeodictyon. Boll. Soc.
geol. ital., voi. XXX (1911), fase. 1-2, Roma, luglio 1911, pag. 85-107.
2 Ecco in ordine cronologico gli autori citati dal Silvestri: prof. James
Hall (1849), prof. Benjamin Silliman (1850), prof. sen. Giuseppe Mene¬
ghini (1851), prof. Edward Hitchock (1856), prof. W. von-der March (1863),
prof. Charles Mayer (1877), prof. Jakab-tòl Matyasowsky (1878), prof,
sen. G. Scarabelli-Gommi-Flamini(1880), prof. Federico Sacco (1886), R.Zeil-
ler (1887), prof. Carlo De-Stefani (1887), dott. Theodor Fuchs (1895),
prof. Federico Sacco (1889), prof. Giuseppe Capeder (1905), dott. Michele
Craveri (1910), dott. A. Silvestri (1911).
240
M. CRAVERI
tesi del prof. sen. Giuseppe Meneghini, secondo il quale i Pa¬
laeodictyon spetterebbero alla classe delle alghe. Sarò verso il
collega del R. Ljceo di Spoleto più giusto di quanto egli sia
stato verso di me, asserendo che la sua nota pubblicata nel
Bollettino della Società geologica se non mi ha completamente
persuaso ha portato un notevolissimo contributo alla soluzione
dell’intricato problema, ed ha giovato se non altro a mettere
in chiaro la storia della questione in tutte le sue vicende.
Sarebbe una pretesa esagerata la mia il tentare di abbat¬
tere l’affermazione del Silvestri, tanto più che ciascuno è padrone
delle proprie opinioni di cui rimane il solo responsabile. Ma
quella patente di asinità e quasi di malafede data a me chia¬
ramente nelle note (2) e (3) in calce alla pag. 95 della me¬
moria sopracitata meritavano bene una risposta. L’avrei fatto
prima se un caso dolorosissimo non fosse intervenuto in questo
lasso di tempo a farmi soprassedere : la morte del prof. ing. Giorgio
Spezia della R. Università di Torino, il quale mi doveva man¬
dare certi campioni di roccia da lui raccolti molti anni or sono
e recanti le impronte chiarissime in rilievo di cellette poligo¬
nali molto simili ai Palaeodictyon.
10 avevo detto (loc. cit., pag. 115): « In fondo a un bagno
» fotografico ai sali di uranio lasciato per alcun tempo in di-
» sparte, si erano prodotte da sè nella bacinella delle impronte
» molto simili ai Palaeodictyon per l’aspetto e per la grandezza
» delle cellette esagonali, del diametro suppergiù di un centi-
» metro. Ora si potrebbe tentare, come il sig. Forma 1 tentò in-
» compiutamente, la sintesi metodica del fenomeno verificatosi
» una volta per caso. Egli od altri lo facciano, poiché lo scarso
» tempo e la mancanza dei reagenti necessari a me lo vietano.
» Resti solo del mio l’affermazione che le Paleoicniti hanno
» avuto origine inorganica, ecc. ».
11 Silvestri replica (loc. cit., pag. 95) : « Passi per la scar-
» sezza del tempo che, purtroppo, fa di solito difetto a tutti gli
» studiosi ». Difatti nell’anno scolastico 1909-10, con 28 ore set-
1 II sig. Ernesto Forma morto nel 1911, privando dell’opera sua in¬
telligente il Museo geologico della R. Università di Torino in cui era da
molti anni preparatore.
ANCORA SUI « PALAEODICTYON »
241
timanali di insegnamento diamo nella R. Scuola tecnica Ger¬
mano Sommeiller di Torino ed in parecchi istituti privati, e 10
ore di insegnamento serale, non avevo molto tempo disponibile!
Ed aggiunge: «ma quella d’invocare la mancanza di pochi e
» comuni prodotti chimici, è giustificazione veramente poco at-
» tendibile quando provenga da chi, come nel caso particolare,
» pone al proprio studio la provenienza da uno dei primi Musei
» geologici d’Italia » !
Siamo d’accordo nell’attribuire il massimo valore al Museo
di Torino, e, poiché non gli Istituti fanno gli uomini, ma questi
danno lustro a quelli, il Museo geologico di Torino è certa¬
mente uno dei primi d’Italia, perchè è diretto dal mio illustre
Maestro il prof. Parona, gloria e vanto della scienza e dell’in¬
segnamento universitario italiano. Ma il doti. Silvestri ignora
che nel Museo di Torino nessuno si occupa di chimica, nè il
direttore nè gli assistenti, e quindi il sottoscritto, quando già
laureato in chimica e farmacia frequentava, prima e dopo la
laurea in scienze naturali, il Museo geologico, non vi trovò
altro reagente chimico se non un po’ di acido cloridrico diluito
che serviva forse a lavare qualche recipiente di vetro !
Cade adunque nel nulla la taccia di malafede affibbiatami
così alla leggera dal Silvestri.
Ho accennato più sopra alla venerata memoria del prof. Spezia
compianto più che altrove in queste valli che gli diedero i na¬
tali e dove riposa la sua salma nel tumulo recente, perchè egli
dopo aver letto la mia nota sui Palaeodictyon mi disse che con¬
divideva la mia opinione circa l’origine inorganica di essi, e
mi fece vedere certi curiosissimi frammenti di roccia, proba¬
bilmente calcarea, raccolti sul fondo di una sorgente carboni-
cata. L’illustre Mineralologo che non è più affermava di aver
visto egli stesso formarsi per opera delle bollicine gassose le
suddette impronte e consolidarsi poi nel fango lasciato allo sco¬
perto dalle acque più o meno intermittenti.
Questo avveniva nell’estate del 1910; e quando l’anno scorso
lessi la nota del Silvestri pregai il prof. Spezia che mi man¬
dasse quei campioni di roccia per poterli fotografare e presen¬
tare con questa mia breve memoria. Ma la morte lo colse quando
già forse aveva messo in disparte le impronte che mi interes-
16
242
M. ORAVERI
savano, le quali per ora non furono ritrovate nel Museo di Mi¬
neralogia di Torino.
In conclusione il Silvestri ha forse ragione specialmente là
dove dice (pag. 95) che tutti i precedenti osservatori hanno
« perso di vista qual fosse il genere Pa/aeoclictyon nel concetto
originario del suo autore ». E sta bene; difatti in tutte le cose
umane non si possono mai separare con un taglio così netto
le diverse opinioni in modo che da una parte stia tutta la ra¬
gione e dall’altra tutto il torto. Accanto ai veri Palaeodictyon
di origine organica e vegetale stanno però quelli visti dal pro¬
fessore Sacco, dal prof. Capeder, dal prof. Spezia, dal sig. Forma
e da me, i quali restano a confermare la mia ipotesi dell’ori¬
gine inorganica.
Iiecentissimamente il prof. Vinassa De Kegny in uno studio
Sulla origine di talune impronte litorali fossili pubblicato su
questo Bollettino [voi. XXX (1911), fase. 3] e venuto a mia co¬
noscenza mentre già stavo correggendo le bozze della presente
nota, afferma di aver veduto formarsi sul terreno argilloso del
litorale tirreno, tra la foce di Cecina e Vada, delle impronte
simili alle Nemertilites ed ai Palaeodictyon ; e conclude testual¬
mente: « Con ciò non voglio negare l’organicità di talune delle
» impronte fossili di Nemertilites e di Palaeodictyon. Sono troppo
» convinto che in natura si possono avere gli stessi effetti da
» cause diversissime, per sostenere che l’origine di tutte queste
» impronte tanto discusse debba essere inorganica».
Ed io accetto di buon grado questa conclusione come la più
ragionevole ed imparziale.
[ms. pres. 16 febbr. - ult. bozze 3 maggio 1912].
ALCUNE SABBIE MARINE DEL LITORALE LIGURE
Nota del dott. I. Chelussi
Proseguendo lo studio delle sabbie dei litorali italiani, pre
sento in questa nota Tesarne petrografie© delle sabbie marine
della Liguria da Ventimiglia al golfo della Spezia.
Mi favorirono i campioni, da Ventimiglia a Savona la si¬
gnorina prof. Amelia Castelfranchi della R. Scuola normale di
Oneglia; quelli da Savona al golfo della Spezia il colonnello
Martina di Spezia per la gentile intromissione del collega pro¬
fessor A. Preda del Liceo di Siena; alcuni altri li ebbi per
altre vie che è inutile indicare. Ringrazio intanto le gentili
persone sopra ricordate che cortesemente aderirono alle mie ri
chieste.
I campioni esaminati sono i seguenti.
N. 1. — Ventimiglia.
Sabbia grigio-chiara, effervescente, a grana grossa. Non è
scarsa la parte pesante della quale circa un decimo è attratto
dalla calamita; la parte attratta, trattata con HC1 puro a caldo
con qualche goccia di ioduro potassico, non si scioglie comple¬
tamente ma lascia un residuo di pochi granuli riferibili alla
ilmenite.
La parte pesante di color nero esaminata al microscopio
risulta in massima da granuli bruni opachi, alcuni a forma sfe
rica e sferoidale, alcuni a forma poligonale, ma per lo più informi;
in mezzo ad essi il minerale più frequente è lo spinello verde
ferrifero in frammenti angolosi ; poi v’è il granato in parte in¬
coloro, in parte rossastro; rari sono tormalina, rutilo e cianite.
244
I. CHELUSSI
La parte più leggera risulta in parte di granuli bruni opachi,
ed in parte di granuli incolori torbidi per alterazione, riferibili
a feldspati piuttosto acidi; pochissimi hanno indice di rifrazione
un poco alto e perciò sono da ascriversi a feldspati basici. Al¬
cuni granuli incolori a vivaci colori di polarizzazione con in¬
dice superiore a quello dell’assenza d’anici e inferiore a quello
della a-monobromonaftalina danno indizio della presenza della
dolomite perchè si trovano anche nella parte pesante.
La scarsezza di minerali ben determinabili non autorizza, a
parer mio, nessuna ipotesi sulla loro provenienza se dall’entroterra
o dal mare. Però, data la profondità forte in vicinanza della
costa, è forse più probabile che questi minerali derivino da roccie
del massiccio gneissico centrale delle Alpi marittime. (Vedere
in proposito la carta geologica delle Alpi marittime edita a cura
del R. Comitato geologico).
N. 2. — Ospedaletti.
Ghiaia e sabbia a grana grossa, effervescenti. La scarsissima
parte pesante non è attratta dalla calamita, ed è formata per
la massima parte da granuli opachi ; rari sono poi il granato,
rarissimo lo spinello verde e la staurolite L Differisce dalla
precedente per la mancanza di granuli attratti dalla calamita
e per la presenza della staurolite non avvertita nella sabbia pre¬
cedente.
Nella parte più leggera v’è fortissimo predominio di feld¬
spati acidi, spesso torbidissimi per alterazione.
La distanza tra questa e la località precedente è di circa
10 km. 1 2.
1 La parte di sostanza bruta adoperata è di circa 20 grammi per
ogni campione, ed in generale sufficiente per la ricerca dei minerali
caratteristici. Non riporto qui, perchè lo ritengo superfluo, il quantitativo
in carbonati.
2 L’ideale sarebbe il potere avere campioni prelevati alla distanza
di 2 km. l’uno dall’altro; ma in tal caso il lavoro sarebbe lunghissimo
e impossibile a portarsi a compimento da una sola persona.
SABBIE MARINE DEL LITORALE LIGURE
245
N. 3. — S. Remo.
Sabbia grigia, effervescente, a grana grossa; scarsissima la
parte pesante; qualche granulo è attratto dalla. calamita. I com¬
ponenti principali sono, oltre i carbonati, moltissimi granuli
opachi, molti di dolomite; rarissimi staurolite, tormalina, ema¬
tite e granato ; i feldspati sono forse i più abbondanti.
Notevole in tutte queste sabbie marine è la scarsezza gran¬
dissima della parte pesante in confronto con le sabbie marine
di altri punti del litorale dell’Italia continentale \ Ciò potrebbe
far supporre, quando si consideri che le forti profondità del
mare ligure sono molto vicino alla costa, una relazione tra la
composizione delle sabbie e la profondità del mare in prossi¬
mità dei litorali ; infatti ho trovato che le sabbie marine sono
tanto più ricche di minerali pesanti quanto minore è la pro¬
fondità del mare presso le coste ; come per esempio nel golfo
di Manfredonia nell’Adriatico.
N. 4. — Arma di Taggia.
Sabbia grigio -chiara, effervescente; la parte pesante è estre¬
mamente scarsa e da essa la calamita attrae pochissimi gra¬
nuli piuttosto grossi; come pure sono grossi i granuli pesanti,
in massima parte bruni, opachi; quelli incolori sono riferibili a
dolomite. Vi è pure qualche granulo di tormalina bruna.
La sabbia non presenta alcun che di speciale poiché anche
nella parte leggera vi sono i feldspati acidi in prevalenza e gra¬
nuli bruni indeterminabili.
N. 5. — Porto Maurizio.
Sabbia grigia un po’ più scura delle precedenti, ma a grana
molto più fina ; come le altre è effervescente, ma la parte pe¬
sante è, al solito, scarsissima; alcuni granuli di essa sono at-
1 Vedere in proposito le mie precedenti pubblicazioni sullo stesso ar¬
gomento.
246
I. CHELUSSI
tratti dalla calamita. I componenti sono in massima parte gra¬
nuli bruni, opachi, irregolarmente poliedrici ; in minima parte
risultano da granuli incolori più o meno leggermente torbidi
per alterazione. Minerali rari che vi ho potuto determinare sono:
biotite e muscovite, dolomite, pirosseno verde (?), diallagio (?) e
zircone in minutissimi cristalletti prismatici. A questi componenti
si aggiungono i soliti feldspati in preponderanza sul quarzo, il
quale talvolta sembra mancare del tutto.
JST. 6. — Oneglia.
«
Sabbia grigia a grana fina, effervescente, e con caratteri in
generale poco differenti da quella vicina di Porto Maurizio. Nella
parte pesante vi ho visto i soliti granuli opachi in prevalenza;
poi rarissimi augite, tormalina, diallagio e zircone; la calamita
non vi ha alcuna azione. Nella parte leggera vi sono i soliti
feldspati acidi alquanto alterati e sempre molto più abbondanti
dei granuli di quarzo.
N. 7. — Diano Marina.
Sabbia grigio-chiara a grana piuttosto fina, non magnetica,
effervescente. La parte pesante è molto meno scarsa che nelle
sabbie precedenti. In essa prevalgono i soliti granuli bruni; di
minerali determinabili ho visto, rappresentati da pochissimi in¬
dividui, zircone in cristalletti, staurolite, tormalina bruna, augite
verde-bottiglia e granato. Questa è la sabbia la più ricca delle
altre in elementi colorati; caratteristica è la sua relativa abbon¬
danza di staurolite e di tormalina. La prima di queste due dif¬
ficilmente è supponibile che derivi dalla formazione arenacea
eocenica che si estende a guisa di triangolo tra Bordighera ed
Albenga come base e col vertice nell’interno verso levante.
Quindi è probabile che l’origine sua e dell’augite verde-botti¬
glia di questa e delle altre sabbie sia piuttosto dal fondo ma¬
rino che dall’entroterra. Ed è notevole il fatto che Diano Ma¬
rina dista solo cinque chilometri da Oneglia la cui sabbia è
poverissima di minerali pesanti ; il che dimostra ancora una
volta la grandissima variabilità delle sabbie marine in punti
SABBIE MARINE DEL LITORALE LIGURE
247
poco distanti tra loro, almeno per il versante tirreno fino ad
Orbetello; mentre nel versante adriat.ico la loro composizione è
pressoché costante per moltissimi chilometri e cambia soltanto
quasi ad un tratto quando gli elementi padani sono sostituiti
quasi totalmente dall’augite verde.
N. 8. — Alassio.
Sabbia grigio-chiara, non magnetica, effervescente. Nella
parte pesante ho visto soltanto granuli incolori, trasparenti o
leggermente torbidi, con indice di rifrazione inferiore a quello
del bromoformio e superiore a quello dell’essenza d’anici, cioè
compreso tra 1,56 ed 1,59, non attaccabili da HC1 a caldo, per
cui sembrami trattarsi con tutta probabilità di termini feldspa-
tici molto basici.
N. 9. — Albenga.
Sabbia a grana molto grossa, non magnetica, effervescente.
Pochissima la parte pesante; essa è per la massima parte for¬
mata da granuli bruni, opachi, indeterminabili. In mezzo ad essi
si notano granuli molto più piccoli di augite verde, orneblenda
pleocroica nei toni del verde-chiaro e orneblenda bruna. La
sabbia fu prelevata nel delta dell’Arroscia.
N. 10. — Loauo.
Caratteri generali come la precedente, alquanto magnetica.
La parte pesante è estremamente scarsa e formata per la mas¬
sima parte da granuli opachi, dei quali alcuni mostrano una
decisa forma poliedrica. Tra i minerali rari ho visto la stau-
rolite, l’augite verde, il diopside, lo zircone e la tormalina. Nella
parte più leggera, oltre i soliti granuli feldspatici in prevalenza,
ho trovato un granulo di cordierite.
Intorno a Loano prevalgono terreni di sedimento dai quali,
probabilmente, non si può immaginare la provenienza di mine¬
rali, sebbene scarsi, come la staurolite, l’augite, la cordierite.
248
I. CHELUSSI
N. 11. — Zinola (Savona).
Sabbia grigia, a grana grossa, poco magnetica, non effer¬
vescente. Scarsa la parte pesante che è formata da granuli bruni
in prevalenza. Oltre questi non sono riuscito a vedere che
qualche granulo verde-grigiastro con forte indice di rifrazione,
e riferibile, con qualche dubbio, al pirosseno verde.
N. 12. — Savona.
Pi •esso lo stabilimento balneare. Ghiaietta, pochissimo ma¬
gnetica, con debolissima effervescenza. Scarsa la parte pesante.
Questo campione è identico al precedente.
N. 13. — Albissola Marina.
Sabbia grigio-chiara a grana media, non troppo magnetica,
pochissimo effervescente. Non è scarsa la parte pesante che è
ricca di pagliette muscovitiche. La sua composizione mineralo¬
gica è assolutamente diversa da quella delle sabbie precedenti;
poiché, sebbene prevalgano sempre i granuli opachi, pure vi si
trovano i seguenti minerali: anfibolo con tutte le gradazioni di
colore, cioè dal verde pallidissimo al verde-chiaro, al verde¬
mare e al verde piuttosto carico ed allora quasi insensibilmente
pleocroico; non mancano nemmeno due granuli di anfibolo az¬
zurro a colori molto carichi ma con indice di rifrazione inferiore
a quello della monobromonaftalina. Vi sono inoltre, ma non
tanto frequenti come l’anfibolo, la biotite e la muscovite, il
granato, l’epidoto e la tormalina.
Stando alla carta geologica delle Alpi marittime, intorno ad
Albissola vi è una formazione di gneiss centrale dal quale pro¬
babilmente hanno origine i minerali ricordati ; è però notevole
l’abbondanza del l’anfibolo verde e la presenza del glaucofane,
ai quali probabilmente si deve attribuire una origine diversa
dal predetto gneiss.
N. 14. — Celle ligure.
Ghiaietta grigio-chiara. Setacciata, si ottiene una sabbia
grigia pochissimo effervescente, dalla quale si ha con la sepa¬
razione una parte pesante non troppo scarsa. Nella parte pe-
SABBIE MARINE DEL LITORALE LIGURE
249
sante vi è la stessa preponderanza dei granuli bruni, opachi e
tra i minerali rari vi sono gli stessi che nella sabbia prece¬
dente. Vi si trova inoltre il serpentino e la lawsonite per cui
tanto per questa che per la precedente la origine di questi mi¬
nerali compreso il glaucofane è da ricercarsi nella formazione,
che vi è tra Varazze e Cogoleto, formata da prasiniti lawsoni-
tiche e glaucofanitiche e da serpentine; per conseguenza in
queste due sabbie non si trovano elementi che possano avere
origine dal mare anche tenuto conto della forte sua profondità
in vicinanza del litorale.
N. lo. — Yarazze.
Sabbia grigio-chiara, a grana media, effervescente. La parte
pesante, come nella sabbia di Celle, da cui dista circa 3 km.,
non è scarsa; è micacea e fortemente magnetica. Essa contiene,
oltre moltissimi granuli opachi, antibolo verde-chiaro, granato,
epidoto, cianite, tormalina, zircone; sembrerebbe una sabbia di
Po od anche una sabbia del litorale adriatico prelevata nella
sua parte settentrionale. Il più abbondante è l’antibolo verde
pallidissimo e l’antibolo verde-mare, talvolta con tono ceruleo
che probabilmente rappresenta un termine di passaggio al l’an¬
tibolo azzurro, del quale ho trovato solamente pochissimi e mi¬
nutissimi granuli, per lo più a colori molto pallidi. Il granato
incoloro e roseo è pure molto abbondante; più scarsi sono l’e¬
pidoto, la tormalina; rari la cianite e lo zircone.
Nella parte più leggera si trovano i feldspati in preponde¬
ranza, di natura piuttosto acida, stando all’indice di rifrazione
non troppo alto; il quarzo vi è scarso e poco abbondante il
serpentino.
La carta geologica della Liguria di A. Issel e S. Squinabol
indica tra Yarazze e Sestri Ponente la presenza di roccie ser-
pentinose antiche e di schisti associati ad esse; ed è perciò
molto probabile che la magnetite principalmente, poi gli altri
minerali sopra ricordati, provengano da queste roccie.
2ó0
I. CHELUSSI
N. 16. — Veltri.
Sabbia grigia, piuttosto scura, pochissimo effervescente a
freddo, alquanto più a caldo. La parte pesante è forse in mag¬
gior quantità della parte leggera; è di color bruno, molto ma¬
gnetica; ma è formata quasi totalmente da granuli grossi bruni,
opachi od incolori ma torbidi per avanzata alterazione. Di mi¬
nerali colorati non ne ho potuto vedere che soli due, cioè l’an¬
tibolo verde in tutti i toni dal verde chiarissimo quasi incoloro,
al verde carico che per pleocroismo passa al verde bluastro, e
l’epidoto giallo-verdastro pleocroico. Però questo è molto meno
abbondante dell’anfibolo.
Nella parte più leggera vi sono feldspati di varia acidità,
pochi granuli di quarzo e pochi di serpentino.
La composizione mineralogica di questa sabbia è molto meno
ricca di quella della sabbia precedente, benché per l’una e per
l’altra il motivo (per modo di dire) mineralogico sia la presenza
dell’anfibolo verde.
La distanza tra questa e la precedente è di circa 18 km.;
stando alla carta geologica della Liguria di Issel e Squinabol
sopra ricordata, Varazze si trova fuori della formazione serpen-
tinosa, mentre Voltri, Prà e Pegli si trovano proprio dentro la
zona medesima; ammesso perciò che i minerali della sabbia di
Varazze, fatta eccezione della cianite e del granato propri di
schisti cristallini, derivino dalle serpentine antiche, bisogna anche
ammettere la presenza di una corrente litorale, che radeva la
costa andando da Pegli verso Varazze; e, data la forte profon¬
dità marina, molto vicina alla riva, è difficile attribuire a
questi minerali una origine da un massiccio sommerso.
N. 17. — Prà.
Sabbia grigio-bruna, effervescente, molto magnetica. La
parte pesante è più abbondante della leggera. Per la compo¬
sizione mineralogica non differisce dalla sabbia precedente anche
per la grossezza della grana e per l’abbondanza dei granuli
bruni, opachi. Il componente colorato che si trova con maggior
SABBIE MARINE DEL LITORALE LIGURE
251
frequenza è il solito antibolo in tutti i toni del verde ; v’è poi
pochissimo epidoto e qualche granulo di granato intensamente
colorato in rosso-chiaro.
N. 18. — Pegli.
Ghiaietta con ciottoletti calcarei. La parte più fina è di color
bruno a grana grossa, non troppo magnetica ed alquanto effer¬
vescente. Al contrario di tutte le sabbie esaminate fin qui quasi
tutta la sabbia affonda nel liquido tenuto a una densità appros¬
simata di 2,68. Essa risulta da granuli bruni, opachi, non troppo
abbondanti, da feldspati, basici in prevalenza, e da antibolo
verde, verde-chiaro, al verde-bluastro. La sua origine con molta
probabilità è da attribuirsi ad una diorite priva di quarzo e
ricca di feldspati molto basici appartenente alla formazione delle
serpentine antiche. Si sa che anche nelle formazioni ofiolitiche
dell’eocene nell’Italia centrale, sono frequenti i porfidi dioritici
che io già ritrovai alla Rocca Tederighi in provincia di Gros¬
seto e in Val di Marecchia nella provincia di Pesaro Urbino,
località molto distanti tra loro e separate dall’Appennino, nelle
quali però questi porfidi hanno caratteri identici, non solo ma¬
croscopicamente, ma anche nelle sezioni sottili in modo da non
poterli assolutamente distinguere gli uni dagli altri L
Non ho potuto vedere in queste sabbie la presenza del glau-
cofane il quale è presente nelle roccie di Pegli secondo le ben
note ricerche prima del Bonney, poi del Rovereto e del Franchi.
E l’assenza, o per parlare più esattamente la grandissima scar¬
sezza di questo minerale nelle sabbie di Pegli, porterebbe a ri¬
tenere che alla loro formazione contribuiscano non troppo i de¬
triti delle roccie di entroterra; o che le sabbie a glaucofane
siano state ricoperte da sabbie più recenti provenienti dalla de¬
composizione di roccie che non contenevano il minerale carat¬
teristico precitato 2.
1 Appunti petr. sopra alcune roccie dell’Italia centrale. Boll. Soc.
geol. it., 1908.
2 Non si può parlare in via assoluta di mancanza dell’antibolo az¬
zurro attesa la piccola quantità di sostanza presa in esame e conside¬
rato il fenomeno, non del tutto raro, che un minerale si accumula di pre¬
ferenza in alcuni punti speciali; come per esempio il granato nella sabbia
marina di Viareggio.
252 I. CHELUSSI
N. 19. — Sestri ponente
(tra il cantiere Odero e la Siderurgica).
Sabbia color tabacco, molto magnetica, poco effervescente.
La parte pesante costituisce la totalità della sabbia. In essa ho
visto moltissimi granuli bruni, opachi, antibolo verde-chiaro, bio-
tite, pirosseno verde e incoloro, feldspato basico, serpentino,
glaucofane rarissimo, con indice di rifrazione maggiore di 1,66;
staurolite pure estremamente raro, e un solo granulo di me¬
lanite.
A queste sabbie aggiungo l’esame di alcune sabbie di
dune avute dalla gentilezza dell’illustre professore Arturo Issel.
N. 20. — Final Marina.
Duna d’ostacolo detta delle Arene candide a ponente di Final
Marina alle falde del monte Caprazoppa.
Sabbia piuttosto grossa poco effervescente, pochissimo magne¬
tica; scarsa la parte pesante, formata per lo più da granuli bruni,
opachi, accompagnati da pochissimo pirosseno verde e verde¬
chiaro, spesso quasi incoloro. La parte meno pesante è formata
da feldspati in generale piuttosto acidi e da pochissimo quarzo.
N. 21. — Capo delle Mele (presso Laigueglia).
Duna morta che s’innalza a più di 150 metri sul mare. Qua¬
ternario superiore.
Sabbia concreta, effervescente, con scarsissimo deposito nel
liquido pesante in cui ho visto zircone, granato, tormalina, au-
gite, muscovite, rutilo, staurolite, glaucofane e residui d’orga¬
nismi.
N. 22. — Yado (presso Savona).
Sabbia melmosa, emessa immediatamente dopo il terremoto
del 23 febbraio 1887 da una apertura acquitrinosa apertasi in
un orto. La sabbia è a grana finissima, non effervescente. La
parte pesante contiene iperstene, biotite, muscovite, antibolo
verde-chiaro, ematite, magnetite. La parte più leggera è formata
in prevalenza da granuli di feldspato e da pochi di quarzo.
SABBIE MARINE DEL LITORALE LIGURE
253
N. 23. — Albissola Marina.
Limo alla foce del Sansobbia, a circa 20 metri di profon¬
dità, dei tempi protostorici o preistorici. Dopo lavatura di 40 g.
di sostanza ne rimangono circa 10 di sabbia minutissima non
effervescente, poco magnetica. Vi ho notato biotite e moscovite,
antibolo verde e verde-mare, glaucofane, zircone, cianite e
granato.
N. 24. — Genova.
Formazione arenacea con molluschi marini e d’acqua dolce a
levante della foce del torrente Bisagno; deposito probabile del
quaternario superiore. Effervescente al massimo grado, con po¬
chissima parte pesante nella quale si hanno moltissimi granuli
neri e qualcuno di zircone e di antibolo verde.
N. 25. — Pieve di Sori.
Sabbia della duna morta, presso la stazione ferroviaria, rife¬
ribile al quaternario o ai pliocene. La sabbia è moltissimo effer¬
vescente, non magnetica, con parte pesante scarsissima, la quale
è formata in massima parte da granuli opachi tra i quali si
trovano rari cristalletti di zircone, granuli di antibolo verde e
scagliette biotitiche.
N. 2G. — Sestri levante.
Il residuo pesante che rimane dopo decalcificazione, ottenuto
con la separazione a mezzo di liquido pesante, non è scarso;
ha colore grigio-scuro con tono verdastro. Da esso la calamita
ordinaria estrae una discreta quantità di granuli dei quali sol¬
tanto una metà circa si scioglie in HC1 puro a caldo con la
aggiunta di qualche goccia di ioduro potassico. Si ha qui perciò
magnetite e ilmenite. Gli altri componenti sono: numerosi gra¬
nuli neri, opachi, numerosi granuli verdi, alcuni leggerissima¬
mente pleocroici, altri non pleocroici, con indice di rifrazione
talora superiore, talora inferiore a quello dell’a-monobromonafta-
lina (1,6), per cui ritengo presenti tanto il pirosseno quanto
254
I. CHELUSSI
l’anfibolo, questo però più scarso di quello. Molti granuli inco¬
lori sono da riferirsi a feldspati basici anche per il loro forte
peso specifico. Pochissimi granuli verdi-chiari, fortemente pleo-
croici con n ^> 1,66 ricordano l’epidoto e la zoisite, questa spe¬
cialmente nei granuli incolori. Vi si aggiungono anche pochis¬
sime scagliette di diallagio.
L’origine di questa sabbia è da attribuirsi, con tutta proba¬
bilità, alle formazioni ofiolitiche antiche o recenti che trovansi
non troppo distanti da Sestri (vedere carta geologica della Li¬
guria di A. Issel e S. Squinabol).
N. 27. — Deiva.
La sabbia è molto magnetica con la parte pesante scarsa
e formata in gran parte da tremolite e diallagio e da pochis¬
sima orneblenda verde pleocroica; a questi componenti si aggiun¬
gono i soliti granuli neri, opachi e pochissimi feldspati basici.
La roccia proviene con tutta probabilità da roccie serpen
tinose; ma è caratteristico l’accumularsi in essa del diallagio.
Presso Deiva esistono formazioni ofiolitiche.
N. 28. — Levanto.
Sabbia a caratteri non troppo differenti dalla sabbia pre-
V
cedente. E però un poco meno magnetica e alquanto più scarsa
ne è la parte pesante, nella quale ho visto più che altro granuli
bruni; oltre a questi vi sono il diallagio, la tremolite e l’orne-
blenda verde, ma in quantità molto minore che nella prece¬
dente ; in altri termini questa sembra la sabbia di Deiva gran¬
demente impoverita di elementi colorati.
N. 29. — Monterosso al mare.
Come la precedente per alcuni caratteri; ma la calamita
non vi ha alcuna azione. In quanto alla sua composizione mi¬
neralogica non differisce da quella di Levanto, dalla quale è
pochissimo distante, che per una maggior quantità di granuli
bruni ed una minore di minerali determinabili.
SABBIE MARINE DEL LITORALE LIGURE
255
Sembra che questi quattro campioni di sabbie vadano im
poverendosi di minerali venendo da Sestri verso Monterosso,
pur essendo evidente per tutti una sola origine da roccie ofio-
liticlie.
GOLFO DELLA SPEZIA.
Ho cinque campioni del golfo della Spezia, dall’isola Pal-
maiola a Lerici L
N. 30. — Isola Palmaria.
Sabbia a grana grossa con minutissimi ciottoletti, giallo¬
rossastra con tono aranciato, effervescentissima. La parte pe¬
sante è più abbondante della parte leggera e risulta per la
più gran parte da granuli bruni, opachi, arrotondati, tra i quali
si trovano rari e grossi granuli di augite verde-bottiglia e gra¬
nuli di feldspati basici. Quarzo e feldspati acidi formano la
parte leggera.
Caratteristici in queste sabbie sono il pirosseno verde e il
feldspato basico. Le roccie che formano le rive del golfo della
Spezia sono tutte roccie sedimentarie secondarie e terziarie, nelle
quali io non credo possano esistere i minerali precitati, ai quali
per conseguenza bisogna attribuire un’origine dal mare. Ed è
anche noto che sabbie nelle quali si trova il minerale piros-
senico non sono infrequenti nel litorale tirreno, e in quello adria-
tico meridionale formano col feldspato basico la quasi totalità
delie sabbie litorali del golfo di Manfredonia fino in prossimità
di Bari; per cui dedussi che al disotto delle formazioni secon¬
darie del Gargano e delle secondarie e terziarie della peni¬
sola salentina doveva esistere un massiccio cristallino formato
in massima parte da augite verde, da feldspato basico e da
magnetite di cui i frammenti sono attualmente gettati alla
costa, formando quelle sabbie magnetiche, appunto perchè i fon¬
dali di meno di 50 metri si trovano molto distanti dalla costa
e su di essi è continua l’azione as portatrice delle onde.
1 Questi cinque campioni mi furono provveduti dalla gentilezza della
signorina maestra Amabile Cresci di Spezia.
256
1. CHELUSSI
Per queste considerazioni io ritengo che anche nel golfo della
Spezia, nonché nel canale di Piombino e nel golfo di Follonica
della costa toscana, debba esistere un massiccio cristallino som¬
merso in parte, mineralogicamente identico a quello che io ri¬
tenni esistere tra il Gargano e la penisola Salentina e i cui avanzi
caratteristici, cioè augite verde, magnetite, ilmenite e feldspati
basici, ho pure ritrovati con estrema abbondanza nelle sabbie
di Metaponto e di Chiatona nell’Ionio. Altra spiegazione alla
presenza dell’augite e della magnetite in sabbie di litorali a
roccie sempre e totalmente sedimentarie non ho potuto ritrovare.
N. 31. — Porto Tenere.
Per il colore e la grana somiglia moltissimo a quella del¬
l’isola Palmaria ; nella lavatura vi è estrinsecazione abbondante
di argilla, ed il residuo è abbastanza scarso. Da essa si rileva,
con la separazione a mezzo del liquido pesante, una parte che
è più abbondante di quella leggera; ed in essa ho visto pochis¬
simi granuli attratti da calamita, moltissimi bruni, opachi, ra¬
rissimi di augite verde e di feldspato basico ; e perciò essa è
identica alla precedente ma più povera di minerali.
N. 32. — Spezia.
Sabbia scura, alquanto magnetica, a grana grossa, efferve¬
scente. Piccolissima la parte pesante formata da granuli neri,
opachi a contorni molto arrotondati e da pochissimi granuli o
meglio cristalletti a spigoli smussati di pirosseno verde e di pi-
rosseno incoloro, accompagnati da granuli semitrasparenti rife
ribili per il peso specifico e per l’indice di rifrazione a feld¬
spati basici.
La parte più leggera contiene quarzo molto scarso, feldspati
e qualche scaglietta di clorite.
N. 33. — S. Terenzio.
Sabbia a grana grossa, scura, pochissimo magnetica, effer¬
vescente; contiene minutissimi ciottoletti alcuni di color rosso
mattone riferibili ad un feldspato acido. Estremamente scarsa
SABBIE MARINE DEL LITORALE LIGURE
257
è la parie pesante in cui ho notato prevalenza di granuli bruni,
opachi; poi pirosseno verde, diallagio e feldspati basici, tutti e
tre scarsissimi.
Magnetite, il meni te, augi te e diallagio ritengo non possano
provenire dalle roccie sedimentarie che formano le rive del golfo
della Spezia.
N. 34. — Levici.
Sabbia finissima, grigio-scura, non troppo effervescente. La
separazione col liquido Clerici produce poca sostanza pesante,
la quale però è ricchissima di minerali diversi 1 i quali insieme
con quelli della parte che galleggia sono i seguenti:
Quarzo abbondante, ilmenite e magnetite, spinello verde non
scarso, dolomite scarsa, feldspati acidi più numerosi dei basici,
diallagio scarsissimo, augite verde e diopside, la prima molto
più abbondante del secondo, attinoto e orneblenda verde non
frequenti, granato, zircone, epidoto e zoisite, staurolite molto
scarsa, tormalina bruna, muscovite, biotite e clorite. A questi
aggiungo un solo piccolo granulo, grigio-violaceo, con forte ri¬
lievo con n di quello del liquido Thoulet, a peso specifico
di 3,18 costantemente estinto, che io riferisco dubitatamente alla
perowskite.
Questa sabbia, per la sua ricchezza in minerali, è la più
interessante di tutte le sabbie del litorale ligure e all’infuori
degli antiboli azzurri che non vi ho ritrovato, non è molto dis¬
simile da quella presa sulla spiaggia della torre del Mar¬
zocco presso Livorno e della quale detti la composizione in altra
mia nota.
Ad ogni modo è da supporsi che non sarebbe del tutto inu¬
tile rinnovare lo studio della sabbia di Lerici in grande scala,
1 Nello studio delle sabbie litorali ho notato che, in generale, la
loro ricchezza in minerali è in ragione diretta della loro sottigliezza;
questa però fino ad un certo limite. In ogni modo nel prelevamento dei
campioni di sabbie io credo sia cosa migliore il prendere quelle più fini
e quanto più profondamente è possibile, perchè le acque infiltranti por¬
tano più facilmente in fondo quei minerali che hanno maggior peso spe¬
cifico e che sono i più importanti.
17
258
I. CHELUSSI
cioè su materiale assai più abbondante di quello che avevo a
mia disposizione.
Però anche senza un ulteriore esame si può asserire che
questa sabbia non può provenire dall’interno; poiché intorno a
Lerici vi sono, secondo la carta geologica dei dintorni del golfo
della Spezia 1 le seguenti roccie:
I. Calcare cavernoso e breccia di schisti di
S. Terenzo. Trias?
II. Quarziti e anageniti.
Roccie che probabilmente non contengono i minerali sopra ac¬
cennati; minerali che non ho trovato in roccie identiche, come
il calcare cavernoso della Montagnola senese e le anageniti
di Rosia, di Cetinale, ecc. presso Siena e nella stessa Mon¬
tagnola.
Inoltre occorrerebbe stabilire ineccepibilmente la presenza
della perowskite, cosa che non si può fare per via ottica e con
un solo granulo a disposizione.
Ad ogni modo si può asserire nei dintorni di Lerici la pre¬
senza a non troppa profondità nel mare e a non troppa distanza
dalla costa di un massiccio forse di schisti cristallini, privi
però, a quanto mi risulta fin ora, degli antiboli azzurri.
Lo studio delle sabbie del litorale ligure non porta per ora
a conclusioni ben definite; queste si potranno meglio stabilire
quando, come ho speranza, avrò presto compiuto l’esame gene¬
rale delle sabbie del litorale dell’Italia continentale, studiando
quelle dellTonio da Metaponto a Reggio Calabria e quelle del
Tirreno da Reggio a Napoli.
Siena, 12 aprile 1912.
1 Capellini G-, Carta geol. ecc., 1881.
[ras. pres. 14 aprile - ult. bozze 17 luglio 1912].
STUDIO PETROGRAFICO DI ALCUNE SABBIE MARINE
DEL LITORALE IONICO E DI QUELLO TIRRENICO
DA REGGIO CALABRIA A NAPOLI
Nota del dott. I. Chelussi
A completare lo studio petrografie© delle sabbie marine del¬
l’Italia peninsulare presento in questa nota l’esame petrografie©
di alcuni saggi di sabbie dell’Ionio, da Taranto a Reggio Ca¬
labria e di altri del Tirreno compresi tra questa città e Napoli.
Da Napoli a Civitavecchia serve la memoria di G. Uzielli Sullo
zircone della costa tirrena , in Atti Acc. Lincei, 1875-76, nella
quale l’A. prese in esame sabbie di questa parte del litorale tirre¬
nico. Viene così completato lo studio di tutte le sabbie continentali
ad eccezione del piccolo tratto Civitavecchia -monte Argentario
di cui non ho potuto procurarmi alcun campione '.
Debbo avvertire che i campioni in esame furono prelevati
molto spesso a grande distanza l’uno dall’altro, per le difficoltà
presentate da quelle regioni, non troppo popolate, che non sempre
permettevano di trovare persone che si volessero assumere l’im¬
pegno della raccolta; inoltre quasi mai ho potuto avere quelle
indicazioni, talora utilissime, che presentano le condizioni fisiche
dei luoghi di prelevamento.
Non ostante mi è ben grato ringraziare tutte quelle egregie
persone che, aderendo ai miei desideri, si occuparono di prò
1 I lavori nei quali si tratta di sabbie marine dei litorali italiani
sono, oltre il citato deH’Uzielli, i seguenti:
D’Achiardi N., Sabbia granatifera di Pizzo ecc. Atti Soc. tose. Se.
nat., 1879.
Chelussi I., Oss. petr. sopra alcune sabbie della costa tose. ecc. Boll.
Soc. geol. it., 1910; Contribuzioni alla psammografa ecc., id., 1911; Nuove
contribuzioni ecc., id., 1911; Le sabbie del litorale ligure, id., 1912.
260
I. CHELUSSI
curarmi il materiale opportuno; citerò ognuna di esse nella de¬
scrizione di ogni singolo campione.
Malgrado però tutte queste difficoltà, oso sperare che lo studio
delle sabbie marine sia relativamente completo. Ad ogni modo
metto a disposizione di tutti coloro, che lo vorranno rinnovare,
tutto il materiale che mi ha servito a compilare questa e le
note precedenti, salvo quelle parti che si trovano presso il pro¬
fessore C. De Stefani di Firenze e del prof. A. Issel di Genova.
IONIO.
N. 1. — Chiatona.
La località è sulla ferrovia Metaponto-Brindisi e dista 16 km.
da Taranto, la cui sabbia ricca di biotite fu da me studiata nella
nota Nuove contribuzioni alla psammografia ecc.
La sabbia è di color grigio-brunastro, con ciottoletti dolo¬
mitici, a grana grossa, molto magnetica e molto effervescente
a caldo e a freddo.
La parte che affonda nel liquido Clerici è più abbondante
di quella che galleggia e risulta quasi totalmente da augite
verde, verde-chiara, da magnetite e ilmenite, da poco plagio-
clasio basico. Estremamente scarse orneblenda basaltica ed
olivina.
Nella parte leggera vi sono molti granuli bruni, feldspati
acidi e pochissimo quarzo. Questa sabbia ha una spiccatissima
somiglianza con le sabbie del basso Adriatico dal Gargano fino
a S. Maria di Leuca ed oltre.
Ebbi il campione dal prof. I. Picone del R.° Istituto tecnico
di Napoli.
N. 2. — Metaponto.
Dista dalla località precedente 27 km. Ne ho due campioni,
l’uno avuto dal prof. I. Picone, l’altro dall’ing. B. Lotti del
Comitato geologico. I due campioni hanno aspetto, alquanto di¬
verso l’uno dall’altro:
Campione a) del prof. Picone. Sabbia a grana grossa, bruna,
magnetica, effervescente. Nella separazione col liquido densi-
SABBIE DEL LITORALE DA REGGIO A NAPOLI
261
metrico parte pesante e parte leggera si equivalgono. La prima
risulta dalla solita augite verde e verde-chiara, talora quasi
incolora passante a diopside ed allora difficile a differenziarsi
per via ottica dall’olivina per gli indici di rifrazione tra di loro
poco differenti. Essa è per lo più in granuli, più raramente in
cristalli, l’opposto di quanto ho visto nella sabbia di Chiatona
e nella quale è molto più intensamente colorata. Ad essa vi
si aggiungono frequenti magnetite, ilmenite e plagioclasio ba¬
sico; rari pochi granuli di egirina, di orneblenda basaltica e
di granato.
La parte leggera risulta da molti granuli bruni, da granuli
di feldspato e da poco quarzo.
Campione (i) dell’ing. Lotti. Sabbia finissima, grigio-chiara,
poco magnetica, poco effervescente, con scarsa parte pesante in
cui ho visto molti granuli neri indeterminabili, molto pirosseno
verde, verde-chiaro, magnetite e ilmenite, plagioclasio. A questi
v’è da aggiungere zircone, granato ed un solo granulo di stau-
rolite.
La parte leggera, abbondantissima, è formata da granuli
bruni indeterminabili e da granuli incolori o leggermente -tor¬
bidi per alterazione, riferibili per la massima parte a feldspati
acidi.
In sostanza questi due campioni, d’aspetto diverso, non dif¬
feriscono tra loro che per la diversa quantità dei componenti,
perchè in ambedue la parte pesante risulta principalmente da
pirosseno, magnetite, ilmenite e plagioclasio. Tutt’al più si può
dire, che mentre il campione a) risulta quasi totalmente da mi¬
nerali di tipo basaltico, il secondo risulta da questi medesimi
elementi, più qualche elemento non basaltico, quale la stauro-
lite, e da molta abbondanza di calcari dei quali ne contiene
circa il 40 °/0.
Caratteristica per queste sabbie, come per quelle del litorale
pugliese, è la grande abbondanza del minerale pirossenico, la
cui origine difficilmente si può attribuire alle roccie dell’entro-
terra, le quali sono formate totalmente da roccie terziarie di
sedimento. Questo minerale insieme con la magnetite, l’ilmenite
e il plagioclasio fa pensare non solo ad una sua origine dal
fondo del mare, ma potrebbe esser una prova che tutta la costa
262
I. CHELUSSI
del golfo di Taranto, da Gallipoli fino presso le foci del fiume
Grati a nord di Corigliano calabro, si trova attualmente in un
periodo di bradisismo ascendente; prova confortata anche dal
fatto dell’enorme sviluppo che ha l’alluviale tra Taranto e il
capo Spili ico.
N. 3. — Origliano calabro.
Ghiaietta minuta grigio-chiara con ciottoletti di quarzo. La
parte separata cou lo staccio è una sabbia rossiccio-chiara a
grana piuttosto grossa, non magnetica e non effervescente. Estre¬
mamente scarsa è la parte pesante in cui ho visto moltissimi
granuli bruni e scarsi i seguenti minerali: granato, biotite, tor¬
malina, orneblenda verde-chiara e augite; quest’ultima raris¬
sima. La parte leggera non mi ha dato che granuli bruni e gra¬
nuli incolori riferibili in parte ai feldspati, in parte al quarzo.
La regione entroterra è formata da graniti a mica nera, da
micascisti e da gneiss granatiferi e da formazioni plioceniche ;
perciò l’origine dei pochi minerali ricordati è da attribuirsi con
tutta probabilità a queste roccie e forse anche alle deiezioni
del fiume Orati.
Questa sabbia mi fu inviata dal prof. Picone.
N. 4. — Fiumarella (Mirto Crosia).
A valle del ponte sulla ferrovia Reggio-Sibari presso Mirto
Crosia a circa 23 km. da Coriglia.no. E una sabbia del torrente
Fiumarella di color grigio a grana grossa, poco effervescente
ed alquanto magnetica.
Nella scarsissima parte pesante ho visto granato roseo ed
incolore, orneblenda verde-chiara e augite verde; poi molto più
rari olivina e biotite. Nella parte leggera vi sono molti granuli
bruni indeterminabili e granuli incolori riferibili al quarzo e ai
feldspati.
La sabbia mi fu inviata dal l’ing. Lotti.
SABBIE DEL LITORALE DA REGGIO A NAPOLI
263
N. 5. — Cotrone.
Di questa spiaggia posseggo tre campioni inviatimi dalla
gentilezza del prof. Coniglio di quella R.a Scuola tecnica.
Campione a) presso il Cimitero. Sabbia finissima, giallo-aran¬
ciata, molto effervescente, quasi per niente magnetica, con scar¬
sissima parte pesante della quale gli elementi principali in or¬
dine di frequenza sono il pirosseno verde e verde-chiaro, spesso
in individui cristallini, il granato roseo ed incoloro, il plagio-
clasio basico, la magnetite e la ilmenite.
A questi vi si aggiungono però sempre con estrema scarsità
orneblenda bruna, epidoto e zoisite, andalusite, staurolite, biotite
e nmscovite.
Tanto i componenti principali di questa sabbia, quanto i più
rari difficilmente possono provenire dall’entroterra poiché è noto
che i dintorni di Cotrone sono costituiti da terreni pliocenici ;
a meno che staurolite, andalusite ed epidoto non siano stati por¬
tati dalle torbide del fiume Neto il quale traversa nel suo corso
le formazioni granitiche della Sila.
Campione (3) Porto vecchio. La sabbia è identica alla pre¬
cedente; ma vi si nota una maggiore alterazione in alcuni dei
componenti principali, specialmente nel pirosseno, e perciò una
maggior quantità di granuli bruni, opachi, non facilmente de¬
terminabili.
Campione y) Porto nuovo. Ghiaietta sottile; la parte sepa¬
rata con lo staccio è una sabbia grigiastra, molto effervescente,
alquanto magnetica, con scarsa sostanza pesante nella quale ho
ritrovato quasi tutti i componenti del campione y) del Cimitero,
con la stessa prevalenza dell’augite e del granato.
N. 6. — Catanzaro marina.
Di questa località ho diversi campioni avuti alcuni dall’in-
gegner B. Lotti, altri dal prof. I. Picone :
Campione y.) Sabbia grigio-scura, a grana grossa, con ciot¬
toli calcarei, magnetica, effervescente. La parte pesante è ab¬
bondantissima, molto più della parte che galleggia nel liquido
264
I. CH ELLISSI
Clerici, tenuto alla densità di 2,7; ed è formata da pirosseno
verde per lo più in individui cristallini, da magnetite e ilme-
nite e da plagioclasio basico. Vi è pure qualche rarissimo gra¬
nulerò di staurolite.
Campione (i) Tra la foce del fiume Corace e quella della
Fi limai ella.
Sabbia grigio-scura, poco magnetica, effervescente. La parte
pesante non è scarsa e risulta formata principalmente da gra¬
nato incoloro e roseo, che è l’elemento preponderante. Vi si
aggiunge il solito pirosseno verde e verde-chiaro, raramente in
cristalli e l’epidoto. Rari invece sono l’orneblenda verde leg¬
germente pleocroica nei toni più o meno carichi di questo colore,
la biotite, il rutilo, la tormalina e lo zircone.
Nella parte leggera vi è di notevole qualche granulo di ser¬
pentino, oltre i granuli bruni indeterminabili e quelli di feld¬
spato acido; il quarzo vi apparisce non frequente.
Caratteristica di questa sabbia è l’abbondanza del granato;
abbondanza già osservata per sabbie di altre località, prima dal
prof. A. D’Achiardi per quella di Pizzo; poi da me per quella
di Viareggio e di Tortoreto alla foce del Salmillo nell’Adriatico.
Questa sabbia risulta da un miscuglio di elementi di entro¬
terra come l’orneblenda, il rutilo, la tormalina, il serpentino, ecc.,
provenienti dalle roccie cristalline dei dintorni di Catanzaro e
da elementi del fondo marino come il pirosseno e fors’anche il
granato.
Campione y) Ghiaietta sottile degli strati superficiali della
marina di Catanzaro. I ciottoletti sono per gran parte di schisti
micacei. Ho triturato una piccola parte di essi in modo da for¬
marne una sabbia che ho poi sottoposta ai soliti procedimenti
di analisi. Nella separazione con liquido densimetrico ho otte¬
nuto pochissima parte pesante, la quale mi risulta formata pre¬
valentemente da biotite ed antibolo verde ai quali si aggiunge
in molto minore quantità l’andalusite. Noto incidentalmente il
fatto che questo minerale è piuttosto abbondante in alcune
sabbie calabresi e fu pure trovato dall'iug. F. Salmoiraghi nel¬
l’arenaria di Mendicine presso Cosenza; è ciò fa ritenere che
molte roccie cristalline della Calabria debbano essere abbastanza
ricche di questo minerale.
SABBIE DEL LITORALE DA REGGIO A NAPOLI
265
La provenienza di questa sabbia è sicuramente dall’entro-
terra ; ed è notevole il fatto che di questi tre campioni di una
stessa località bisogna attribuire una origine diversa perchè ne
è diversa la loro composizione mineralogica, almeno quella
della parte più pesante, la quale sempre contiene i minerali più
caratteristici.
N. 7. — Reggio Calabria.
Ho diversi campioni di questa località, avuti dal prof. I. Pi-
cone e dal prof. U. Vaibusa del Liceo di Reggio:
Campione x) A 200 metri a nord della foce della fiumara
V Annunciata.
Sabbia grigia, effervescente, poco magnetica, con la parte
pesante non troppo abbondante, nella quale ho visto i seguenti
minerali: staurolite abbondante, granato e augite ; poi ipersteue,
orneblenda, epidoto e poco plagioclasio basico.
Campione (i) Ad 1 km. a sud della foce della fiumara V An¬
nunciata.
Ha gli stessi caratteri della precedente e la parte pesante
rivela i seguenti minerali : biotite e muscovite abbondanti, zir¬
cone, granato e staurolite frequenti; tormalina bruna e andalu-
site rari.
Campione y) Porta la sola indicazione di Reggio Calabria.
Sabbia grigia a grana grossa, con qualche ciottoletto di
quarzo, magnetica e non effervescente.
Abbondante la parte che affonda nel liquido Clerici, nella
quale vi si trovano frequenti magnetite e ilmenite, granato, bio¬
tite e antibolo verde; più rari sono lo zircone, l’augi te verde e
l’egirina.
Campione f>) Reggio. Sabbia a grana grossa, effervescente, •
moltissimo magnetica. Ha caratteri assolutamente differenti da
quelli degli ultimi campioni esaminati della stessa località per
l’abbondanza dei granuli magnetici e del pirosseno, che la ren¬
dono somigliantissima alle sabbie di Chiatona, di Metaponto,
di Corigliano, ecc. e a quelle della costa adriatica della Puglia.
I campioni di Reggio differiscono perciò moltissimo tra loro
e si può ritenere che essi abbiano origine diversa. È da notarsi
266
I. CHELUSSI
che intorno a Reggio predominano gli gneiss e i micascisti fon¬
damentali dell’ Aspromonte.
Qui terminano i pochi saggi che ho potuto avere delle
sabbie dell’Ionio, nelle quali da Tricase per Gallipoli, Taranto,
Metaponto ecc. fino a Reggio Calabria, si osserva una grande
variabilità nella loro composizione mineralogica anche per
campioni della stessa località. In alcuni di essi, e sono i più,
prevalgono e sono formati da elementi i quali, come il piros-
seno verde, la magnetite e l’ilmenite diffìcilmente può sup¬
porsi che provengano da roccie deH’entroterra. Altri risultano
con tutta probabilità da elementi di roccie dell’entroterra e da
elementi che provengono dal fondo del mare. Altri infine,
e sono i meno, sono prevalentemente formati da elementi di
roccie cristalline che sono diffusissime nella regione circo¬
stante ’.
In gran parte di questi saggi è notevole la presenza e
spesso l’abbondanza del pirosseno verde e del minerale ma¬
gnetico.
TIRRENO.
N. 8. — Scilla.
Anche qui predominano gli gneiss e i micascisti fondamen¬
tali del massiccio dell'Aspromonte (vedere Cortese E., La geo¬
logia della Calabria, Roma, 1895).
La sabbia di questa località è bruna a grana grossa, ma¬
gnetica, effervescente con circa il 30% di carbonati. La parte
pesante è molto più abbondante della parte leggera, ed è for¬
mata, oltre che da magnetite e da ilmenite, da frequentissimo
pirosseno verde, quasi sempre in cristalli prismatici, al quale
si aggiungono feldspati basici e pochissimi granuli di egirina.
1 Questa distinzione è fatta tenendo conto solamente della parte pe¬
sante. La parte leggera e specialmente i carbonati provengono verosimil¬
mente da roccie sedimentarie della regione.
SABBIE DEL LITORALE DA REGGIO A NAPOLI
267
N. 9. — Bagnara.
Località a circa 9 km. dalla precedente. Sabbia grossolana,
quasi ghiaietta sottile. Con lo staccio si separa una certa quan¬
tità di sabbia di color grigio-chiaro, pochissimo effervescente
e per niente magnetica. La parte pesante è estremamente scarsa
ed in essa ho visto moltissimi granuli bruni, opachi indetermi¬
nabili e pochissimi, riferibili al granato in gran parte ed in
piccola parte ad un pirosseno in uno stato però di avanzata al¬
terazione.
N. 10. — Nicotera.
Le roccie che formano i dintorni di questa località sono
(v. Cortese, Carta geologica della Calabria ) graniti a mica nera
e depositi del quaternario.
Il campione è rappresentato da una sabbia grigia a grana
grossa, con ciottoletti calcarei. La parte passata allo staccio con¬
tiene circa il 25% di carbonati ed è alquanto magnetica. La
parte che affonda nel liquido deusimetrico è molto abbondante
e risulta da pirosseno verde e verde-chiaro quasi incoloro in
preponderanza, da magnetite e ilmenite. plagioclasio basico e da
pochissima olivina. Vi si aggiunge qualche raro cristailetto della
tormalina bruna pleocroica molto comune in tante rocce anche
di sedimento. Per la presenza del pirosseno somiglia moltis¬
simo alle sabbie dell’Adriatico meridionale e ad alcune del golfo
di Jaranto.
La parte leggera di questa sabbia oltre i soliti feldspati
presenta di notevole dei granuli pleocroici daU’azzurro-violaceo
al bianco-giallastro, aventi un indice di rifrazione vicinissimo
a quello dell’assenza di garofani, con bassi colori di polarizza¬
zione; tutti caratteri per cui li ritengo riferibili alla cordierite.
Essa è un minerale dei porfidi, delle trachiti quarzifere, delle
granuliti, ecc. di prima consolidazione; di seconda consolidazione
e come minerale metamorfico negli gneiss e negli schisti cri¬
stallini.
268
I. CHELUSSI
N. 11. — Pizzo.
Rimando alla memoria del prof. A. D’Achiardi già sopra
citata per quanto si riferisce alla sabbia di questa località.
N.- 12. — Nocera ticinese.
Sabbia grigia, a grana grossa, con ciottoli calcarei, magne¬
tica, con effervescenza prolungatissima. La parte pesante non
è troppo scarsa, ma risulta formata in gran parte dal pirosseno
verde, dalla magnetite e dall’ilmenite, infine dal plagioclasio
basico; e questi sono i tre componenti principali. Molto rara vi
è l’orneblenda basaltica e rarissima — un solo cristal letto in
sette preparazioni — la tormalina bruna.
L’origine di questa sabbia, almeno nella sua parte pesante,
non è da attribuirsi a roccie dell’entroterra, le quale in questa
regione sono, stando alla carta geologica, scliisti lucenti.
N. 13. — A mantea.
Sabbia a grana grossa, di colore grigio-ferro, con ciottoli
calcarei, magnetica, e col 25 % circa di sostanze solubili
in HC1.
La parte pesante e quella che galleggia presso a poco si
equivalgono. La prima è formata in gran parte dal solito pi¬
rosseno verde e verde-chiaro, raramente passante a diopside,
quasi sempre nel solito abito cristallino; vengono poi magne¬
tite e ilmenite, plagioclasio e granato. Rarissima e non sempre
otticamente differenziabile dal diopside è la olivina. La parte
leggera risulta da molti granuli opachi indeterminabili, da feld¬
spati con indice di rifrazione quasi sempre inferiore a 1,55 e
da pochissimo quarzo.
Nei dintorni di Amantea prevalgono roccie sedimentarie del
miocene medio.
SABBIE DEL LITORALE DA REGGIO A NAPOLI
269
N. 14. — S. Lucido.
Ghiaietta minuta dalla quale ho separato pochissima sabbia
fina non magnetica e poco effervescente. Scarsissima la parte
pesante nella quale ho visto augite, plagioclasio e granato; a
questi si aggiunge qualche scaglietta di ematite rossa. Feld¬
spati di media acidità formano la parte leggera.
Tra S. Lucido e Paola la costa subisce attualmente un bra¬
disismo ascendente (v. Cortese E., La geologia della Calabria,
pag. 56). La carta geologica annessa alla citata memoria in¬
dica tra S. Lucido e Paola graniti, schisti vari traversati da
filoni di granito e anfibolite, e miocene medio.
Questo campione è uno dei più poveri di minerali caratte¬
ristici.
N. 15. — Paola.
Ghiaietta minuta, conchiglifera, effervescente, alquanto ma¬
gnetica. La parte pesante non è scarsa, ma ha grana molto
grossa e conviene triturarla per poterne fare l’esame microsco¬
pico. I componenti principali sono i soliti, cioè augite verde,
magnetite ed ilmenite, plagioclasio.
N\ 16. — Cetraro.
Ghiaietta grigia. La parte più fina, ottenuta con la staccia¬
tura, è pochissimo effervescente e poco magnetica. Risulta for¬
mata dal pirosseno verde ed incoloro, dalla ilmenite e magne¬
tite e dal plagioclasio molto scarso. Abbondante invece è il
granato roseo ed incoloro, che contiene come inclusioni scagliette
rosse di ematite (?). Rarissime invece vi si trovano la orneblenda
basaltica e la egirina.
La carta geologica indica per questa località l’eocene. A
capo la Testa vi sono schisti granatiferi (v. Cortese E., op. cit.,
pag. 304).
270
I. CHBI/U8SI
N. 17. — Belvedere.
Sabbia grigio-scura, a grana grossa, magnetica, efferve¬
scente. Circa il 5 % della sostanza decalcificata è attratta dalla
calamita. La composizione mineralogica è la solita, cioè piros-
seno, magnetite e ilmenite, plagioclasio ; vi si aggiunge il gra¬
nato che non è però troppo abbondante.
Nei dintorni di Belvedere si hanno assise mioceniche e del
quaternario.
N. 18. — Diamante.
Questa località dista appena 7 km. da Belvedere e la sab¬
bia non presenta differenze notevoli dalla precedente.
N. 19. — Praia.
Sabbia bruna a grana grossa, con ciottoletti calcarei, molto
magnetica, effervescente. La sua composizione mineralogica è
la stessa; cioè risulta dal pirosseno verde, dalla magnetite, dal
plagioclasio, da poco granato e da scarsissima egirina.
N. 20. — Sapri.
Ghiaietta fina. La parte separata con lo staccio è magne¬
tica, effervescente. La parte pesante è in maggior quantità della
parte leggera. La sabbia in totalità è molto ricca in feldspati,
mentre il pirosseno sembra scemare in confronto con i saggi
di moltissime delle sabbie precedenti dove l’augite apparisce
come l’elemento predominante. Questa è inoltre di colore molto
carico, talvolta molto alterata e forma allora una gran parte
dei granuli bruni, opachi, riferibili ad essa per il forte peso
specifico e conservanti non di rado l’abito cristallino prismatico
della medesima.
N. 21. — Policastro.
Grana grossa con ciottoletti calcarei, moltissimo efferve¬
scente e magnetica. Molto abbondante la parte che affonda nel
liquido Clerici a densità di 2,7, e risulta dal pirosseno, dalla
magnetite e ilmenite, dal plagioclasio e da pochissimo granato.
SABBIE DEL LITORALE DA REGGIO A NAPOLI
271
N. 22. — Pesto.
Sabbia grigio-scura, a grana grossa, con ciottoletti calcarei,
effervescente e molto magnetica, tanto che la parte attratta
dalla calamita è circa il 10 % della sabbia dopo essere stata
decalcificata.
La maggior parte di questa sabbia affonda nel liquido Cle¬
rici e risulta formata quasi totalmente da augite verde, oltre
magnetite e ilmenite, e da plagioclasio, questo però in quantità
molto minore rispetto al pirosseno. Rarissimi l’egirina e il
granato.
La poca parte galleggiante risulta da molti granuli bruni,
opachi, indeterminabili e da feldspati.
N. 23. — Pontecagnano (Salerno).
Questa sabbia è somigliantissima alla precedente anche per
il quantitativo in magnetite e ilmenite. Il pirosseno vi è quasi
sempre in cristalli ed è di colore sempre carico; mancano perciò
i termini passanti al diopside.
N. 24. — Salerno.
Differisce dalla precedente per essere molto meno magne¬
tica; ma gli altri componenti sono gli stessi.
N. 25. — Cetara (linea Amalfi-Yietri sul mare).
Sabbia a grana grossa, eminentemente magnetica, perchè
circa un quinto della sabbia decalcificata è attratta dalla sem¬
plice calamita. Ha la solita composizione mineralogica e di più
il granato ed un solo granulo di staurolite in quattro prepara¬
zioni.
N. 26. — Malori (Salerno).
Sabbia grigia a grana finissima, effervescente e pochissimo
magnetica. La parte pesante è molto scarsa ma è formata in
totalità dal pirosseno verde ed incoloro; il primo quasi sempre
con abito cristallino. Rarissima l’egirina; i plagioclasi basici
272
I. CHELUSSI
non vi appariscono. Nella parte leggera vi sono molti gra¬
nuli bruni, opachi e moltissimi trasparenti o leggermente tor¬
bidi per alterazione, riferibili a feldspato.
Questa sabbia è molto differente dalla precedente; l’abbon¬
danza dei carbonati e la scarsezza dei granuli pesanti sono, a
parer mio, indizi che alla sua formazione hanno contribuito per
la massima parte le rocce sedimeùtarie dell’entroterra.
N. 27. — Castellamare di Stadia.
Sabbia scura, a grana grossa, magnetica, effervescente. La
parte pesante supera di gran lunga la parte leggera. I compo¬
nenti ne sono i soliti, cioè pirosseno, magnetite e ilmenite, pla-
gioclasi basici e acidi.
N. 28. — Torre Annunziata.
Sabbia nera a grana grossa, non troppo magnetica, non et
fervescente. Quasi nulla la parte che galleggia sul liquido den-
simetrico. La parte pesante è formata quasi tutta dal solito pi¬
rosseno verde, rarissimamente incoloro e da pochi granuli di
plagioclasio.
N. 29. — Iscliia.
Sabbia grigio-chiara a grana grossa, quasi niente magne¬
tica, non effervescente e con pochissima parte pesante che pre¬
senta i soliti pirosseno e plagioclasio basico, il primo sempre
più abbondante del secondo.
A completare lo studio delle sabbie del litorale tirrenico
dell’Italia continentale riassumo brevemente la memoria di
G. Uzielli, Sul zircone ecc., già sopra citata.
L’A. esaminò le sabbie da Napoli a Civitavecchia delle se¬
guenti località dando in una tabella per ognuna di esse la com¬
posizione mineralogica.
I. Golfo di Napoli tra Villa e Posilippo — Componenti:
augite verde e gialla, olivina. Feldspato monoclino, apatite,
calcare.
SABBIE DEL LITORALE DA REGGIO A NAPOLI
273
II. Capo Miseno, lato orientale — Componenti: augite, oli¬
vina, feldspati.
III. Capo Miseno, lato occidentale — Componenti: augite,
olivina, feldspati.
1Y. Capo Miseno, polveriera — Componenti : augite, olivina,
feldspati.
Y. Ischia, convento dei Maroniti — Componenti : augite, oli¬
vina, feldspato, ferro magnetico, apatite.
YI. Spiaggia presso Castel Yolturno — Componenti: augite,
olivina, feldspato, ferro magnetico, apatite.
VII. Foce del Volturno — Componenti: augite, olivina, feld¬
spati, zircone, diaspri e magnetite e ilmenite.
Vili. Tra il fosso Foglino e Nettuno. Straterelli sotto l’ar¬
gilla — Componenti: augite, olivina, feldspato, zircone, diaspri,
magnetite e ilmenite.
IX. Ibid. Depositi litorali recenti — Componenti : augite,
olivina, feldspato, zircone, diaspri, magnetite e ilmenite.
X. Spiaggia dal Porto di Nerone al Porto d’ Anzio — Com¬
ponenti : augite, olivina, feldspato, magnetite e ilmenite, zircone.
XI. Tor S. Lorenzo — Componenti : augite, olivina, feldspati,
diaspri.
XII. Tor Vaianica — Componenti : augite, olivina, feldspati,
diaspri.
XIII. Palazzina Borghese — Componenti: augite, olivina,
feldspati, diaspri.
XIV. Palo — Componenti: augite, olivina, feldspato, diaspri,
magnetite, ilmenite, apatite e calcare.
XV. Fosso Sanguinario presso Torre Flavia — Componenti :
augite, olivina, feldspati, diaspri.
XVI. Torre di Macchia tonda presso S.a Severa — Compo¬
nenti : augite, olivina, feldspato, magnetite, ilmenite.
XVII. Foce del torrente Mignone a nord di Civitavecchia —
Componenti : augite, olivina, feldspato, diaspri, apatite, magne¬
tite e ilmenite, zircone.
XVIII. Pian di Spile presso il torrente Marta a nord di
Civitavecchia — Componenti : augite, olivina, feldspato mono-
clino, diaspri, magnetite e ilmenite, zircone, apatite.
18
274
I. CHELUSSI
L’A. osserva che in queste sabbie manca la leucite e il
quarzo; la prima può essere decomposta per fazione dell’acqua
marina e del cloruro di sodio che contiene. Osserva inoltre che
le sabbie grossolane sono costituite dai minerali più leggeri e
le più minute contengono sempre, come anche a me è risultato
dallo studio di moltissime sabbie, i minerali più pesanti e i più
caratteristici.
L’A. deduce ancora che i cristalli di zircone furono coin¬
volti in mare dal fiume Volturno e quindi trasportati verso
nord dalla corrente litorale; e l’origine di questo minerale è da
ricercarsi nei terreni sedimentari dell’Appennino e in quelli
cristallini della regione vulcanica di Rocca Montimi.
Da questo brevissimo riassunto della citata memoria si de¬
duce un fatto, a parer di chi scrive, di grandissima importanza,
cioè la presenza costante e molto spesso abbondantissima del
minerale pirossenico (augite verde e diopside) in tutte queste sabbie
dell’Italia meridionale. E ricordo che l’augite verde comincia a
comparire nelle sabbie della costa abruzzese precisamente presso
Silvi, dove appunto vengono a diminuire gli elementi che io
chiamai elementi padani, costituenti le parti preponderanti delle
sabbie dei terreni di alluvione formanti la pianura padana (vedere
mie note sui pozzi trivellati).
Conviene adesso riassumere quanto fu da me scritto sulle
sabbie litorali d’Italia e cominciando a sud del delta del Po
si possono stabilire i seguenti fatti.
I.
Le sabbie del litorale adriatico da Porto Corsini (Ravenna)
a Silvi sulla costa abruzzese sono formate nella loro parte pe-
sante principalmente da elementi di Po come glaucofani, stau-
rolite, cianite, cloritoide, epidoto, ecc.
Questi elementi provengono in gran parte dalle deiezioni del
Po portate verso sud-est dalla corrente che scende da nord e
lambisce la costa orientale d’Italia; in parte possono anche
provenire dalle torbide dei fiumi del versante orientale dell’Ap-
pennino che traversano sedimenti elveziani e tortoniani ricchi,
SABBIE DEL LITORALE DA REGGIO A NAPOLI
275
relativamente alla- loro parte pesante, dei ricordati elementi;
ad esempio i calcari della pietra di Bismantova, quelli di Serra
de’ Guidoni, quelli di Pennabilli, Uffogliano, S. Marino, Sasso
di Simone e le arenarie marchigiane ed abruzzesi.
Questi elementi furon prima trasportati nel fondo del mare
e da questo rigettati alla costa per effetto del flutto di fondo
la cui potenza è maggiore quando viene spinto alla spiaggia
di quando dalla spiaggia ritorna al mare.
IL
I prodotti delle torbide di Po e quelli degli altri fiumi cbe
sfociano all’Adriatico possono esser portati, sebbene in quantità
piccolissima, fino al fondo della penisola salentina, come lo pro¬
verebbe la composizione mineralogica del saggio di fondo pre¬
levato a 39° 37' 41" di latitudine e 17° 48 41" di longitudine
alla profondità di metri 1586 in cui trovai abbondanza di ele¬
menti padani b
III.
Da Silvi sulla costa abruzzese fino al capo di S. Maria di
Leuca gli elementi padani vanno facendosi rari fin quasi a
scomparire. Sono sostituiti da un minerale pirossenico (augite
verde e verde-chiara passante a diopside), da elementi magne¬
tici, magnetite, e da plagioclasio.
Questa sostituzione costante per tutto il versante dell’Adria¬
tico meridionale subisce qualche modificazione da Gallipoli a
Taranto per Metaponto fino a Reggio Calabria, perchè in alcuni
punti, come in questa ultima località, diminuisce il minerale
pirossenico ed è sostituito da altri tra i quali caratteristica l’an-
dalusite.
Le sabbie più ricche di pirosseno verde, di magnetite e d’il-
menite si trovano nel golfo di Manfredonia e la loro ricchezza
fu attribuita dal Ludwig in Geol. Bild. aus Italien in Boll.
Soc. imp. des nat. de Moscou, XLVIII, 1874, alle deiezioni del
fiume Ofanto che dilavava le roccie vulcaniche del Vulture. Si
] Di alcuni saggi di fondo del Mediterraneo. Boll. Soc. geol. ita!., 1912.
276
I. CHELUSSI
debbono invece ad un massiccio che si trova affondato a pic¬
cola profondità nell’Adriatico dove, appunto nel golfo di Man¬
fredonia, i fondali di meno di 50 metri si allontanano moltis¬
simi chilometri dalla costa ed il mare può su di essi esercitare
la sua azione erosiva spingendo al lido i prodotti della me¬
desima.
IV.
Le sabbie formate prevalentemente dal pirosseno verde e
dai minerali magnetite ed ilmenite proseguono quasi senza in¬
terruzione da Scilla fino a Napoli. Da Napoli tino a Civita¬
vecchia non v’è alcuno dei diciotto campioni studiati dall’Uzielli
che non contenga l’augite e molti di essi anche magnetite ed
ilmenite. Sono pure ricchissime di augite e di minerali magne¬
tici (magnetite e ilmenite) anche le sabbie della costa toscana
di Follonica, Torre Mozza, Albegna, Tombolo della Giannella.
Da Follonica risalendo il litorale fino a Ventimiglia, le sabbie
non contengono quasi più il pirosseno eia magnetite; anzi mol¬
tissime di esse ne sono affatto prive. Questi due minerali sono
sostituiti anche qui da elementi che come il glaucofane, la stau-
rolite, il cloritoidee la cianite, si possono dire elementi padani
benché per questi si debba pensare ad una origine diversa af¬
fatto da quella delle sabbie dell’Adriatico settentrionale.
Ad ogni modo si può dire che a settentrione sui due litorali
adriatico e ligure-toscano predominano nelle sabbie minerali
frequenti nelle Alpi occidentali ; nei litorali meridionali, fatte
poche eccezioni, predominano sabbie nelle quali gli elementi
principali sono l’augite verde prima di tutto, poi la magnetite,
l’ilmenite e i plagioclasi basici.
Il limite tra sabbie pirosseniche a sud e sabbie ad elementi
alpini a nord può essere approssimativamente determinato da
una linea un poco a sud del 43° parallelo.
V.
Ammesso che le sabbie marine dell’Adriatico settentrionale,
litorale occidentale, siano formate, nella loro parte pesante, dai
detriti convogliati dal fiume Po e dai fiumi che sfociano al-
SABBIE DEL LITORALE DA REGGIO A NAPOLI
277
l’Adriatico dopo aver dilavato roccie di sedimento, calcari ed
arenarie, contenenti come già dimostrai in un mio lavoro 1 gii
elementi padani; ammesso che molte sabbie marine della costa
ligure-toscana, da Ventitniglia fino al monte Argentario, con¬
tengano minerali caratteristici come i glaucofani, la cianite, il
cloritoide, ecc. (p. e. la sabbia della torre del Marzocco presso
Livorno) strappati ad un continente attualmente sommerso, come
lo proverebbero gii studi del Salmoiragbi sui fondi del Medi-
terraneo, che trovò glaucofani, cloritoide, cianite, ecc. molto più
abbondanti nel Tirreno settentrionale cioè tra la Corsica e la
costa ligure-toscana che nel Tirreno meridionale, resta a risol¬
vere il problema seguente: Il pirosseno verde, la magnetite e
la ilmenite delle sabbie dei litorali al sud, del 43° parallelo
provengono da roccie neovulcaniche o da roccie molto più antiche?
11 problema allo stato attuale delle cognizioni non mi sembra
suscettibile di una soluzione soddisfacente. Per le sabbie del¬
l’Adriatico meridionale tenuto conto degli studi del Viola sui
lamprofiri sienitici e dioritici e dei massi erratici di sienite
augitiea della Punta delle Pietre nere, provincia di Foggia,
nonché di quelli del Martelli e dei geologi tedeschi sulle roccie
eruttive della Dalmazia, di Mei lisello, ecc. sembrerebbe più pro¬
babile la seconda ipotesi 2, sebbene queste sabbie sembrino per
la loro composizione e per l’abbondanza della magnetite e della
ilmenite provenire piuttosto dal disfacimento di rocce a tipo
basaltico. Per le sabbie pirosseniche del Tirreno e special mente
per quelle della costa napoletana e romana, sembrami più na¬
turale la prima, cioè che la loro parte pesante, che spesso è
la maggiore, provenga dal disfacimento di lave sommerse a non
troppa profondità.
VI.
In alcuni punti di questi litorali si trovano sabbie formate
quasi totalmente da granato; cito quelle di Viareggio e di Pizzo
sul Tirreno, di Monopoli e Tortoreto sull’Adriatico.
1 Sulla presenza di animali caratteristici ecc., in Boll. Soc. lig., 1910.
2 Martelli A., Notizie petr. sullo scorjlio Mellisello. Boll. Soc. geol.
ital., 1908.
278
I. CHELUSSI
VII.
Le sabbie ricche di elementi ferriferi potrebbero far pensare
ad un’applicazione industriale delle medesime, cioè alla estra¬
zione del ferro; ma l’ing. Alfredo Lotti, direttore della fonderia
di Follonica, da me interpellato, mi ha gentilmente fatto sapere
che la utilizzazione delle sabbie magnetiche in siderurgia è di¬
venuta oggi possibile, dati i metodi di cernita magnetica, ecc.
Però occorre che le sabbie magnetiche non siano affatto tita¬
nifere.
Ma i saggi che ho esaminato, sottoponendo la parte attratta
dalla calamita di alcune sabbie, maggiormente ferrifere, all’azione
di HC1 a caldo, mi ha sempre dato un residuo di granuli neri
riferibili alla ilmenite.
[ms. pres. 22 maggio - ult. bozze 17 luglio 1912].
CENNI SULLA GEOLOGIA DEI DINTORNI DI SPOLETO
Nota dell’ing. B. Lotti
(Tav. Vili)
Il territorio di Spoleto è contrassegnato dalla presenza di
masse calcaree del Lias inferiore, circoscritte da terreni secon¬
dari superiori, specialmente neocomiani e senoniani, che ne co¬
stituiscono le alture principali.
Queste masse calcaree rappresentano il residuo di un grosso
banco tabulare, dello spessore di circa 250 m. di forma paral-
lelogrammica, il quale stendevasi nel senso della sua direzione
cioè da NE a SO, per circa sette chilometri e per circa cinque
nel senso della sua inclinazione verso NO.
Ad eccezione della sua estremità meridionale, che in pic¬
cola parte riposa sui calcari neocomiani e sugli scisti cal¬
carei ad aptici del Giurassico medio e superiore", questa placca
di calcare basico rieuopre dovunque la scaglia rossa senoniana.
La sovrapposizione del bancone basico alla scaglia può os¬
servarsi lungo tutte le anfrattuosita della roccia e nel fondo
dei profondi solchi che la incidono, come, ad esempio, nel fosso
dell’Intiera, in quelli di Patrico e di Renzano e, più special-
mente, in quelli di Yallocchia e del Cortaccione che squarciano
la massa basica fin quasi al suo piede presso Spoleto.
Risalendo la valle del fosso di Vallocchia, scavata tutta nella
scaglia rossa senoniana, può osservarsi, per un tratto di ben tre
chilometri, il calcare basico sovrincombente con pareti a picco alla
scaglia stessa e coronante le alture su ambedue i lati della
valle. Il contatto è nettissimo e non apparisce in genere una
decisa discordanza fra i due terreni ; tuttavia la discordanza
in alcuni punti è manifesta sebbene non molto accentuata.
L’inclinazione di questo contatto è leggerissima, forse non
più di 8 o 10 gradi, lungo il vallone in parola; però nel tratto
280
B. LOTTI
inferiore, dove il vallone è prossimo a sboccare nel Tissino
presso Spoleto, il calcare basico immersesi con più forte pen¬
denza sotto i terreni secondari più giovani.
Questi rapporti di posizione sono anche più manifesti nel
fosso del Cort.accione e presso il ponte della via provinciale di
Norcia che lo attraversa.
In questo punto il fosso corre in una stretta e profonda
gola scavata nel calcare liasico, lasciando vedere sul fondo e
fino ad una certa altezza la scaglia rossa senoniana.
Questa sovrapposizione del calcare liasico alla scaglia è an¬
cora più appariscente presso Castelmonte, sullo spartiacque fra
la Valnerina e il Tissino. Vedonsi qui posati sulla scaglia al¬
cuni piccolissimi lembi isolati di calcare liasico che evidentemente
un tempo furono collegati alla grande placca calcarea di Val-
locchia.
Questo addossamento del calcare liasico alla scaglia rossa
senoniana deve forse riguardarsi come la esagerazione d’una
piega coricata verso est, con rottura per stiramento del fianco
rovesciato e scorrimento successivo ascendente del fianco nor¬
male lungo la superficie della faglia prodottasi.
Che vi sia stato scorrimento della massa di calcare liasico
sulla scaglia è dimostrato dalla presenza, in vari punti del con¬
tatto, di una breccia di frizione come potrà essere osservato
appena fuori della città, lungo il condotto dell’acqua potabile,
fra il Ponte delle Torri e il ponticello sul fosso della Valloc-
cliia e al ponte della strada di Norcia sul fosso Cortaccione.
In quest’ultimo punto potrà inoltre osservarsi nella scaglia, e per
un certo spessore, una laminazione distintissima indipendente
dalla sua stratificazione e parallela al contatto.
Di questo ricuoprimento di Spoleto era già stata bitta men¬
zione dal Taramelli 1 e dal Verri 2.
1 R. Istituto lombardo di Se. e Lett., s. 2, v. XXXI, 1898.
2 Boll. Soc. geol. ital., 22 marzo 1903.
[ms. pres. 24 giugno - ult. bozze 23 luglio 1912].
ESCURSIONE
NELLA VALLE DELLE CARCERI (M. SUBASIO)
PRESSO ASSISI
Nota dell’ing. B. Lotti
La carta geologica del M. Subasio alla scala di 1 : 50000
fu rilevata nel maggio decorso dal sottoscritto e dall’ing. Fio-
rentin dell’Ufficio geologico e fu stampata a cura dell’Ufficio
stesso per servire di corredo ad una nota descrittiva che sarà
pubblicata prossimamente nel Bollettino del Comitato. La pre¬
sidenza della nostra Società, che potè avere in dono un centi¬
naio di copie di questa carta, è ben lieta ora di poterla di¬
stribuire ai congressisti insieme ad una succinta esposizione dei
fenomeni geologici e tettonici che verranno osservati nella pro¬
gettata escursione nella valle delle Carceri.
\
E noto, anche per studi recenti del dott. Principi C che il
M. Subasio è costituito in massima parte da terreni eocenici e
secondari superiori, tettonicamente distribuiti in cupola ellissoi¬
dale, avente l’asse maggiore diretto da NO a SE e incompleta
nel lato SO dove son messi allo scoperto i terreni secondari più
antichi fino al Lias inferiore.
Come è reso manifesto dalla carta geologica, questo stato
d’imperfezione della cupola ed il disordine nello andamento delle
formazioni è dovuto, oltreché ad un primo inabissamento di una
porzione di essa da questo lato, a successivi scoscendimenti per
faglia di zolle di terreno, rimaste in posizione di poco stabile
equilibrio dopo tale inabissamento.
1 Osserv. geol. sul M. Subasio (Boll. Soc. geol. ital., 2, 1909).
282
B. LOTTI
L’esteso e potente cumulo di detriti che stendesi su questo
lato e penetra nel cuore della cupola, sta là ad attestare del¬
l'enorme lavoro compiuto dagli agenti esterni sulla porzione ro¬
vinata di questa unità tettonica.
I piccoli lembi di terreno eocenico che spuntano qua e là
di mezzo alla massa detritica, ed i pacchi delle formazioni cre¬
tacee e giurassiche, che invadono le zone dei terreni più antichi
e si applicano su di esse presentando nettissimi rigetti di cen¬
tinaia di metri, come nella valle delle Carceri, in quella di
Rosceto e in quella del Renaro, mostrano chiaramente, come si
svolse il fenomeno.
Lo sprofondamento di questa parte della cupola, sotto l’area
oggi occupata dai detriti, produsse una brusca flessione che può
essere osservata proprio in corrispondenza della città d’Assisi
ed in conseguenza della quale l’inclinazione degli strati volge
ivi improvvisamente da NO a SO e vari lembi di terreni su¬
periori (scaglia rossa, scaglia argillosa ed Eocene; che compa¬
riscono a SE della città, come indica la carta geologica, e che
secondo l’andamento normale della cupola dovevano restare pe¬
riferici, si trovano ora ad ingombrare l’area devastata.
Contemporaneamente od anche posteriormente si produssero
scoscendimenti nel Colle S. Rufino e nel Sasso Piano, dando
luogo a piccole faglie di cui il contorno è segnato sulla carta
da linee tratteggiate.
La direzione dei piani di frattura, tanto della massa prin¬
cipale sprofondata per flessione, quanto delle varie zolle subor¬
dinate, è approssimativamente da NO a SE.
Un’altra rottura con faglia, forse dipendente anche essa dallo
sfasciamento di questa parte della cupola, si riscontra fra la
valle del Renaro e Collepino presso l’estremità meridionale della
cupola stessa. Di questa rottura fu fatto cenno anche dal Verri 1
e dal Principi 2 e la sua direzione coincide con quella delle
altre.
1 Atti IV0 Congr. geogr. italiano, 1901.
2 Loc. cit.
CENNI GEOLOGICI DI SPOLETO ED ASSISI
283
Nella nostra gita al Convento delle Carceri potremo osser¬
vare alcune di queste faglie, nettamente disegnate sulla parete
destra della valle, e giudicare della entità dello spostamento.
Tutti i terreni componenti il M. Subasio, dalla scaglia ar¬
gillosa eocenica al Lias inferiore saranno incontrati e presi in
esame durante la nostra escursione ed alcuni di essi ci offri¬
ranno abbondante messe di fossili.
[ms. pres. 24 giugno - ult. bozze 23 luglio 1912].
Pliocene Quatern. Recente
Boll. Soc. Gcol. Ita!., Voi. XXXI (1912).
(Ing. B. LOTTI) Tav.\l!la
CARTA GEOLOGICA DEI DINTORNI DI SPOLETO
ir i
A lluvioni fluviali.
dt
Detriti.
o
0)
o
t
^1
Tufi vulcanici rima¬
neggiati.
Ciottoli, sabbie ed ar¬
gille lacustri.
<D
k-
o
, r _ bJ.
□
Scala di 1 : 50 000
sr
/ f 1 Calcare rosso marnoso (sca-
l 1 - 1 glia rossa).
o,
vi
sf
;v
il
ne
Scisti argillosi e calcarei va¬
ricolori (scisti a fucoidi).
Calcari bianchi con selce
(maiolica).
® j [ _ j Scisti e calcari con aptici.
<5 S |3
1 1 - 1 Calcari e scisti argillosi
■\| _ 1 grigi e rossi.
f*
Calcari bianchi con selce
ammonitiferi.
li
Calcari bianchi ceroidi
con gasteropodi.
METAMORFISMO SUL CONTATTO
FRA SERPENTINE ANTICHE E SCISTI
A CAMPO LIGURE
Nota del doti. A. Martelli
(Tav. IX)
Le serpentine sono, fra le rocce di Campo Ligure, quelle
che presentano una maggiore importanza per lo sviluppo local¬
mente raggiunto e pel complesso delle questioni geologiche e
dei fenomeni di metamorfismo che con esse si connettono. Già
il Weinschenk ‘, riassumendo con cura gli studi fatti sulle ser¬
pentine, dimostrò chiaramente quante incognite si addensino an¬
cora sulla genesi delle formazioni serpentinose ; ma poi che le
esperienze del VVeigand 1 2 3 e del Hussak :i avvalorarono le vec¬
chie dimostrazioni del Roth 4 sulla possibilità che il serpentino
potesse derivare non solo dall’olivina ma anche da altri mine¬
rali, come pirosseno e antibolo, purché privi di allumina e che
venne quindi accertata l’origine pseudomorfa del serpentino,
anche i petrografì hanno dovuto studiare le rocce serpentinose
non solo negli elementi che le costituiscono ma altresì in rap¬
porto alle rocce da cui sarebbero derivate.
I campioni qui descritti e raccolti presso Campo Ligure, in
una zona di confine fra le serpentine e gli scisti sottostanti, di¬
mostrano non solo la complessità della formazione serpentinosa,
tanto nella sua massa più compatta quanto in quella clic con
1 Weinschenk E., Ueber Serpentine aus ostlichen Central Alpen und
deren Contactbildungen. Miinchen, 1891.
2 Weigand B., Die Serpentine der Vogcsen. Tschermack’s minerai, nnd
petrogr. Mittheil. Wien, 1875.
3 Hussak E., Ueber einige alpine Serpentine. Ibid., 1883.
4 Rotli J., Ueber den Serpentin. Abhandl. Beri. Akad., 1869.
19
286
A. MARTELLI
i segni di una decomposizione progredita presenta i caratteri
fìsici del serpentinoscisto, ma anche l’intensità delle modifica¬
zioni petrograficlie compiutesi per metamorfismo nei sedimenti
a contatto con le serpentine.
Coin’è noto, la Sfuria presso Campo Ligure incide la sua
valle fino a scoprire la formazione — secondaria secondo al¬
cuni e permo-triasica e perfino precarbonifera secondo altri —
dei calcescisti e argi liosci sti micacei ed arenacei, rappresentante
l’insieme dei più antichi terreni del bacino della Starla attra¬
versati dalla grande massa delle rocce verdi, le quali costitui¬
scono in prevalenza il versante della riviera fra Genova e Sa¬
vona e si estendono fino a raggiungere il versante padano.
Il professore De Stefani raccolse campioni di rocce serpen-
tinose sulla sinistra del fiume rimpetto alla Stazione di Campo
Ligure, ed esemplari di scisti metamorfizzati nel paese e a valle,
presso il contatto con le rocce serpentinose sovrastanti. Di questo
interessante materiale volle a me gentilmente affidare lo studio.
Alla descrizione delle serpentine a contatto con le altre for¬
mazioni di Campo Ligure, e degli scisti serpentinosi dovuti a
quello stesso metamorfismo chimico-meccanico delle serpentine
a cui si suole in generale riferire l’origine degli scisti verdi,
faccio seguire la descrizione di quegli scisti, i quali, avendo
assunta una composizione e struttura paragonabile a quella dei
paragneis, dei micascisti e degli anfiboloscisti, meritano di es¬
sere distinti con la denominazione che i petrografi adottano per
gli scisti cristallini che più si avvicinano a questi di Campo
Ligure per la composizione mineralogica, pur rimanendone di
sgiunti per la genesi e modificazione dei propri clementi cri
stallini.
Serpentine compatte
(Tav. IX, fig. 1-3).
I campioni di serpentina più fresca e con 2,7 di p. s. ri
sultano di una massa compatta verde-scura interessata da ve¬
nirne sinuose di crisotilo e da piccole chiazze più chiare, de¬
rivanti da parziale alterazione. Qua e là si notano pure lami-
SERPENTINE ANTICHE E SCISTI
287
nette lucenti grigio-verdastre, clic presentano al microscopio i
caratteri della bastite.
La struttura granulare ipidiomorfa viene in gran parte na¬
scosta dall’avanzata alterazione della roccia e lo stesso processo
di serpentinizzazione è in questi campioni talmente progredito
che tutta la massa fondamentale si risolve in un aggregato a
struttura tipicamente reticolare di serpentino fibroso, caratteriz¬
zato da plaghe incolore o debolmente verdicce e con rifran-
genza pari o di poco minore a quella del balsamo (tav. IX,
fig. I; con solo polariscopio, ingr. 30 diam.). Nelle maglie del
tessuto reticolare dovuto a prodotti magnetitici, si conservano
solo di rado granuli indecomposti del peridoto originario. Senza
questi rari granuli, la provenienza del serpentino dal peridoto
si sarebbe dovuta ammettere solo per la struttura reticolare
della massa serpentinosa. Nondimeno, anche nelle plaghe alquanto
alterate e con meno evidente reticolatura, si nota a nicols in¬
crociati un disordinato aggruppamento di crisotilo, di magne¬
tite e pirosseno; e sebbene la serpentinizzazione sia in parte
proceduta anche dal pirosseno, pure la massa prevalente della
roccia più uniforme e più costante nel suo aspetto è sempre di
serpentino fibroso, incoloro, con debole birifrangenza e ad estin¬
zione di aggregato, con fasci ora paralleli ed ora divergenti a
guisa di metaxite o radiali come nella picrolite.
Un pirosseno trimetrico, incoloro e senza pleocroismo si pre¬
senta con i caratteri dell’enstatite, ma i cristalli lucenti grigio¬
verdognoli e verdi-giallastri che interrompono l’apparente uni¬
formità della massa serpentinosa, appartengono in massima parte
a bastite fibrosa con sfaldatura secondo (010), incolora nelle
sezioni sottili, senza pleocroismo sensibile e ricca di prodotti
secondari lungo le linee di sfaldatura. Le sue grandi lamine
sono di solito frammentate e contorte, come se la roccia avesse
subito notevoli azioni meccaniche; hanno scarse tracce dell’ori¬
ginario pirosseno eustatitico, frequente invece è l’associazione in
esse con pirosseno monoeli no.
In quantità tutt’altro che trascurabile si hanno poi lami-
nette irregolari e grani, frantumati e isolati tra fasci di fibre
serpentinose, di diopside incoloro a pleocroismo insensibile ma
assai birifrangenti. L’estinzione su (010) è di circa 38° e i co-
288
A. MARTELLI
lori d’interferenza sono assai vivi. Le inclusioni nel diopside
sono mal determinabili perchè troppo decomposte.
Altro pirosseno monoclino di riferimento altrettanto certo è
il diallagio in masserelle laminari giallastre, fibrose e sfran¬
giate, piuttosto alterate ma con tracce di sfaldatura secondo
(100) aucora distinte e con c : C = 40°.
11 pleocroismo è assai debole:
a = C grigio-verdastro
b grigio-giallastro:
Fra le maglie del serpentino e più di rado come inclusioni
dei pirosseni si hanno accumuli di masserelle irregolari di ma¬
gnetite, associata scarsamente a minuti granuli di picotite e
cromite.
Non rari i riempimenti delessitici delle fenditure, sempre
distinti da quelli giallo-verdi e giallo-bruni di crisotilo con
fibre normali alle pareti delle fenditure stesse e con colori d’in¬
terferenza che accrescono di vivacità con l’aumento acciden¬
tale del tenore in ferro, accusato dalla tinta giallo-bruna a luce
polarizzata.
Di grande interesse sono pure le masse picrolitiche grigio¬
verdastre, che si trovano talvolta a riempire le fratture della
formazione serpentinosa di Campo Ligure. Esse risultano di un
uniforme aggregato di crisotilo con tendenza alla disposizione
radiale, con lievi accenni di alterazione in steatite e con mac¬
chie superficiali di idrossidi di ferro.
In sezione si manifestano più che mai i caratteri del ser¬
pentino fibroso, con i noti toni bluastri di polarizzazione, accom¬
pagnato da abbondanti prodotti steatitici di alterazione. L’in¬
dice medio di rifrazione per questo crisotilo è compreso fra
quelli, preventivamente controllati col Totalrefrattometro Pulfrich,
della Toluidina e del Monobromobenzolo ; e cioè:
1.574 < fi' < 1.566.
Questa constatazione è — se si vuole — di un certo inte¬
resse perchè finora venne sempre generalmente affermata pel
serpentino fibroso una rifrangenza di poco superiore a quella
del balsamo del Canada, mentre per questo di Campo Ligure
SERPENTINE ANTICHE E SCISTI
‘289
si sarebbe trovato un valore corrispondente all’incirca a quello
medio che Michel Lévy e Lacroix trovarono invece per l’anti-
gorite del Val lese.
Per l’incontestabile esistenza di diopside e di diallagio e in
genere di miscele di questi pirosseni monoclini prevalenti sui
trimetrici, si sarebbe indotti a riconoscere queste serpentine
come derivanti da lherzolite. Però in altri campioni della stessa
località, oltre alla struttura reticolare propria delle serpentine
peridotiche, si nota resistenza di serpentino antigoritico con la¬
melle ad allungamento positivo e disposte in modo irregolare
ma sempre con tendenza ad incrociarsi con un angolo vicino
al retto; e questi appaiono nella collezione in esame come ter¬
mini di passaggio ad altri campioni nei quali le plaghe a Bal-
kenstruktur del serpentino di evidente derivazione pirossenica
hanno una prevalenza assoluta su quelle a Maschenstruktur del
serpentino peridotico. Particolare abbondanza di antigorite si
rimarca in quelle serpentine di Campo Ligure, che, contraddi¬
stinte in sezione da particolari addensamenti di magnetite con
secondari prodotti ferrugginosi, comprendono grosse vene e lenti
di una massa di secondaria formazione verde-pisello, costituita
principalmente da una mescolanza di calcite spatica, abbon¬
dante epidoto, scarso serpentino e venule di crisotilo, di tracce
di pirosseno alterato e granuli di magnetite. (La fig. 2 della
tav. IX riproduce a nicols incrociati una sezione con serpentino
antigoritico a Balkenstruktur ed epidoto. Ingr. 30 diam.).
Di particolare interesse è l’epidoto, in cristalli allungati nor¬
malmente al piano di simmetria, in modo da dare estinzioni rette,
con frequenti geminati, forte birifrazione e inapprezzabile pleo-
croismo. Trattandosi di un epidoto che per quanto di tinta verde
pallida in grande massa, si mostra in sezione estremamente po¬
vero di ferro, ho voluto accertarmi se si fosse proprio di fronte
a clinozoisite e valendomi del confronto con liquidi di cono¬
sciuto indice di rifrazione, ho infatti constatato con monobro-
monaftalina che fi' >1.661 e con joduro di bario e mercurio
che lo stesso fi' <C 1.723.
Se le masse serpentinose di Campo Ligure in luogo di mo¬
strare soltanto la tipica struttura del serpentino peridotico pre¬
sentano anche quella del serpentino pirossenico, non si è ancora
290 A. MARTELLI
autorizzati ad ammettere la derivazione di esse da due forma¬
zioni pare in origine differenti. Poicliò è accertata l’esistenza di
pirosseni così rombici (enstatite) che monoclini (diallagio e
diopside) tanto nelle roccie nelle quali, pur essendo quasi del
tutto scomparsa l’olivina, si conserva ancora bene la struttura
reticolare, quanto in quelle ricche di bastite e a Balìcenstruldur,
non c’è ragione d’escludere che la roccia madre sia stata una
vera e propria peridotite lherzolitica, ricca cioè di pirosseni mo¬
noclini e rombici e con accessoria picotite, magnetite e cromite,
e che a seconda di una maggior secrezione di pirosseno a sca¬
pito del peridoto, in una piuttosto che in altra plaga del magma
basico in consolidazione, si dovettero verificare nella massa roc¬
ciosa locali variazioni nei rapporti fra l’olivina e il pirosseno.
E cosi quando si è svolto il processo di serpentinizzazione, si
sono potute formare in conseguenza rocce più o meno ricche di
antigorite o più o meno ricche di serpentino fibroso. D’altra
parte, nelle varie rocce serpentinose di Campo Ligure non si
ha luogo di notare una differenza notevole nel novero e qualità
dei componenti così da dovere ammettere piuttosto un’originaria
associazione di forme petrografìche diverse, come ad esempio
quella che venne dal Lacroix citata ed illustrata per l’Ariège,
dove i dicchi lherzolitici vengono attraversati da vene e filoni
di una roccia non peridotica a diopside, diallagio, bronzite e
spinello, dallo stesso Lacroix distinta col nome di Ariegite.
Inoltre, gli accenni che il serpentino mostra talvolta alla
Gitterstruktur (confr. tav. IX, fig. 3; nicols incrociati, ingr.
30 diam.) farebbero supporre che l’originaria roccia fosse ini¬
zialmente ricca anche di antibolo e siccome le tre diverse strut¬
ture si trovano associate pure in uno stesso campione, si do¬
vrebbe ammettere che le serpentine di Campo Ligure fossero
derivate da peridotiti pirosseniche ed anfiboliche; e poiché riman¬
gono tracce di pirosseno non soltanto trimetrico, ma anche mo-
noclino, la roccia originaria potrebbe quindi considerarsi come
lherzolite anfibolica, assai vicina al tipo Cortlandtitico,
Le figure 1-3 della tav. IX riproducono le tre strutture del ser¬
pentino riscontrate nelle rocce qui prese in esame e corrispon¬
denti alle tre strutture tipiche descritte e figurate pure nella
SERPENTINE ANTICHE E SCISTI
291
IV ediz. (1905) Bd. 1, H. II, dell’opera del Rosenbnscli ( Mi-
Iroskopische Physiographie der Mineralicn und Gesteine).
Sono pure qui da annoverarsi le rocce di puro tipo oficalcico:
Un bel campione di serpentina attraversato e compenetrato
di calcite spatica secondaria in unione con quello descritto e com¬
prendente vene di epidosite, vale a dare un esempio di forma¬
zione metamorfica nella massa stessa della serpentina dopo le
azioni meccaniche che ne hanno in più punti determinata la
frantumazione.
Al microscopio si nota la grande prevalenza della calcite
su tutti gli altri minerali anche come cemento fra i vari com¬
ponenti rocciosi e perfino come riempimento delle loro discon¬
tinuità. Dove essa forma un compatto mosaico e nelle maggiori
sue lamine non si hanno nè distorsioni nè fratture evidenti,
così che l’arricchimento in calcite risulterebbe posteriore alle
azioni orogenetiche subite da queste masse ofiolitiche poco pla¬
stiche.
11 serpentino è di natura antigoritica, ma di solito non man¬
cano nemmeno delle accolte irregolari di crisotilo con estinzione
di aggregato.
Abbondante è pure un pirosseno monoeli no in lamine a con¬
torno irregolare, con più distinte le fitte tracce della più facile
divisione secondo (100) che non della sfaldatura prismatica.
Fra i suoi caratteri ottici menziono la birifrazione positiva, il
pleocroismo insensibile, i colori d’interferenza piuttosto vivaci e
c : c = 38° — 41°. Trattasi dunque di diallagio.
Con la bastite si associa pure qualche resto dell’originario
pirosseno trimetrico, incoloro e apleocroico.
La magnetite è in rilevante quantità e frequente pure lo
zircone come minerale accessorio e, tra la calcite, anche l’epi¬
doto come prodotto di metamorfismo.
Scisti serpentinosi
(Tav. IX, fig. 4).
Taluni esemplari rappresentanti di masse minori hanno una
struttura fogliettata che, per quanto irregolare, consente per
essi la designazione di scisti serpentinosi. Trattandosi di rocce
292
A. MARTELLI
che per metamorfismo hanno conseguito una struttura lamellare
atta a favorire nella stessa massa serpentinosa di Campo Li
gure l’azione di agenti esterni modificatori, se ne spiega pure
la frequente e abbondante trasformazione in steatite e in talco.
Gli scisti in parola risultano in prevalenza non solo di serpen¬
tino fibroso, ma anche di un intreccio di serpentino lamellare
incolore o verde pallidissimo con tipica Balkenstruìdw , rifran-
genza equiparabile o poco superiore a quella del balsamo e
senza pleocroismo. Talvolta il serpentino si decompone fino a
dare alla roccia l’apparenza di steascisto grigio e saponaceo,
nel qual caso in sezione si presentano dei minuti aggregati
fibroso-raggiati, incolori o verdognoli, apleocroici.
Qui non si ha più traccia manifesta di tessitura a ma¬
glia malgrado che si tratti sempre di serpentine peridotiche ri-
conoscibili da qualche resto del minerale originario, ma il fatto
può spiegarsi agevolmente riferendolo non solo alla probabile
laminazione meccanica subita dalla roccia, ma anche alla non
trascurabile quantità di serpentino bastitico. Difatti, fra un’in¬
sieme disordinato di plaghette di crisotilo e di magnetite si di¬
stinguono pure grosse e numerose lamine allungate di pirosseno
trimetrico con i caratteri dell’enstatite e associate a bastite dalle
estinzioni rette, talora incomplete o rese poco evidenti dall’al¬
terazione, e con deboli colori d’interferenza rispetto a quelli del
pirosseno trimetrico da cui deriva. Le lamine pirosseniche sono
di solito distorte e presentano spesso anche associazione di ba¬
stite con diallagio. Finalmente sono rimarcabili gruppi di la¬
minette di tremolite passante ad actinoto in quei campioni nei
quali si hanno produzioni di asbesto in fasci fibrosi e grigio¬
argentei, poiché ivi, fra le scaglie e i ciuffi aghiformi di ser¬
pentino alterato, spicca un minerale fresco, incoloro, meno rifran¬
gente del pirosseno e in liste radialmente disposte. Vivi sono i
colori di polarizzazione, ma insensibile il pleocroismo; osserva¬
bili talvolta le tracce di sfaldatura anfibolica (110) con angolo
di circa 124°.
L’esistenza di asbesto anfibolico sarebbe confermata pure
dalla sua resistenza agli acidi, ma non sembra che l’anfibolo
abbia dato in questi scisti origine a serpentino, perchè se non
vi difetta troppo la Balkenstruktur dell’antigorite non si ha
SERPENTINE ANTICHE E SCISTI
293
luogo di constatarvi la Gitterstruktur del serpentino proveniente
dall’anfibolo. Anzi, siccome il serpentino fibroso è prevalente su
quello lamellare antigoritico, così, come osserva Grubenmann
nel l’interessante suo lavoro, Die Kristallinen Scliiefer, a propo¬
sito dei serpentinoscisti, troviamo in queste rocce un aspetto
più compatto e meno fogliettato dei veri e propri scisti anti-
geritici. E dunque probabile che questo metasilicato calcico-ma
gnesifero sia un vero prodotto generato dal contatto della massa
serpentinosa con la massa dei calcescisti da essa attraversati.
Come minerali accessori vanno infine annoverati i cumuli di
magnetite con subordinate aureole limonitiche e i granuli cri¬
stallini di picotite e di zircone. Come prodotti secondari e ultimi
derivati si hanno pure cristallini di calcite e magnesite, e pic¬
cole accolte di opale e tridimite.
Scisti anfibolici
(Tav. IX, fig. 5).
In connessione con gli scisti serpentinosi e talcosi, si hanno
anche a Campo Ligure degli scisti anfibolici costituiti da acti-
nolite e tremolite in lunghi fasci di prismi intrecciati e asso¬
ciati a scarsa clorite e talco.
11 migliore esemplare di queste rocce metamorfiche in re¬
lazione con le rocce serpentinose e calcescistiche a contatto è
rappresentato da un anfiboloscisto grigio-verdastro, molto fria¬
bile, e risultante anche a occhio nudo di una massa minutamente
aciculare, in fasci allungati parallelamente ai piani di scistosità.
In sezione al microscopio si nota pure la presenza di una
non trascurabile quantità di serpentino fibroso, in plaghe già
molto alterate e comprese fra gli interstizi dei fasci anfibolici.
Questi sono in lamine positivamente allungate e senza facce
terminali, incolore o appena tendenti ad un verde pallidissimo.
Assai marcate sono le tracce della sfaldatura completa (HO)
c con angolo di circa 124° nelle sezioni rombiche normali al¬
l’allungamento ; frequenti le fenditure trasversali, secondo il
piano basale. Nelle lamine prismatiche, la direzione di estin
zione, otticamente positiva, è 15°-1G° sull’asse verticale. In al¬
cuni cristalli si riconosce la geminazione secondo (100). Non
294
A. MARTELLI
si avverte pleocroismo ; vivacissimi i colori di polarizzazione nelle
lamine incolore che prevalgono in modo assoluto sulle altre e meno
vivi in quelle che accennano ad una leggera tinta verdognola, pur
mantenendo comune con le lamine incolore ogni altro carattere.
Adoperando delle soluzioni opportunamente diluite del liquido
di Toulet con indice di rifrazione sollecitamente determinato a
mezzo di un Totalrefrattometro Pulfrich, ho potuto constatare
per questi antiboli :
1.G08 < a <1.613
1.630 < y' < 1.638.
I valori di 3' superano appena 1.62 e ciò rende assai dif¬
ficile la distinzione fra actinoto e tremolile, ma, se pure non si
tratta di miscele fra i due antiboli, è da ritenersi accertata la
prevalenza della tremolile suH’actinoto.
Accanto all’antibolo si hanno talvolta delle squamette fibrose,
verde-chiare, non pleocroiche e estinte a nicols incrociati, che
propenderei a ritenere come dorile di secondaria formazione.
Un minerale in scarsi frammenti e granuli incolori, a con¬
torno mal definito, più rifrangenti dell’antibolo e alterati tanto
che le tracce della sfaldatura appaiono sostituite da fenditure,
danno un’estinzione obliqua e rinnovano quei caratteri per i
quali in altre rocce di Campo Ligure ho concluso per l’esistenza
di pirosseno della serie del diopside.
Plaghe di calcite si osservano qua e là nel mosaico cristal¬
lino di questa roccia, che fra i prodotti secondari annovera pure
qualche raro elemento di quarzo ed epidoto e frequenti granuli
irregolari e molto rifrangenti di titanite.
Scisti talcosi-micacei gneissici
(Tav. IX, fig. 6).
II Rosenbusch nei suoi Clemente der Gesteìnslehre adotta
la denominazione di Gneissglimmerschiefer per gli scisti cri¬
stallini a struttura gneissica con prevalenza di mica e abbon¬
danza di feldispato, e di Talkglimmcrschiefcr per i micascisti
talcosi. Ora, fra gli scisti cristallini antichi che a Campo Ligure
si trovano a contatto con la formazione serpentinosa e che per
metamorfismo risultano pure ricchi di talco, se ne hanno di
SERPENTINE ANTICHE E SCISTI
295
quelli clic partecipano della composizione e dei caratteri propri
ai due citati gruppi petrografici. Eccone la descrizione:
Roccia decisamente scistosa, a palese alternanza di lamelle
micacee e talcose grigio-argentee con straterelli bianchi granu¬
lari di quarzo e feldispato. L’abbondanza della mica e del talco
conferisce alla roccia uno splendore sericeo non solo paral¬
lelamente alla scistosità, ma anche in direzione normale e in
particolare lungo i labbri delle fenditure, così che la massa lu¬
cente più uniforme e compatta, che il microscopio fa riconoscere
come in prevalenza costituita da talco, appare evidentemente come
un prodotto secondario. La tinta verdognola che talvolta assume
lo scisto risulta dovuta all’insieme dei minerali cloritici e an¬
fibolia, che spesso si raggruppano con la mica e col talco.
La struttura cristallina è molto minuta e per l’aspetto esterno
questa roccia alquanto alterata, untuosa al tatto e facilmente
scalfibi le nei suoi elementi laminari potrebbe anche assimilarsi
ad un talcoscisto, se non si sapesse ormai che l’abbondante mi¬
nerale in squamette bianche e tenere, che pure in tali rocce
sembrerebbe riferibile al solo talco, risulta in realtà anche di
sericite associata di frequente a damourite e clorite.
Al microscopio, la struttura è chiaramente cataclastica for¬
mando una mescolanza di minerali frammentari e laminati, in
seguito alle forti azioni meccaniche risentite dalla roccia. L’ag
gregato non molto minuto di quarzo e feldispato si completa
con abbondante mica e con aree pseudosferolitiche di talco.
11 quarzo è prevalente sul feldispato e dà luogo ad un mu¬
saico granulare con individui differentemente orientati e varia¬
bili per contorno e dimensioni, ma abbastanza limpidi e con
rare estinzioni ondulose. È ricco di inclusioni di muscovite, di
zoisite e zircone, e talvolta è, in qualche piccola zona, lieve
mente modificato in calcedonio.
Anche il feldispato è in sezioni irregolari. Lo scarso ortose,
contraddistinto rispetto al balsamo (n = 1.53G) da
y n n
ha spesso segni di un’incipiente coalinizzazione ; il feldispato
calcico-sodico, assai più frequente, è sempre in miscele molto
296
A. MARTELLI
acide, abbastanza fresche e tutt’al più con accenni ad altera¬
zione micacea. Il plagioclasio non è soltanto caratterizzato dalla
sua geminazione polisintetica, che talvolta appare invece poco
chiara o viene sostituita da geminazioni semplici di individui
di differenti dimensioni, ma anche da un più spiccato idiomor-
fìsino e da numerose inclusioni prismatiche di zoisite, epidoto
e zircone e di laminette muscovitiche. L’estinzione simmetrica
nelle lamelle a geminazione albitica e normale a (010) dei
più comuni plagioclasi dà valori di 15°-1(3°. Per la rifrazione
si ha:
a' <^n y' = n
e in favorevole contatto con quarzo, si trova il seguente schema:
(=)w >a £>y' (-+-) « > y s>a
Da un geminato, il solo osservato, alhite-Carlshad, si ricava
che A è uguale all’incirca aH’unità, e cioè:
i. il
5° 6°
13 15
Non possono quindi rimanere dubbi sul riferimento all’al-
bite di questi plagioclasi. Più di rado estinzioni simmetriche JL
(010), piuttosto piccole e fino a 8°, avvalorano pure 1’esistenza
di qualche miscela oligoclasica.
Mica bianca — in parte tipica muscovite, incolora, a grande
angolo assiale e nette tracce di sfaldatura — in lamine con¬
torte ora fresche ora cloritizzate, e in parte vera sericite in
aggregati laminari sfrangiati e sinuosi o in fasci intrecciati, si
raccoglie a guisa di cemento fra gli individui di quarzo e di
feldispato con le caratteristiche proprie dei micascisti sericitici.
Pel valore di fi' compreso fra l’indice di rifrazione della Tolui-
dina (1.574) e del Bromoformio (1.601) rimane confermato il
riferimento al gruppo muscovitico di questi minerali senza av¬
vertibile pleocroismo ma a forte birifrangenza e a vivacissimi co¬
lori di polarizzazione.
Le abbondanti masserelle talcose associate ai prodotti mi¬
cacei sono costituite da finissime lamelle incolore, rifrangenti
SERPENTINE ANTICHE E SCISTI
297
quanto il quarzo e strettamente unite in struttura fibroso-rag-
giata a guisa di pseudosferuliti.
Nelle parti lamellari dello scisto si nota pure qualche in¬
dividuo fi bro-baci Ilare allungato e trasversalmente interrotto
con tutti i caratteri dell’àctinoto, già osservato nelle roccie in
precedenza descritte, e qualche granulo epidotico, che insieme
con zoisite, zircone, con mica, rara apatite e magnetite e con
tracce di un minerale monorifrangente incoloro, certamente grana-
tico, si ritrova pure come incluso negli elementi feldispatici e
quarzitici idiomorfi. Fra tutti questi minerali, merita infine par¬
ticolare menzione, anche per la sua abbondanza, la zoisite, che
comparisce tanto in cumuli di minuti granuli fortemente rifran¬
genti e con tinte bleu-indaco di polarizzazione, quanto in forma
di prismi allungati parallelamente all’asse verticale e al piano
di scistosità, con clivaggio secondo il brachi pinacoide e con le
consuete screpolature delle colonnette cristalline secondo i piani
di separazione basale.
Scisti talcosi-micacei ad andalusjte
(Tav. IX, fig. 7).
Rocce scistose grigio-giallastre, a lucentezza sericea e grassa
e a grana minutissima, con tendenza ad assumere una tinta
verdastra per cloritizzazione dell’elemento micaceo e per l’abbon¬
danza del talco. Mica e talco sono distribuiti irregolarmente
nella roccia, in modo che non si osservano alternanze con zone
quarzose, sebbene il quarzo appaia più diffuso sulle superfici
delle scagliose fratture che non sui piani di scistosità.
Al microscopio si nota la struttura minutamente frammentaria
e cataclastica di questa roccia, dovuta in prevalenza ad un ag¬
gregato granulare di quarzo, frammisto a laminette micacee e a
plaghe pseudosferulitiche di talco, comprendente numerosi cri¬
stalli allungati di andalusite, che qui rappresenta appunto il
minerale di maggiore sviluppo.
Il quarzo spicca sugli altri elementi della roccia per l’ab¬
bondanza de’ suoi piccolissimi granuli allotriomorfi, a contorni
irregolari e sinuosi e fra di loro stretti a costituire un mosaico con
lenticelle allungate nel senso della scistosità. In questo quarzo
298
A. MARTELLI
granulare difettano quelle estinzioni ondulate, tanto caratteristiche
del quarzo degli scisti cristallini. Non vi ho notato inclusioni
fluide o gassose, ina solo qualcuna cristallina di zircone e di mica.
Non risulta chiara la sua associazione con granuli feldispa-
tici, ma ad ogni modo, se pure accade di osservare qualche gra¬
nulo a rifrangenza minore del quarzo, non si ha poi facilità di
rimarcarne con sicurezza gli altri caratteri ottici.
Irregolari plaghe talcose fibroso-raggiate si addentrano nella
massa granofìrica e s’insinuano fra gli elementi cristallini più svi¬
luppati.
Squamette di muscovite ora fresca ora cloritizzata e fascetti si¬
nuosi di sericite completano il minuto aggregato di questo scisto, nel
quale con i caratteri già descritti compariscono pure prismetti fì-
- brosi di actinoto, granuli epidotici e plaghe calcedoniose ecalcitiche.
Sull’insieme microcristallino spicca per la sua forte rifran¬
genza l’andalusite in granuli e liste allungate, ordinariamente
limpide, ma con accenni di alterazione squamosa lungo le mol¬
teplici e intricate serie di fenditure oltre quelle che, con netta
disposizione basale, interrompono — come nella zoisite e siili-
\
manite — i prismi allungati. E abbastanza evidente in queste
liste la striatura in direzione dell’asse verticale e determinata
dalla completa sfaldatura prismatica. Non si avverte in esse
pleocroismo non presentandosi sezioni basali, ma forte rilievo,
debole birifrazione negativa e smorti colori grigio-bluastri d’ili
terferenza. Le inclusioni meno rare sono di mica e di anfibolo.
11 valore medio della rifrazione
1.660 > > 1,638
vale a togliere ogni dubbio sulla possibile confusione con zoi-
sife, come la «forma prismatica tozza e non sottile-allungata, la
meno energica birifrazione e il carattere ottico negativo serve
a ben distinguerla dalla sillimanite. Del tutto eccezionale è la com¬
parsa di andalusite con tracce di materie carboniose (Chiastolite).
Rutilo, zircone, apatite, zoisite e granato sono qui minerali
del tutto accessori. Da sospettarsi l’originaria presenza di cor-
d ieri te per l’abbondanza della sericite.
In sezione sottile, la scistosità sembra più manifesta per gli
aggruppamenti sericitici lungo i piani di laminazione.
SERPENTINE ANTICHE E SCISTI
299
Le inclusioni frequenti di mica neH’andalusite, nel quarzo e
nelle plaghe talcose e sericitiche, la penetrazione sia in venule
che come inclusi dentro la mica stessa di tutti i diversi com¬
ponenti rocciosi e la struttura pavimentosa del quarzo, provano
in certo qual modo il fenomeno di una parziale ricristallizza¬
zione degli elementi di questa roccia, non chiaramente hornfel-
sitica ma con la particolare struttura delle rocce di contatto.
La quantità di andalusite è qui così notevole da autorizzare
la denominazione di talco-micascisto andalusi tico e vale pure a
stabilire l’intensità del metamorfismo subito dallo scisto, nel
quale particolarmente l’andalusite e il talco rappresentano ap¬
punto prodotti tipici di azioni secondarie fra rocce acide antì-
boliche e basiche magnesifere a contatto di scisti calcariferi
Siccome i contatti fra rocce eruttive e scisti cristallini e se¬
dimenti non dànno luogo a produzioni sempre uguali, tanto che
mentre in alcuni punti si hanno fenomeni manifesti di trasfor-
1 Non ho esaminato, e nemmeno esistono nella collezione studiata,
campioni di Prasinite cloritica, che Franchi ( Contribuzione allo studio
delle rocce a glaucofane e del metamorfismo onde ebbero origine nella re¬
gione ligure alpina occidentale, Boll. Coni. Geol. d’Italia, ser. IV, voi. Ili,
pag. 2H7, Roma, 1902) ebbe occasione di descrivere e citare come pro¬
veniente dai pressi di Campo Ligure, m i forse da una zona scistosa, per
così dire, indipendente dalle serpentine. Si tratterebbe, secondo l’Autore,
di una « roccia a scistosità non molto marcata, a fondo di color verde-
bigiastro con innumerevoli occhietti fel disputici grossi min. 0,5. Il feldi-
spato albitico è in elementi tondeggianti, spesso geminati, con antibolo
aciculare simulante una struttura dubbile, la quale è pure indicata dal¬
l’orientamento della clorito abbondantissima interposta fra i feldispati con
cristallctti di epidoto e zoisite, rara mica bianca e scarsa calcite, pirite
e ferro ». Per la composizione chimica non molto diversa da quella delle
diabasi, il Franchi propende infine a considerare tale prasinite « come
proveniente dalla metamorfosi di una roccia massiccia o di un tufo quasi
puro, in cui la quantità degli elementi mineralogici conservarono all’in-
circa i rapporti esistenti nella roccia ».
Dati i rapporti genetici fra questa prasinite e le diabasi è proba¬
bile che la roccia descritta dal Franchi si riferisca appunto — come ho
supposto — ad una località molto più discosta dal paese di Campo Li¬
gure che non quella prevalentemente serpentinosa da cui provengono i
campioni da me studiati.
300
A. MARTELLI
inazioni strutturali e chimico-mineralogiche in altri sfuggono
all’esame le modificazioni per un possibile metamorfismo, così
si ritiene ormai che le modificazioni, sempre varie e inco¬
stanti, prodotte dal contatto, dipendano piuttosto dalla natura
\
della roccia scistosa che da cpiella della massa eruttiva. E noto
infatti che il metamorfismo di. contatto riguarda più le tra¬
sformazioni che una roccia eruttiva fa subire alle rocce cui è
vicina, che non lo sviluppo anormale di minerali in rocce erut¬
tive a contatto di altre di natura diversa.
Allo stato attuale delle nostre cognizioni, sembra — come
spiega chiaramente il Iti mie nella sua Praldische Gesteinshunde —
che le cause di queste modificazioni rocciose a contatto di for¬
mazioni eruttive debbano ricercarsi non tanto nell’azione diretta
del calore e della pressione, quanto piuttosto in quella dei va¬
pori, dell’acqua surriscaldata e delle soluzioni che si svilup¬
pano dai magmi eruttivi e impregnano le rocce vicine. In par¬
ticolare l’alta temperatura dell’acqua sarebbe una delle princi¬
pali cause di ricristallizzazione energica dei costituenti della
roccia, come di formazione di minerali nuovi. Del resto, sul
metamorfismo di contatto e per risolvere la controversia se la
pressione e l’elevata temperatura in presenza di acqua surri¬
scaldata, agente da mineralizzatore, basti a produrre metamor¬
fismo senza apporto di nuovo materiale, oppure se il metamor¬
fismo sia determinato dall’apporto diretto di materiale eruttivo
e dall’azione di mineralizzatori salienti dai magmi delle pro¬
fondità, hanno molto e molto bene interloquito, fra i principali,
Michel Lévy, Rosenbusch, Lacroix, Weinschenk, Lepsius, Haug,
Milch, Artini.
I più importanti studi sulle formazioni di contatto italiane
sono di Artini per le rocce delle Alpi, di Riva per quelle della
Sardegna, di Cf. D’Achiardi per quelle dell’Elba, di Kalkosky
e Franchi per quelle dell’Appennino ligure e delle Alpi occi¬
dentali; ma compresi i lavori minori si riferiscono più che altro
a formazioni di contatto con graniti, con rocce filoniane ed eu
fotidiche, ma non propriamente con serpentine.
E ormai risaputo che anche nella grande serie italiana delle
rocce verdi dal Prepaleozoico all’Eocene inclusive, si hanno se¬
dimenti metamorfici e serpentine e varioliti più o meno lami-
SERPENTINE ANTICHE E SCISTI
301
nate e metamorfosate; e che in prossimità di gabbri e perido-
titi si hanno spesso anfiboliti, pirosseniti e gneiss alternati con
micascisti e cloritescisti, così da stabilire che rocce differenti
per età e composizione si sono trasformate in scisti cristallini
per un metamorfismo ben distinto dal dinamo-metamorfismo, de¬
finito dal Rosenbusch, nei suoi Elemente cler Gesteinslehre, come
l’insieme delle alterazioni di composizione minerale e di strut¬
tura che si compiono nelle rocce per i processi orogenetici, indi¬
pendentemente dai confini con rocce eruttive.
I depositi metamorfosati al contatto con rocce eruttive, in
luogo dunque di connettersi direttamente a metamorfismo, per
dirla col Milch, di dislocazione e di carico, sono — com’ènoto —
dovuti a cause agenti localmente e differiscono infine dagli or¬
toscisti per una differente struttura e per la mancanza di un’or¬
dinata successione nella formazione dei componenti. I gas e i
vapori, che accompagnano le emissioni magmatiche, sono con¬
siderati agenti mineralizzatori di potere chimico considerevole,
ed è da ritenersi che, in favorevoli condizioni di calore e pres
sione, le sostanze in soluzione possano chimicamente reagire e
dare origine a nuovi minerali.
II metamorfismo di contatto si limita anche a Campo Li¬
gure ai bordi delle rocce eruttive e i suoi prodotti hanno quella
particolare struttura microscopica pavimentosa e fogliettata, che
Sauer e Salomon osservarono per primi designandola appunto
struttura di contatto. In analogia a quanto si riscontra nei pro¬
dotti di metamorfismo regionale, in queste formazioni di Campo
Ligure non apparisce una chiara orientazione degli elementi
come nei tipici scisti cristallini dell’antica litologia, ma sib-
bene quella tessitura scistosa che Becke e Grubenmann dissero
di cristallizzazione e che nel caso nostro si mostra principal¬
mente generata da mica, antibolo e talco di chiara apparenza
lamellare. Ma il fenomeno di contatto vi è poi nettamente pro¬
vato anche dalla formazione di minerali caratteristici, come
actinoto, muscovite, clorite, andalusite, chiastolite, zoisite, epi¬
doto, rutilo, granato e dalla frequente micro-implicazione fra
quarzo e mica e di questi stessi negli altri individui cristallini
che spiccano sulla minuta miscela quarzoso-feldispatica o anche
sul semplice mosaico quarzoso.
20
302
A. MARTELLI
Se però la formazione degli scisti a contatto delle serpen¬
tine ha in gran parte fornito gli elementi per i nuovi minerali
ed ha consentito la coordinazione dei propri costituenti nelle
forme determinate dalle azioni di contatto, non si può escludere
che il materiale oggi serpentinoso non abbia cooperato all’ap¬
porto di sostanze per altri elementi, come ad esempio il talco,
la cui origine appare qui strettamente connessa con le serpen
tine. Per altro, la mancanza di biotite, di tormalina e l’estrema
deficienza di apatite e di altri minerali verosimilmente dovuti
ad azioni pneumatolitiche e che si riscontrano invece in rocce
di contatto con i graniti, proverebbe in certo modo che l’emis¬
sione del magma basico non fosse stata accompagnata da quelle
emanazioni fluoro-bori fere, che purè avrebbero seguito la con¬
solidazione di magmi molto più acidi.
Il Lacroix, studiando le formazioni di contatto che in ta¬
lune località dei Pirenei si hanno con grosse intrusioni di lher
zolite fra calcari, marne e arenarie del Lias, avrebbe consta
tato anche l’intervento energico di azioni pneumatolitiche per
l’abbondante sviluppo di tormalina e apatite, mentre gli scisti
calcari feri e arenacei di Campo Ligure a contatto con le ser
pentine risulterebbero — come abbiamo già veduto - — solo mo¬
dificati, rispetto alia costituzione, con produzioni di muscovite,
talco, quarzo, magnetite, antibolo, pirosseno, feldispato, andalu-
site, zoisite, epidoto, rutilo, granato, scarsa apatite e tracce gra¬
fitiche nell’andalusite (chiastolite). La mancanza di prodotti cor
dieritici ricchi di allumina e magnesia e tanto comuni nelle
rocce di contatto, sembra in queste di Campo Ligure compensata
dalla coesistenza di andalusite e di talco.
Aggiungo infine che tanto le antiboli ti, quanto gli altri scisti
metamorfizzati vennero qui descritti sotto la denominazione pro¬
pria delle rocce con analoga composizione mineralogica, anche
per seguire il Weinschenk, il quale considera propriamente come
tipi scistosi di facies normale i prodotti del metamorfismo di
contatto in sedimenti per opera di materiale eruttivo e di agenti
mineralizzatovi, senza cooperazione essenziale di quei processi
geo-dinamici, che l’Autore ammette invece su più larga scala
per la facies alpina degli scisti cristallini.
[ms. pres. 16 giugno - ult. bozze 14 ott. 1912].
Boll. Soc. Geol. Ital. Voi. XXXI (1912),
(A. MARTELLI) Tav. IX.
6
eliot gai zoiani a h hhauio - vn* n
OSSERVAZIONI GEOLOGICHE NEL DESERTO ARABICO
Nota dell’ing. E. Cortese
(Tav. X, XI, XII)
Il deserto arabico è uno dei tanti Sahara africani.
Il nome di Sahara è generale e vuol dire deserto; il corso
del Nilo nella parte che attraversa l’Alto Egitto è compreso
fra due Sahara, il deserto libico ad ovest e quello arabico ad
est, cioè fra il Nilo ed il Mar Rosso L
Fra i due deserti, il Nilo mette la striscia di terreno col¬
tivabile, e tale per essere inondata dal fiume, in inverno, o
irrigata artificialmente. Questa striscia è veramente verde, come
è sempre segnata nelle carte, tra il gennaio e la fine di marzo.
Per togliere la minor superficie possibile alla parte coltivabile,
persino i villaggi, quando è possibile, sono costruiti fuori della
zona di cultura, specialmente quando essa è stretta, e quindi sulla
prima zona desertica.
Infatti, non si vede transizione o passaggio graduale ; là dove
finisce la irrigabilità comincia assolutamente la forma desertica,
colle sabbie giallastre, se si tratta di zona pianeggiante, colle
pendici o i dirupi spogli di vegetazione come quelle, se le col¬
line vengono a toccare col loro piede la cultura. E negli an¬
fratti e i dirupi di quelle colline si nascondono a centinaia le
1 La denominazione deserto di Sahara sarebbe come dire in Inghil¬
terra il campo di field, o in Germania il displuvio di vassersheide, ed as¬
somiglia ai nomi di Mongibello, Linguaglossa, Forza d’Agro, creati col-
l'accoppiamento di due denominazioni della stessa cosa, una italiana e
l’altra araba o greca.
304
E. CORTESE
iene, a migliaia gli sciacalli, pronti a predare i gallinacei o
gli ovini che stanno intorno ai villaggi, o ad alimentarsi coi
resti dei pasti dei fellahs, o meglio colle numerose carogne di
asini o di caramelli, che giornalmente sono disponibili in di¬
screta quantità.
Specialmente nel tratto fra Edfu e Chena, la vallata, più
o meno ampia, mostra ai due lati delle colline tabulari, sui
cui fianchi gli strati ricorrono quasi assolutamente orizzontali.
La geologia della regione sembra assai facile, ed effettiva¬
mente non è difficile.
Ma il percorso che io ho fatto mi ha portato ad attraver¬
sare il deserto, partendo da Chena, per andare a finire a Cosseir,
che fu porto importante, sul Mar Rosso.
L’apertura del Canale di Suez ha ridotto Cosseir ad un mi¬
serabile villaggio, nel cui bel porto arrivano due o tre sambuchi
alla settimana dall’Arabia. Al principio della guerra italo-turca,
Cosseir aveva un poco guadagnato dal contrabbando di guerra
che vi facevano i turchi, ad onta del lungo percorso che i ma¬
teriali dovevano fare, attraverso il deserto arabico, il Nilo ed
il deserto libico, per arrivare in Cirenaica.
Le azioni delle nostre navi nel Mar Rosso hanno troncato
subito questo contrabbando, e Cosseir è ripiombata nel suo stato
di abbandono e di desolazione.
Nel percorso, mi sono fermato molti giorni a studiare una
serie di colline, parallele al Nilo, sul loro rovescio, cioè dalla
parte orientale completamente desertica; altri molti giorni a
studiare un gruppo montuoso presso il Mar Rosso; due giorni
a studiare una cospicua montagna intermedia. Lungo tutta la
traversata poi, per quanto me lo hanno permesso le esigenze
del viaggio colla carovana di cammelli, ho fatto osservazioni.
Ho raccolto campioni di rocce e fossili : tutto ho mandato
all’Istituto geologico di Palermo, al prof. Di Stefano, che ha
determinato sopratutto i fossili, ed è dietro le sue determina¬
zioni che io posso citare qui i fossili caratteristici di quei ter¬
reni, e che ho potuto confermare in massima parte, in qualche
parte correggere, le denominazioni da me date a qualche sot¬
topiano geologico.
OSSERVAZIONI NEL DESERTO ARABICO 305
La serie stratigrafica da me determinata viene però, esatta¬
mente, a concordare colle indicazioni paleontologiche L
Darò prima una descrizione sommaria delle rocce e dei ter¬
reni veduti, e poi dirò in modo particolare dei gruppi special-
mente studiati. Le denominazioni si riferiscono ad uno schizzo
alla scala al 1: 1.000.000 qui intercalato, tolto da una mia
breve nota geologica (v. Bollettino della Società Geografica Ita¬
liana, fase. 2, 1912, pag. 143-165).
Il displuvio è segnato in modo appariscente, ed esso passa
sulla vetta di un monte detto Gebel Meetig (1130m sul mare)
al cui piede passa, appunto, la carovaniera da me seguita.
Il terreno più antico, veramente X arcaico, si presenta a circa
15 chilometri più ad ovest del displuvio; è micascisto caratteri¬
stico, il quale passa, si può dire, gradatamente alle filladi; lo
si vede bene presso Bir Seyala; è accompagnato da bei gra¬
niti tonalitici ed attraversato da grandi masse di granito giallo¬
roseo, oltre che da dicche importantissime di porfido rosso.
Le fìlladi sono scisti lucenti, con parti di vero talcoscisto e
concentrazioni di talco; passano a scisti serpentinosi, e conten¬
gono grandi masse di serpentina di color verde-scuro.
Le vere filladi sono attraversate da fìloncelli di quarzo
latteo, al solito, ma specialmente da filoni di porfido quarzifero
rosso, con olivina, e da filoni di microgranulite.
L’insieme di questi scisti antichi ricorda assolutamente la
Calabria od il Messinese, sia come micascisti, sia come scisti
lucenti o scisti serpentinosi, ed ancora più grande è l’identità
se si considerano le roccie incluse, in masse o in filoni, ed il modo
come vi sono distribuite e disposte, cioè: tonaliti, graniti, mi-
crogranuliti, porfidi, serpentine. È del resto quello che si ha in
1 Devo qui ringraziare in modo speciale il prof. Di Stefano, che ha
messo in questo lavoro un interessamento più che amichevole ; spero
che egli possa, da conto suo, fare un lavoro importante sul materiale
che gli ho portato, e che meglio ancora potremo fare in seguito se,
come pare, io dovrò fare un nuovo viaggio, con più lungo soggiorno, in
quelle regioni. Il suo lavoro preliminare è già pubblicato fra i Rendiconti
dell’Accademia dei Lincei col titolo: Intorno ad alcune faune cretacee
del deserto arabico.
OSSERVAZIONI NEL DESERTO ARABICO
307
Eritrea, al Madagascar, nell’America centrale, insomma dovunque
appaiono queste rocce.
Continuando più ad est, neH’Uadi Abu Zeran, appaiono
masse di diabasi che sono anch’esse, e come nelle altre regioni
sopracitate, collegate colle filladi ; esse sono grigie, verdicce ed
anche violacee. Si trovano anche masse di quella roccia siliceo
feldspatica, che fu chiamata, con comoda denominazione felsite,
e di cui si vedono abbondanti mauifestazioni nelle filladi dei
dintorni di Taormina.
Le rocce stesse imprimono al paesaggio un carattere iden¬
tico a quello delle regioni calabresi, dove esse dominano. Pre¬
scindiamo dal fatto che in Calabria, più o meno vicini alle rocce,
si vedono alberi e piante verdeggianti, mentre qui non ve¬
diamo nulla del genere; ma all’infuori di ciò, le alte valli di
quegli uadi assomigliano straordinariamente a quelle delle fiu¬
mare di Bagaladi o di Nicastro, al Savuto, al Corace, e ad
altre molte della Calabria o della provincia di Messina.
I fianchi delle montagne sono sventrati dalle frane, solcati
profondamente dalle erosioni, ed enormi coni di deiezione si
stendono dalle gole di incisione verso il letto dell’ uadi o
fiumara.
Non pensando che siano in una regione dove, si può dire,
non piove mai, vien fatto di pensare che ogni anno, alla sta¬
gione voluta, acquazzoni violenti e pioggie torrenziali precipi¬
tino grandi masse di acqua su quelle montagne, e vedendo
queste prive di vegetazione, vien fatto di pensare che sia naturale
questo loro disfacimento in frane, scoscendimenti e coni di
deiezione, aualogamente a ciò che il diboscamento ha causato
in Calabria e nel Messinese.
Invece, in quella regione, non cadono più pioggie torren¬
ziali non solo, ma nemmeno piccole pioggie, si può dire, dal¬
l’epoca pleistocenica o quaternaria !
La fisionomia del terreno è rimasta immutata; diremmo mum¬
mificata se la mummia conservasse così bene i lineamenti della
persona morta. Qui sono sparite le piante, le erbe e la vita,
ma il suolo è rimasto tale e quale lo ha lasciato l’ultimo
acquazzone quaternario ; meno forse qualche grattatura fatta dal
vento.
308
E. CORTESE
È cosa interessantissima che non si può vedere che nel
deserto.
Le filladi a filoncelli di quarzo sono antiche, e sono infatti
collegate ai micascisti ; possono essere arcaiche, e potrebbero
anche essere algonchiane, certo corrispondono a quelle che nella
carta geologica d’Italia abbiamo considerate come arcaiche.
Come queste contengono gli scisti serpentinosi e masse di ser¬
pentine. Di queste ultime ne abbiamo anche presso a Bir el
Fuachir, dopo il quale, andando verso il displuvio, si hanno
considerevoli masse, allungate da ONO verso ENE, di granito
giallo-rosato, come quello che vediamo in molti monumenti egizi.
Anzi qui vediamo ancora le tracce delle escavazioni, colle im¬
pronte lasciate dai cunei, piantati in lunghe file per staccare
grossi blocchi, ancora freschissime come se il pezzo staccato fosse
stato asportato un anno fa.
Al punto in cui la carovaniera di Bir el Sid si separa da
quella che io ho seguito, si vedono dei veri conglomerati for¬
mati con elementi di micascisti e di filladi lucenti, e sul con¬
trafforte appaiono scisti molto meno cristallini e lucenti, i quali
sono certamente più giovani di quelle e potrebbero rappresen¬
tare essi l’algonchiano, a meno che non sieno molto più recenti,
pur restando nel periodo paleozoico.
Dall’altra parte del gruppo serpentinoso e filladico del Bir
el Fuachir, verso ovest, abbiamo altri conglomerati formati con
pezzi di granito, porfido, serpentine, epidotite, anfìboliti, quarzo
bianco, e cementati con un cemento siliceo. Nelle carte inglesi
sono indicati come breccia verde antico, ma non hanno niente
del ben conosciuto marmo di questo nome; sono durissimi; li¬
sciati darebbero certamente una bella pietra, ma assai dura a
lavorare.
Credo che questo sia un conglomerato di contatto, parago¬
nabile e corrispondente al precedente. In questo, i pezzi di gra¬
nito sono ben arrotondati; gli altri elementi un po’ meno; nel¬
l’altro, trattandosi di frammenti di rocce scistose, i pezzi sono
più irregolari.
A questa breccia segue una roccia afanitica, nera, a grana
uniforme, suscettibile di pulimento, di cui gli Egizi si sono lar¬
gamente serviti per i loro sarcofaghi ed in molti monumenti.
OSSERVAZIONI NEL DESERTO ARABICO 309
Coperchi di sarcofaghi sbozzati, si trovano presso ai Bir Ham-
mamat, abbandonati là da varie migliaia d’anni; nel vallone
omonimo, le pareti furono lisciate e importanti inscrizioni, lar¬
ghe da 0,80 a 1 metro e alte anche più di due, ben inqua¬
drate dalla solita linea, sono là perfettamente leggibili benché,
come esse stesse lo attestano, abbiano circa 5000 anni di età.
Belativamente come grana, se non come colore, assomiglia molto
alla così detta Pietra del Roia, e potrebbe essere della stessa
epoca geologica.
Questa bella pietra passa ai conglomerati di base con un
tipo in cui la pasta nera si vede granulata con fini frammenti
ovoidali, verdastri, violacei o biancastri, provenienti da rocce
preesistenti. Sono splendide brecciuole, suscettibili di prendere
un bel pulimento, e da cui si possono ricavare belle pietre.
In qualche cosa queste rocce ricordano alcune rocce devo¬
niane inglesi, e anche una zona di età incerta, che abbiamo al
monte Consolino di Stilo, in Calabria, appena sopra alle fìlladi,
e sotto al cretaceo L
Rocce più recenti devono essere gli scisti che si trovano
scendendo per l’Uadi Hammamat fino al suo sbocco neH’Uadi
Mueh. Sono verdi, violacei, nerastri; assomigliano a quelli che
stanno in Calabria fra Intavolata, Guardia Piemontese, Fuscaldo,
Fagnano; meglio ancora a quelli della valle del Vermenagna,
fra Limone e Vernante, in provincia di Cuneo.
Rocce analoghe a queste si trovano sul versante orientale,
nel gruppo di Gebel Nakheil, e là sono sovrapposte alle dia¬
basi. In questa parte, veramente, le rocce nere sembrano raela-
firi, ed assomigliano a quelli del Tirolo.
Riassumendo, di queste rocce sembrano devoniane alcune,
altre sembrano permiane; certo sono separate dalle rocce più
antiche (micascisti, filladi, con masse di serpentina ed espan¬
sioni di diabase, di tonalite, grandi masse allungate di granito,
filoni di granulite e di bei porfidi) e al contatto vi è un con¬
glomerato. Sono paleozoiche, ma di età incerta.
1 Quella zona calabrese sarebbe devoniana se tosse vero che ivi tu
trovato quel Phacops laevis, che il Montagna asserì avervi rinvenuto e
come tale è nel Museo geologico dell’Università di Napoli.
310
E. CORTESE
Il terreno che segue immediatamente a queste rocce antiche,
ma di età incerta, è il cretaceo superiore, rappresentato dal
senoniano. Nelle regioni da me visitate, e nella traversata, non
ho potuto vedere nessun altro rappresentante di periodi primari
o secondari.
Il membro inferiore della serie senoniana sarebbe l’arenaria
giallo-rossastra, veramente color salmone, che gli inglesi chia¬
mano col nome generico di nubian sandstone e che, dalle carte
geologiche che esistono, pare che abbia una importanza straor¬
dinaria, a giudicare dalle estensioni che ricopre, secondo quelle.
L’arenaria della Nubia poggia indifferentemente sulle filladi
lucenti, sulle diabasi, sugli scisti violacei e verdi, o sulle rocce
afanitiche, e direttamente. In un punto solo, presso Bir el Ingliz,
mi fu dato di vedere un conglomerato di contatto, ad elementi
di grossezza molto diversa, ma in genere assai grossi, irrego¬
larissimo, che sembra piuttosto un deposito locale, ma che è
certamente costituito di materiali derivanti dalle rocce più an¬
tiche, malamente tenuti insieme da un cemento arenaceo.
Dato l’enorme distacco di età, che esiste fra le arenarie e
le rocce sottostanti, un conglomerato dovrebbe sempre esistere
alla base di quelle; invece quasi dovunque, anche dove coro¬
nano in masse isolate le filladi o gli altri scisti etle diabasi,
la sovrapposizione è netta, senza intermediario deposito di contatto.
L’arenaria, esposta all’aria, prende un colore bruno-nerastro,
ma dove si ha qualche scoscendimento, o dove per lo sgreto¬
lamento naturale il vento ne sommuove o ne accumula le sabbie,
si vede chiaro il simpaticissimo colore, simile a quello della
carne di salmone.
L’arenaria è in banchi regolari, ma da vicino si scorge in
questi la falsa stratificazione dei depositi estuarmi o littoranei
come la nostra panchina postpliocenica.
Alcuni strati sono sforacchiati, altri presentano delle con¬
centrazioni ferro-manganesifere, ed arrivano allora ad assumere
una bella tinta violacea.
Per queste particolarità, ricorda l’arenaria oligocenica della
Sicilia o dell’estrema Calabria. Per la tenuità della sabbia, ed
il modo come si comporta e si disgrega, sotto il colpo del mar¬
tello, come pure per la disposizione delle sabbie in stratifica-
OSSERVAZIONI NEL DESERTO ARABICO
311
zione obliqua rispetto alla vera, questa arenaria ricorda quelle
estuarine, giurassiche dell’Yorkshire.
Non mi fu dato rinvenire fossili, per quanto abbia cercato
minutamente nelle vaste distese incontrate. Zittel, Fraas, Blan-
kenhorn, in altre località, hanno trovato delle intercalazioni
argillose, entro alle arenarie, ed in quelle delle ostree cretacee.
In uno schizzo geologico di una parte della regione da me
visitata, pubblicato dal Survey Departement di Egitto, come
Sheet III (3° foglio) in scala di 1 : 100.000, è segnato, presso
Bir el Ingliz, una località ove si troverebbero: Lybicoceras e
grossi nautili. Benché abbia dovuto passare di là un po’ in
fretta, non mi fu dato vedere alcuno di questi fossili.
In ogni modo, il « nubian sandstone » è ascritto al Turo-
nìano o al Cenomaniano dai suddetti geologi che vi hanno rin¬
venuto fossili. Non sempre è in perfetta concordanza colla serie
che ad esso si sovrappone, ma però lo è qualche volta; certo
va considerato, almeno per ora, come cretaceo.
Nelle carte geologiche dell’Egitto, in scala di 1: 1.000.000
o 1 : 2.000.000 nella serie dei colori, il « nubian sandstone » c
messo immediatamente prima degli scisti e delle varie rocce
cristalline, e dopo ai gessi, di cui vedremo in seguito l’età, al¬
meno per quelli da me incontrati. Certamente è segnato come
più antico del Cenomaniano, di cui sono segnate delle strisele,
in parti del deserto che io non ho visitato.
Nel citato 3° foglio (Sheet 111) queste arenarie sono messe
sotto al Senoniano. Come abbiamo detto, i tre geologi che vi
hanno rinvenuto fossili non le ritengono più antiche del Turo-
niano, o tutto al più, del Cenomaniano.
Alcuni geologi propenderebbero per ritenerle più antiche *,
e forse devoniane. A me non è occorso di incontrare arenarie
che possano dividersi in due zone di epoca così diversa. Nella
zona da me percorsa, esse sono certamente inferiori al Seno-
1 Blanckenhorn M., Neues zur Geologie und Palàontologie Aegyptens
(Zeitschrift (ter deutsch. geol. Gesellscliaft 52°, 1900), cita dei tossili tro¬
vati da Walther nel deserto arabico, e perciò pone la parte inferiore nel
carbonifero, mentre la parte superiore, va dal Cenomaniano al Seno¬
niano inferiore.
312
E. CORTESE
niano medio, ma certamente non più antiche del Ginrese, pro¬
babilmente del Senoniano inferiore, o del Turoniano.
Alle arenarie giallo-rossastre, si sovrappone una serie asso¬
lutamente senoniana, di cui si possono distinguere varii membri
che vanno tino al più alto Damano, che si fonde, si può dire,
col sovrastante eocene ; le possiamo quindi considerare come
del Santoniano. La serie più completa si può avere al Gebel
Duwi.
Il membro più basso, riposante direttamente sul « nubian
sandstone », è un banco durissimo, di un bianco smagliante,
costituito interamente da gusci di ostree, fortemente cementate
da calcare contenente frammenti di altri fossili.
Il banco ha lo spessore di 10 metri circa, e si vede bene
andando da Bir el Ingliz verso il Mar Rosso, dove l’uadi ha
secato per 400 metri di altezza la montagna aprendo il suo
corso attraverso ad uno squarcio che ha più di un chilometro di
larghezza. L’alveo è formato da detriti, che hanno certamente
un forte spessore; ed attualmente, questo fiume impetuoso e
ricco di acqua, scolo forse di un bacino lacustre che era a po¬
nente, è ridotto ad un asciutto letto di uadi, nel quale non
scorre tanta acqua da dissetare un gatto!
Il banco di ostree è formato da gusci di Ostrea (Alectryonia)
Villei. Coq. sp. e di 0. lìenoui Coq. sp., ma con enorme pre¬
dominio della prima.
Sarebbe il vero rappresentante del Senoniano medio o Cam-
paniano, al quale succederebbe il Senoniano superiore, o Mae-
strichtiano tipico, interessantissimo perchè contiene la zona a
fosfati che è già e diventerà sempre più di grande interesse
non solo in Egitto, ma anche in Tripolitania, per la esistenza
di ricchi banchi di fosfato tricalcico.
Alla base del Maestrichtiano, abbiamo degli scisti grigio¬
scuri, lucenti, marnosi, scagliosi, che si separano in fini lamine,
e delle marne verdiccie, granulose. In queste specialmente, ma
anche negli scisti, si vedono delle fenditure, costituenti un re¬
ticolato, ripiene di un materiale bianco, che si vede bene anche
da lontano, perchè le venature bianche, irregolari, spiccano sul
colore verde-grigiastro delle pendici. Alle volte, specialmente
OSSERVAZIONI NEL DESERTO ARABICO
313
lungo il Nilo, fra le marne verdastre si ha una zona di marne
più dure di color verdastro.
Quella materia bianca pare sia un sale nitroso; infatti non
ha il sapore amaro del solfato magnesiaco, nè ha quello astrin¬
gente del solfato alluminoso-sodico (allume) ; è semplicemente
un po’ acidetta.
Dove la marna grigia, o anche lo scisto laminato scaglioso,
sono molto venati, quasi imbevuti da questo materiale, diven¬
gono più argillosi, ed il materiale è chiamato, infatti, taf! a
dagli indigeni, denominazione che indica, più o meno, terra o
terra grassa.
I coltivatori della zona nilotica vengono a cercare la tafla
anche a due giornate di cammino nel deserto, e le carovane
che vengono scariche o poco cariche dal Mar Rosso, ne cari¬
cano anche nel versante orientale del deserto. La tafla viene
depositata in terra e si lascia esposta al sole per dei mesi (non
vi è pericolo che le acque piovane ne asportino i nitrati con¬
tenuti!) e poi sparsa sul terreno, come concime, appena ritirata
la inondazione del Nilo, o prima di fare le irrigazioni artificiali,
nella parte dove l’inondazione non arriva. Pare che funzioni come
un eccellente concime, specialmente per le leguminose, special-
mente per ghelban (lupinella) e le veccie, che vengono larga¬
mente coltivate per foraggio, o per le lenticchie, che sono di
eccellente qualità e costituiscono una specialità dei prodotti agri¬
coli della regione sia per l’esportazione, sia come base dell’ali¬
mentazione indigena.
La virtù concimante di questo materiale deve venire da com¬
posti azotati, che contiene; non può venirle da fosfato conte¬
nuto, perchè il fosfato tricalcico è insolubile nell’acqua e inas¬
similabile dalle piante. Nessuna causa può rendere acida l’acqua
che potrebbe, in caso di qualche pioggia, filtrare attraverso i
fosfati superiori, sciogliendoli in parte, per ridepositarli allo
stato di fosfati acidi assimilabili rielle fenditure delle marne
sottostanti. Nè scariche elettriche accompagnanti acque tempo¬
ralesche, nè succhi acidi di radici di piante, possono aversi nel
deserto, per rendere acide le acque filtranti e dar loro l’acidità
voluta per sciogliere il fosfato tricalcico.
314
E. CORTESE
Gli scisti laminati scagliosi stanno alla base di questa zona
inferiore del Maestrichtiano; le marne verdi presentano delle
intercalazioni di arenarie marnose dure, in strati più o meno
duri, che da lontano sembrano formarne uno solo, e fra questi
uno cospicuo, di 8 metri di spessore.
Mentre negli scisti e nelle arenarie non mi fu dato rinve¬
nire fossili, in questi strati duri si trovano gusci di ostree (0.
Viìlei Coq. sp.) ed abbondantissimi modelli di lamelli branchi
specialmente di Nudila , Astarte, Corbis, Lucina , Cardita, poco
determinabili perche allo stato di modelli. Sopra a questo insieme
si ha la zona dei fosfati, la quale è più o meno completa e po¬
tente, e pare anzi incatenarsi cogli strati duri suddetti che stanno
alla parte superiore delle marne.
Questa zona ha grande importanza industriale per la ric¬
chezza in fosfati minerali, ma anche una scientifica per la ric¬
chezza in fossili che hanno i banchi arenacei, calcari o siliciz¬
zati, connessi ai fosfati, mentre in questi sono abbondantissimi
i denti e qualche volta anche le ossa, che si frantumano ap¬
pena toccate, di pesci.
I fossili principali raccolti in questa zona sono :
Alectryona Viìlei Coq. sp.
Gryphaea vescicularis Link. sp.
Exogyra Overwegi v. Buch. sp. (esemplari piccoli).
Trigonoarca multidentata Newton.
Boudereia auressensis Coq. sp., K. Drui Mun. Chalm.
Cardita Lybica Zittel.
Crassa telici Zitteli Wan.
Protocardia biseriata Courad.
Cyprina Barroisi Coq.
Cytherea cfr. Bliolfsi Dam.
insieme a moltissimi altri fossili allo stato di modelli, apparte¬
nenti ai generi : Nucula, Astarte, Corbis, Lucina, Cardita , ecc.
Dovunque si trovano i denti delle seguenti specie di pesci :
Ancistrodon lybicum Dames.
Corax pristoclontus Ag.
Lamna biauriculata Ag.
OSSERVAZIONI NEL DESERTO ARABICO
315
Le Trigonoarca sono abbondanti, grossissime, formano dei
veri banchi, dai quali però è difficilissimo ricavare degli esem¬
plari completi, perchè il guscio si rompe facilmente. Meglio si
ricavano le Roudereie. La Boudereia Brut è specie che il Di Ste¬
fano metterebbe piuttosto nel Daniano ; è meno abbondante della
Trigonoarca che lo Zittel ascrive al Daniano ed il Blanckenhorn
al Campaniano.
Cadendo d’accordo coi geologi inglesi che hanno fatto la
carta geologica generale d’Egitto, io ho ascritto la zona dei fo¬
sfati al Senoniano.
Per i fossili raccolti dunque, si tratterebbe di Senoniano su¬
periore, o di Daniano inferiore, ed il Di Stefano consiglia di
metterla come rappresentante del Maestrichtiano, separandola
da quanto viene di seguito, e che sarebbe il Daniano vero.
Sopra alla zona fosfatica abbiamo dei calcari marnosi a no¬
duli di selce, in due livelli, separati da un grosso banco di
15 a 20 metri di altezza, formato da marne dure, sabbiose, a
sfraterei li L
I calcari marnosi sono bianchissimi, specialmente nella zona
inferiore che è più potente, e ricordano assolutamente la White
chalk inglese, di cui rappresenterebbe il livello, o anche la
craie bianche à silex, del bacino parigino, la quale sarebbe forse
un poco più antica, ma di poco. In essa zona si vedono però
tre bei banchi di calcare rosso, marmoreo, che potrebbe dare
benissimo del bel marmo levigato, oltre a varii strati di calcari
marmorei bianchi.
Qualche straterello duro è zeppo di fossili, fra cui dei pic¬
coli echini.
La zona superiore di calcari a noduli di selce contiene,
essa pure, fra gli strati marnosi, qualche strato di calcare duro.
Le selci sono in noduli o in liste irregolari; all’esterno sem¬
brano nere; se si rompono mostrano colori varii, dal bianca-
1 Nella regione lungo il Nilo, in escursioni fatte durante la pubbli¬
cazione di questa nota, ho veduto dei calcari sforacchiati dai litodomi,
esattamente corrispondenti alla zona immediatamente sovrastante ai
fosfati.
316
E. CORTESE
stro al grigio, giallastro o rosato; anche la superfìcie di rot¬
tura, esposta all’aria, dopo un certo tempo diventa nera.
Al disopra della seconda zona di calcari marnosi con selci,
si ha un altro banco, più potente del precedente (20 a 25 m.)
di marne dure, a sfraterei li, indi una potente zona di marne
più o meno silicee, e sopra queste alcuni banchi di calcare du¬
rissimo, forse silicizzato in parte, e zeppo di fossili, difficilissimi
ad estrarsi.
Abbondantissimi sono i modelli di turritelle, e anche le ru-
diste; probabilmente vi sono i generi Aprìcardia e Badiolites,
qualche echino ed altri fossili.
In tutta questa serie daniana, i fossili determinabili raccolti
sono :
Terebratida carnea Sow.
Pecten farafrensis Zittel.
Gryphaea vescicularis Link.
Inoceramus sp. aff.
I. Balticus Bochrn.
Spondylus Dutempleanus d’Ors.
Lucina dachelensis dan.
Cardita libyca Zittel.
Turritella sp.
Certamente, chi andasse là espressamente per raccogliere
fossili, con tutti gli arnesi opportuni, farebbe una mèsse ben
ricca di specie e di individui ; meglio di quello che non ho
potuto far io, che andava in quei luoghi per scopi ben diversi.
Certo questa fauna che si avvicina, nella parte superiore,
a quella eocenica, rappresenta, specialmente per i calcari duri
più alti, l’ultima età del cretaceo.
Così termina la serie cretacea, e dovrebbe principiare quella
eocenica; ma questa, a dir vero, non è mai stata trovata da
me ben rappresentata da calcari a grosse nummuliti, come si
hanno in Tunisia, immediatamente sopra i fosfati.
Dove si trova l’Eocene in concordanza completa col Daniano
superiore, esso è rappresentato da marne e diaspri, diversi però
dalle nostre ftaniti, e solo qualche straterello più calcare mo¬
stra delle piccole nummuliti.
OSSERVAZIONI NEL DESERTO ARABICO 317
Dove invece l’Eocene si trova direttamente sulla zona fosfa
tiferà, è rappresentato da un calcare ceruleo, durissimo, discor¬
dante su quella, e nummulitico, ma con piccolissime num-
muliti L
L’Eocene, almeno nella parte da me visitata, è dunque scar¬
samente rappresentato.
Nella serie geologica vista nel mio viaggio, si ha poi un
altro salto brusco, e si arriva direttamente al piano pontico (mio-
pliocene) senza che mi sia stato possibile vedere altri rappre¬
sentanti dell’Eocene, o un qualunque indizio di depositi mio¬
cenici.
Il primo rappresentante è un conglomerato a ciottoli ton¬
deggianti, ma di diversissime dimensioni, a strati relativamente
regolari. Sarebbe il vero conglomerato di contatto, del quale
abbiamo anche qualche esempio nella parte NE di Sicilia ed in
Calabria. In Egitto però sta assolutamente alla base della for¬
mazione gessosa.
Sopra al conglomerato segue una serie di strati calcari sfo¬
racchiati, con gesso, che starebbero a rappresentare i nostri
calcari solfiferi, sui quali si sovrappongono poi delle marne for¬
temente colorate in rosso e in violetto, che passano superior¬
mente a marne più dure e scure di colore.
Sopra a queste, una zona di marne bianche, e poi una al¬
ternanza assai irregolare, di marne gessifere e banchi di gesso.
I gessi sono spesso cristallini, e si trova la vera selenite a ferro
di lancia; più comune l’aspetto a « pied d’alouette » nella parte
inferiore della zona.
Nella parte superiore, invece di gesso, si ha d eWanidrite,
talvolta sotto forma di roccia bianca, dura, tal’ altra, di roccia
bianca tenerissima, pulverulenta. Non è da escludere che possa
rappresentare il pliocene inferiore.
Segue a questa un’arenaria assai bella, in grossi strati re¬
golari di color giallo-chiaro, a granelli quarzosi, non molto
dura, ma neanche tenera, la quale forma una striscia lungo il
mare, senza scendere fino alla costa. Essa ricopre le ultime
1 Nella regione lungo il Nilo si trovano piccolissimi lembi di calcari
a piccole nummuliti, con altri fossili che ho raccolto nell’agosto ultimo,
e di cui il prof. Di Stefano farà a suo tempo lo studio.
21
318
E. CORTESE
falde delle pendici costituite dalla formazione gessifera ; e mentre
le marne con gessi alternanti pendono verso il mare di 18° o
20° a NE o ENE, le arenarie pendono solo di 12°, in discreta
concordanza.
Data la posizione stratigrafica, le analogie litologiche, credo
di poter riferire quest’arenaria al pliocene superiore. Anche qui,
disgraziatamente, avendo dovuto recarmi rapidamente alla costa
del Mar Rosso, non ho potuto trattenermi a ricercare fossili,
ciò che mi avrebbe attardato nel cammino. Nutro fiducia di
poter dedicare maggior tempo in un mio nuovo viaggio in quelle
regioni, e che così potrò trovare gli strati fossiliferi pliocenici.
Qualche lembo di calcare corallino recente si trova qua e
là sopra a questa striscia terziaria prossima al mare, ma tanto
sulla formazione gessifera che sulle arenarie giallastre.
Abbiamo poi i terreni alluvionali degli alvei (uadi) o della
spiaggia o le scogliere madreporiche lungo la costa.
A Bir Ambaghi, come diremo poi, le acque tiepide, calca¬
rifere, che vi sorgono, formano una specie di travertino sab¬
bioso, tenero, che è formazione assolutamente contemporanea,
ancora in corso.
Data così la serie completa dei terreni osservati, dobbiamo
riconoscere che vi è un hiatus enorme fra le rocce massiccie,
arcaiche e paleozoiche, prive di fossili, e le prime formazioni
stratificate. Non solo da quello che io ho veduto, ma anche da
quanto è segnato sulle carte geologiche inglesi, si salterebbe
subito al Cretaceo.
Nelle carte inglesi veramente si trova indicato il Cenoma-
niano, e sotto a questo il « nubian sandstoue » di età non definita.
Nella mia serie si salterebbe dalle rocce massiccie arcaiche
al Senoniano, rappresentato da:
Arenarie giallo-rossastre con conglomerati alla base (nubian
sandstone) = Santoniano (?).
Banco ad Ostrea Villei = Campaniano.
Scisti laminati scagliosi = marne verdiccie == zona dei fo¬
sfati = Maestri chtiano.
Calcari a selci, calcari marmorei, marne sabbiose dure, marne,
calcari duri, ecc. = Daniano vero.
OSSERVAZIONI NEL DESERTO ARABICO
319
alla qual serie seguirebbero un membro o due, a rappresentare
l’Eocene.
Si avrebbe poi un altro hiatus, e si arriverebbe al piano
pontico , e poi al Pliocene (inferiore (?) e superiore), cui seguono
terreni alluvionali o recenti.
Il Postpliocene non è rappresentato in nessun modo. Era
forse già emerso l’Egitto, ed è rimasto cosi, durante l’epoca gla¬
ciale, che vi si è fatta seutire soltanto con pioggie torrenziali,
come se fosse una terra vicina ai tropici? La cosa è molto in¬
teressante e concorderebbe colla mia idea sullo spostamento dei
poli sulla Terra, e che all’epoca glaciale uno di essi era pros¬
simo alle Al pi, come l’altro non era lontano dalla Nuova Zelanda.
Nelle varie regioni visitate, la serie cretacea e terziaria de¬
scritta non è sempre costantemente e completamente rappre¬
sentata.
I. — Lungo la destra del Nilo, da Sibaia (Sebaieh) a Cuft.
Le colline tabulari sono un po’ lontane dal liume, e lungo
la zona di coltura si hanno le propaggini di queste, rappre¬
sentate da collinette basse in cui si vedono gli scisti laminati
a scaglie lustre, le marne verdiccie (con poca tafla), qualche
banco di fosfato, colle arenarie marnose o calcarifere alternanti,
zeppi di fossili in frammenti. Yi raccolsi soltanto una Cardita,
e numerosissimi denti di pesce.
Nei fosfati si trovano dei noduli duri, completamente sili¬
cizzati, a differenza dei fosfati tunisini o algerini, in cui i no¬
duli sono proprio di selce piromaca, nera, come quelli della
craie bianche; qui i noduli sono veramente concentrazioni di si¬
lice nel banco fosfatifero, di cui conservano tutte le particolarità
di forma, per cui sembrano veramente dei torroni di mandorle
e nocciuole, cementate con zucchero bruciato.
Questi nuclei sono frequenti presso la stazione di Sibaia, ma
non si trovano più nei fosfati che stanno presso e dietro ai vil¬
laggi di Sciarauna el Ghibli (Sciarauna a monte) e Sciarauna
el Bahri (Sciarauna a mare, ossia a valle).
I banchi pendono prima di 15° ad E-30°-N, ma poi si rial¬
zano e pendono a S-O.
320
E. CORTESE
II. — Colline parallele al Nilo.
Dalla stazione di Cuft (Qift), si entra nell’ Dadi Matula, e
girando a destra, sotto al piede di Gebel el Gurn, si prendono
a rovescio le colline di Gebel Agula, Gebel Hagaza, che costi¬
tuiscono una serie di colline tabulari sulla destra della grande
vallata nilotica.
Il profilo normale di una di quelle colline (Gebel Agula)
è dato dalla fig. 1 (tav. X) ed è quello presentato dalle pendici
che scendono alla pianura desertica, che non è altro che un
insieme di vastissimi letti di torrenti. Si comprende che le acque
torrenziali abbiano, al loro tempo, agevolmente distrutto quelle
formazioni di calcari e marne, sabbiosi o siliciferi, non duri e
facili a sgretolarsi.
Attualmente il grande asciuttore agevola questo sgretola¬
mento; gli affioramenti dei grossi strati sono ridotti ad un accu¬
mulo di massi più o meno grandi che poi scendono lungo la
pendice, per cui lungo i più piccoli solchi i fianchi delle col¬
line ne sono cosparsi. Con un buon colpo di mazza, si mandano
in frantumi dei metri cubi di roccia. La pioggia è rarissima
e mai abbondante; raramente il letto di un uadi è percorso da
una corrente d’acqua e, al caso, questa si genera e sparisce in
poco tratto di cammino, senza aver mai la forza di rotolare un
sasso. La sola traccia di una piena è data da una vernicia¬
tura argillosa, quasi lucida, nell’alveo.
La parte superiore pianeggiante delle colline è cosparsa
di frammenti, neri di fuori, e che rotti mostrano di esser for¬
mati da piromaca di vario colore, ma chiaro. Si direbbe che
sono stati gettati dall’uomo, perchè formano uno strato continuo,
ma dello spessore di un solo frammento. Evidentemente sono
le silici della zona a calcari marnosi con liste e noduli di selce;
ma tutta la formazione è sparita, e sono rimasti, come testi¬
monio, soltanto i pezzi di selce.
Qua e là, talora in piccoli lembi orizzontali, più spesso
in lembi di stratificazioni discordanti e sensibilmente indi-
OSSERVAZIONI NEL DESERTO ARABICO 321
nate, si trova il calcare ceruleo, duro, simile a macigno, num-
mulitico.
Sono i soli rappresentanti di quelle enormi estensioni di
eocene inferiore (Lower eocene) di cui gli inglesi, nelle loro carte
geologiche, hanno ricoperto tutto il deserto libico, gran parte
di quello arabico, e quasi tutto l’Egitto.
I banchi hanno una leggiera pendenza a nord-est ed est,
per cui sul Gebel Hagaza si hanno i fosfati inferiori solamente,
e sul Gebel Agula anche i superiori. Nel profilo dato per Gebel
Agula, bisogna considerare che i fosfati inferiori mancano in
gran parte, e sono sostituiti dagli strati compresi fra le marne
verdi ed i fosfati superiori.
A Gebel Agula si ha una alternanza di fosfati con calcari
arenacei o silicei, pieni di fossili, e specialmente lamellibranchi
(Ostree, Pecten) di cui un banco molto ricco sta alla parte su¬
periore di tutta la serie in vista.
Sotto a questa alternanza, si ha una zona di marne listate
a righe bianche e gialle, a pasta unita, che sembrano i trubi
di Sicilia, all’infuori del color giallo, che quelli non hanno mai.
Questa fascia, regolarmente listata, accompagna sempre i fo¬
sfati, e sta fra quelli inferiori, che furono chiamati da noi
gialli, e quelli più grigi, che vi stanno sopra, e che non sono
i più alti perchè, come vedremo, sopra ad essi vi è ancora
un’altra zona di strati fosfatici, che furono detti bianchi, e qui
non compaiono.
Le marne listate hanno spessore variabile da 4,40 a 2,75.
A Gebel Agula, dunque, si trova specialmente : un grosso
banco, irregolare, di fosfato, alto 2,50; sotto a questo poca
marna dura e poi uno strato di fosfato regolare, di 1 metro a 1,25
di spessore; sotto ancora una alternanza di marne e straterelli
di fosfato, e finalmente le marne listate.
Con qualche saggio, si è rinvenuto anche un banco di fo¬
sfato sotto alle marne listate; ma generalmente domina un’al¬
ternanza di marne e arenarie calcareo-marnose, fossilifere, con
pochissimi fosfati. Nelle arenarie calcaree che stanno coi fosfati
e specialmente subito sotto alle marne listate, si trovano abbon¬
dantissime le Trigonoarca, le Roudereia ed i modelli di più
piccoli lamellibranchi.
322
E. COKTBSE
A Gebel Hagaza, abbiamo solamente i fosfati, in varii banchi
più o meno grossi; all’affioramento si vede:
Marne listate —
Fosfato . 1,20 a 1,45
Marne tenere . 0,10 a 0,35
Calcare a lamellibranchi . . . 0,60
Fosfato . 0,40
Marne tenere . 0,30
Marlin dure . 0,30
Fosfato duro e roccia calcarea . 0,65
Marne miste a fosfato .... —
La serie che si è trovata in varii pozzi di saggio non è sempre
tale. Colla fìg. 2 (tav. X) ho rappresentato più o meno l’insieme
della zona fosfatica inferiore di Gebel Hagaza. Le marne verdi
inferiori contengono ancora il grosso banco di marne dure se¬
gnato nel profilo di Gebel Agii la.
Al piede di tutte le colline, abbiamo le marne verdi con
una discreta quantità di tafla , e appariscono anche gli scisti
laminati scagliosi, meno compenetrati da questa.
Il Gebel Gurn è più a nord di Gebel Agula, anzi a NNO,
e presenta lo stesso fosfato, superiore alle marne listate.
Sull’altipiano si trova in lembi frequenti, ma limitatissimi,
il calcare ceruleo (macigno pochissimo sabbioso) che rappre¬
senta forse l’Eocene inferiore \ Le carte inglesi mettono tutta la
montagna nel lower eocene.
Andando per l’Uadi Matula, verso Bir Legheita, a 9 chilo¬
metri ad est di G. Agula, la strada passa fra due collinette, e
su queste e sulla strada passa uno strato di fosfato abbastanza
buono; altri affioramenti di fosfati meno buoni si trovano dopo
Bir Legheita, ossia a più di 16 chilometri di Agula.
Saranno i fosfati superiori ; tuttavia a questa distanza, anche
colla piccola pendenza riconosciuta ad Agula, verso E e NE,
1 Oltre al calcare a piccole nuramuliti, bianco, citato più sopra, e
che non si trova che in piccoli lembi, lnngo il Nilo.
OSSERVAZIONI NEL DESERTO ARABICO
323
non si dovrebbero più trovare i fosfati. Probabilmente sono ri¬
portati in alto da una faglia, che corre circa NS, passando qui,
fra G. Agula e Bir Legheita.
111. — Gebel Duwi (o. G. Um Hammad).
Quando da Bir Seyala si cambia direzione colla carovaniera,
per dirigersi ad est, si vede apparire una lunga cresta mon¬
tuosa, lunga circa 50 chilometri, diretta da NO a SE, alla quale
ci si avvicina poco a poco. Ma la maestosità della montagna
non si apprezza fino a che non si esce da una gola, tagliata
entro alle fìlladi e alle diabasi, tortuosa a forma di S, dalla
quale si sbocca nelPUadi Abu Zeran.
Allora si riconosce già che la montagna ha due tagli, che
lasciano in mezzo una cresta lunga 25 centimetri, foggiata come
un enorme bastione fortificato.
Il fianco volto a SO mostra regolarissimi gli affioramenti
degli strati, che corrono orizzontali, regolarissimi, di colore
biancastro o giallastro. La cresta è costituita da stratificazioni
brune che, per essere minute, sembrano da lontano una terra
argillosa smossa; è tagliata, ad intervalli regolari, da valichi,
che passano sopra agli ultimi strati sottostanti immediatamente
a questa zona bruna, e nell’insieme ci dà l’idea di una enorme
batteria.
Ci si attende di veder apparire nei valichi le bocche dei
cannoni a difesa della fortezza, tanto la forma della montagna
è suggestionante.
L’Uadi Abu Zeran scorre ancora nel piccol tratto fra le dia¬
basi e le filladi, poi fra le diabasi e le arenarie giallo-rossa¬
stre, finalmente in queste completamente, avvicinandosi così,
col suo andamento verso E-15°-S, al piede della montagna.
Da questo lato, essa appare inaccessibile ; la pendice è ripidis¬
sima, ma vi si vedono delle fasce completamente tagliate a
picco.
Vi sono però degli scoscendimenti che coprono questi muri
verticali, qua e là, con scarpate di detriti sciolti; sarebbe
quindi possibile dare la scalata da questa parte. Ho preferito
324
E. CORTESE
far la salita dal versante NE, e discendere da questa parte; cosa,
quest’ultirua, che è pur sempre malagevole, ed in alcuni punti,
se non si trova una successione negli scoscendimenti, anche
pericolosa per i dirupi verticali che si presentano sotto ai piedi.
L’ascesa invece, da qualunque solco della montagna, è facilis¬
sima dalla parte NE, perchè tutti gli strati pendono a NE e
quindi la salita si compie come sopra una scala a lunghi gradini
inclinati.
Dal piede occidentale della montagna la pendenza degli
strati non si può apprezzare e, come è detto sopra, si intuisce che
la pendenza è nel senso ora detto, ma gli affioramenti sono
esattamente orizzontali.
Il « nubian sandstone », in mezzo a cui scorre la strada,
mostra una pendenza di 16° a NE.
All’incontro dell’U. Abu Zeran coll’U. Beida, si ha un gran
bacino, in cui sono delle piccole collinette di quel conglomerato
che ho descritto, come esistente alla base delle arenarie, e in¬
fatti alla base delle collinette, e tutto intorno al gran bacino,
verso SO, abbiamo filladi e diabasi.
Fatta la sosta normale a Bir el Ingliz per abbeverare e
riposare i cammelli, si prende il cammino esattamente diretto
a levante, e poco dopo si trova lo squarcio che ha separato il
vero Gebel Duwi, da un residuo di esso rimasto a SE L
Questo squarcio, di cui ho parlato avanti, è veramente in¬
teressante e per il viaggiatore sorprendente per la sua maestosa
ampiezza e l’altezza delle sue pareti, quasi verticali.
Dai due lati si vede affiorare il bellissimo banco, di un
bianco smagliante, formato da gusci completi di 0. Villei. Ben¬
ché esso sia durissimo, e tutti gli altri fossili sieno rotti, di
quella Ostrea si possono invece benissimo ricavare individui
completi, colle due valve unite.
Il banco pende, come le arenarie su cui riposa, di 15° o 16°
a NE, quindi si immerge, rapidamente dalle due parti, nelle
sabbie del letto dell’uadi.
1 L'altro squarcio è a 27 chilometri più a NO e fu aperto daU’Uadi
Sodmein in modo analogo, ma è meno maestoso.
4
OSSERVAZIONI NEL DESERTO ARABICO
325
Si direbbe che i due uadi hanno formato un enorme lago,
dietro al bastione di Gebel Duwi, e poi, lentamente, lo hanno
solcato, tagliandolo dall’alto in basso, attraverso tutta la serie
di strati che lo costituiscono, fino all’altezza voluta per scari¬
carsi in mare a Cosseir. In seguito, il letto si è riempito dei
detriti alluvionali, ed è arrivato al livello ed alla larghezza
attuale. D’ora in là, certamente, non cambierà più, nè per rial¬
zamento, nè per erosione, a meno che un nuovo cataclisma tel¬
lurico non riconduca i deserti ad una zona terrestre a regime
di pioggie.
E la serie di strati che fu secata dallo scaricatore di quel
grande lago, è veramente grande, perchè va dalie arenarie dei
senoniano inferiore fino all’Eocene, attraverso tutto il Senoniano
superiore, ed il Daniano e quella zona di Eocene che abbiamo
qui. Si tratta di tutta la serie descritta avanti, perchè il Gebel
Duwi la presenta tutta, in un modo meraviglioso.
Anzi, nell’alveo del torrente, presso alla sponda del varco,
si raccolgono pezzi di calcare nummulitico, che non ho potuto
vedere in posto quando ho fatto la salita del monte. Eviden¬
temente l’Eocene è, in qualche punto, rappresentato più comple¬
tamente che là dove io sono passato, e fra gli ultimi strati da-
niani, che hanno una facies quasi eocenica, e le marne dia¬
sprigne, vi deve essere un calcare eocenico rappresentato dal
vero Eocene inferiore.
Lo schizzo di carta geologica al 1: 100.000 (Sheet III) pub¬
blicata dal Sunvey Department, marca una frattura, diretta NE-
SO, proprio rasente alla parete del varco, a sinistra di chi lo per¬
corre andando ad est, cioè al nord dello squarcio; altra faglia
parallela taglierebbe a metà il lembo rimasto a destra, ma nel
Gebel Duwi poi se ne avrebbero tre consecutive, parallele, cioè
sempre dirette NE-SO, a distanza media di 3 chilometri una
dall’altra, che tagliano tutta la montagna, oltre poi a due, più
lontane verso NO, e distanti fra foro 11 chilometri che inte¬
resserebbero solo una parte del versante orientale.
Non ho potuto constatare la esistenza di questa frattura; certo
è che non riconosco affatto la esistenza di quella lungo la pa¬
rete settentrionale dello squarcio. Si tratta veramente di una
secatura fatta dall’acqua, non di una parete di faglia. In ogni
326
E. CORTESE
modo, quando si osservi quella carta, ogni fiducia in essa deve
perdersi.
Le filladi e diabasi sono chiamate doleriti; alla base della
montagna è segnata una sottile zona di Esna Shales (scisti di
Esna; Esna è una località lungo il Nilo dove sono antichi
monumenti egizi), che sta fra il Senoniano, ed il « nubian sand-
stone » ; e di Senoniano anche è segnata una lunga striscia, ma
non dove si trova.
Forse gli scisti di Esna corrispondono qui al banco di Ostrea
Villei, cioè a quello che abbiamo definito come Campaniano.
Il resto della montagna, cioè tutta la zona a fosfati, i cal¬
cari a noduli di selce, i calcari duri, le marne, ecc. ecc., con
tutti i loro fossili caratteristici, tutto il Senoniano superiore ed
il Daniano insomma, sono, insieme all’Eocene che forma la cresta,
inglobati nel solito lower eocene = Eocene inferiore, delle carte
inglesi ! Eppure quella regione fu percorsa, perchè si indica,
presso Bir el Ingliz, la presenza di Lybicoceras e Nautili, e si
segnano tante faglie. Come mai non furono veduti i fossili del
Senoniano superiore e del Daniano, e si è potuto mettere tutto
ciò nell’Eocene inferiore?
Appena passato il valico, si rientra nelle arenarie giallo-
rossastre, e qui veramente occorre riconoscere la esistenza di
una frattura che corre regolarissima al piede nord orientale del
Duwi, lungo cui scorre il larghissimo Uadi Nakheil.
Questa faglia ho riconosciuto benissimo quando, provenendo
dal gruppo montagnoso del Gebel Nakheil, ho intrapreso lo
studio e la salita di G. Duwi. Essa è la compagna di questo
monte; corre come esso da NO a SE; esso è costituito da una
parete di sollevamento, lungo il fianco occidentale, per cui
tutto pende a NE, e da una pendice regolare sul fianco orien¬
tale, che va a cozzare contro il piano verticale della lunga frat¬
tura, al di là della quale si rialza il «nubian sandstone » ini
provvisamente.
La serie di terreni che si trova nel Duwi ha una pendenza
che va dai 15° o 16° dello strato campaniano, a 20° per i
calcari a liste e noduli di selce, per ridiscendere a 18°, per gli
strati daniani superiori e per quelli eocenici. Per quanto la
pendice orientale sia meno ripida di quella occidentale, pure
OSSERVAZIONI NEL DESERTO ARABICO
327
la sua inclinazione è superiore a quella degli strati; quindi,
come ho detto, si ha davanti a se come una enorme scalinata,
che non sarebbe comodo salire se non si potesse approfittare
dei solchi formati dagli antichi torrentelli che scendevano dalla
montagna.
La serie degli strati è. segnata nella fig. 1, tav. XI, ed è
tacile riconoscervi quella completa, che abbiamo dato nella parte
generale.
All’infuori dell’avervi segnato, per comodità, come costante,
il livello dei conglomerati di base delle arenarie santoniane, la
sezione rappresenta, si può dire, in scala la montagna e la
sua base dalla parte occidentale.
Dalla parte orientale dunque, in causa della faglia sopra
accennata, tutta questa bella serie è interrotta, e le arenarie
rialzano la testa per una lunga estensione. Ma non per grande
larghezza, che a 3500 metri più avanti, procedendo ad est,
sulla carovaniera, si trova un altro squarcio, più ristretto sta¬
volta, attraverso cui sono passate le acque riunite dall’Uadi Abu
Zeran-Beida e dell’U. Nakheil, e quel valico è aperto attra¬
verso una cresta di diabasi, che corre anch’essa lungamente, da
NO a SE.
Si ha quindi una seconda faglia, chiarissima anche questa,
e che ho riconosciuto per lunghi tratti e in molti punti, verso
NO; essa è sensibilmente parallela alla prima, lo è ad altre di
cui diremo poi. Quella direzione domina nella regione, ed è forse
collegata colla direzione e colla forma allungata del Mar Rosso.
In quello squarcio avvenuto nelle diabasi, per forza di cor¬
rosione delle acque fluviali, dove passa la frattura, si ha una
sorgente di acqua calda, anzi, veramente, molte sorgentelle, ma
che sono tutte rappresentanti di una sola.
Infatti l’acqua, leggermente solfidrica, deve contenere molto
carbonato di calce ed altri sali in soluzione, e così ha costi¬
tuito un deposito di travertino poco compatto, un poco sabbioso,
e l’acqua si disperde nella massa di questo, riapparendo poi
più lontano, tiepida e perfino fresca. Essa è bevibile, alimenta
una piccola vegetazione, per cui in questa limitatissima oasi
verdeggiante, intorno a questo JBir, detto Bir Ambaghi, vive
328
E. CORTESE
la famiglia del guardiano del pozzo, non solo, ma un piccolo
gregge ovino.
L’oasi non si estende molto, l’acqua sparisce nel letto del
torrente. Le diabasi si immergono di nuovo sotto a terreni più
recenti, ma non più sotto le arenarie, bensì sotto a lembi di
zona fosfatica, che vengono subito sopraffatti dalla formazione
gessi fera di cui diremo poi.
Resta così assodata la presenza di due importanti faglie pa¬
rallele fra loro e parallele all’andamento del Gebel Duwi, e di
cui la prima è intimamente legata alla costituzione di quella
interessantissima montagna.
IY. — Gruppo del Gebel Nakheil.
Questo gruppo montuoso è frastagliatissimo, ma però si al¬
lunga anch’esso, se non precisamente come il Duwi, certo da
ONO ad ESE.
Nella parte orientale (Gebel Nakheil Est), vi abbiamo spe¬
cialmente il Senoniano, che posa direttamente sulle arenarie
santoniane, e queste direttamente sulle fìlladi con diabasi. Manca
assolutamente il livello campaniano e anche gli scisti laminati
lustrati ; d’altro canto, mancano superiormente i livelli del Seno¬
niano superiore e del Daniano.
Più che per una faglia, per una vera trasgressione si passa
alla zona gessifera.
Nella parte cretacea, i « nubian sandstones » sono interes¬
santi perchè presentano, meglio che altrove, gli strati colorati
fortemente in violetto o in rosso, per concentrazioni mangane¬
sifere o ferrifere.
Più interessante è la zona fosfatica, la quale qui è comple¬
tissima, come si può vedere dalla fìg. 3, tav. X, dove fu messa
appunto per raffrontarla a quella delle colline del Nilo.
Qui abbiamo i fosfati gialli, inferiori alle marne listate,
come a Gebel Hagaza; quelli superiori, meno variati forse, e
più che altro concentrati in uno o due grossi banchi superiori
alle marne listate, come a Gebel Agula, e finalmente i più alti,
cioè i fosfati bianchi.
OSSERVAZIONI NEL DESERTO ARABICO
329
I fosfati sono segnati, nella sezione, più o meno in scala
nella successione e colle potenze come si presentano. È note¬
vole la ricorrenza delle marne listate, fra i fosfati gialli ed i
grigi, esattamente come a Gebel Hagaza ed a Gebel Agula, e
quella delle marne verdiccie che stabiliscono, nella serie discen¬
dente, la fine della zona fosfatica, il farewell rock dei fosfati.
Tra i fosfati grigi e quelli bianchi intercede una succes¬
sione di marne e calcari ; tra le marne si hanno degli strati
calcari completamente silicizzati, e zeppi di fossili, ma questi
sono talmente deformati e spezzati, che è impossibile farne una
raccolta di qualche valore. Invece le due zone calcari, di cui
quella superiore alta 5 metri e quella più bassa di 3 metri, sono
zeppi dei soliti fossili di cui abbiamo dato la lista, special-
mente di Trigonoarca, Roudereia e modelli di lamellibranchi, spe¬
cialmente di ostree.
I denti di squalo sono specialmente abbondanti nei fosfati
e nelle marne ad essi intercalate.
Negli strati calcari superiori sono intercalati degli strate-
relli grossi 12 a 15 centimetri, che si dividono in poliedri irre¬
golari, a spigoli tondeggianti, che danno l’aspetto agli strate-
relli, dove sono scoperti, di pavimenti a lastre di forma irre¬
golare.
Prendendo uno di questi poliedri e rompendolo, si trova
che è come una scatola, le cui pareti sono di calcare siliciz¬
zato, grigio-scuro, dello spessore di 1 centimetro, e l’interno
contiene della polverina calcarea tenuissima, che non riempie
tutto il vuoto della scatola.
Siamo dunque in presenza di depositi di acque poco pro¬
fonde, in cui avvenivano anche, saltuariamente, dei depositi di
origine chimica.
Sopra alla formazione fosfatica, posa in palese discordanza
la serie gessosa, come è dimostrato dalla fìg. 2, tav. XI.
Alle volte posa immediatamente la serie di gessi e calcari,
come in un piccolo uadi a nord del Gebel Nakheil Est, ove ho
preso la sezione disegnata. Invece dal punto dove appare la
bella sezione dei fosfati, della fìg. 3, tav. X, appena valicata
la scarpata, si incontrano le marne rosse e violette. La discor¬
danza è quindi marcatissima dovunque. Però, dove la serie
330
E. CORTESE
gessifera è meno discordante, cioè nell’uadi che va a Cosseir
vecchio, si vede benissimo il conglomerato di contatto, fatto di
ciottoli arrotondati, cui segue la serie dei gessi inferiori, alter¬
nanti con calcari bucherellati.
Anche da Bir Ambaghi, abbandonando la strada che va a
Cosseir, per andare al Gebel Nakheil Est, si passa in una gola
dove si attraversano in pieno gessi cristallini (a ferro di lancia)
gessi alabastrini e saccaroidi, e calcari bucherellati.
Traccie minerali di solfo non mi fu dato vederne.
Passata questa gola, che costituisce un piccolo valico di un
displuvio si trova l’uadi che va al vecchio Cosseir, ove sono
le vestigia di un pozzo, distante da quello 5 chilometri, e che
pure si dice fosse il pozzo utilizzato dagli abitanti. Ora è asciutto
e ripieno. Scendendo lungo l’uadi, verso il mare, si vede la
serie delle marne colorate, delle marne bianche, delle marne su¬
periori alternanti coi gessi, e la bellissima roccia (anidrite)
bianca, in grossi banchi regolari. Più lontano apparisce il Plio¬
cene, come detto nella parte generale, rappresentato dalle are¬
narie gialle.
All’incontro del piccolo uadi che scorre al nord del Gebel
Nakheil Est, coll’uadi che va a Cosseir vecchio, si vede sulla
sinistra una massa di calcare corallino recente, posante sulle
marne gessifere, e lo stesso abbiamo ad est della gola scavata
nei gessi, fra Bir Ambaghi ed il Gebel Nakheil Est.
Nella carta geologica inglese al 1: 100.000 (Sheet III) più
volte citata, queste masse non sono tutte marcate, ma sono in¬
dividuate con pleistocene (raised coral reef = scogliera corallina
sollevata).
Le arenarie giallo-chiare pendono di 20° a NE o ENE;
ma non vanno ad immergersi in mare, perchè invece presso al
mare, come a Cosseir, si hanno i gessi e le marne ad esso unite,
oltre alla nota roccia bianca. Ciò vuol dire che il pliocene è
rialzato verso il mare nell’ultimo tratto. Invece la predetta carta
geologica lo marca tutto come deposito alluvionale littoraneo e
ghiaie (gravel and raised beach).
Tutta la zona gessifera è marcata come « nubian sandstone » ;
ma però a monte di Cosseir è segnata una striscia, col colore
del pleistocene, su cui è scritto : « prominente cresta di scogliera
OSSERVAZIONI NEL DESERTO ARABICO 331
corallina, travertini ed argille salate ». Probabilmente in quel
punto furono visti i gessi, coi calcari bucherellati e le marne
gessifere, che appunto formano la zona parallela alla spiaggia,
seguita dal Pliocene e poi, per sinclinale, riappariscono a Cos-
seir. Ma le denominazioni sono tutte male appropriate. Argille
salate esistono, ma nei pozzini di saggio fattivi si è trovato
dell’acqua amarissima e contenente solfato di magnesia, non
cloruro di sodio. Non è ancora però ben accertato se non sieno
le marne verdicce senoniane; sembrano queste, e non quelle
mio-plioceniche. Anche nelPUadi Nakheil, presso all’antico
campo romano, si ha una sorgente salata, che esce proprio al
contatto fra le arenarie nubiane e le marne verdicce, sovrastanti.
11 Gebel Nakheil Ovest è la continuazione, verso NNO, del
gruppo montuoso e, come estensione, è più importante del pre¬
cedente.
Di esso diamo due sezioni alla tav. XII.
La prima è diretta da S a N, supposto che sia veduta da est.
Vi apparisce tutta la serie cretacea che abbiamo descritto, e
non oserei escludere che vi fosse rappresentato, in cima al
monte, l’Eocene, in modo analogo al G. Duwi, di cui questa
montagna ripete esattamente la successione stratigrafica com¬
pleta.
La seconda sezione, diretta da SO a NE e veduta da SE,
taglia il G. Nakheil Ovest in tutta la sua larghezza; del monte
di cui, nella precedente figura a sinistra, in questa è accennata
soltanto a destra, la pendice meridionale.
A sinistra della figura è indicato un piccolo contrafforte,
in cui la serie cretacea è compressa in una sinclinale, mentre
un dosso di roccie antiche separa il contrafforte dal monte prin¬
cipale, creando là una anticlinale.
Le due- sezioni, schizzate sul luogo, rappresentano bene l’es¬
senza della montagna.
Seguitando a SO, la linea della seconda sezione, si trove¬
rebbe la frattura che va a Bir Ambaghi, e che corre lungo la
valle delI’Uadi Nakheil, lungo la sinistra della vallata ; e attra¬
versata questa, la frattura che corre al piede orientale di G.
Duwi, e poi questo monte, che verrebbe tagliato in traverso,
332
E. CONTESE
come nella sezione (fig. 1, tav. XI) per andare a finire a Bir
el Ingliz.
Prolungata a N o a NE, si ripeterebbe la forma della prima
sezione della tav. XII, si avrebbe di nuovo un dosso di rocce
antiche, che sarebbe il terzo della linea, e poi rieomincerebbe,
verso mare, la serie cretacea, mio-pliocenica, pliocenica, più o
meno regolare.
In questa regione del Gebel Nakheil Ovest, vi sono piccole
fratture col solito andamento, ma non cospicue come le due
che racchiudono la vallata dell’Uadi omonimo, rigettando le
diabasi contro le arenarie santoniane e le arenarie contro il
calcare a noduli di selce (Gebel Duwi) del Senoniano supe¬
riore.
Le rocce antiche sono sempre e prevalentemente rappresen¬
tate da filladi e diabasi, intercalate in masse; ma in questa
parte del G. Nakheil, si vedono delle rocce a pasta nera con
cristalli di feldspato visibili, che assomigliano a melafiri. Sono
bellissime rocce, che però non possono dirsi arcaiche come le
filladi e le diabasi. Sembra che siano eruzioni avvenute attra¬
verso a queste, e potrei anche dichiararlo se lo stato di disgre
gazione delle rocce, là dove sono passato, non mi avesse im¬
pedito di veder bene la forma di dicchi di intrusione.
Probabilmente sono queste rocce che col nome di doleriti
sono segnate nella carta con colore difficilmente distinguibile
da quello delle andesiti, e nella stessa serie di rocce ignee,
come il granito, mentre il cloritoscisto, che dovrebbe essere la
fillade, non è segnato là dove le filladi arcaiche esistono vera¬
mente.
La regione del Gebel Nakheil è dunque interessantissima.
Sarebbe bene poterne fare uno studio completo, col legandolo
con quello del Gebel Duwi.
Certo bisogna riformare completamente la carta geologica
della regione, ma questo andrebbe fatto anche per quella ge¬
nerale al 1: 1.000.000 ed al 1: 2.000.000.
In queste, infatti, l’Eocene inferiore ed il « nubian sandstone »
sono indicati sopra enormi estensioni, uniformemente.
Le colline della regione del Nilo, da me visitate, sono
marcate senoniane, meno che la base cbe è segnata di are-
Boll. Soc. Geol. Ital., voi. XXXI (1912).
(E. Cortese) Tav. X.
Siy. 3 Sezione naf orafe
a/ Geòe/ A/a/c/zef/
S/y. / Sro/ifo naf ora /e
Geòel Ayu/a
f frali
fossi/i feri
fosfati
Se isti /ami nati T
e, -f
o. Cafcari marnosi
a noa/u/i a/i se/ce.
^ 72. Strofi mof/o
i css ili ieri .
a.ò.c.cf.e . S fra fi
silicizzali.
fìy.2 Gelei ifayaza
,<?S
/farne fisfafe
f. farne
li 5 /afe
fèjfafi
inferiori
Sfarne verdi
Sfanne verdi’
Boll. Soc. Geol. Ital., voi. XXXI (1912).
(E. Cortese) Tav. XI.
Gebeì ì Vak/wi / Ovest
Boll. Soc. Geol. Ital., voi. XXXI (1912)
(E. Cortese) Tav. XII.
Z.ona dei fosfati e Marne verdicc ip . d. ci. Caicari marnosi a nociuti di se tee.
OSSERVAZIONI NEL DESERTO ARABICO
333
naria nubiana, ciò che non è, e gli altipiani che sono messi
come ricoperti di Eocene inferiore; ciò che pure è un errore.
I fosfati di Sibaia sono messi in piena arenaria nubiana,
e quelli di Safaga sul Mar Rosso, al nord di Cosseir, nel plei¬
stocene.
II Gebel Duwi è marcato nell’Eocene inferiore, come gran
parte del G. Nakheil. Perfino lungo la via da Cosseir a Qena
(main road to Qena) fra l’U. Abu Zeran e l’U. Seyala, che
pure fu certo percorsa, porta indicate le colline dello Sceicco
Abd el At Talàa-ta, e queste che sono tutte di arenaria nu¬
biana, visibilissima, sono indicate come diabasi e rocce con¬
simili !
Per quel poco che valgono, le osservazioni geologiche fatte
da me, completate dalle determinazioni dei fossili e loro età,
fatte dal Di Stefano, potranno servire a correggere, nella zona
percorsa, i grossolani errori di quelle carte geologiche.
Genova, 15 giugno 1912.
|ms. pres. 5 luglio - ult. bozze 14 ott. 1912].
INTORNO
AD ALCUNI FENOMENI DI EROSIONE SOTTERRANEA
NEI CALCARI CRETACEI AD OVEST DI ASSISI
Nota dol dott. P. Principi
A circa mezzo chilometro dalla città di Assisi, lungo la
strada che passa tra il Colle S. Rufino e Col Caprile, è stata
recentemente aperta una vasta trincea per l’estrazione di ma¬
teriale da costruzione attraverso gli strati del calcare rosato del
Cretaceo superiore l.
Gli strati di questo calcare hanno uno spessore che raramente
oltrepassa i 35 cm. ; sono intramezzati da sottili letti di selce
grigiastra e presentano una inclinazione di quasi 17° NNO.
Nella sezione prodotta dalla trincea si osservano dei fori
caratteristici, che si prolungano verso l’interno a guisa di ca¬
nali, contenuti sempre in un solo strato, con un diametro oscil¬
lante da foro a foro tra i 15 ed i 28 cm. ; l’interno delle ca¬
vità è per lo più riempito di argilla bruna, la quale impedisce
di seguire i fori per la loro lunghezza, che si presenta libera
solamente per circa un metro od un metro e mezzo di esten¬
sione. L’asse longitudinale, poi, coincide colla direzione di mas
sima pendenza degli strati, benché non sempre si verifichi esat¬
tamente tale correlazione.
Sulla superficie interna delle cavità sono evidenti general¬
mente delle venature di calcite, distanti l’una dall’altra pochi
1 Principi P., Osservazioni geologiche sul Monte Subasio. Boll. Soc.
geol. ital., 1909.
FENOMENI DI EROSIONE SOTTERRANEA
335
centimetri e quasi equidistanti, in modo da assumere in certi
punti l’aspetto di anelli più o meno regolari.
La sezione di queste cavità è svariatissima : ora prende un
aspetto irregolarmente circolare o poligonale cogli angoli arro¬
tondati e con una doccia accentuata verso la parte inferiore;
ora acquista una particolare forma a guisa di croce; in certe
cavità, mentre nella parte superiore è assai ristretta, si allarga,
poi, inferiormente a guisa di bottiglia; in altre, infine, è più
o meno rettangolare colle pareti laterali sinuose e percorsa dà
solchi secondari.
Quali sono le cause più probabili di tale fenomeno ? È noto
come nelle rocce calcaree le acque di pioggia facilmente pene¬
trano attraverso le fessure superficiali e vanno a costituire spesso
una vasta rete di canali sotterranei, i quali, mediante la lenta
ma continua dissoluzione del carbonato di calcio, possono ingran¬
dirsi e dare luogo a delle vere e proprie caverne. Nel gruppo
del Monte Subasio, a cui appartengono i due rilievi costituenti
il Colle S. Rufino e Col Caprile, la circolazione sotterranea deve
essere attivissima, in grazia della evidente struttura carsica,
che esso presenta J. La parte più elevata dell’ellissoide è co¬
sparsa di varie doline, ed i torrenti che discendono lungo le
pendici si presentano quasi asciutti anche dopo pioggie prolun¬
gate. Quest’ultima particolarità si rende evidente sopratutto nel
Fosso delle Carceri, la cui valle appare quasi completamente
chiusa, senza cioè un manifesto sbocco verso la pianura sotto¬
stante.
Le acque superficiali, adunque, penetrando nelle fessure, si
arrestano, fintantoché non trovano uno strato compatto, su cui
possono costituire una piccola falda temporanea. Essendo, poi,
lo strato di base inclinato, si effettuerà un movimento delle
acque secondo questa direzione; e se lo strato è attraver¬
sato da una fessura compresa tra le due superficie limiti le
acque potranno defluire molto più facilmente e dar luogo ad
una corrente sotterranea. Ma le fessure vengono necessariamente
1 Gortani M., Fenomeni camici nei dintorni di Perugia e eh Assisi.
Remi. d. R. Accad. d. Se. d. Istituto di Bologna. Scienze fis., anno 1907-
1908.
336
r. PRINCIPI
amplificate sia per l’azione chimica dell’acqua, sia per l’abra¬
sione meccanica prodotta dalle particelle solide in essa sospese;
le cavità risultanti di tale processo avranno una sezione, la cui
forma sarà in rapporto colla omogeneità, compattezza e coll’in
clinazione dello strato roccioso attraversato. La costanza, poi,
della sezione per uno stesso canale si spiega agevolmente am¬
mettendo la invariabilità del valore della pendenza, in modo
che le acque conservano sempre nel loro percorso la stessa ve
locità di deflusso.
L’argilla bruna, che riempie in gran parte le cavità canali -
formi descritte, sta a rappresentare il prodotto della erosione
del calcare, e corrisponde precisamente alla terra rossa che tro
vasi accumulata all’esterno sul fondo delle doline o di altre
depressioni.
[ms. pres. 17 sett. - ult. bozze 14 ott. 1912].
SU DI UN’AMMONITE
DELLA PIETRAFORTE DELLE GROTTE IN VAL D’EMA
Nota del doti A. Martelli
La formazione dell’arenaria calcarifera potentemente svilup¬
pata fra l’Arno e l’Ema e — col nome di pietraforte — larga¬
mente impiegata in ogni tempo nell’edilizia e nel l’architettura
fiorentina, per trovarsi alla base dei sedimenti eocenici dei din¬
torni di Firenze, ha suscitato sul suo riferimento cronologico ben
note controversie fra gli studiosi di geologia toscana. Ricordo
principalmente come contro l’opinione di coloro i quali ne so¬
stengono l’appartenenza al periodo cretacico, per aver ritrovato
fossili peculiari della Creta nei banchi di pietraforte tanto
sulla sinistra dell’Ema a Monte Cuccioli quanto sulla destra
della stessa Ema a Monte Ripaldi e a S. Francesco di Paola,
stia l’opinione dell’ing. Lotti 1 del Comitato geologico, secondo
la quale la formazione della pietraforte della Val d’Ema sa¬
rebbe riferibile ad uno dei più bassi livelli della serie eoce¬
nica, a quello cioè dell’arenaria inferiore, e i fossili in essa ri¬
trovati dovrebbero considerarsi non di diretto deposito ma sib-
bene provenienti da terreni cretacei e quindi come fossili di
trasporto o di rimaneggiamento. A conforto però dell’esattezza
delle osservazioni stratigrafiche, le due opinioni concordano nel-
l’assegnare alla serie delle formazioni di pietraforte della Valle
dell’Ema, che si presenta localmente come la più profonda,
una posizione definita sotto agli altri sedimenti arenacei, ar-
gilìoscistosi e calcarei dell’Eocene e nel riconoscere in essa
1 Lotti 13., Geologia della Toscana. Meni, descrittive della Carta geo¬
logica d’Italia, voi. Nili, Roma, 1910.
A. MARTELLI
338
uno speciale sedimento clastico marino, originatosi in partico¬
lari condizioni di profondità e di distanza dalle coste, così da
risultare meno litoraneo delle comuni arenarie e meno pela¬
gico dei calcari.
La pietraforte, appunto per la sua composizione di arenaria
calcarifera a minuti elementi e per la costanza de’ suoi caratteri
fìsici per tutta la potenza ed estensione del deposito verifica-
tosi nelle accennate condizioni genetiche, rappresenta uno dei
più pregevoli materiali edilizi. In essa, contro un quantitativo
di carbonato di calcio, che — insieme con qualche prodotto di fa¬
cile digestione in acido cloridrico — mi risultò in più prove non
superiore a 23 e 25 %> sta una prevalente composizione silicea
ed argillosa; e difatti anche dall’esame diretto delle sezioni
sottili al microscopio polarizzatore, la pietraforte di Monte Iii-
paldi e delle Grotte risulta costituita in parte minore da fram¬
menti cristallini di calcite e in prevalenza da granuli e fram¬
menti cristallini di quarzo frammisti a scarsi elementi micacei
e feldispatici di solito caolinizzati, a raro antibolo e pirosseno di
facile alterazione e ad ancor più raro e quasi eccezionale ru¬
tilo, zircone e granato, insieme conglobati da un tenacissimo
cemento calcareo-argilloso inquinato da quegli idrossidi di ferro
e di manganese, ai quali rimangono subordinate le tinte giallo¬
brune e grigio-turchinicce della pietraforte in parola.
In complesso dunque, in queste roccie sedimentarie troviamo
ricementati per azione cataclastica della calcite e degli elementi
silicei i rappresentanti minutissimi dei vari componenti delle
formazioni più antiche e con tutta probabilità in maggioranza
cristalline; così che la compattezza e tenacità della pietrafolte
e la resistenza agli agenti esterni viene ad essere determinata
al tempo stesso dalla saldezza del cemento e dalla durezza dei
preponderanti frammenti minerari in questa particolare forma
di arenaria con 2, 6-2, 7 di peso specifico.
Questo accenno sommario al carattere petrografìco vale so¬
prattutto per porre in evidenza che la pietraforte si è princi¬
palmente costituita a spese di preesistenti rocce cristalline e
che l’elemento calcareo è anche qui con tutta probabilità e
in maggioranza dovuto ai prodotti di disfacimento dei resti orga-
AMMONITE DELLA PIETRAFORTE
339
ilici marini, depositati nel fondo insieme con le torbe provenienti
dal continente.
Nel grandioso taglio a picco dell’ormai abbandonata cava
di Monte Ripaldi si mostra la rilevante serie degli strati di
pietraforte con potenze variabili da pochi centimetri fino ad
un metro e con intercalazioni di straterelli argilloso-arenacei
( òardellone ) inclinati di circa 30° verso l’interno, malgrado che
le testate simulino una stratificazione orizzontale per la coinci¬
denza della direzione stratigrafica con quella del taglio e del
corso dell’Ema. Nel terzo inferiore di queste formazioni ven¬
nero trovati i fossili di cui il Cocchi 1 dette un primo elenco
e il De Stefani 2 compì un accurato studio.
Proseguendo da Monte Ripaldi verso oriente le stesse con¬
dizioni stratigrafiche si mantengono presso che invariate, e la
posizione degli strati di pietraforte costituenti le pendici meri¬
dionali del Poggio Imperiale e del Pian dei Giullari può con¬
trollarsi, sulla destra dell’Ema, dove la denudazione fu più attiva
e in modo evidentissimo a 1100 metri a oriente delle celebri
cave di Monte Ripaldi e quindi in diretta continuazione stra¬
tigrafica con esse, nella località delle Grotte, dove vennero
aperte nuove e fiorentissime cave di pietraforte dal proprietario
ing. P. Battigelli, che ne cura la coltivazione con ogni perfe¬
zione tecnica. Anche là si ritrovano le stesse formazioni incli¬
nate a NNW di 30°-40° con i propri banchi soprapposti a
reggi-poggio, fino a raggiungere, con i pendìi ricoperti dai de¬
triti di falda, le arenarie e brecciole nummulitiche dell’altura
su cui sorge la chiesa dì S. Margherita a Montici. Precisa-
mente nei banchi di pietraforte delle Grotte corrispondenti ai
livelli fossiliferi di Monte Ripaldi, vennero ritrovate abbondanti
tracce dei soliti fossili problematici e un magnifico modello in¬
terno di un’ammonite della quale ho creduto opportuno di dar
relazione, per l’importanza del rinvenimento in una località
nuova.
1 Cocchi, Grattatola, Morao, Alessandri, Taglio del Viale dei Colli a
Firenze. Boll. Coni. geol. ital., voi. I, Firenze, 1870.
2 De Stefani C., Studi paleozoologici sulla Creta superiore e media del-
V Appennino settentrionale. Mena, della R. Accad. dei Lincei, Roma, 1885.
840
A. MARTELLI
Si tratta di una forma abbastanza comune a Monte Ripaldi
e rara invece a Monte Cuccioli, che trova i propri corrispon¬
denti anche negli esemplari della fauna cretacica di Vezzano
descritti da Meneghini 1 come Turrilites Cocciài e così chia¬
mati anche dal Capellini 2 e dallo stesso Cocchi, il quale citò la
specie per Monte Ripaldi, finché non venne ulteriormente de¬
scritta dal De Stefani come Schloenbachia Cocciài Men. adot¬
tando per essa il nome generico proposto dal Neumayr.
Dal fianco sporgente sulla superficie dello strato, si rileva il
lento accrescimento dei giri lievemente convessi e ornati da
coste diritte e rilevate. A differenza di molti altri individui
della stessa specie, conservati anche nel Museo geologico di Fi¬
renze, il nostro esemplare non sembra aver subito quelle pres¬
sioni laterali alle quali si sogliono riferire le deformazioni e
il contorno ellittico dell’avvolgimento, giacche la Schloenbachia
Cocciài delle Grotte ha invece un contorno regolarmente circo¬
lare. Il diametro è dimm.204; l’altezza maggiore delFultimo
giro mm. 50; l’ampiezza ombelicale mm. 108; misure queste
che, rispetto a D = 1, equivalgono rispettivamente a 0,25 e
a 0,63, corrispondendo sensibilmente ai rapporti esistenti fra
le principali misure note per questa specie.
Lo stato di conservazione non consente di stabilire con pre¬
cisione il numero delle coste sporgenti su di un intiero giro e
solo può dirsi che esso vien compreso fra un massimo di 32 e
un minimo di 28, concordando anche per questo carattere con
le forme tipiche. E nuova conferma si ha pure nel carattere
delle coste stesse, le quali iniziandosi lentamente sul margine
della regione ventrale della conchiglia vanno elevandosi e svi¬
luppandosi fino ai due terzi esterni del giro presso la regione
sifonale, dove terminano con un grosso nodo sporgente.
Esse decorrono diritte in direzione radiale con intervalli
presso a poco corrispondenti ai rilievi, e siccome si mantiene
costante il numero delle coste anche nei giri interni, ne deriva
1 Meneghini G., Nuovi fossili toscani. Ann. delle Università toscane,
toni. Ili, Pisa, 1853.
2 Capellini G., Descrizione (teologica dei dintorni del Golfo della
Spezia e Val di Magra inferiore. Bologna, 1864.
AMMONITE DELLA PIETRAFORTE
341
che queste appaiono nella regione ombelicale meno sporgenti e
più ravvicinate.
Mancano i caratteri della regione si fonale e della linea lo-
bale, che non possono variare la diagnosi di questa specie, la
cui forma più affine, la S. tridorsata Schliit., diversifica dalla
nostra pel numero minore di coste, che sono inoltre munite di
tubercolo sporgente anche verso la regione ombelicale.
Meneghini, Cocchi e De Stefani ritengono che Yliabitat della
S. Cocciài sia circoscritto alla Creta superiore, sebbene a Monte
Ripaldi si associ con forme d’incerta spettanza alla Creta media
piuttosto che alla superiore ; e ciò indipendentemente da una
prima distinzione fatta dal De Stefani per la Creta dell’Appen-
nino settentrionale in un piano inferiore ad ammoniti e uno
superiore a inocerami, il quale ultimo venne poi, pel ritrova¬
mento in alcune parti di esso anche di nummuliti, ringiovanito
fino all’Eocene.
Se si verifica rimaneggiamento dei fossili lungo i litorali
presso la battuta del mare, rimane più difficile ammettere il
fatto per una distanza ragguardevole dalla costa quale viene
accusata sia dalla minutezza degli elementi rocciosi sia dalla
mancanza nella pietraforta di fossili litoranei, se si fanno le
debite riserve per le vermicolazioni indeterminabili, per le quali
ogni determinazione anche solo generica ha tutt’ora carattere
ipotetico. Ad ogni modo si potrebbe ancora parlare di rima¬
neggiamento se insieme col fossile descritto si trovassero nella
pietraforte delle Grotte anche fossili di età più giovane, in modo
analogo a quanto venne costatato in formazioni della Valle del
Mugnone comprese dal Lotti fra i calcari eocenici e il gruppo
dell’arenaria inferiore, dove strati con inocerami riposerebbero
direttamente su arenarie nummulitiche.
Non si è potuto ancora nè provare nè escludere che nel¬
l’area dell’Appennino settentrionale avvenisse qualche emer¬
sione durante l’Eocene inferiore, ma sappiamo invece che du¬
rante la Creta una zona marittima di variabile profondità si
estendeva sulla regione appenninica settentrionale. Riesce dun¬
que poco spiegabile il supposto rimaneggiamento in depositi
d’alto fondo di fossili cretacei provenienti da aree emerse durante
l’Eocene, senza che in nessuna parte dell’ Appennino o delle
23
342
A. MARTELLI
regioni limitrofe si abbiano discordanze stratigrafiche e prove
sicure di una tale continentalità. Anzi può dirsi che, non solo
per la regione appenninica settentrionale, ma anche per gran
parte dello stesso bacino mediterraneo, studi recenti hanno tro¬
vato cosi caratteristica la concordanza e continuità di forma¬
zione fra Creta ed Eocene che in difetto di fossili venne più
volte lamentata l’impossibilità di demarcare nettamente i depo¬
siti di un periodo da quelli di un altro.
[ms. pres. 5 luglio - ult. bozze 15 ott. 1912].
NUOVO CONTRIBUTO
ALLA CONOSCENZA DEL CANE QUATERNARIO
DELLA VAL DI CHIANA
Nota del dott. D. Del Campana
(Tav. XIII, XIV)
A questo nuovo contributo alla conoscenza del Cane che
visse nella Val di Chiana durante il post- pliocene, hanno for
nito materia i tre seguenti pezzi tutti rinvenuti nella regione
anzidetta :
a) Un cranio completo, recentemente acquistato dal Museo
di Geologia e Paleontologia in Firenze.
b-c) Un ramo destro di mandibola ed una tibia sinistra,
appartenenti ambedue al Museo di Montevarchi e gentilmente
messi a mia disposizione dalla Direzione di quel Museo.
Non si tratta, è vero, di materiale molto abbondante in se,
ma molto importante senza dubbio, avuto riguardo alla scarsezza
di resti fossili consimili provenienti dalla Chiana che si tro¬
vano nei nostri Musei. Inoltre lo stato di conservazione, assai
buono, mi ha permesso osservazioni e confronti abbastanza esatti,
dandomi mezzo di controllare e in parte confermare osserva¬
zioni da me precedentemente eseguite su altri resti di cani qua¬
ternari toscani.
E come già resi quelle di pubblica ragione, così ritengo
utile far conoscere le nuove che son venuto facendo.
Il materiale di confronto vivente è in parte il medesimo di
cui mi servii per l’altro mio studio ', ed a questo rimando il
lettore che avesse desiderio di prenderne conoscenza.
1 Del Campana D., Sopra un cranio ed una mandibola del Quater
nario di Toscana attribuiti al Canis lupus Linn. (Boll. Soe. Geol. Ital.,
voi. XXIX, 1910).
344
D. DEL CAMPANA
Ai crani di Canis lupus Linn. devono aggiungersene tre in
più, cioè uno di sesso ignoto della località S. Basilio Mottola
in prov. di Lecce, datomi in prestito dal conservatore del Museo
di Paleontologia, sig. Enrico Bercigli ; e due altri (99) cedu¬
timi da alcuni cacciatori di Melfi (Basilicata).
Di altro nuovo materiale avuto a disposizione recentemente,
darò notizie tutte le volte che mi si presenterà l’occasione di
citarlo.
*
A ^
I. Il cranio di cui do per primo la descrizione (tav. XIII,
fig. 1-3) è stato rinvenuto più precisamente nel Canale mae¬
stro della Chiana in faccia ad Alberoro in provincia di Arezzo.
È quindi il secondo cranio, dopo quello del Yingone, proveniente
dalla Val di Chiana, ma è di questo più pregevole pel suo per¬
fetto stato di conservazione.
Le dimensioni di questo nuovo cranio, che noi chiameremo
della Chiana, sono minori di quelle del cranio del Yingone; si
tratta però di un individuo adulto, sebbene ancor giovane, come
facilmente si deduce dalla dentatura, che presenta tracce lievis¬
sime di usura e che manca soltanto dell’incisivo secondo di sini¬
stra e dei due primi premolari.
Nel quadro alla pag. 345 riporto le misure ricavate sul cranio
in questione, ponendovi a lato solo quelle del cranio del Yin¬
gone, e rimandando all’altra mia nota già citata per gli oppor¬
tuni riscontri delle misure ricavate su diversi crani di Canis
lupus Linn.
Il confronto morfologico del cranio della Chiana coll’altro
del Yingone non mi ha mostrato grandi diversità, ed anche
quelle che andrò notando non sono troppo profonde.
Il restringimento, che separa la cassa cefalica in due re¬
gioni distinte, si nota nel cranio della Chiana un poco più accen¬
tuato che in quello del Vingone; è però anche più avvicinato
alle apofisi post-orbitali.
Ne viene con ciò che il primo di questi crani mostra ancor
più accentuata la differenza col Canis lupus Linn. vivente, e
già notata da me nel descrivere il cranio del Yingone; mentre
CANE QUATERNARIO DELLA VAL DI CHIANA
345
CRANIO DELLA CHIANA
CRANIO DEL YINGONE
Lunghezza della faccia infer. del cranio.
mm.
177
mm.
198
Lunghezza del palato
»
97
»
109
Larghezza del palato .
»
55
»
62
Lunghezza dei nasali
»
79
»
84
Larghezza mass, dei nasali presi insieme .
»
17
»
18
Larghezza massima della cassa cefalica .
»
65
»
68
Linea bizigomatica . .
»
110
Lunghezza
Larghezza
Lunghezza
Larghezza
massima
massima
massima
massima
mm.
mm.
mm.
mm.
destro . . .
6
4
8
5
Premolare superiore 1 <
sinistro . . .
6
4
7
4,8
1
destro . . .
11
4,5
15
6,4
» ■ » 2 <
sinistro . . .
11,3
4,5
14,8
6,5
destro . . .
13,5
5
16,5
7
3
sinistro . . .
13,5
5
16,5
7
destro . . .
20
9,5
25
11
» * 4 ■
sinistro . . .
20
9,5
25
11
destro . . .
14,5
16
16
19
Molare superiore 1
sinistro . . .
14,2
16,5
15,7
19
destro , . .
7
10,5
8,5
11,5
• 2 j
sinistro . . .
7,3
10
8,5
11,5
346
D. DEL, CAMPANA
dall’altra parte offre un punto di contatto maggiore coi cani do¬
mestici, i quali bene spesso presentano un carattere consimile.
Nessuna osservazione è da farsi sul foramen magnimi e sul
contorno del sopra occipitale, i quali se pur presentano leggere
varianti, queste, dietro l’esame che ho fatto di diversi crani di
Canis lupus Limi, e di Canis familiaris Linn., sono da rite¬
nersi puramente individuali.
I caratteri della regione faciale sono nel cranio della Chiana
identici a quelli del cranio del Vingone; ciò che dà un valore
maggiore alla differenza notata già col Canis lupus Limi., la
cui fronte, in generale, si presenta sempre più sfuggente. Lo
stesso si può ripetere per quanto riguarda la conformazione del
muso.
Questi particolari del resto si possono apprezzare anche me¬
glio esaminando le curve antero-posteriori di vari crani di Canis
lupus Limi., di Canis familiaris Linn. e dei due crani fossili
della Val di Chiana, riprodotte nelle pagg. 348, 349.
Altra osservazione da farsi riguarda la posizione del mar¬
gine superiore orbitario rispetto alla superficie superiore del
frontale. Se si confrontano le varie curve antero-posteriori ri¬
prodotte nella tavola, si vede che nei due crani fossili, come in
quasi tutti i cani domestici, il margine orbitario è molto avvi¬
cinato alla superficie del frontale, contrariamente a ciò che si
osserva nei lupi, nei cui crani queste due linee appaiono più
distanziate.
Alcune osservazioni non prive di interesse riguardano i denti.
Le differenze notate già tra il cranio del Vingone ed i lupi,
nel cranio della Chiana sono ancor più accentuate; ed il ferino
presenta, come nel cranio del Vingone, il tubercolo interno ottuso,
ma proporzionatamente molto meno espanso. Sicché ne risulta
un insieme di caratteri che avvicinano il cranio della Chiana
ai cani domestici più ancora di quello del Vingoue.
Un particolare interessante si nota pure nel Pm. 3, il quale
offre il carattere della duplicità nella sua radice posteriore.
Tra i cani selvatici un tal particolare, non però persistente,
l’ho notato solo nel Canis mesomelas Schrb., specie della quale
sono stati messi gentilmente a mia disposizione diversi crani
CANE QUATERNARIO DELLA VAL DI CHIANA 347
dal Direttore del Museo di Fisica e Storia Naturale in Firenze,
dal prof. E. Regalia e dal dott. R. Folli. In altre varie specie
di cani selvatici delle quali ho avuto a disposizione crani isolati,
o anche serie di crani, il particolare in questione non ho potuto
notarlo.
Sembra anzi essere piuttosto raro anche nelle attuali razze
di cani domestici ; infatti l’ho notato soltanto in un cranio di
Bull-Dogg ed abbastanza marcato come nel fossile; ho notato
al contrario che la duplicità della radice nel Pm. 3 è persi¬
stente, sebbene in diverso grado, in vari crani estratti da tombe
dell’antico Egitto ed appartenenti, secondo informazioni che ho
ragione di credere sicure, alla VIIa Dinastia.
Nel cranio del Vingone il Pm. 3 non presenta il carattere
ora descritto; soltanto nel punto in cui dovrebbe aversi lo sdop¬
piamento della radice, la corona del dente presenta un legge¬
rissimo rigonfiamento, tale peraltro che non può essere consi¬
derato come un carattere anormale, poiché lo si può facilmente
osservare anche in altre specie nelle quali non ho notato affatto
sulPm.3 lo sdoppiamento della radice posteriore come nel cranio
della Chiana.
*
❖ *
II. La branca destra di mandibola (tav. XIV, fig. 1) è stata
ritrovata, come ho già accennato, nel Canale destro della
Chiana.
Manca solo dell’estremità dell’apofisi mandibolare e della
punta interna del condilo; dei denti rimangono ancora in posto,
assai ben conservati, il canino, i premolari ed i primi due mo¬
lari. Il loro grado di usura mostra che si tratta di un individuo
piuttosto vecchio.
E importante perchè è l’unica, per quanto io mi sappia, rin¬
venuta fino ad oggi nella regione anzidetta e permette di cono¬
scere altri particolari del Cane che visse in Val di Chiana du¬
rante il Quaternario.
Intanto possiamo subito affermare che l’individuo, al quale
la mandibola in questione appartenne, aveva dimensioni pari a
348
D. DEL CAMPANA
Fig. 3. — Cranio del Vingone.
CANE QUATERNARIO DELLA VAL DI CHIANA
349
Fig. 6. — Canis familiaris Linn. (cane da caccia).
350
D. DEL CAMPANA
quelle di un grosso lupo, come posson farne prova le cifre qui
sotto riportate :
LUNGHEZZA DELLA MANDIBOLA DAL PUNTO MEDIANO DEL CONDILO
AL BORDO ANTERIORE DELLA SINFISI MANDIBOLARE.
Maremma .
inni.
178
Capalbio (Maremma) . . .
»
185
San Basilio Mottola (Lecce).
»
163
Lenola (Fondi-Gaeta) . . ' .
»
165
Melfi (Basilicata) n. 1 . . .
»
168
Melfi (Basilicata) n. 2 . . .
»
174
Nivnii Nowgorod (Wolga) .
»
173
Finlandia .
»
197
Delabyn (Galizia-Polonia) .
»
173
Chiana .
»
176
ALTEZZA DELLA MANDIBOLA IN CORRISPONDENZA DEL
M. 2
Pm. 4
Pm. 1
Ccmis lupus Linn. Maremma ....
mm.
32
25
23
Capalbio (Maremma) . . .
»
32,5
29
22
San Basilio Mottola (Lecce).
»
27,5
23,5
21
Lenola (Fondi-Gaeta) . .
»
26
23,5
22
Melfi (Basilicata) n. 1 . .
»
27
24,5
22
Melfi (Basilicata) n. 2 . .
»
28
27,7
24,4
Nivnii Nowgorod (Wolga) .
»
30
26
23
Finlandia .
»
38
33
30
Delabyn (Galizia-Polonia) .
»
30
25
34
Canis della Val di Chiana .
»
33,5
29
25,5
CANE QUATERNARIO DELLA VAL DI CHIANA
351
DIAMETRO MASSIMO (TRASVERSO) DEL CONDILO.
Ccinis lupus Linn. Maremma . mm. 32,5
Capalbio (Maremma) ... » 35
San Basilio Mottola (Lecce). » 27,5
Lenola (Fondi-Gaeta) . . » 28,5
Melfi (Basilicata) n. 1 . . » 30
Melfi (Basilicata) n. 2 . . » 32
Nivnii Nowgorod (Wolga) . » 28
Finlandia . » 31
Delabyn (Galizia-Polonia) . » 28
Canis della Val di Chiana . » 28,5 1
Relativamente poi ai rapporti di dimensioni che la mandi¬
bola in questione ha rispetto ai due crani del Vingone e della
Chiana, si può affermare con sicurezza che l’individuo cui appar¬
tenne era maggiore non soltanto di quello cui appartenne il
cranio della Chiana, ma anche dell’altro del Yingone. Quest’ul¬
timo infatti misura dal punto mediano della fossa glenoide al
bordo anteriore della sutura incisiva mm. 169 di lunghezza,
mentre il ramo mandibolare, dal punto mediano del condilo al
bordo anteriore della sinfisi mandibolare, misura in lunghezza,
come abbiam visto, mm. 176.
La cresta che si nota presso il bordo posteriore dell’apofisi
coronoide è nella mandibola fossile più pronunziata che nel
Canis lupus Linn.; e ciò non solo in quelli pili giovani degli
individui avuti in esame, ma anche in un 5 adulto di Finlandia
che ha dimensioni dei tutto straordinarie e si presenta di una
età abbastanza inoltrata. Ciò che ho detto per le mandibole dei
lupi vale pure per quelle dei cani domestici.
Altra osservazione da farsi riguarda la maggiore distanza
tra il centro del condilo e l’apofisi mandibolare, che il fos¬
sile presenta rispetto ai viventi, sieno questi Lupi o Cani.
Anche il contorno inferiore della mandibola presenta alcune
varianti ; infatti mentre la mandibola della Val di Chiana si
1 Questa dimensione deve ritenersi come inferiore al vero, perchè
l’estremità interna del condilo presenta una frattura che diminuisce la
lunghezza del condilo di qualche millimetro.
352
D. DEL CAMPANA
presenta con contorno dolcemente curvo o scafoide, quella del
Canis lupus Linn. ha il contorno inferiore rappresentato da una
linea sinuosa.
Questo particolare del fossile trova pure riscontro in taluni
cani domestici, nei quali, secondo le osservazioni fatte da me,
i casi di mandibole a contorno inferiore sinuoso come nel Canis
lupus Linn. sono tutt’altro che frequenti, mentre si hanno casi
di mandibole a contorno inferiore decisamente curvo.
Riguardo ai caratteri morfologici dei denti, la mandibola
della Chiana presenta ingenerale quelli del Canis lupus Linn.
Si differenzia in tal modo dalla mandibola di Canis, con dimen¬
sioni molto minori, proveniente dalla breccia ossifera di Monte
Tignoso, che già ebbi ad illustrare in altre mie note 1 ; e nella
quale il Pm. 2, contrariamente a quanto si osserva sempre nel
Canis lupus Linn., e nella mandibola della Chiana, ha il bordo
posteriore tagliente.
Anche gli intervalli che si notano nella mandibola fossile
tra Pm. 1, Pm. 2 e Pm. 3 si uniformano a quelli che si hanno
nelle mandibole del Canis lupus Linn., tenuto conto, si intende,
delle varianti che questo carattere può subire a seconda della
diversa età degli individui presi in esame.
Aggiungo qui le dimensioni ricavate sui denti, rimandando
chi legge alla tabella delle dimensioni riportate da me nella
mia nota precedentemente citata.
PREMOLARI
MOLARI
Lunghezza
Larghezza
Lunghezza
Larghezza
massima
massima
massima
massima
mm.
mm.
mm.
mm.
Pm. 1
6
4,7
M. 1
27,7
10,8
» 2
11,4
6
» 2
11
8,5
» 3
13,3
6,7
■> 3
5,7
4
» 4
14,4
7,5
1 Del Campana D., Op. eit., Vertebrati fossili di Monte Tignoso (Li¬
vorno) (Boll. Soc. Geol. It.,Vol. XXVIII, 1909).
CANE QUATERNARIO DELLA VAL DI CHIANA 353
Le misure del M. 3 sono state prese sull’alveolo, essendo
il dente mancante, come già si disse in principio; esse sono
per ciò soltanto approssimative.
In complesso queste misure non offrono campo ad osserva¬
zioni speciali, perchè si uniformano in generale a quelle riscon¬
trate nel Canis lupus Limi.
In una dettagliata memoria sugli Avanzi di Canidi fossili
dai terreni sedimento-tufacei di Roma il prof. A. Portis de¬
scrive e figura un ramo mandibolare destro di Canis, ritrovato
a Ponte Molle, che per le sue dimensioni deve, secondo l’autore,
essere ravvicinato ai lupi insieme ad altri avanzi fossili di Canis
trovati nella anzidetta località ed in quella di S. Paolo.
Confrontando la mandibola studiata dal prof. Portis, non trovo
diversità notevoli dalla mandibola della Chiana, ad eccezione del
Pm. 2 il quale manca del tubercolo sul bordo posteriore contraria¬
mente a ciò che si osserva nel Pm. 2 della Chiana, e nei denti omolo¬
ghi dei diversi crani di Canis lupus Linn. vivente da me esaminati.
Nel Museo di Paleontologia in Firenze si trova pure una
mandibola di un grosso Canis proveniente dal Pliocene valdar-
nese e che appartiene, come ritengo, alla specie Canis Falco¬
neri Maj., già nota per gli studi del Forsyth Major. Di questa
mandibola mi riservo di dare una più completa illustrazione
in un mio lavoro sui cani pliocenici di Toscana che vedrà tra
non molto la luce; intanto però mi preme far notare alcune
differenze principali riscontrate colla mandibola della Chiana.
La forma pliocenica ha innanzi tutto dimensioni maggiori
e mostra una conformazione generale più robusta. I denti inoltre
presentano cuspidi marcatamente più erette, che nella forma
quaternaria; e nell’insieme dei loro caratteri fanno pensare ad
abitudini più carnivore nella specie pliocenica.
*
* *
III. La tibia sinistra, appartenente al Museo di Monte-
varchi, è stata da me studiata mediante copiosi confronti isti¬
tuiti con varie tibie di Canis lupus Linn. e di Canis familiaris
Linn. (tav. XIV, fig. 2).
1 Bollettino della Società Geologica Italiana, voi. XXVIII, 1909.
354
D. DEL CAMPANA
Le prime appartengono a tre esemplari due dei quali sono
quelli stessi provenienti da Melfi, già citati precedentemente,
ed il terzo proveniente di Maremma. Le tibie di questo mi fu¬
rono date in comunicazione dal sig. Enrico Bercigli, conserva¬
tore nel Museo di Geologia e Paleontologia di Firenze ed appar¬
tengono, secondo quanto egli mi ha assicurato, allo stesso esem¬
plare di cui il cranio e la mandibola si trovano nella raccolta
craniologica del dott. Folli ; io ho già avuto luogo di ricordare
questo esemplare nelle tabelle di misure date per la man¬
dibola.
A questo materiale sono da aggiungersi le tibie di alcuni
cani dell’antico Egitto, ricordati sopra neH’illustrare il cranio
della Chiana; più le tibie di vari cani domestici di razze at¬
tuali poste gentilmente a mia disposizione dallo stesso sig. En¬
rico Bercigli.
La tibia tossile si trova, nel suo insieme, in buono stato di
conservazione. Sull’estremità superiore il tubercolo anteriore
manca della parte superiore, e per ciò manca anche il tubercolo
del tibiale anteriore; ugualmente sono un poco ridotte alla loro
periferia le due superfìci articolari, sicché vengono a diminuire
di qualche poco i due diametri trasverso ed antero-posteriore
della estremità superiore della tibia.
Alla estremità inferiore si nota traccia di corrosione sulla
superfìcie articolare interna, la quale appare in tal modo più
incavata di quello che era allo stato naturale; anche la super¬
ficie articolare esterna è dal lato posteriore leggermente ridotta,
per una corrosione' subita dall’osso in quel punto.
Sebbene ritrovata nella stessa località nella quale fu trovata
la mandibola precedentemente descritta, non sembra tuttavia
che la tibia fossile abbia ad appartenere ad uno stesso indi¬
viduo. La diversità di proporzioni che passa tra questi due pezzi
e che si può anche apprezzare esaminando le tabelle di misure
di cui è munita la presente nota, servono assai bene per affer¬
mare con sicurezza che si tratta di due individui differenti, dei
quali quello rappresentato dalla tibia aveva, sebbene fosse adulto,
come si ricava dall’esame diretto del fossile, dimensioni più
piccole.
CANE QUATERNARIO DELLA VAL DI CHIANA
355
Prima di venire alla descrizione aggiungo, come necessario
completamento di questa, le misure ricavate sulla tibia fossile
e sulle tibie di Canis lupus Linn.
MISURE DELLA TIBIA
CANIS
DELLA
- * |
CANIS LUPUS LINN.
IN MILLIMETRI
VAL DI
CHIANA
Maremma
Melfi n. 1
Melfi n. 2
Lunghezza assoluta .
191
218
210
210
Lunghezza della cresta ....
51
52
50
51
Distanza tra i due tubercoli della
spina .
5
10
8
8,5
Diametro antero-posteriore della
estremità superiore .
27
47
46
48,6
Larghezza della incavatura poplitea
9
19
16
21
Diametro trasverso massimo della
estremità superiore .
31*
46
42
46,4
Diametro trasverso del corpo . .
12
16
15
17,4
Diametro trasverso della epifisi in-
feriore .
21
27
28
29
Diametro aliterò posteriore della
epifisi inferiore .
16
20
22
22
i Diametro antero-posteriore della
superficie articolare inferiore .
13,5
19,5
19
20,5
Diametro trasverso della superficie
articolare inferiore .
16,5
21
22
22
Basta anche un esame superficiale delle misure precedenti
per convincersi che la tibia fossile varia da quella di Canis
lupus Linn. non solo per dimensioni, ma anche per proporzioni
delle diverse parti.
Tali differenze si chiariranno ancor più dopo che avrò fatto
noto il resultato dei confronti morfologici da me eseguiti.
Una prima diversità a notarsi si è che la tibia fossile, in
confronto di quelle di cani domestici di razze moderne, si pre¬
senta, ove la si riguardi dal lato anteriore, assai meno curva; l’u-
356
D. DEL CAMPANA
nico caso di maggior somiglianza l’ho trovato in una tibia di
cane dell’antico Egitto. La tibia di Canis lupus Linn. si avvi¬
cina in questo caso per la sua conformazione alla tibia fossile,
sebbene offra un grado, sia pur lieve, di minor curvatura.
La cresta della tibia fossile si presenta enormemente più
lunga e meno regolarmente curva verso l’esterno che nei ter¬
mini di confronto viventi ; era però meno sviluppata in senso
antero-posteriore. Questo carattere e la diversa lunghezza della
cresta fanno sì che, guardate lateralmente, le tibie dei cani dome¬
stici e del Canis lupus Linn. appaiono marcatamente più ricurve
dall’innanzi all’indietro.
L’estremità superiore della tibia ha nel fossile un diametro
trasverso proporzionatamente maggiore che nei cani domestici,
e lo stesso si può ripetere riguardo al diametro antero-posteriore.
Nel Canis lupus Linn. questa differenza col fossile non si
nota ugualmente, poiché, come si vede anche dalle cifre date
nella tabella delle misure, i due diametri assumono uno sviluppo
proporzionatamente maggiore a quello della tibia fossile.
La cavità poplitea è nel fossile proporzionatamente assai
meno larga e profonda che nei cani domestici, perchè la metà
interna della superfìcie articolare superiore si presenta in questi
ultimi meno sviluppata. La stessa osservazione vale anche per
le tibie di Canis lupus Linn., le quali presentano ancor più
marcati i particolari riscontrati pei cani domestici.
La sezione del corpo della tibia offre poche varianti. Nei
cani domestici essa tende ad essere più o meno circolare. Solo
ho riscontrato una sezione triangolare in una tibia di Cane del
San Bernardo ed in quelle di Canis lupus Linn. La sezione della
tibia fossile appare intermedia tra il primo ed il secondo tipo,
nè mi sembra, dopo un esame accurato, che sia da attribuire
questo particolare a difetto di conservazione.
Si può anche notare che il corpo della tibia fossile era pro¬
porzionatamente meno robusto che nel Canis lupus Linn.
Altra differenza riguarda la posizione del foro nutritizio.
Esso si trova nel fossile tra il primo ed il secondo terzo della
lunghezza, situato lateralmente dall’esterno. Nei cani domestici
e nel Canis lupus Linn. questo foro, oltre ad essere situato un
poco più verso l’estremità superiore, si apre sempre sulla faccia
CANE QUATERNARIO DELLA VAL DI CHIANA
357
posteriore della tibia, quantunque a seconda dei diversi individui
possa esser situato più o meno verso il lato esterno.
Anche l’estremità inferiore della tibia presenta nel fossile
i due diametri antero-posteriore e trasverso proporzionatamente
più ridotti che nei cani domestici; questo carattere fa si che
in essi la estremità inferiore della tibia si slarghi più rapida¬
mente che nel fossile il quale in questo caso presenterebbe una
maggior somiglianza col Canis lupus Limi.
Quanto alle diverse parti della estremità inferiore della
tibia, il fossile presenta il malleolo interno proporzionatamente
meno sviluppato ed anche un po’ meno robusto che nei cani
domestici, mentre anche per questo carattere si uniformerebbe
al Canis lupus Linn.
Così pure le due superfìci articolari, interna ed esterna,
appaiono nel fossile la prima un po’ più obliqua verso l’esterno,
ambedue poi più allungate e più ristrette che nei cani viventi;
con questa sola differenza che per la superfìcie interna si tratta
di varianti poco profonde, mentre per l’esterna le varianti sono
più facilmente apprezzabili.
*
Il resultato delle osservazioni che siamo venuti facendo è
quello di constatare, una volta ancora per la Toscana, resi¬
stenza di resti di Cane quaternario i quali offrono delle note¬
voli somiglianze col Canis familiaris Linn.
E per ciò che più particolarmente riflette il Cane vissuto
durante il Post-pliocene nella Val di Chiana, rappresentato fino
ad oggi dall’esemplare del Vingone e da quei della Chiana;
possiamo affermare che esso :
a) poteva raggiungere dimensioni disparate, in qualche
caso molto vicine a quelle di un grosso Lupo;
b) presentava, come lo ha dimostrato lo studio dei due
crani del Vingone e della Chiana, caratteri abbastanza uni¬
formi ;
c) questi caratteri, che resultano dall’esame minuzioso dei
vari pezzi fossili, allontanavano il Cane della Val di Chiana
24
358
D. DEL CAMPANA
dal Canis lupus Limi., avvicinandolo invece al Canis fami-
liaris Linn.
Con ciò resta provata l’esistenza, anche nel Quaternario di
Italia, di quella forma speciale di Cane che già da tempo era
stata segnalata in Francia. Questa forma, che il Bourguignat
chiamò col nome di Canis ferus ’, sarebbe stata addomesti¬
cata, secondo l’opinione di autorevoli studiosi, dall’uomo del
neolitico ed avrebbe dato origine, per via di selezioni e di
incroci con altre specie selvatiche, alle nostre razze domestiche
attuali
[ms. pres. 14 agosto - ult. bozze 13 nov. 1912].
1 Bourguignat M. J. B., Becherches sur les ossements de Canidae,
constatées en France à Ve'tat fossile pendant la periode quaternaire (An-
nales des Sciences Géologiques. Paris, 1875, pag. 33 e seg.).
2 Cfr. Strider M., Die praehistorisclien Ilunde in ihrer Beziehung zu
den gegenwòrtig lebenden Bassen (Mémoires de la Société Paléontolo-
gique suisse, voi. XXVIII, 1901-, Ueber den deutschen Schaeferund and
einige kynologische Fragen. (Mittheilungen Naturforsch. Gesellschatt.
Berna, 1903); Elude sur un nouveau chien préliistorique de la Bussi e (L’An-
thropologie, tome XVI, n. 3, Paris).
doli. Soc. Geol. Ital., Voi. XXXI (1912)
(D. DEL CAMPANA) Tav. XIII.
tUOT CALZO LAMI ftHB KAHIO - MILANO
Boll. Soo. Geol. Ital., Voi. XXXI (1912)
(D. DEL CAMPANA) Tav. XIV
El.iOT. CAL20LANI* r*fcKKANIO -MILANO
ALTRO CONTRIBUTO ECHINOLOGICO
CON NUOVE SPECIE DI CLYPEASTER IN SARDEGNA
Nota di D. Lovisato
(Tav. XV, XVI)
Nel giugno 1890 il Cotteau accettava con grande piacere
di avere in comunicazione gli echinodermi sardi, pei quali mi
avea già promesso il suo aiuto nell’anno precedente a Parigi.
Della mia prima spedizione a lui nel luglio successivo facevano
parte moltissimi Clypeaster, fra i quali alcuni effettivamente
appartenenti al caratteristico C. gibbosus (Risso), Marcel de
Serres, che ebbero quindi confermata la mia diagnosi, ma in¬
sieme ad essi, nel disastroso viaggio di ritorno da Auxerre a
Cagliari, ritornarono moltissimi altri ascritti alla stessa specie,
alla quale per parecchi caratteri differenziali dovettero essere
sottratti.
Dal lavoro d’insieme sopra gli echinidi miocenici isolani la¬
sciato dal Cotteau, morto il 10 agosto 1894, e pubblicato nel
1895 1 dal suo amico e collaboratore Gauthier, per incarico dato
a lui dalla sua famiglia e dal Comitato di pubblicazione delle
Memorie di Paleontologia per sorvegliare la pubblicazione del¬
l’interessante memoria, bramo riprodurre testualmente quanto
egli lasciava scritto e quindi veniva stampato nella stessa me¬
moria a proposito di questa bella specie di Clypeaster, dopo
aver rimandato il lettore per la sinonimia e per la descrizione
1 Description des Echìnides miocènes de la Sardaigne. Mémoires de
la Société Géologique de France, tome V, fase. II, pi. Ili à VII, Paris,
1895; pag. 20-1.
360
D. LOVISATO
della stessa specie a quanto si trova in altra sua precedente
pubblicazione \
Sento il bisogno di ciò fare per vedere, se mi sarà possi¬
bile nelle pagine sopra gli individui del mio materiale sardo di
concorrere a risolvere il difficile problema relativo ad una specie,
colla quale, solo per qualche carattere in comune, furono in¬
globate varie altre specie, ed anche nuove, come ho già in
parte dimostrato in qualche mia memoria precedente \
Ecco ciò che pel Cottemi era stampato nel 1895 a propo¬
sito del C. gibbosus:
« M. Lovisato nous a communiqué des exemplaires par fai -
tement caractérisés de cette belle espcce, qui constitue, en y réu-
nissant les Clyp. umbrella et dilatatus, un type parfaitement
reconnaissable à sa face supérieure haute, renflée, subliémisphé-
rique , marquée de dix cótes dues au renflement des aires ambu-
lacraires et inter ambidacr aires al ternani aree les zones porifères
deprimées ; à ses bords abrupts , presque tranchants vers l’arn-
bitus; à sa face inférieure piane et profondement sillonnée; à son
peri prode petit, s’ouvrant au fond d’ime dépression évasée ».
« Certains exemplaires de Sardaigne sont de grande faille
et remarquables par la largeur de leurs aires ambulacraires et
Vétroitesse , surtout aux approches du sommet, des aires inter-
ambidacraires. Signalons également la variété dilatata bien ca-
ractérisée par sa face supérieure moins élevée, plus étalée et
subpentagonale (C. dilatatus Requien) qui appartieni certame-
meni au méme type, cornine Vavait établi Michelin. Tout récem-
ment M. Lovisato nous a envoyé un exemplaire bien conserve'
de cette variété, rencontré dans la baie de Fontanazzo ».
Nella prima parte di questi brevi cenni sul C. gibbosus ,
riportata quasi testualmente dal lavoro dello stesso Cotteau sulla
Corsica facilmente, chi legge, avrà potuto rilevare l’errore d’es¬
sere stato confuso il periprocto col peristoma, perchè è questo
che è piccolo e s’ouvrant au fond d’une dépression évasée, mentre
1 Cotteau in Locarci, Description de la faune des terrains tertiaires
moyens de la Corse, ecc. Paris, 1877 ; pag. 247.
* Altre specie nuove di Clypeaster del miocene medio di Sardegna.
Boll. Soc. Geol. Italiana, voi. XXX (1911), pag. 469.
3 Lavoro citato, pag. 249.
NUOVE SPECIE DI « GL Y PE ASTE R »
361
il periprocto, come diremo in appresso, è grande, rotondo e
molto vicino al margine, die è assai diverso nel C. dilatatus
in confronto del C. gibbosus. Si aggiunga ancora che in quello
stesso lavoro del Cotteau uno dei caratteri, ammesso nelle pa¬
gine sugli echinodermi sardi, è ancora più spiccato, perchè dopo
le parole à ses bords abrupts sono aggiunte queste altre più
incisive ancora: presque perpendiculaires et tranchants vers Vani-
bitus, che da sole basterebbero a separare il tipico C. gibbosus
dal C. dilatatus , che ha margini dilatati.
I) nome di C. gibbosus, dato fino dal 1829 da Marcel de
Serres a questo bel tipo di Clgpeaster, fu mutato da Agassiz
e da Desor nel 1847 in quello di C. wnbrella e C. dilatatus. Po¬
steriormente il Michelin, avendo esaminati gli esemplari tipici,
che Marcel de Serres gli avea inviato in comunicazione, molto
probabilmente dalla Corsica, persuaso che è identico al C. um-
brella ed al C. dilatatus, il quale ultimo non sarebbe stato per
lui che una varietà del C. gibbosus, restituiva alia specie il suo
nome più antico di C. gibbosus, che gli autori fino allora ave¬
vano adottato, senza tener conto che fino dal 1820 lo Schlot-
lieim avea chiamato una specie consimile col nome di C. cam-
panulatus, nome dunque, che in ogni caso il Michelin e gli
altri avrebbero dovuto adottare, se i caratteri essenziali vi aves¬
sero corrisposto.
Da ciò si può cominciare a comprendere come una certa
confusione deve sussistere ancora su questa bella specie di echi-
nide, confusione che tenteremo togliere, approfittando dell'ab-
bondantissimo materiale, che offre in proposito l’isola bella, po¬
tendo dire fili d’ora che di circa un centinaio d’individui, per
la maggior parte raccolti negli immediati dintorni di Cagliari,
e che furono dagli eminenti specialisti Cotteau e Gautbier, che
li hanno avuti in comunicazione, riferiti nettamente al C. gib¬
bosus, oggi poco più di una dozzina possiamo riferire rigorosa¬
mente alla specie.
Prima però di fare la disamina di tale ricchissimo materiale,
vediamo quali sono i caratteri, che pel vero C. gibbosus ne dà
il Cotteau, pur comprendendo nella specie anche il C. ambretta
ed il C. dilatatus , mettendoli a confronto con quelli dati dal
Michelin, che su per giù sono gli stessi.
362
r». LOVISATO
Ecco la descrizione fattane dal Cottemi 1 : « Espèce de taille
assez forte , subpentagonale , plus ou moins allonge'e, un peu an¬
gui elise en avant, subtronquée et légèrement arrondie en arrière;
face supérieure très élevée, renflee en forme de cloche , tombant
à angle presque droit sur le bord, qui est très peu développé
et tranchant vers l’ambitus; face inférieure piane, fortement de¬
prime e au milieu , marquée de cinq sillons profonds et régulieurs,
apparents depuis le péristome jusqu’au bord. Sommet apical
centrai. Aires ambulacraires pétaloidcs, allongées, ouvertes à leur
extré mite, proéminentes. Zones porifères déprimées, larges, for-
mées de pores unis par un sillon oblique et apparent. Les pores
de la rangée externe soni allongés; les autres soni plus petits
et arrondis. La bande de test qui séparé les sillons est gamie
d’une rangée régulière de sept à huit petits tubercules dont le
nombre diminue au fur et à mesure que les aires ambulacraires
se rapprochent du sommet. Les aires inter ambulacraires, bien
que plus étroites à leur parile supérieure, soni renflées comme
les aires ambulacraires ; elles par tagent ainsila face supérieure
en dix cótes séparées par les dépressions porifères, et donnant
à cette espèce un aspect particulier et tout à fait caractéristi-
que. Tubercules abondants, petits , serrés, scrobiculés, apparents
surtout sur la face inférieure. Péristome peu développé, penta-
gonal, s’ouvrant dans une dépression profonde et évasée. Péri-
prode arrondi, rapproché du bord. Appareil apical stelliforme,
quelquefois à fleur du test , le plus souvent un peu enfoncé et
domine' par le renflement des aires ambulacraires ; plaques gè¬
ni tades et ocellaires très petites ».
Con qualche leggerissima modificazione ne dà i caratteri il
Miclielin; così riferendosi alla parte ambulacrale dice: «La partie
ambulacraire se redressant en forme de calotte au dessus de la
partie marginale qui présente toujours un angle d’autant plus
aigu, que Vindividu était plus vieux». E subito dopo parlando
della parte superiore: « Elle est remar quable dans toutes ses va-
riétés par un ensamble de 10 espèces de collincs élevées au- dessus
de la partie marginale dont V angle varie de 45 à 75 degrés »,
ciò che forma una delle caratteristiche principali del C. gib-
1 Lavoro citato, pag. 247 e seguenti.
NUOVE SPECIE DI * CLYPEASTER »
363
bosus isolano e del C. gibbosus tipico di tutta la terra, che
quindi terremo separato nettamente dal C. umbrella e dal C. di-
latatus.
Quanto all’apparecchio apicale ciò che scrive il Michelin
s’avvicina più al vero pei C. gibbosus sardi di quello che dice
il Ootteau. Infatti nel Michelin noi troviamo :« Sonvmet se pre¬
sentarli tantót avec une sur face piate, quelquefois concave; tantót
sous une forme conique», avendo i nostri l’apice piano o con¬
vesso, solo eccezionalmente qualcuno presenta all’apice una lie¬
vissima concavità, ma dubito, come dirò più avanti ancora, che
tale lieve concavità sia dovuta quasi esclusivamente all’usura,
alla erosione.
Più chiaro nella sua descrizione è il Michelin anche per le
zone porifere, scrivendo : « Les sillons sont étroits ainsi que Ics
cloisons, lesquelles portent de 7 à 8 tubercules. Ces zones sont
plus basses eque les aires inter por ifcres et anambulacraires ».
Anche pel periprocto s’avvicina al vero più il Michelin del
Cotteau dicendo : « Appareil anal plus ou moins près du bord,
mais toujours in fra-m arginai; subelliptique, transversai, assez
grand ».
Leggendo però l’ima e l’altra descrizione si rimane sempre
sotto l’impressione della grande confusione che regnava allora
e che pur troppo regna tuttora su tale bella specie di Clypea-
ster, a confermare la quale basterebbe da solo il materiale iso¬
lano, da me raccolto ed inviato per lo studio al Cotteau come
ho già accennato, e posteriormente mandato anche al Gauthicr,
il quale insieme al primo uvea già visto e studiato il materiale
isolano spedito precedentemente ad Auxerre.
Ad aumentare la confusione viene anche il ravvicinamento
che il Michelin ed il Cotteau fanno del C. gibbosus col C. altus,
col quale mi pare il nostro tipo nulla ha da fare. Nè a sce¬
mare tale confusione valgono le poche parole che in proposito
stampa il Lambert 1 sempre relativamente al C. gibbosus: « Les
individus de V Helvetien de S. Bartolomeo ne correspondent pas
au type de Vespèce, pourvu de marges trcs étendues, mais à
1 Uescription des Echinides fossiles des terrains miocéniques de la Sar-
daigne. Mémoires de la Société paléontologique suisse, voi. XXXV (1908),
Genève, 1909, pag. 123.
D. LOVISATO
O/ » I
ool
la forme confondile avec lui par Michelin et par Cotteau, & est¬
à-dire au C. campanulata Schlotheim », ciò che non mi pare
niente affatto.
È certo che i due eminenti specialisti hanno riferito netta¬
mente al C. gibbosus od a varietà della stessa specie, che sia
poi il C. dilatatus od il C. umbrella Agassiz, non me ne preoc¬
cupo, ben 93 individui della mia collezione, per la maggior
parte derivanti dai dintorni immediati di Cagliari, e precisa-
mente da Is Mirrionis (Piazza d’Armi di Cagliari), dal Campo¬
santo di Cagliari, da Bonaria e dal Capo S. Elia, due da Fon-
tanazza o Fontanaccia al mare delle miniere di Montevecchio
ed uno dalla trincea calcare, ricchissima in fossili, della fer¬
rovia da Portotorres a S. Giovanni.
Ora da questo numero 93 dopo un paziente esame da me
fatto per parecchi anni, dobbiamo sottrarre ben 79 individui,
appartenenti o a specie nuove già pubblicate o ad altre spe¬
cie nuove, che m’accingo a pubblicare nella presente Nota, rife¬
rendo altri individui a specie già conosciute, restando quindi
soltanto 14 da riferirsi al vero C. gibbosus.
Infatti, dopo molte mie osservazioni, lo stesso Cotteau si
decise ad ascrivere alcuni di questi suoi C. gibbosus al C. aff.
Reidii Wri-ght ’, e fra gli individui da lui considerati come
affini a questa specie ed individui appartenenti effettivamente
e nettamente alla specie, noi dobbiamo togliere ben 20 esem¬
plari, dapprima riferiti al C. gibbosus: se si aggiungono a
questi 12 individui, che formano la mia nuova specie C. Lam¬
berti 2 e 10 che formarono l’altra mia specie nuova C. Tor-
quati abbiamo un numero di 42 individui, che sottratti ai 93
1 Description des Echinides miocènes de la - Sardaigne . Mémoires de
la Société Géologique de France, tome V, fase. II. Paris, 1895, pag. 25.
2 Le specie fossili finora trovate nel calcare compatto di Bonaria e
di S. Bartolomeo. Cagliari, 1902, pag. 17 ; Lambert, Description des Echi¬
nides fossiles des terrains miocéniques de la Sardaigne. Mémoires de la
Société paléontologique suisse. Genève, 1907, pag. 49, pi. Ili, fig. 7
et pi. IV, fig. 1 et 2.
3 Specie nuove di Clypeaster del miocene medio di Sardegna. Rivista
Italiana di Paleontologia, anno XVII, fase. I II. Catania, 1911, pag. 6,
tav. I, fig. 2a-d.
NUOVE SPECIE DI « CLYPEASTER »
365
danno il numero di 51 individui, dei quali 32 sono da rife¬
rirsi a specie nuove già pubblicate od incerte con pochi inde¬
terminabili, perche male conservati o non mostranti bene i ca¬
ratteri, e 5 formanti le cinque nuove specie della presente Nota.
Il numero di 14, che resta pel tipico C. gibbosus, mostra
che la specie è abbastanza abbondante ; però, diciamolo subito,
non occupante una vasta area di diffusione, ma invece ristret¬
tissima, perchè tutti questi 14 individui derivano dal Capo
S. Elia, dal Camposanto di Cagliari, da Bonaria e da Is Mir-
rionis e precisamente dal Monte della Pace o Monte S. Giu¬
seppe, ossia derivano tutti dai dintorni immediati di Cagliari,
come abbiamo già detto.
Prima di descrivere le specie nuove, formate da individui
ascritti dal Cotteau e dal Gauthier al C. gibbosus, riassumiamo
i caratteri degli individui riferiti a tale specie per l’isola, per
poter più da vicino fare i confronti colla descrizione datane dal
Cotteau e dal Michelin, e superiormente riportata.
Sono tutti di grande taglia, misurando il maggiore, derivante
dai grès del Poetto al Capo S. Elia, probabilmente aquitaniani,
157 min. al suo diametro antero-posteriore, 142 al suo diametro
trasversale, non potendosi dare l’altezza per essere rotto all’apice-,
un secondo, ma intero, pure della stessa località colle dimen¬
sioni relative di 149, 131 e 62 ed un terzo del calcare elve-
ziano compatto del Camposanto con quelle di 152, 136 e 53:
queste dimensioni vanno pel Michelin da 105 a 155 per la
maggior lunghezza, da 90 a 132 per la larghezza, e da 60 a
65 per l’altezza, mentre che pel Cotteau esse sono di 107, 95
e 63 pel C. gibbosus e di 130, 117 e 54 per la varietà di¬
latata.
Si vede quindi che i C. gibbosus sardi sono in generale
alquanto più bassi, ma relativamente più lunghi e più larghi
dei descritti e figurati da altri autori.
Sono subpentagonali, più o meno allungati, alquanto ango¬
losi in avanti, più o meno arrotondati specialmente indietro,
elevati generalmente nella loro parte superiore a campana, for¬
mata da 10 rigonfiamenti, come colline mammellonate al di
sopra della parte marginale, formando agli orli assai poco dila¬
tati e generalmente non grossi all’ambito un angolo dai 60° ai 6501
366
D. L0V1SAT0
al periprocto e che in taluni si fa maggiore fra le due paia di
petali: i dieci rigonfiamenti sono formati dalle cinque aree ara-
bulacrali petaloidi, lunghe, larghe, aperte alle loro estremità,
e dalle cinque aree interamhulacrali, le quali, sebbene sieno
assai più strette delle prime nella loro parte superiore, sono di
quelle più prominenti, più elevate, essendo poi questi rigon¬
fiamenti sensibilissimi sempre convessi, specialmente alla loro
metà, mentre le elevazioni delle zone ambulacrali sono di
tale insensibile convessità da sembrare quasi piane. In alcuni
individui l’apice è quasi piano; in altri, specialmente in quelli
dei grès del Capo S. Elia, convesso, formando quindi all’estre¬
mità come una calotta sferica: due soli sono gli individui, che
presentano l’apparecchio apicale un pochino concavo, ma, come
ho già- ricordato, dubito sia dovuta tale lieve concavità quasi
esclusivamente all’erosione. I dieci rigonfiamenti sono separati
dalle zone porifere depresse, assai larghe, formate da costole
ben distinte, separate fra loro da solchi larghi, profondi, por¬
tando ciascuna costola nella sua parte più larga da 10 a 15
e più tubercoli fra piccoli e grandi, irregolarmente distribuiti,
talora addossati, accavallati fra loro ed il più delle volte quindi
non allineati : se però i tubercoli sono tutti della stessa gros¬
sezza, essi non superano sopra ogni costola il numero di 7, 8,
9 e 10. E qui devo osservare che il Cotteau dà dai 7 agli 8
tubercoli per costola, piccoli e regolarmente disposti fra loro :
questo stesso numero di tubercoli lo troviamo anche nella do
scrizione della specie fattane dal Micheliu, e vediamo tali tuber¬
coli e non piccoli anche in fila regolare nella tavola, che ne
da alla lettera g una parte della zona porifera; però nella stessa
tavola alla lettera f vediamo rappresentata altra parte di zona
porifera ingrandita coi tubercoli grandi e piccoli, arrivanti fino
a 14, e sempre regolarmente disposti fra loro, ciò che succede
assai raramente nei nostri, nei quali questo carattere è gene¬
rale. Parte inferiore piana coi cinque solchi ambulacrali ben
marcati, regolari e profondi dall’orlo al peristoma piuttosto pic¬
colo, pentagonale ed aprentesi in una depressione profonda. Pe¬
riprocto grande, rotondo e ravvicinato all’orlo, che è sempre con¬
vesso ed assai più sottile dell’orlo anteriore.
NUOVE SPECIE DI « CLYPEASTER »
367
Tali sono i caratteri generali del tipico C. gibbosus della Sar¬
degna, nè credo debbano essere diversi quelli per lo stesso tipo
delle altre località. Non temo quindi di essere soverchiamente
ardito, suggerendo una revisione generale degli individui, rife¬
riti a tale specie nelle collezioni dell ’École des Mines, della
Sorbona, di Avignon, nonché nelle collezioni private Cotteau,
Peron, Verneuil, Marcel de Serres, Michel in e Gauthier per la
Francia, nel Museo di Neuchàtel per la Svizzera e di Vienna
per l’Austria, tenendo anche conto che tale specie, abbastanza
comune per l’isola bella, è circoscritta alla zona molto ristretta
dei dintorni immediati di Cagliari.
Il Cotteau ha preso certamente dal Michelin l’idea che gli
esemplari più giovani sieno i più elevati, ma ciò senza darne
alcuna ragione; nè io so come il Michelin possa essere stato
indotto a dire che per aver ricevuto in diverse riprese un grande
numero d’individui della specie, si sia formata in lui la certezza
che la specie chiamata C. dilatatus non rappresenti che l’età
avanzata del C. timbrelìa, più anticamente denominato C. gib¬
bosus: io credo non solo per la Sardegna, ma anche per le altre
località, nelle quali furono raccolte tali specie, che esse dovreb¬
bero essere tenute distinte.
Un individuo, non appartenente certamente alla specie, ma
molto affine, derivante dai grès del Poetto, attrasse prima la
mia attenzione e poi quella del Cotteau pel rimarchevole svi¬
luppo delle sue aree ambulacrali, che superano tutte le altre,
specialmente nell’allargamento della loro parte inferiore, ma è
troppo consumato, troppo frusto per poterne fare la sua deter¬
minazione.
Per parte mia ho fatto già le mie riserve 1 per molti indi¬
vidui riferiti a questa specie dal Cotteau e dal Gauthier ed ora
m’accingo alla descrizione di alcuni di essi, determinati pure
come C. gibbosus , ma dei quali faccio oggi delle altre specie
nuove.
Avrei voluto cominciare con quelli dei dintorni di Cagliari,
quali sarebbero gli individui dei grès del Poetto al Capo S. Elia,
1 Altre specie nuore di Clypeaster del Miocene medio di Sardegna.
Boll. Soc. Geol. Ital., voi. XXX (1911), pag. 465 e seguenti.
868
D. LOVISATO
dove il C. gibbosus è più numeroso, ma preferisco invece ini¬
ziare la mia descrizione coi due individui, che raccolsi a Fon-
tanazza o Fontanaccia al mare delle miniere di Montevecchio
nella località Cea a Mari, insieme al mio C. Imbrianii e ad
altri Clypeaster, appartenenti ad altre specie note od ancora non
determinate.
Clypeaster Nulloi Lov.
(Tav. XV, fig. 1 a-d).
Individuo di taglia piuttosto grande, pentagonale, cogli an¬
goli attorniati all’estremità dei petali, disgraziatamente rotto
nella parte anteriore. Completando la curva del contorno misu¬
rerebbe probabilmente 140 min, al suo diametro antero-posteriore,
129 in larghezza e 42 in altezza. Faccia superiore cupoliforme
(tav. XV, fig. 1 c), sorgente ad angolo di 45" dagli orli ad una
terza parte circa del raggio e poi elevandosi con angolo assai
più forte per formare la cupola, mostrante 10 gibbosità, 5 più
larghe e quasi piane, che sono quelle dei petali, e 5 assai più
strette, ma anche assai gibbose, specialmente al loro terzo supe¬
riore e che sono quelle delle zone interambulacrali, le quali
verso l’apice si deprimono alquanto sotto il piano delle zone ambu-
lacrali. L’apice, alquanto rovinato, è piano. 1 petali sono lunghi,
superando i due terzi dall’apice agli orli (tav. XV, fig. 1 a): l’an¬
teriore è il più lungo, misurando 60 rum., poi viene la coppia
anteriore con 57 mm. e la posteriore in seguito con 53 nini., sono
larghi, romboidali e quasi piani, inflettendosi alquanto solo verso
le zone porifere, infossate, larghe, con costule parecchio incur¬
vate, specialmente verso la loro parte inferiore, dove le zone
porifere accennano quasi a chiudersi, essendo quindi falciformi :
i solchi separanti le costole sono ben marcati e le costole por¬
tano nelle loro parti più larghe generalmente da 10 a 12 tu¬
bercoli, piuttosto grandi, ma non ad egual distanza fra loro
(tav. XV, fig. 1 <7), però su talune costole verso l’estremità infe¬
riore se ne aggiungono di piccoli, addossati fra loro od anche
ai grandi, tanto da averne fino a 17. Gli orli sono sottili spe¬
cialmente al periprocto; s’ingrossano fra le coppie dei petali e
specialmente verso la parte anteriore. La faccia inferiore (tav. XV,
NUOVE SPECIE DI « CLYPEASTElt »
369
fig. 1 b) s’inflette assai dolcemente fin oltre i 3/4 del raggio e
poi scende abbastanza bruscamente per andare a formare il peri-
stoma pentagonale, grande e profondo: i cinque solchi petaloidi,
assai profondi dapprima, s’attenuano verso i margini tanto da
scomparire: il periprocto è grande, vicinissimo al margine, dal
quale dista solo 3 mm. ed il margine è convesso, formando poi
due brevi concavità da una parte e dall’altra della convessità
dinanzi al periprocto.
\
E questo uno dei due individui, che ho mandato al Cotteau
in comunicazione e derivanti dagli stessi tufi vulcanici di Cea
a Mari di Fontanazza, che m’aveano dato anche il C. Imbrianii ,
che come sappiamo era stato riferito da lui e dal Gauthier ad
una varietà del C. gibbosus \ L’individuo descritto è precisa-
mente quello che il Cotteau accenna colle parole2: « Tout re-
cemment 31. Lovisato nous a envoyé un exemplaire bini con¬
serve de cette variété ( C. dilatatus), rencontré dans la baie de
Fontanazza ».
Basta osservare il peristoma solo per togliere l’individuo
dalla specie, se non vi concorressero altri caratteri : ma dirò
per amor del vero che questo peristoma lo misi allo scoperto
soltanto in questi ultimi tempi, non fidandomi di fare altrettanto
per l’altro individuo, ascritto dal Cotteau e dal Gauthier netta
mente al C. gibbosus, e che sebbene di taglia un po’ più piccola,
alquanto più alto e portante da 8 ad 11 tubercoli nelle zone
porifere, sarei piuttosto propenso di ravvicinare al C. Imbrianii ,
più che alla nuova specie C. Nulloi, che ho fatto dell’altro in
dividilo.
Questo secondo individuo, che mostra la stella ambulacrale
benissimo ed assai bene conservata, nasconde a noi tutta la parte
inferiore impastata nel tufo vulcanico, abbastanza ricco in cri¬
stalli di orniblenda, ma fratturato in modo che il bel Clypea-
ster andrebbe in pezzi, se noi tentassimo di liberarlo dalla roccia,
dalla quale derivano tanto il C. Imbrianii, quanto l’altro de¬
scritto superiormente e che noi non possiamo assolutamente rife¬
rire al C. gibbosus, non fosse altro che pei caratteri enunciati
1 Lavoro citatb noi Bollettino della Soc. Geol. Ital., voi. XXX (1911),
pag. 465 e seguenti.
2 Lavoro citato, pag. 21.
370
I). LOVISATO
del peristoma e dei margini sottilissimi al periprocto, prescin¬
dendo pure dagli altri, che presenta la faccia superiore, e ne
faccio quindi una specie nuova, che dedico a Francesco Nullo,
al prode di Bergamo, al più bel soldato delle Guide Garibaldine,
al generale degli insorti Polacchi, che cadeva mortalmente fe¬
rito il 5 maggio 1863 su l’orlo della paludosa foresta di Olkusz
in Polonia.
Dunque per le ricerche finora fatte da me nei superbi ed
interessanti dintorni di Fontanazza o Fontanaccia, dove anche
l’uomo preistorico ebbe le sue stazioni alle falde del classico
Monte Arcuentu, zone ricchissime in echinodermi e quindi anche
nel genere Clypeaster, non avrei trovato il C. gibbosus, che ve¬
demmo accentuato soltanto nei dintorni di Cagliari \
Clypeaster Canzioi Lov.
(Tav. XV, fig. 2 a-d).
Riferisco a questa nuova specie un unico individuo, alquanto
logorato e di grande taglia, del quale non posso dare le mi
sure di lunghezza e di larghezza per essere consumato e rotto
specialmente ai margini, conservandosi di questi solo l’antero-
superiore di destra ed il postero-inferiore di sinistra, misurando
35 a 36 mm. in altezza (tav. XV, fig. 2 c) : è di forma ellissoi¬
dale arrotondata, a margini piuttosto grossi, specialmente nella
parte anteriore, Faccia superiore a calotta relativamente bassa,
che s’innalza senza interruzione dai margini all’apice, appéna
appena depresso. Petali molto lunghi e molto larghi, ma al¬
quanto convessi, non solo agli orli verso le zone porifere, ma
anche nelle loro parti centrali (tav. XV, fig. 2 a): zone interam-
bulacrali ristrettissime all’alto verso l’apice, larghe e sollevate
quanto i petali verso il loro mezzo, quindi le zone porifere sono
1 Sebbene io sia contrario alla riduzione della grandezza delle figure,
specialmente nei Clypeaster, pei confronti, che con ciò vengono resi più
difficili, pure per non abusare soverchiamente dell’ospitalità accordatami
nel Bollettino della nostra Società Geologica, a risparmio di tavole, mi
sono indotto a ridurre approssimativamente alla metà della grandezza
naturale tutte le figure della tavola XV, ad eccezione delle porzioni delle
zone porifere, ingrandite quattro volte.
NUOVE SPECIE DI « CLYPEASTER »
371
infossate, larghe, aperte alla loro estremità inferiore e portanti
da 12 a 14 e tino a 16 e 17 tubercoli fra più grossi e più
piccoli (tav. XV, fig. 2 d), ma in generale piccoli, come tutti gli
altri tubercoli dell’individuo, nelle zone porifere: questi tuber¬
coli non sono regolarmente distribuiti fra loro, quasi come nella
precedente specie, dalla quale però si distingue nettamente per
la forma generale, pei margini, pei petali più lunghi e meno
piani di quelli e per le zone porifere in quella specie più chiuse
e più bizzarre sulle costole. La faccia inferiore scende lievissi¬
mamente verso il peristoma, che è pentagonale come nel C.Nulloi,
un po’ più allungato, ma meno profondo (tav. XV, fig. 2 b) : i 5
solchi ambulacrali marcatissimi come nel C. gibbosus: periprocto
grande, circolare, inframarginale, ma non posso dire quanti mil¬
limetri disti dall’orlo rotto, ma che tutto m’induce a credere
convesso.
Deriva questo esemplare dai grès, forse aquitaniani, del Capo
S. Elia, versante del Poetto, dalla zona a Scutelìa e Amphiope
insieme all’abbastanza frequente C. gibbosus, col quale dal Cotteau
anche questo individuo era stato confuso. E vero che l’individuo
era allora per buona parte avvolto dall’arenaria, non tanto però
da non mostrare netta la forma della sua faccia superiore, che
da sola doveva bastare a strapparlo nettamente dalla specie,
e tutto al più per gli studi, che egli avea fatti sugli esemplari
di Corsica, e pe’ suoi preconcetti era compatibile lo ascrivesse
al C. dilatatus, anche dal quale il semplice margine bastava
a levarlo.
Pare che nel 1893 il Cotteau mandasse questo individuo
insieme a due altri al Gauthier, perchè in una sua lettera del
29 dicembre di quell’anno, che mi passò in comunicazione, così
gli scriveva : « Le troisième (che sarebbe l’esemplare in que¬
stione) ventre dans la categorie des Myriopliymes, à tubercules
très petits aree 4 rangées de granules sur chaque plaque am-
bulacraire ( du dos des ambulacres). Mais je ne puis Vassimiler
ù aucune des espèces publiées ».
Certamente, pur avendo tanti caratteri in comune, differisce
per molti altri il nostro esemplare dal C. Myriophima Pomel,
specialmente per le sue dimensioni, che sono molto minori nel
nostro, per la sua altezza pure inferiore, per la sua forma ge-
372
D. LOV1SATO
nerale ed anche per la forma dei petali e specialmente poi pel
numero dei tubercoli nelle zone porifere.
Forma perciò, come pensava del resto anche il Gauthier,
una specie nuova, che mi gode l’animo di poter dedicare al
mio indimenticabile amico Stefano Canzio, al prode e perpetuo
seguace del Grande di Caprera, al mio impareggiabile compagno
in numerose escursioni scientifiche per l’isola bella, che anche
egli tanto amò.
Clypeaster ISixioi Lov.
(Tav. XV, fig. 3 a-d).
Individuo di taglia media, misurando 126 inni, al suo dia¬
metro antero-posteriore, 117 in larghezza e 44 in altezza, di
forma attorniata, ellissoidale anteriormente, circolare nella parte
posteriore. La faccia superiore si eleva dai margini all’apice,
quasi uniformemente, presentando solo una assai lieve conves¬
sità dalla parte del periprocto e quasi immediatamente sopra
di esso (tav. XV, fig. 3 c): gli orli, sottili al periprocto, si ingros¬
sano fino a raggiungere la loro massima grossezza all’estremità
anteriore del petalo dispari. Anche la cupola di questo individuo
presenta 10 gibbosità, che, visibili alla metà circa del raggio
dagli orli all’apice, ma non così sensibili come nel C. Canzioi,
spariscono quasi assolutamente alla loro parte superiore in modo
da formare un segmento sferico all’apice, piccolo, senza la mi¬
nima concavità ed alquanto eccentrico. I petali, male conser¬
vati per la maggior parte, mostrano chiaramente di non essere
tanto lunghi, inferiori di parecchio ai V3 del raggio dall’apice
agli orli: sono larghi, quasi piani alla loro superficie, di forma
romboidale (tav. XV, fig. 3 a ), abbassantisi nella loro parte infe¬
riore verso le zone porifere, che sono larghe ed in questa parte
inferiore anche infossate, perchè pure le zone interambulacrali,
molto gibbose nel mezzo, qui si abbassano alle zone porifere,
mentre nella parte superiore concorrono tutte in una medesima
curva sferica, che tutte le abbraccia, per andare a formare l’a¬
pice convesso, che abbiamo detto: sebbene le zone porifere sieno
molto corrose, accennino quasi a chiudersi nel paio di petali
posteriori, mentre sono piuttosto aperte nel paio anteriore e spe¬
cialmente nel petalo impari, pure si legge in qualche parte il
NUOVE SPECIE DI « CLYPEASTER »
373
numero dei tubercoli piuttosto piccoli, irregolarmente disposti,
alle volte addossati, messi a zig-zag, e che sono da 11 a 14
su ciascuna costola, notando che le costole sono confuse, tal¬
volta mancando i solchi di separazione e quindi i tubercoli
appariscono in grande numero sopra un frammento largo di
costola, che ne abbraccia da 2 a 3 (tav. XV, fig. 3 d): è questa
una anomalia o mostruosità, che non ho trovato in alcuna altra
specie di Clypeaster. La faccia inferiore è piana come nel C.gib-
bosus (tav. XV, fig. 3 b), i solchi ambulacrali sono come in quello
marcatissimi; il peristoma è pentagonale ed infundiboliforme,
ma un po’ più grande che nel C. gibbosus , col quale va d’ac¬
cordo anche pel periprocto grande, infram arginale e col margine
convesso, ma se ne differenzia assolutamente per tutta la sua
parte superiore oltreché pel contorno.
Si vorrà da qualcuno assimilare il nostro individuo al C. dila-
tatus, ma non lo possiamo fare per la sua forma generale e
specialmente per la forma della sua faccia superiore, che finisce
nel modo che abbiamo detto di presentarsi quasi in calotta sfe¬
rica all’apice, confondendosi in una medesima curva le 5 estre¬
mità dei petali colle 5 delle zone interambulacrali, fra le quali
corrono le 5 estremità delle zone porifere, oltreché pel numero
dei tubercoli, che queste portano e pel loro comportamento in
questo anomalo individuo, derivante dai grès del Poetto al Capo
S. Elia, e determinato come C. gibbosus dal Cotteau.
Di esso credo bene di poter formare altra specie nuova, die
dedico a Nino Bixio per ricordare, più che le tante glorie, rac¬
colte da questo audacissimo soldato su tutti i campi di batta¬
glia, la parte da lui presa alla grande contesa scoppiata nella
memorabile giornata del 18 aprile 1861 alla Camera dei De¬
putati a Torino tra Garibaldi e Cavour.
Clypeaster Piloi Lov.
(Tav. XVI, tig. 1 a-d).
*
Esemplare, anche questo unico, ma di grande taglia, misu¬
rando 138 mm. in lunghezza, 131 in larghezza e 34 in altezza:
di forma subpentagonale, ad angoli molto attondati e con una
leggerissima flessuosità agli orli fra le due paia di petali, essendo
374
D. L0VISAT0
ben convessi i margini anteriormente e posteriormente a! peri-
procto.
Faccia superiore cupoliforme troncata all’alto all’apice, sgra¬
ziatamente rotto, ma che dovea essere largo e concavo (tav. XVI,
fig. le): la cupola, convessa in quasi tutte lesile parti, comin¬
cia ad elevarsi dai margini, formando delle gibbosità prima nelle
zone interambnlacrali e poi nei petali (tav. XVI, fig. la), che
non sono lunghi occupando. 50 mm. degli 82 del raggio, essendo
poi approssimativamente eguali ; sono elevati, gibbosi, larghi, leg¬
germente convessi ed abbassatisi di più nella loro parte infe¬
riore verso le zone porifere, colle quali nella parte superiore si
confondono in un medesimo piano inclinato: le zone interanibu-
lacrali si elevano maggiormente di quello che sieno i petali al
loro principio, ma questa gibbosità s’arresta e s’abbassa dopo
i 2 ,t del raggio dagli orli all’apice per andare a formare un
medesimo piano colla parte superiore delle zone porifere, e questo
è uno dei caratteri essenziali dell’individuo descritto rimpetto a
tutti gli altri, che si conoscono: le zone porifere falciformi, che
quasi chiudono i petali alle loro estremità, sono larghe, infos¬
sate particolarmente nella loro parte mediana e portano da 8
a 10 tubercoli, che, sebbene piccoli, sono di differente gran¬
dezza e non equidistanti fra loro (tav. XVI, fig. 1 cl). La faccia
inferiore, che sembra piana, è invece a 5 piani lievissimamente
inclinati verso il centro, inflettentisi poi con regolare declivio
dopo i 3 4 del raggio per andare a formare il peristoma (tav. XVI,
fig. là) pentagonale, piccolo e profondo, accentuandosi quivi
maggiormente i 5 solchi ambulacrali, che restano distinti fino
agli orli; periproeto grande, inframarginale, ma non si possono
dare altri caratteri, perchè è rotto da una parte ed il margine
è un po’ corroso.
Questo individuo fu trovato dall’operaio Giovanni Arundini
il 14 ottobre 1906 nelle arenarie o grès di Pirri, appartenenti allo
stesso piano dei grès del Poetto al Capo S. Elia: non fu quindi
veduto dal Gauthier e tanto meno dal Cotteau, che molto pro¬
babilmente l’avrebbero ascritto al C. gibbosus, dal quale troppi
caratteri lo dividono, ed avrebbe quindi formato il 94° individuo-
di quella specie nella mia collezione.
NUOVE SPECIE DI « CLYPEASTEli »
375
Per la sua forma generale presenterebbe qualche carattere
come nella sua faccia inferiore declive dolcemente verso il centro,
pel peristoma, pel periprocto col C. turgidus Pomel, ma quello
è di forma assai più elevata e colla cupola, che non si alza
direttamente dal margine, oltreché essere in generale di dimen¬
sioni molto maggiori del nostro, e poi se ne differenzia nei petali,
nelle gibbosità delle zone interporifere e nelle depressioni pre¬
sentate dalle zone porifere.
Non conoscendo nessuna specie finora descritta e figurata,
che possa rispondere alla descrizione fatta pel nostro individuo,
credo di poterne fare una specie nuova, che dedico a Rosolino Pilo,
prima avanguardia di Garibaldi in Sicilia.
Clypeaster Lombardii Lov.
(Tav. XY, fig. 4 a-d).
Individuo di grande taglia, misurando 147 nini, in lunghezza,
136 in larghezza e 32 in altezza, di forma subpentagonale molto
arrotondato in avanti, un tantino flessuoso ai due margini fra
le paia di petali, essendo il margine posteriore alquanto sinuoso
per essere convesso al periprocto con due leggere concavità da
una parte e dall’altra, essendo quivi sottile il margine, che va
successivamente ingrossando, fino a raggiungere la sua massima
grossezza dinanzi al petalo impari. Faccia superiore a cupola
(tav. XV, fig. 4 c), che comincia ad elevarsi ad un terzo circa
del raggio dal margine alla parte centrale, presso la quale si
tronca per abbassarsi specialmente de’ suoi petali per andare
a formare l’apice, leggermente concavo e malauguratamente un
po’ rovinato: petali non molto lunghi, non arrivando ai 2/3 del
raggio, ma gibbosi e larghi, anche alle loro estremità inferiori
bene aperte (tav. XV, fig. 4 a); sono convessi sia nella loro lun¬
ghezza radiale, sia nella loro larghezza, scendendo più accen¬
tuatamente verso le zone porifere: sono gibbose anche le zone
interambulacrali, ma la loro gibbosità, che comincia quasi con¬
temporanea a quella dei petali, è molto minore e si fa anche
sempre meno accentuata da quasi scomparire in vicinanza
all’apice, dove si veggono soltanto le gibbosità dei 5 petali : le
zone porifere sono larghe, assai poco incurvate, alquanto infos-
D. LOVISATO
376
sate, aperte inferiormente e portanti da 8 a 10 tubercoli sulle
costole più lunghe, non grandi, quasi sempre eguali ed abba¬
stanza regolarmente distanziati fra loro (tav. XV, fig. 4 d). La
faccia inferiore (tav. XV, fig. 4 b) sembra piana, ma invece è
a lievissimi piani inclinati, i quali verso le loro 3/4 parti si
inflettono per andare a formare il peristoma pentagonale, non
grande, ma profondo, al quale concorrono ben marcati i 5 solchi
ambulacrali: periprocto grande, circolare e vicinissimo al mar¬
gine, dal quale dista non più di 3 min.
Questo Clypeaster, unico di tale tipo raccolto nella parte set¬
tentrionale dell’isola, andò al Cotteau tutto impastato di calcare
giallastro, ricchissimo in fossili, e ritornò a me con questo car¬
tello dell’eminente specialista: «Me parait étre urie variété du
Clypeaster gibbosus, Marcel de Serres, mais indeterminable » . Ed
effettivamente, com’era involto nella roccia, mostrando solo il
contorno, qualche parte di petalo ed alcune gibbosità, sarebbe
stato troppo ardito di volerne fare una determinazione qualun¬
que. Così impastato rimase fino a questi ultimi tempi, nei quali
ho voluto passare in rivista il C. gibbosus. Si comprende come,
avendo veduto che alcune specie aveano una ben determinata zona
di diffusione, talora anche ristrettissima, come sarebbe appunto
pel C. gibbosus , il quale per la Sardegna, per le indagini e
le scoperte finora fatte, comparirebbe semplicemente nei din¬
torni immediati di Cagliari, venisse in me la voglia di liberare
il nostro individuo dalla roccia, che l’involgeva, per vedere, se
possibile, 'tutti i caratteri. E sono lieto di averlo fatto, perchè
ora sono sicuro ch’esso nulla ha a che fare col C. gibbosus , al
quale dubbiosamente Cavea riferito il Cotteau, ma che certa¬
mente non l’avrebbe fatto, se lo avesse veduto, come è oggi,
libero dal calcare, che nascondeva la maggior parte de’ suoi
caratteri, nè l’avrebbe ascritto al C. dilatatus o C. unibrella,
semplicemente pel peristoma senza anche badare agli altri ca¬
ratteri.
Il nostro individuo ha qualche rassomiglianza per le dimen¬
sioni generali, per la forma de’ suoi petali, per le zone pori¬
fere aperte e pel suo periprocto col C. parvituberculatus Pomel,
ma ne differisce per la sua altezza, per la uniforme andatura
della sua cupola, pei suoi orli flessuosi, pel numero dei tuber-
NUOVE SPECIE DI « CLYPEASTER »
377
coli nelle zone porifere, per la sua faccia inferiore, che è tutta
affatto piana, ciò che non avviene nel nostro, che ha poi anche
il periprocto grande. Tanto meno lo potremo confrontare col
C. Myriophyma Pomel, col quale ha quasi eguale contorno
meno verso il periprocto, eguale peristoma ed eguale periprocto
anche per la sua posizione, ma il nostro esemplare è di dimen¬
sioni più piccole, molto meno elevato, sebbene nell’andamento
della sua cupola si comporti quasi egualmente, e porti un nu¬
mero minore di tubercoli nelle zone porifere.
Si distingue poi nettamente il nostro Clypeaster da altre
specie dell’Algeria, descritte e figurate dal Pomel, colle quali
pur presenta dei caratteri in comune, e quindi differendo da
tutte le specie, già descritte e figurate, credo bene di poterne
fare una nuova specie, che dedico al prode garibaldino bresciano
Agostino Lombardi, mio maggiore, che il 16 luglio 1866 al
ponte sul Chiese presso Cimego nel Trentino ebbe spezzato il
cuore da piombo austriaco.
Deriva questo esemplare dal calcare giallo fossilifero, elve-
ziano, della trincea ferroviaria da Portotorres a S. Giovanni.
SPIEGAZIONE DELLE TAVOLE
Tavola XV.
Fig. 1 a. Clypeaster Nulloi Lov. Esemplare veduto dalla faccia superiore,
ridotto approssimativamente alla metà della grandezza naturale, come
tutte le figure di questa tavola, ad eccezione delle porzioni di zone
porifere, ingrandite quattro volte. L’originale nella collezione Lovi-
sato. — Pag. 368.
Fig. 1 b. Clypeaster Nulloi Lov. Lo stesso, veduto dalla faccia inte¬
riore. — Pag. 369.
Fig. 1 c. Clypeaster Nulloi Lov. Lo stesso, veduto di profilo. — Pag. 368.
Fig. 1 d. Clypeaster Nulloi Lov. Porzione di zona porifera dello stesso
esemplare, ingrandita. — Pag. 368.
Fig. 2 a. Clypeaster Canzioi Lov. Esemplare veduto dalla faccia supe¬
riore. L’originale nella collezione Lovisato. — Pag. 370.
Fig. 2 b. Clypeaster Canzioi Lov. Lo stesso, veduto dalla faccia infe¬
riore. — Pag. 371.
378
D. LOVISATO
Fig. 2 c. Clypeaster Canzioi Lov. Lo stesso, veduto di profilo. — Pag. 370.
Fig. 2 d. Clypeaster Canzioi Lov. Porzione di zona porifera dello stesso
esemplare, ingrandita. — Pag. 371.
Fig. 3 a. Clypeaster Bixioi Lov. Esemplare veduto dalla faccia superiore.
L’originale nella collezione Lovisato. — Pag. 372.
Fig. 3 b. Clypeaster Bixioi Lov. Lo stesso, veduto dalla faccia infe¬
riore. — Pag. 373.
Fig. 3 c. Clypeaster Bixioi Lov. Lo stesso, veduto di profilo. — Pag. 372.
Fig. 3 d. Clypeaster Bixioi Lov. Porzione di zona porifera dello stesso
esemplare, ingrandita. — Pag. 373.
Fig. 4 a. Clypeaster Lombarda Lov. Esemplare veduto dalla faccia supe¬
riore. L’originale nella collezione Lovisato. — Pag. 375.
Fig. 4 b. Clypeaster Lombarda Lov. Lo stesso, veduto dalla faccia infe¬
riore. — Pag. 376.
Fig. 4 c. Clypeaster Lombarda Lov. Lo stesso, veduto di profilo. — Pag. 375.
Fig. 4 d. Clypeaster Lombarda Lov. Porzione di zona porifera dello stesso
individuo, ingrandita. — Pag. 376.
Tavola XVI.
Fig. 1 a. Clypeaster Piloi Lov. Esemplare veduto dalla faccia superiore,
in grandezza naturale. L’originale nella collezione Lovisato. — Pag. 374.
Fig. 1 b. Clypeaster Piloi Lov. Lo stesso, veduto dalla faccia infe¬
riore. — Pag. 374.
Fig. 1 c. Clypeaster Piloi Lov. Lo stesso, veduto di profilo. — Pag. 374.
Fig. 1 d. Clypeaster Piloi Lov. Porzione di zona porifera dello stesso
individuo, ingrandita quattro volte. — Pag. 374.
[ms. pres. 11 sett. - ult. bozze 14 nov. 1912].
Boll. Soo. Geoi. Ital., Voi. XXXI (1912)
(LOVISATO) Tav. XV.
Fig. 2d
a a a r, c„
Fig. 4d
tuoi CALZOLARI &FERRAR IO ‘MILANO
. .
Boll. Soc. Geol. Ita!., Voi. XXXI (1912)
(LO VISATO) Tav. XVI.
ELIOT CALZO LAMI & f £ R HAHIO - MILA*.
LA GEOTETTONICA DELL’APPENNINO MERIDIONALE
Schema del prof. F. Sacco
(Tav. XVII)
A naturale complemento del lavoro sull 'Appennino meri¬
dionale, pubblicato due anni or sono nel Bollettino di questa»
Società presento ora la relativa cartina geotettonica (che per
ragioni economiche non avevo unito allora a detto lavoro) li¬
mitandomi a pochi cenni generali per la sua illustrazione.
Se consideriamo nell’assieme questa cartina geotettonica
dell’Appennino meridionale, tanto più se la colleglliamo a nord
con quella che ho già presentato nel 1907 per gli Abruzzi e
nel 1908 per il Molise, ci colpisce subito il fatto che la parte
orientale od adriatica dell7 Appennino è rappresentata essenzial-
1 Colgo quest’occasione per ripetere che la Bibliografia accennata
in tale lavoro non è che sommaria e limitata ai nomi ed opere principali,
giacché la Bibliografia completa sommerebbe a parecchie migliaia di cita¬
zioni, mentre fu concentrata in appena 9 pagine, tralasciando quindi una
enorme quantità di indicazioni, alcune anche importanti, come per esempio
quelle del De-Angelis sui Mammiferi dell’antico Lago del Mercure, 1897,
sull ’Eleph. antiquus di Laino-Borgo , 1895, sui Coralli del Calcare di Ve-
nassino (Capri), 1905, ecc. Di alcuni ultimi lavori non ebbi conoscenza
che troppo tardi; come per esempio di quelli ili Stubel, Ber Vesuv , 1909,
di Walther, Die Sediinente der Taabenbank Golfe voti Neapel, 1910, ecc.
Indico pure alcuni errori tipografici sfuggitimi nella correzione delle
bozze, come p. e.: Pliocene invece di Plistocene (a pag. 349, linea 6a), 76
invece di 79 (a pag. 366) per l’anno della la eruzione storica vesuviana.
Ricordo infine che sulla carta geologica, subito ad est di Salerno,
per errore di correzione litografica delle 2e bozze risultò un’area di tinta
sbagliata. Quivi esiste una bellissima serie pliocenica molto interessante
che si inizia in basso col tipico Piacenziano (sviluppato da sotto il Cimi¬
tero di Salerno attraverso la Val (Mancano sino a Sordina ed oltre in
380
F. SACCO
mento da rughe più o meno ondulate e serpeggianti, mentre
che la sua parte occidentale o tirrena è costituita principal¬
mente da fratture più o meno lineari.
Tra queste due grandi zone principali si va insinuando a
sud, cioè nella regione della Lucania-Basilicata, una specie di
zona intermedia a grandiose e complesse anticlinali ondulate.
Ciò naturalmente in linea generale, giacche se passiamo ad
un esame di dettaglio vediamo che, come nella regione orien¬
tale di corrugamento appaiono qua e là linee di fratturazione
generalmente però poco grandiose, così nella regione occiden¬
tale di fratture spesso sonvi pure rughe, ma generalmente
poco accentuate e per lo più non tali da dare un’impronta spe¬
ciale ed importante al paesaggio.
Tale commistione di rughe e fratture si verifica special-
mente nella sovraccennata zona intermedia.
La causa generale della distinzione geotettonica così deli¬
neata nel suo complesso, credo debbasi ricercare essenzial-
alta Val Forni-Sordina, causando appunto, per facile erosione, tale de¬
pressione orografica) rappresentato da marne grigie, con sparsi cristallini
di Selenite, leggermente inclinate a SSE, qua e là escavate per la¬
terizi, spesso ricche in fossili (ligniti; molte Grifee, Pettini lisci, Isocar-
die, Pinne, Dosinie, Xenofore, Ecliinofore, Echini, ecc.); segue in alto
una zona di passaggio, arenacea, giallastra, con Ostriche, Veneri, ecc.; su
tutto ciò si sviluppa estesamente, da Salerno ad oltre la Regione Mon-
tina, la serie asticina , potente 100 a 200 metri, costituita di arenarie più
o meno sabbiose, grigie o giallastre, alternate e commiste con conglome¬
rati, ad elementi piccoli e grandi di Calcari triasici, cretacei ed eocenici
e di Arenarie eoceniche (del diametro talora persino di 1 a 2 metri), in
strati e banchi suborizzontali, spesso tanto compatti da utilizzarsi per co¬
struzione e pietrisco. Queste formazioni astiane diventano talora conglo¬
merati travertinoidi, quindi cementatissimi e cavernoidi, come per esem¬
pio nella Regione Montina dove sono coperte da pozzolane plistoceniche
giallo-rossicce. È questa formazione asticina (da alcuni però creduta quater¬
naria) che, con facies più o meno littoranea-deltoide, si estende tanto no¬
tevolmente, sollevata anche a grandi altezze, sui terreni mesozoici ed
eocenici da Salerno ad Eboli-Contursi-Caggiano Vietri, ecc. passando
talora gradatamente (in modo speciale verso nord, cioè naturalmente ad¬
dentrandosi nell’ Appennino) ai contemporanei depositi grossolani, essen¬
zialmente conglomeratici, deltoido-continentali, di Monte Corvino- Acerna -
Brienza, ecc.
GEOTETTONICA DELL’APPENNINO MERIDIONALE
381
mente nella costituzione geo-litologica della catena appenninica
in esame.
Questa infatti nella sua parte occidentale-tirrenica è costi¬
tuita essenzialmente da una potente serie di banchi calcarei
(specialmente cretacei ed in minor grado giura-triasici) compatti,
resistenti, mentre che nella sua parte orientale-adriatica è for¬
mata specialmente di terreni eocenici rappresentati da strati e
straterelli calcarei ed arenacei alternati con schisti argillosi i
quali diventano talora anche del tutto prevalenti.
Orbene, sotto razione orogenica, straordinariamente intensa,
ripetutasi più volte dalla fine dell’Eocene al Quaternario, per
cui la regione ora appenninica veniva quasi stretta in gigan¬
tesca morsa tra NE e SO, si verificò che i banchi calcarei me¬
sozoici, grossi e compatti, della regione tirrenica, dopo essersi
adattati, direi, a qualche leggero corrugamento, per la loro no¬
tevole rigidità complessiva raggiunsero presto il limite di pie¬
ghevolezza e quindi si fratturarono, specialmente secondo linee
ortogonali alla direzione della pressione, spesso però coll’ac¬
compagnamento di altre svariate linee di frattura oblique o
sovente anche perpendicolari alle prime. Ne risultò quindi che
detta vasta regione appenninica fu ridotta ad un complesso di
giganteschi frammenti o zolle di crosta terrestre, più o meno
angolosi o rettilinei, i quali naturalmente non rimasero in ge¬
nerale al loro posto o livello primitivo, ma nei successivi sforzi
orogeiiici subirono varii spostamenti, verticali specialmente,
alcuni di sollevamento, altri di sprofondamento, coll’accompa¬
gnamento di inclinazioni in diversi sensi, di irregolarità sva¬
riate, ecc. (vedi la sezione sotto la cartina).
Per tal modo ne derivò un paesaggio, un aspetto orogra¬
fico, assai speciali e caratteristici, a giganteschi tavolati od acro¬
cori (in massima parte cretacei) separati da grandi e profonde
vallate (riempite in fondo da depositi più o meno giovani, in
gran parte eocenici o quaternari), limitate lateralmente da al¬
tissime pareti subverticali, sovente coll’accompagnamento di
grandiose gradinate per ripetuti scoscendimenti che ricordano,
in grande, i caratteristici scivolamenti a gradini irregolari delle
regioni di smottamento o franamento.
382
F. SACCO
Questa speciale struttura fratturata della regione appenni¬
nica occidentale fu già riconosciuta e segnalata da parecchi
autori che si occuparono della geologia dell’Appennino meri¬
dionale, in modo speciale da E. Suess, Antlitz d. Erde, I u.
Ili ; da W. Deecke, Zur Geologie v. Unteritalien , N. J. M. G.
u. P., 1892 e 1893 ed Ue. d. Santo in Unter Italien, I. Geogr.
Ges., 1892; da M. Cassetti e G. De Lorenzo in diversi loro lavori
ed ultimamente da W. Kranz, Vide. u. Tékt. im Beclten v.
JSfeapel, Peterm. Geogr. Mitteil., 1912.
Invece sotto l’azione orogenica intensissima sovraccennata
la regione appenninica orientale-adriatica, perchè parzialmente
costituita nella sua compagine da schisti argillosi teneri, pie¬
gabili e scorribili, piuttosto che con fratturazioni potè meglio
adattarsi mediante corrugamenti più o meno accentuati e ripe¬
tuti, ondulati, fra loro subparalleli, talora innestantisi o sdop-
piantisi, talora accentuantisi fortemente, tal’altra invece depri-
mentisi sin anche a scomparire, risultandone un paesaggio a
serie di monti e colline più o meno subparallele, per quanto
irregolari, a causa delle locali differenze di costituzione litolo¬
gica, di pressione, di resistenza, di erosione, ecc.
Nelle depressioni costituitesi fra dette rughe emergenti,
essenzialmente eoceniche, vediamo spesso adagiarsi depositi più
giovani, miopi iocenici, pliocenici e quaternari, come osservasi
per esempio percorrendo la Valle di Bovino o del Cervaro.
Analoghe insinuazioni e deposizioni plioceniche, più o meno
ampie, vediamo là dove detti corrugamenti di terreni eocenici
andarono rilassandosi o deprimendosi per varie cause, come per
esempio neH’amplissima quanto irregolare conca beneventana,
nell’alta Valle ofantina, ecc.
Nella regione intermedia esistente, come fu già sopraccen¬
nato, tra le due ora esaminate, nella parte medio-meridionale
(Lucania- Basilicata) dell’Appennino in questione, siccome svi¬
lupparsi assai i terreni triasici, costituiti sia da compatti ban¬
chi calcarei sia da estese e potenti zone di schisti relativamente
pieghevoli, là naturalmente si verificarono, sotto l’intensa azione
orogenica, effetti misti, cioè di corrugamenti accompagnati da
fratturazioni, come ha già tanto bene illustrato il De Lorenzo
in parecchi lavori.
GEOTETTONICA DELL’APPENNINO MERIDIONALE
383
Così pure nel Cilento, sul lato tirreno, dove estendonsi molto
i terreni eocenici, in gran parte schistosi, sopra ai rigidi ban¬
chi calcarei del Mesozoico, là vediamo dolci ondulazioni svi-
luppantisi tra regioni tipicamente fratturate.
Nella geotettonica dell’Appennino meridionale, come del
resto nell’Appennino in generale, mentre predomina assoluta-
mente l’andamento o direzione da NO a SE, sia nelle rughe
sia nella fratture (quantunque con non rare intersezioni oblique
od ortogonali alle suddette), è però notevole una specie di gran¬
diosa arcuatura, convessa verso NE, che appare chiaramente
anche ad un semplice sguardo sulla cartina annessa al prece¬
dente lavoro geologico sopra Y Appennino meridionale, 1910,
perchè presentasi con un’ossatura essenzialmente triasica, quan¬
tunque con ammanti e propaggini cretacee.
Questo gigantesco arco geotettonico si diparte dalla Cala¬
bria settentrionale, sviluppasi abbastanza regolarmente e dol¬
cemente (in complesso a grandi rughe subparallele, qua e là
alternate con fratturazioni lineari) attraverso la Basilicata ; poi
nella Lucania settentrionale si volge a NO, diventando una
regione essenzialmente di fratture e, con questa facies tettonica,
si dirige poscia ad ovest ed infine a SO a costituire la tipica
penisola sorrentina, sino aH’estrema sua propaggine staccata,
l’Isola di Capri.
E quindi nell’interno di questo arco che poterono depositarsi
durante l’Eocene le estese e potenti formazioni costituenti gran
parte del Cilento; più tardi ebbe ad originarvisi l’immensa pia¬
nura triangolare quaternaria del basso Sele, ed infine ne resi¬
duò il grandioso Golfo salernitano (1. s.). E all’estremità occi¬
dentale, tutta fratturata, di detto gigantesco arco geotettonico
che devesi in gran parte la formazione del mirabile Golfo di
Napoli, in connessione col l’intenso vulcanismo flegreo, continen¬
tale ed insulare.
Riguardo a questo famoso Golfo di Napoli sull’unita cartina
geotettonica ho segnato, oltre alle fratture riconoscibili sul ter¬
reno, anche parecchie altre ipotetiche, cioè probabili ed intuibili
sia da dati batimetrici (linee depresse o fosse di Magnaghi, di
Dohrn, ecc.), sia dai fenomeni endogeni stessi i quali sono sem¬
pre più o meno direttamente in relazione con linee di fratture
384
F. SACCO
e loro incrociamenti, sia da considerazione teoriche in relazione
colla fratturazione delle regioni circostanti.
Naturalmente tali fenomeni di fratture vennero quivi ma¬
scherati dai depositi vulcanici, sia per semplice ricoprimento
tufico-lavico, sia perchè (specialmente nel punto di irregolare in¬
crocio di fratture occasionanti o facilitanti il Vulcanismo) la
fuoruscita di copioso materiale endogeno deve aver cagionato
un più o meno locale e più o meno accentuato sprofondamento
delle sconquassate zolle di crosta terrestre, che quindi più fa¬
cilmente vennero ricoperte e mascherate dai depositi vulcanici
o fluviali o marini o dal mare stesso. «
Probabilmente il centro vulcanico di Roccamonfina e la linea
flegrea Casoria-Ischia, come pure il Vesuvio ancor oggi attivo,
corrispondono a consimili fenomeni geotettonici di fratturazioni,
con più o meno intensi sprofondamenti, ecc. Il parallelismo
complessivo di detta linea flegrea (1. s.) colle sovraccennate
fosse batimetriche del Golfo di Napoli e colla fratturata serie
della Penisola Sorrentina-Isola di Capri, ci fa dubitare che an¬
che la zona vulcanica flegrea corrisponda ad una linea di com¬
plessa fratturazione incrociata, da cui sarebbesi appunto origi¬
nato l’intenso vulcanismo flegreo, come ho schematicamente
accennato con linee ipotetiche sull’unita cartina geotettonica.
Il modo speciale di fratturazione dei monti di Caserta (1. s.)
e della cerchia montana Partenopea-Salernitana in genere, ci
lascia intravedere come probabile una complessa, interrotta, spez¬
zata ed incrociata linea o zona di fratturazione (ora in gran
parte mascherata dai depositi quaternari) che dalla regione vul¬
canica di Roccamonfina può svilupparsi, sotto l’attuale pianura
Capuano-Napoletana, in modo da raggiungere la regione com¬
plicatamente fratturata di Nocera-Salerno, proseguendo poi pro¬
babilmente, sempre verso SE, fino ad apparire nelle multiple
fratturazioni lineari che limitano a SO il gruppo dell’Alburno,
morendo infine nel gran Vallo di Diana dove appunto la Geo-
tettonica generale dell’Appennino subisce una notevole modi¬
ficazione.
E forse in parte a tale linea litoclasica ipotetica (che ap¬
pellerei subnapoletana ), incrociantesi probabilmente con alcune
delle linee radiali di frattura del Golfo di Napoli e con altre
GEOTETTONICA DELL 'APPENNINO MERIDIONALE
385
ora non più riconoscibili, che potrebbe esser dovuta la costitu¬
zione e la lunga attività vulcanica del Vesuvio, accompagnata
naturalmente da fratture periferiche e da sprofondamenti più
o meno accentuati, come ci accennano le caratteristiche forme
e stroncature tettoniche dei circostanti sproni montuosi di Can¬
cello, di Nola, di Palma, ecc.
Ma arrestandoci sulla via un po’ pericolosa ed incerta delle
ipotesi e tralasciando ogni dettaglio che ci condurrebbe troppo
oltre i limiti propostici d’uno sguardo sintetico, diciamo ancora
qualche parola sulla speciale e staccata regione della Puglia.
Il Promotorio Garganico rappresenta una grandiosa zolla
calcarea, essenzialmente cretacea, che, per fratturazioni varie,
venne staccata dalle circostanti regioni fra cui emerse, sia per
reale suo sollevamento, sia per relativo sprofondamento delle zolle
circostanti. L’affioramento triasico della punta delle Pietre Nere
a nord di Lesina, con affinità a terreni analoghi di alcune isole
adriatiche e della Dalmazia, costituisce un interessante ed im¬
portante punto di appoggio per congetture della Geotettonica
fondamentale e sui collegamenti profondi della circostante re¬
gione mascherata da depositi giovani o dalle acque dell’Adriatico.
Il noto Tavoliere Pugliese è un’amplissima regione depressa
compresa fra: gli ultimi orientali corrugamenti della catena ap¬
penninica, la regione garganica spiccatamente emersa per frat¬
turazioni seguite da sollevamento, le Murgie baresi emerse per
dolci ondulazioni ed il Mare Adriatico di cui detto Tavoliere
rappresenta una insenatura riempitasi e diventata quindi con¬
tinentale solo durante il Postocene.
Quanto alla Peuisola Pugliese compresa tra Canosa, il Capo
di Leuca, la Valle Bradano-Basentello e l’Adriatico, essa rap¬
presenta il prodotto di una dolce emersione di una parte della
depressione adriatica, emersione verificatasi in più riprese dalla
fine del Cretaceo ad oggi, contili uantesi tuttora, ma accentua¬
tasi specialmente alla chiusa del Mesozoico e del Cenozoico.
Tettonicamente tale Penisola è costituita da quattro o cinque
linee di dolcissimo corrugamento, linee dirette naturalmente da
NO a SE come l’Appennino in generale. Ciò ci prova che
Pemersione della Penisola Pugliese fu dovuta a pressioni tan¬
genziali non molto intense e quindi tali da riescire generai-
386
F. SACCO
mente appena a fare incurvare un po’ i compatti banchi cal¬
carei del Cretaceo; ed anche quando, come vedremo, per spe¬
ciali circostanze vi si verificarono fratturazioni, tuttavia la forza
orogenica non riesci a spostare e sollevare di molto le zolle cal¬
caree cosi frantumate.
Oltre a dette dolcissime anticlinali e sinclinali, non sempre
delimitate o delimitabili, sonvi pure zone che parrebbero quasi
di monoclinale, talora accompagnate da fratturazioni con spo
stamento, in modo da originare gradinate delimitanti abbastanza
bene la regione più o meno elevata della Penisola Pugliese,
così: lungo la linea, più volte curvata o spezzata, di Minervino-
Altamura-Massafra (con continuazione interna tra i Monti S. Elia
e Trazzonara all’incirca) separante abbastanza nettamente a gra¬
dinata le Murgie baresi o Murgie pr. d. dalla depressione bra-
danica; lungo la linea di Lizzano-Salina di Torre Calimena, in
modo da staccare nettamente (con un gradino formato dalla te¬
stata degli strati cretacei fratturati, spostati e dolcemente incli¬
nati a 1SHSIE) le Murgie tarantine dalla prossima regione litto-
ranea e marina del Golgo di Taranto (1. s.) ; e dal lato adriatico
lungo una linea, foggiata a gradino o margine di terrazza, che
si sviluppa da poco ad est di Bari per Fasano, sino ben oltre
Ostimi, separando così a NE le Murgie baresi (1. s.) dal bas¬
sipiano littoraneo circa madriatico di Mola-Monopoli-Egnazia-Ca-
stello Villanuova, ecc.
Ma nell’estremità della Penisola Salentina o Leccese (1. s.),
forse perchè furono più intense o più ripetute le azioni oroge-
niche (come dimostrerebbero sia i depositi marini terziarii che
vi appaiono in maggior varietà e numero, sia le emersioni tuttora
attive), le dolci linee di corrugamento si trasformarono spesso
in linee di frattura con leggero scorrimento in modo abbastanza
uniforme ; tanto che ne risultarono diverse zolle frantumate
in specie di parallelepipedi più o meno larghi (allungati nella
solita direzione di NO-SE) e spostate con prevalente pendenza
stratigrafica, sempre assai dolce, verso SO; oppure si costituirono
solo monoclinali di andamento analogo a quello delle fratture.
Quindi in linea generale, mentre la regione delle Murgie
baresi (1. s.) appare tettonicamente come una grande ed allun¬
gata zona di dolci ondulazioni, dirette da NO a SE, limitata
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L APPENNINO MERIDIONALE
SCHEMA DECTETTONICD
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Linee di frattura. ==
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F. Sacco. — Geotettonica dellAppennino meridionale.
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Boll. Soc. Geol. Ital., voi. XXXI (1912). Tav. XVII.
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SPIEGAZIONE
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GEOTETTONICA DELL’APPENNINO MERIDIONALE
387
da pieghe monoclinali accompagnate o no da frattura con leg¬
gero scoscendimento ; invece buona parte, la più meridionale,
della Penisola Salentina appare come una regione, bensì ancora
con alcune dolci ondulazioni, foggiate e disposte come le pre¬
cedenti, ma essenzialmente con ripetute fratture (o talora semplici
monoclinali) embricate in modo che i banchi calcarei del Cre¬
taceo hanno le loro testate rivolte a NE e pendono legger¬
mente a SO, nella qual direzione essi vengono più o meno presto
mascherati da depositi miocenici o più spesso pliocenici. Per
cui anche l’orografia di questa parte della Penisola Salentina as¬
sume nel complesso una plasmatura caratteristicamente embricata.
Tra la gran regione delle Murgie baresi (1. s.) e quella, mi¬
nore e più bassa, delle Murgie salentine (1. s.) si sviluppa, spe¬
cialmente dal lato adriatico, un’ampia regione depressa, pianeg¬
giante, appena interrotta da qualche leggera ondulazione o
gradinata, cioè la grande zona subtriangolare chiudentesi ad
ovest verso Francavilla-Oria e svasata invece larghissimamente
verso l’Adriatico, riempita da depositi plio-plistocenici, regione
che costituisce il cosidetto Tavoliere di Lecce-Brindisi.
Ecco quindi come i diversi modi di effettuarsi, di svolgersi
e di presentarsi della Geotettonica delle Puglie abbiano indotto
in esse tante diverse foggie orografiche quali sono: l’erto ed
isolato Promotorio Garganico, il basso ed ampio Tavoliere Pu¬
gliese, le allungate ed ondulate Murgie baresi, il triangolare
e depresso Tavoliere di Lecce-Brindisi ed infine le embricate
Murgie salentine.
[ms. pres. 11 sett. - ult. bozze 2 dee. 1912].
SULL’ETÀ DELLE ANTICHE ALLUVIONI CEMENTATE
NELLA VALLE DEL TAGLIAMENE)
Nota di Michele Gortani
Fin dal 1856 Giulio Andrea Pirona, nella quarta delle sue
Lettere geologiche sul Friuli ‘, faceva menzione di taluni con-
gdomerati grossolani diffusi nella valle del Tagliamento da
Socchieve ad Ampezzo e a Forni, e li riferiva al periodo di¬
luviale.
Questi conglomerati alluvionali furono in seguito studiati
attentamente dal Tarameli i. Egli notò il loro legame con le
alluvioni cementate antiche distribuite nell’alta pianura, nella
regione collinosa e in alcune valli interne del Friuli, e concluse
che per la potenza, la composizione e le condizioni stratigrafiche,
tettoniche e topografiche, tali alluvioni devono essere ritenute
probabilmente messiniane, e in ogni caso molto anteriori al
periodo glaciale 1 2.
L’argomento parve così bene lumeggiato e approfondito, che
per lunghi anni l’età terziaria delle più antiche alluvioni friu¬
lane fu accettata da tutti i geologi. E fu mantenuta anche dagli
1 Estr. d. Annotatore friulano , Udine, 1856, pag. 22.
2 Tarameli T., Osservazioni stratigrafiche sulle valli del Degano e
della Vinadia. Ann. scient. Ist. Tecn. Udine, III, 1869, pag. 42; Sopra alcuni
Echinidi cretacei e terziari del Friuli. Atti E. Ist. Yen., (3) XI Y, 1870,
pag. 2140 e segg. ; Sulla esistenza di un’alluvione preglaciale nel versante
meridionale delle Alpi. Ibid., (3) XVI, 1872, pag. 2193 e segg.; Dei ter¬
reni morenici e alluvionali del Friuli. Ann. scient. Ist. Tecn. Udine, Vili,
1874, pag. 42 e segg.; Catalogo ragionato delle rocce del Friuli. Estr. d.
Meni. E. Acc. Lincei, (3) I, 1877, pag. 46; Spiegazione della carta geo¬
logica del Friuli. Pavia, 1881, pag. 116-121 ; Geologia delle Provincie
Venete. Estr. d. Meni. E. Acc. Lincei, (3) XIII, 1882, pag. 177.
ANTICHE ALLUVIONI DEL TAGLI AMENTO
389
studiosi più accurati che se ne occuparono sul posto, quali Toin-
masi \ Teliini 1 2 3, 0. Marinelli Lorenzi 4, Sacco 5 * 7.
Ma negli ultimi tempi, le molteplici suddivisioni introdotte
nella serie neozoica antica indussero parecchi Autori a ringio
vanire moltissime alluvioni e a tentare di sincronizzarle con
l’uno o l’altro dei sottoperiodi neo e postpliocenici. Questa ten¬
denza ebbe a manifestarsi, più o meno direttamente, anche in
riguardo ai conglomerati friulani.
Che dapprima il Taramelli abbia troppo generalizzato, è
fatto positivo e da lui stesso presto riconosciuto; poiché nella
sua carta geologica del 1881 e nella relativa spiegazione tro¬
viamo ad es. già distinti come più recenti, preglaciali non mes-
siniani, i conglomerati affioranti lungo il corso del Natisene e
lungo il Cormor. Potranno altresì essere discussi i conglomerati
che formano il sottosuolo della pianura friulana, e che il Sacco s
ritiene ancora terziari, mentre il Teliini li giudica in parte
villafranchiani e in parte diluviali; altrettanto dicasi dell’iso¬
lato affioramento di Variano, che per Sacco 7 è messiniano, per
Brtickner 8 9 del Pliocene superiore e per De Gasperi 0 del Dilu¬
viale antico; così pure delle alluvioni cementate di Orgnano e
1 Tommasi A., Da Dogna a Ampezzo, Forni di Sotto e M. Najarda.
Ann. E. Ist. Tecn. Udine, (^2) IV, 1886, pag. 57.
2 Tellini A., Descrizione geologica della tavoletta Magano. In Alto,
III, Udine, 1892, pag. 46.
3 Marinelli 0., Descrizione geologica dei dintorni di Tarcento. Pubbl.
E. Ist. Studi sup. Firenze, 1902, pag. 104 e segg.; Studi orografici nelle
Alpi orientali. I. Meni. Soc. geogr. ital., Vili, 1898, pag. 415 e segg.
4 Lorenzi A., Fenomeni analoghi a quelli carsici nei conglomerati
messiniani di Da gogna e Susans nel Friuli. In Alto, XIII, Udine, 1902,
pag. 69.
5 Sacco F., Gli anfiteatri morenici del Veneto. Estr. d. Ann. E. Acc.
Agricoltura, XLI, Torino, 1899 (vedi la carta geologica e il testo a
pag. 14-21); La Valle Padana. Estr. c. s., XLIII, Torino, 1900 (vedi la
carta e il testo a pag. 31-33 e 171).
0 Sacco F., Anfit. vnoren. del Veneto, pag. 34-35.
7 Sacco F., Anfit. moren. del Veneto, pag. 34.
8 Brtickner E., Tagliarnentogletscher. In Penck e Brtickner, Die Alpen
im Eiszeitalter, fase. 9, Leipzig, 1907, pag. 1014-15.
9 De Gasperi G. B., I terrazzi anteriori all’ultima fase glaciale nella
pianura friulana. In Alto, XXII, Udine, 1911, pag. 104.
26
390
M. GORTANI
Pozzuolo, riferite al Villafranchiano dal Sacco 1 e al Diluviale
antico da Lorenzi 2, Brtìckner 3, De Gasperi 4 5. Dovrà essere
anche studiato, quando si facciano gli scavi necessari, il nucleo
del colle di Udine, sempre completamente celato dai materiali
artificialmente addossatigli: tutti studi e discussioni codesti,
che potranno giungere a un risultato positivo, — se risultato
positivo può sperarsi nella cronologia precisa delle alluvioni
plioceniche e quaternarie, — soltanto quando sian Pitti sulla base
di numerosi raffronti e di accurate osservazioni in sitn.
Per quanto simili ricerche possano riservare delle sorprese,
io credo però che esse, anche se estese a tutta la regione, non
riusciranno a scalzare la base fondamentale dei primi studi del
Taramelli. Questi studi si riferiscono essenzialmente alle po¬
tenti masse conglomerate della valle del Tagliamento, svilup¬
pate in modo particolare presso Ragogua e Susans, Gavazzo e
Verzegnis, Soechieve ed Ampezzo.
11 conglomerato di Ragogna e Susans, che ha una potenza
complessiva di oltre 600 metri, mostra troppo evidenti i suoi
legami con la formazione miocenica perchè si possa mettere in
dubbio che almeno la maggior parte di esso rappresenti il Mes-
siniano; sopra tutto dopo gli studi di Taramelli, Teliini br
Sacco 6, Stefanini 7.
Non cosi è degli estesi affioramenti da Gavazzo ad Am¬
pezzo, che seguendo un’idea espressa dal Taramelli stesso 8, il
1 Sacco F., Anfit. moren. del Vendo, pag. 34-35; Valle Padana,.
pag. 61-62.
2 Lorenzi A., Note zoologiche sul pozzo di Pozzuolo in Friuli. In.
Alto, XI, Udine, I960, pag. 59.
3 Britckner E., op. cit., pag. 1015.
4 De Gasperi G. B., op. cit., pag. 104. Egli però aveva giudicato
plioceniche le alluvioni stesse nel precedente lavoro: 1 rilievi miocenici
della piamira friulana. In Alto, XX, Udine, 1909, pag. 24.
5 Tellini A., op. cit., pag. 46.
6 Sacco E., Anfit. moren. del Veneto , pag. 14 e segg.
7 Stefanini G., Osservazioni sul Miocene del Friuli. Atti R. Ist.
Ven., LXX, 2, 1911, pag. 753; Sulla stratigrafia e sulla tettonica dei ter¬
reni miocenici del Friuli. Pubbl. n. 31 Uff. Idrogr. R. Magistr. alle Acque,
Venezia, 1911.
8 Taramelli T., La Valle del Po nell’epoca quaternaria, Atti 1° Con¬
gresso geogr. ital., Genova (1892) 1894, pag. 19 d. estr.
ANTICHE ALLUVIONI DEL TAGLIAMENTO 391
Parona 1 ed il Prever 2 ritengono contemporanei alla prima
espansione glaciale, e che il Briickner 3 riferisce addirittura a
un interglaciale. Ma a questo proposito non saranno inopportune
alcune osservazioni.
Il quadro molto generale del Parona e del Prever, che è
esteso in complesso alla maggior parte delle alluvioni pre¬
glaciali dei vecchi Autori prescindendo da osservazioni locali,
nel nostro caso speciale non ha, nè può avere, che un valore
molto relativo. Sotto altro aspetto deve essere esaminato il ri¬
ferimento del Briickner, basato sopra un’osservazione personale
fatta sul posto. Pra Ampezzo e Mediis egli avrebbe constatato
la sovrapposizione del conglomerato antico a un vero e proprio
deposito morenico, traendone la conclusione che il conglomerato
stesso è formato da alluvioni di età interglaciale. Il punto pre¬
ciso in cui l’Autore avrebbe fatto questa importante, decisiva
constatazione, non può essere ripreso in esame, perchè egli
stesso avverte che tale punto è ora nascosto dai muri di so¬
stegno fiancheggianti la strada nazionale.
Quando, tre anni fa, ebbi a parlare dei conglomerati di
Verzegnis 4, non potendo fare un serio controllo alle afferma¬
zioni del Briickner nel bacino di Ampezzo, mi limitai a esporre
il risultato delle mie ricerche a Verzegnis e Cavazzo. I lavori
di sterro recentemente eseguiti per correggere e ampliare la rete
stradale nel territorio di Ampezzo, mi hanno invogliato que¬
st’anno a tentar di risolvere il contrasto fra i risultati del Ta-
ramelli e miei da un lato, e quelli del Briickner dall’altro.
L’esame geologico sommario della località indicata dal Briick-
ner è già sufficiente per dimostrare che egli si è ingannato.
Il ripiano o altipiano di Ampezzo e quello di Mediis, formati
essenzialmente dai conglomerati in questione, sono separati
dall’ampia e netta incisione del torrente Lumiei. La strada
1 Parona C. F., Trattato di geologia con speciale riguardo alla geo¬
logia d’Italia. Milano (1902-04), pag. 664.
2 Prever P. L., Il fenomeno glaciale nella Valle del Pellice. Boll.
Soc. geol. ital., XXX, 1911, pag. 765.
3 Briickner E., op. cit., pag. 1025.
4 Gortani M., Betico , Lias e Giura nelle Prealpi dell’ Amino. Boll,
li. Coni. geol. d’It., XLI, 1910, pag. 166.
392
M. GORTANI
Mediis-Arapezzo, valicato il Luraiei, sale con ampie risvolte
sull’altipiano di Ampezzo, e lo raggiunge dopo aver percorso
un chilometro e mezzo superando un dislivello di circa settanta
\
metri. I conglomerati sono in strati quasi orizzontali. E a circa
metà della salita (35 m. sotto il livello dell’altipiano) che il
Briickner indica la morena sottostante al conglomerato. Egli non
dice però su che cosa posasse la morena; se lo avesse cercato,
avrebbe dovuto necessariamente constatare che a sostener la
morena si trovava ancora conglomerato. Ciò risulta dalle con¬
dizioni topografiche e dalla circostanza che nell’intero tratto
percorso, come del resto in tutto l’altipiano, il materasso di rocce
clastiche non è interrotto in nessun punto dai terreni che lo
sostengono.
Ammessa l’inesattezza delle conclusioni del Briickner, rima¬
neva però da spiegare l’osservazione locale da lui fatta. Si po¬
tevano formulare due ipotesi: che esistessero nell’altipiano di
Ampezzo conglomerati di varia età, oppure che la morena, in¬
vece di essere sottoposta (o meglio intercalata) al conglomerato,
si trovasse in una specie di tasca, analogamente a quanto sup¬
pone il Giirich 1 per la morena alla base della discussa breccia
di Hòtting.
La questione non può venir risoluta che per via indiretta,
dal momento che il punto precisato dal Briickner è ricoperto da
muraglioni. Tuttavia le numerose osservazioni fatte nella regione
circostante, senza poter in via assoluta far escludere nel caso
speciale la seconda interpretazione, mi hanno condotto a rico¬
noscere che la prima ipotesi corrisponde a un fatto reale.
In parecchie località dell’altipiano si nota infatti la coesi¬
stenza di due tipi di conglomerati, spesso molto simili fra di
loro per aspetto, composizione e solidità, ma di origine ed età
ben diverse. Particolarmente istruttivi sono ora i tagli fatti per
sistemare le strade da Ampezzo a Oltris e Yoltois. Sul conglo¬
merato preglaciale, resistente, solido, adoperato come pietra da
fabbrica, viene a sovrapporsi un conglomerato ora quasi altret¬
tanto tenace e compatto, ora più o meno lasso e non utilizza-
1 Giirich G., Die Hòttinger Breccie und ihre « interglaciale » Flora.
Verli. Natunviss. Ver. Hamburg, (3) XIX, 1911, pag. 36 e segg.
ANTICHE ALLUVIONI DEL TAGLI AMENTO
393
bile per costruzioni, ora infine spugnoso e friabile. Il primo
conglomerato è di evidente origine fluviale. Il secondo si pa¬
lesa invece di origine glaciale o fluvio-glaciale, sopra tutto per
la frequenza di ciottoli striati fra i suoi elementi. Trovai i ciot¬
toli striati abbondanti specialmente nella discesa da Ampezzo
al ponte di Oltris. Ivi, per il diverso grado di cementazione
dei depositi glaciali e per il diverso grado di disfacimento da
punto a punto, si osserva anche localmente una sovrapposizione
di conglomerato a morena, cioè di deposito morenico . cementato
a deposito morenico sciolto.
Non è sempre facile delimitare il conglomerato preglaciale
dal conglomerato quaternario, per l’alto grado di tenacità che
anche quest’ultimo può assumere. La natura litologica degli ele¬
menti è generalmente la stessa in entrambi, perchè i ciottoli
di rocce estranee al bacino del Tagliamento (quarziti, porfidi,
gneiss, ecc.), che sulla destra della vallata aiutano a caratte¬
rizzare i depositi glaciali, sono molto rari nel versante Ampez-
zano. Nè è possibile una separazione con criterio topografico,
ripetendosi qui il fatto già notato a Verzegnis: che la piatta¬
forma di conglomerato terziario fu profondamente incisa ed
erosa dai ghiacciai stessi e forse anche prima. Le morene riem¬
piono frequentemente insenature e anfrattuosità del conglome¬
rato preglaciale, che spesso non hanno rispondenza coll’attuale
idrografia. In una di tali vallecole corre appunto la strada che
sale al ripiano di Ampezzo dal ponte di Mediis. Il punto più
basso, rispetto al ciglio dell’altipiano, dove ho potuto consta¬
tare la sovrapposizione del conglomerato glaciale al preglaciale,
è sulla destra del rio Castiola, poco sopra il bivio da cui si
stacca la strada per Voltois.
Le mie osservazioni vengono cosi a confermare ed estendere
fino all’altipiano di Ampezzo ciò che il Taramelli aveva notato
fin dal 1869 fra Enemonzo e Socchieve L Se il Briickner, ve¬
nuto a studiare in Italia e a criticare le idee dei nostri fino a
respingerle, avesse meditato le parole del Taramelli, avrebbe
probabilmente evitato un notevole errore; poiché il Taramelli,
1 Taramelli T., Osserv. strat. sulle valli del Degano e della Vinadia.
L. cit., pag. 44.
394
M. GORTANI
constatando la sovrapposizione dei due tipi di conglomerati, met¬
teva in guardia contro la possibilità di confondere con l’alluvione
terziaria il conglomerato grossolano formato da morene più o
meno rimaneggiate. E vero che secondo il Briickner l’età neo¬
zoica del conglomerato alluvionale sarebbe appoggiata anche
dalla circostanza che esso « è venuto a deporsi in una valle
sopraescavata riempiendola fino a notevole altezza » Ma l’Au¬
tore si limita a enunciare questa premessa, senza dimostrarla
in alcun modo. Ed essa avrebbe molto bisogno di essere dimo¬
strata; perchè le mie ricerche lungo l’antico percorso del Ta-
gliamento, da Kagogna a Cavazzo, Yerzegnis e Ampezzo, con¬
ducono invece a ritenere che quelle antiche alluvioni furono de¬
poste in una valle profondamente incisa dalle acque e non so¬
praescavata da ghiacciai. Per citare un fatto solo, ricorderò le
irregolarità degli spunzoni dolomitici che da Cesclans a Ver-
zegnis affiorano sotto e in mezzo alle alluvioni cementate. La
interpretazione del Briickner potrebbe essere tutt’al più invocata,
a mio giudizio, per discutere l’età dei conglomerati e brecce della
stretta di Venzone.
Concludiamo perciò confermando ancora una volta l’esistenza
di un’alluvione preglaciale nella valle del Tagliamento, da Ba-
gogna tino a monte di Ampezzo; alluvione meno estesa di quanto
fu in principio supposto, ma della quale rimangono traccie evi¬
denti e copiose.
1 Briickner E., op. cit., pag. 1025.
pus. pres. 17 nov. - ult. bozze 11 dee. 1912].
CENNI DI GEOLOGIA APPLICATA
SUL TERRITORIO DI CALIGANO MONFERRATO
Nota del dott. Michele Craveri
Nelle vacanze estive del 1911 avendo trascorso nn po' di
tempo in villeggiatura sni Colli monferrini, e precisamente nei
fini di Calliano Monferrato, ebbi occasione di percorrere in tutti
i sensi il territorio di detto Comune e di fare alcune osserva¬
zioni di Geologia pratica che mi decido ora a pubblicare, per¬
suaso di non aver fatto nessuna scoperta, nel solo intento di
-arrecare il mio modesto contributo alla conoscenza più detta¬
gliata di questa regione.
Notizie geografiche. — Calliano, l’antico Castrimi Cadel-
lianum 1 è un comuuello di circa 3.000 abitanti nella Provincia
■di Alessandria, Circondario di Casale Monferrato, Mandamento
di Tonco. Confina a N ed a NE col Comune di Penango, ad E
<ion Grana, a SE con Castagnole Monferrato, a S con Scurzo-
lengo, con Portacomaro e con Asti, a SW ed a W con Castel-
P A Itero, a NW" con Alfiano Natta. La massima estensione del
territorio è all’incirca di km. 5,5 nella direzione NNW-SSE,
<ì di km. 6,5 nella direzione W-ESE.
Il paese è fabbricato sopra un’altura a circa 45°, 30' di la¬
titudine nord, e 4°, 12' di longitudine ovest dal meridiano di
Roma; dista poco più di 4 km. dalla stazione ferroviaria di
Castell’Alfero sulla linea Asti-Casale, km. 28 dal Capoluogo di
Circondario e km. 38,55 dal Capoluogo di Provincia. Il ter¬
ritorio di Calliano è attraversato da tre grandi strade provin-
1 Per le notizie storielle vedi: Niccolini G., A zonzo, pag. 247 e 248,
Casale, Tip. Bertero, 1877.
396
M. CRAVERI
ciali che fanno capo al paese: una per Asti e Castell’Alfero
(verso SW), una seconda per Penango e Moncalvo (verso N)
ed una terza per Grana e Montemagno (verso SE) ; per un breve
tratto ad ovest vi passa pure la strada ferrata fra le stazioni
di Castell’Alfero e di Tonco-Alfiano.
Tutta la regione è collinosa con dolcissima ondulazione, come
gli altri paesi limitrofi di questa parte del Monferrato, ed i punti
culminanti (intorno ai 300 m. di alt. s. 1. m.) sono : Madonna
della Neve, al nord del paese (m. 286) ; Chiesa parrocchiale
(ra. 271); S. Felice, al sud del paese (m. 299); Prie S. Desi¬
derio, presso la frazione omonima (m. 308). Viceversa i punti
altimetricamente meno elevati (sotto i 200 m.) sono i seguenti :
Fontana solfarea, detta la Pirenta di Ccilliano (m. 148); Strada
ferrata , lungo il torrente Versa (ni. 150 circa).
Costituzione geologica. — Le mie osservazioni personali
sono confortate dal famoso studio dell’illmo prof. Federico Sacco
sul bacino terziario e quaternario del Piemonte 1 con relativa
carta geologica ad 1 : 100.000.
In tutti questi terreni, nei campi e nelle vigne lavorate di
fresco, o dove le acque di scolo hanno prodotto degli smotta¬
menti e delle frane recenti, o là dove sono palesi gli effetti di
antica erosione, si rinvengono dei fossili, ma non potei basare
su questi la divisione dei terreni, sia per il materiale troppo
scarso da me rinvenuto e sia perchè i fossili che si trovano,
specialmente asportati dall’acqua, sono rimaneggiati, e quindi
non si può ricavare un giusto criterio dalla loro ubicazione.
Ma daH’esame complessivo della morfologia attuale della
regione si può con sufficiente approssimazione, se non con cer¬
tezza matematica, stabilire quanto vedremo in seguito, tenendo
conto del fatto che in terreni cesi facilmente erodibili è assai
difficile rintracciare i confini tra una formazione e l’altra o tra
le diverse facies di una stessa formazione, e peggio tra le for¬
mazioni di diverse età, anche per chi si potesse giovare del
sussidio della Paleontologia. Poiché spesso succede che terreni
cronologicamente più giovani siano ricoperti da un velo di ter-
1 Sacco F., Il bacino terziario del Piemonte, Milano, 1889; Il bacino
quaternario del Piemonte, Roma, 1890; Catalogo paleontologico ecc., Roma,
1889; Geologia applicata ecc., Roma, 1890; Appendice.
GEOLOGIA APPLICATA
397
reno più antico trascinato in basso dalle alture circostanti per
opera delle acque.
\
E chiaro che la morfologia attuale del grande bacino ter¬
ziario nella conca dell’Astigiano è la conseguenza del modella¬
mento operato dall’erosione subaerea, fluviale e meteorica, per
lungo volgere di secoli, cioè fin dal tempo della graduale emer¬
sione di questo fondo di mare piemontese ; ed anche ora che
i poggi e le colline sono arrotondati e molto più bassi in con¬
fronto col tempo della loro primitiva formazione, le acque di
pioggia ruscellanti sui fianchi del rilievo collinoso, specialmente
là dove esso è costituito da terreno argilloso poco permeabile,
continuano ad esercitare una potentissima azione dilavatrice e
per conseguenza erosiva, tanto che si può ben ammettere che
il materiale asportato nei secoli uguagli, se pure non supera,
la potenza dell’attuale rilievo.
In conclusione la serie dei terreni nei confini del Comune
di Galliano Monferrato sarebbe da ascrivere in gran parte al
Quaternario, come terreno di trasporto alluvionale specialmente
nelle vallate, se volessimo seguire il criterio del prof. Sacco ri¬
guardo al loess della Collina torinese 1 che egli ritiene, com’è
noto, derivante dallo sfacelo o disgregazione e conseguente tra¬
sporto dei terreni terziari in posto, per opera delle acque di scolo.
Ma di questo passo si giungerebbe a concludere che tutta
la terra emersa appartiene geologicamente all’era neozoica, poiché
anche le cime più elevate delle montagne sono ricoperte dai
campi di neve e gli alti solchi vallivi sono percorsi dai ghiac¬
ciai attuali, mentre là, dove c’è un palmo di antica roccia gneis-
sica o granitica allo scoperto, le azioni combinate della preci¬
pitazione e della degradazione atmosferica si adoperano alla
caolinizzazione dei feldspati, ecc.
Nel territorio di Calliano troviamo invece il Pliocene rap¬
presentato dal Messiniano con lenti gessi fere, dal Piacenziano
e à&W Astiano.
I terreni cenozoici più antichi sarebbero forse da attribuire
al Miocene con qualche lembo di Langhiano messo allo scoperto
1 Sacco F., I terreni quaternari della Collina di Torino , Atti Soc.
ital. di Se. nat., voi. XXX, Milano, 1887.
M. CRAVERI
398
fra il Bric la Colma ed il Bric Montarsone, mentre l’Elveziano
e il Tortoniano sono ricoperti e mascherati dai terreni plioce¬
nici sopra ricordati.
Il più antico di questi, ed anche il più interessante dal
punto di vista della Geologia applicata, come vedremo in seguito,
è il Messiniano con lenti gessifere, che occupa tutta l’ampia
Valle della Pietra, percorsa nel fondo dalla strada provinciale
Asti-Moncalieri che passa per Galliano, e precisamente dai pressi
della sorgente solfurea fino al pie’ della ripida salita al poggio
su cui è costrutto il paese.
Un’altra zona Messiniana con gli stessi caratteri sarebbe al
nord della precedente verso Penango, solcata dal Pio Bizara,
zona che seguita poi verso nord-ovest, dov’è molto più estesa,
fino a Villadeatis, e di qui ad occidente per Montiglio, Mar-
morito, ecc., riducendosi infine ad una stretta fascia che si mo¬
stra fra il Tortoniano e il Piacenziano al pie’ dei Colli torinesi
per Marentino, ecc. fino alla pianura del Po fra Moncalieri e
Trofarello, come ha osservato anche il dott. P. L. Prever in un
recente lavoro sulla collina di Torino L
Finalmente una terza zona di Messiniano con lenti gessifere
si osserva al sud-est della Valle della Pietra verso il confine
meridionale del Comune di Calliano, sotto il Bric Montarsone
già nominato e il Bric del Bosco, solcata dalla valle del Gorgo
e dalla valle del Rio, e formante una placca isolata nel Pia¬
cenziano, come quella della Valle della Pietra terminando prima
di Scurzolengo.
Il prof. Sacco nella sua carta geologica sopracitata ne segna
poi un’altra placca al sud di Grana pure circondata dal Pia¬
cenziano e questo dall’Astiano, per ritrovare poi il Messiniano
colla massima estensione dal nord di Grana e di Montemagno
ad Altavilla e a San Salvatore Monferrato verso la confluenza
del Tanaro col Po.
L’orizzonte più esteso nei confini di Calliano sembra essere
il Piacenziano che occupa tutta la parte occidentale verso la
ferrovia e la valle del torrente Versa formando una successione
1 Prever P., Aperta géoìogìque sur la Colline de Turin. Mém. de la
Soc. géol. de France, 4e sèrie, t. I, Mém. n. 2, Paris, 1907.
GEOLOGIA APPLICATA
399
di collinette poco elevate su cui sorgono le case ; ad es. :
C. Dal Pozzo (m. 228), Perrona (m.210), C. Sappa (m.225),C. Mon-
tafarengo piccola (m. 236), C. Montafarengo nuova (m. 203 sul
Bric). Al nord e al nord-est del paese c’è ancora il Piacen¬
ziano ricoperto qua e là da lembi di terreni più recenti del-
l’ Astiano ; e Piacenziano ancora si nota al sud del paese e ad
occidente della frazione S. Desiderio, fra il Messiniano di Valle
della Pietra e di Bric del Bosco sotto i Tetti Rolassa e l’Astiano
che da Madonna della Neve al nord del paese va fino a S. De¬
siderio ed oltre.
Il Piacenziano ha poi la sua massima estensione oltre i con¬
tini di Galliano verso Portacomaro a sud e verso Tonco e Mon¬
tigli a nord-ovest, mentre V Astiano che occupa la maggior
parte della conca dell’Astigiano forma qui come una peniso¬
letta insinuata nel Piacenziano, e precisamente la parte più
elevata del territorio di Calliano, cioè un dosso collinoso su cui
sorge il paese e corre la strada da Calliano a S. Desiderio ed
a Grana, e dove si hanno le massime altitudini, come osservavo
dianzi.
Qui si nota dunque questo fatto interessante nella sovrap¬
posizione dei terreni delle diverse età: che cioè i più antichi,
messiniani, sono in media più bassi, poi i piacenziani raggiun¬
gono maggiori altitudini, e finalmente i più recenti, astiani,
sono i più elevati, per attenerci solo ai terreni pliocenici sicu¬
ramente accertati nei confini di Calliano. Ero abituato da pre¬
cedenti osservazioni a vedere nella Collina di Torino succedersi
tutta la serie Cenozoica dall’Eocene al Miocene, al Pliocene,
sia ammettendo anche l’Oligocene (con Tongriano, Stampiano,
Aquitaniano) secondo Sacco, o sia omettendolo secondo Prever,
il quale ultimo considera solo nella Collina di Torino i seguenti
piani : Luteziano, Bartoniano, Langhiano, Elveziano, Tortoniano,
Messiniano, Piacenziano, Astiano e Villafranchiano.
E partendo dal nucleo eocenico di Gassino prima emerso, gli
altri terreni si succedono regolarmente in fascie più o meno
estese nella stessa direzione NE-SW dell’anticlinale principale:
Bussolino gassinese-Soperga-S. Margherita-Cavoretto; notando
però che tale successione appare completa solamente dalla parte
di Chieri, cioè nel versante meridionale della collina fino a But-
400
M. CRAVEIU
tigliera d’ Asti, Riva di Chieri e Cambiano che sono già nel
Diluvium antico (Sahariano di Sacco) cioè nel Quaternario,
mentre nel versante settentrionale, cioè verso Torino, il Dilu¬
vium superiore della Dora Riparia e V Alluvium antico e recente
del Po si sovrappongono già all’Elveziano da Chivasso a S. Mauro
torinese e da Torino a Moncalieri, o addirittura al Langhiano
da San Mauro a Torino.
Qui si tratta adunque di una vera lenta e graduale emer¬
sione dal fondo del mare piemontese, dai terreni più antichi ai
più recenti, ma mentre l’isola eocenica e miocenica dei Colli
torinesi orientata col maggior diametro da nord-est a sud-ovest
era già tutta emersa, due grandi solchi esistevano al nord e al
sud, due grandi fosse oceaniche, una verso le Alpi piemontesi
e l’altra verso l’Appennino ligure, entrambi di età preterziaria,
alle cui falde si erano andati addossando i lembi del Terziario
più antico per effetto del loro sollevamento che accompagnò
quello della Collina di Torino, se non ne fu la causa.
Così sotto i depositi alluvionali del Po nella pianura di
Torino si trova, com’è oramai accertato ’, il Piacenziano fossi¬
lifero, e non l’Astiano, nè il Villafranchiano, il che significa
semplicemente che il Po ed i suoi affluenti avevano già com¬
pletato il riempimento del mare di Torino, mentre in fondo al
mare del Monferrato si andava ancora deponendo l’Astiano coi
suoi fossili caratteristici ; nè il Tanaro poteva riempire colle sue
alluvioni questo bacino, perchè allora doveva metter foce nel
Po presso Trofarello terrazzando le falde meridionali dei Colli
torinesi 1 2.
Ma una volta emerso l’Astiano e poi anche il Villanfran-
chiano e ritiratosi il mare, si stabilì nella conca dell’Astigiano
un sistema idrografico assai vasto e potente formato da torren¬
telli che scendevano dal nord, cioè dai Colli torinesi, e dal sud,
cioè dal preappennino, ed erano raccolti da un fiume collettore
che si andò scavando un solco, il quale è forse l’attuale alveo
1 Prever P., op. cit.
2 Oltre alle op. cit. di Sacco e di Prever vedi anche : Craveri M.,
Le dune continentali di Trofarello- Cambiano e di Grugliano (Torino).
Boll. Soc. geol. ital., voi. XXIX (1910), fase. I, Roma, 1910.
GEOLOGIA APPLICATA
401
del Tanaro; il quale corso il fiume seguì solo più tardi pie¬
gando a destra quando anche il Po si fu portato decisamente
a destra al pie’ dei Colli torinesi terrazzando la fronte della co¬
noide della Dora Kiparia.
E tanto potente fu l’azione erosiva esercitata da queste
acque nelle sabbie, nelle marne argillose e nei gessi del Plio¬
cene emerso di recente, da mettere allo scoperto in molti punti
il Piacenziano che era sotto FA stiano e perfino il Messiniano
sottostante a quello, come chiaramente si osserva nel tratto da
Cherasco ad Asti parallelo al corso del Tanaro, e come ho fatto
notare per il territorio di Calliano con questa non inutile per
quanto prolissa digressione.
Nè deve stupire il fatto che i Colli torinesi potessero dare
un notevole contributo di acque a questo fiume che diventò poi
il basso corso dei Tanaro, se si riflette a quanto dissi in prin¬
cipio di questo paragrafo, che cioè il volume dei materiali di¬
sgregati dall’atmosfera ed asportati per erosione acquea dal prin¬
cipio dell’emersione fino ad oggi si può considerare anche mag¬
giore del volume attuale delle nostre colline. Diversi Autori 1
hanno istituito questo paragone per le Alpi che sono costituite,
almeno nella loro massiccia ossatura, di materiali indubbiamente
più resistenti all’erosione, come sono le rocce arcaiche, paleo¬
zoiche e mesozoiche; che cosa si dovrebbe dire adunque per
terreni tanto facilmente erodibili come sono in generale i ceno-
zoici? Dunque le Colline di Torino che ora raggiungono in certi
punti i 600 ed i 700 m. di alt. s. 1. m. dovevano essere alte
almeno il doppio sul finire dell’era cenozoica ed al principio
della neozoica, quando le nevi del periodo glaciale (che furono
così potenti da originare i colossali ghiacciai delle Alpi scen¬
denti in pianura, dove costrussero i loro anfiteatri morenici)
ammantarono anche le colline stesse di potentissimi nevati.
Dirò più a lungo di questo argomento in uno studio che sto
preparando sulla idrografia dei Colli torinesi.
1 Vedi p. es. : Lubbock John, Le bellezze della Svizzera. Descrizione
del paesaggio e sue cause geologiche (versione italiana del dott. Luigi Scotti),
Milano, Hoepli, 1900.
402
M. CRAVERI
Orografia. — Il prof. Sacco fa notare nel suo studio sulla
Geologia applicata del Bacino terziario e quaternario del Pie¬
monte 1 quanto stretto sia il nesso che esiste fra la costituzione
geologica di una data regione e l’orografia della regione stessa,
e quindi indirettamente colla distribuzione dei centri abitati, ecc.,
ed io ho rilevato, per quanto riguarda la costituzione dei ter
reni nella regione da me presa in esame, i seguenti fatti.
Lascio in disparte come trascurabile la zona langhiana non
bene accertata, che tuttavia mi parve di scorgere solo per i suoi
caratteri litologici ed orografici di terreno marnoso-arenaceo
formante colline biancheggianti, con dolce pendio ; tanto più che
il colore della terra è variabilissimo, in dipendenza della sua
composizione chimica, da luogo a luogo nello stesso orizzonte
geologico, e la morfologia sopra accennata è comune anche a
molti terreni del Pliocene.
Lo stesso Messiniano, per esempio, nelle località sopraindi¬
cate si presenta sempre gessifero, ed ora è largamente eroso
con valli poco profonde e molto larghe come la Valle della
Pietra, dove la terra lavorata ha una tinta biancastra per la
presenza del gesso, oppure assume qua e là a placche un co¬
lor rosso mattone per l’alterazione dei sali di ferro in essa con¬
tenuti ; ed ora invece dà luogo a rilievi collinosi assai accen¬
tuati come nella parte meridionale del Comune, a sud-ovest di
S. Desiderio, con gli stretti solchi di Valle del Gorgo e Valle
del Rio. Altra valle abbastanza larga e piana nelle marne ges¬
sifere messiniane è quella del Rio Bizara al nord-ovest del Co¬
mune lungo la ferrovia, poco prima della fermata di Penango.
In mezzo a queste marne gessifere più o meno calcaree o argil¬
lose o sabbiose, non ho riscontrato nè vere e proprie arenarie
cementate, nè conglomerati, e difatti i ciottoli costituiscono una
rarità da queste parti, se si accettuano quei pochi alluvionali
che il torrente Versa può aver portato di lontano e riversato
nelle sue piene assai frequenti sui prati circostanti. Solo dove
ci sono delle cave di gesso o sfruttate attualmente o abbando-
1 Sacco F., op. cit. (Boll. R. Comit. geol. d’It., voi. XXI, Roma, 1890,
pag. 86).
GEOLOGIA APPLICATA
403
nate compaiono delle pareti tagliate a picco nella roccia com
patta bianco-grigiastra.
Invece i terreni del Piacenziano che formano, come dissi,
la maggior parte del territorio di Galliano sono marne argillose
di color giallognolo che secondo il loro contenuto in calcare
assumono talora un colore più chiaro simile ai terreni del Mes¬
sicano ; oppure abbondano talmente in argilla da rendere im¬
praticabili le strade campestri nei giorni di pioggia. Nel Pia-
cenziano sono tutti poggi arrotondati a dolce declivio ed anche
poco elevati, come osservavo dianzi, soggetti però a frequenti
frane per lo screpolamene dagli strati superficiali ai più pro¬
fondi.
Finalmente le sabbie dell 'Astiano assumono in taluni punti
l’aspetto di veri tufi duri e pure facilmente erodibili di color
giallo ocraceo, visibili anche nell’abitato di Calliano, presentando
spesso delle pareti a picco come si può osservare lungo la strada
da Calliano a S. Desiderio.
Anche Calliano, come tanti altri paesi del Monferrato, è co¬
strutto sopra un’altura con poco rispetto della simmetria e delle
buone regole edilizie; tutti paesi medioevali che devono la loro
ubicazione all’unica preoccupazione della facile difesa dominante
in quei tempi feudali, per cui le case sono irregolarmente rag¬
gruppate intorno all’antico Castello ed alla Chiesa, rappresentanti
i due sentimenti fondamentali di quel tempo.
Idrografia. — Ben a ragione nota il prof. Sacco nell’opera
citata 1 che non solo l’idrografia superficiale, ma anche e spe¬
cialmente quella sotterranea, sono in stretto rapporto con la na¬
tura geologica di una data regione; ed inoltre che in generale
i veli acquei sotterranei si trovano per lo più nella zona di
sovrapposizione di un orizzonte geologico all’altro, a causa sia
di leggiere trasgressioni, sia di differenze litologiche che quivi si
verificano. Infatti la famosa sorgente solfurea detta la Pirenta
di Calliano scaturisce sul limite tra le formazioni gessifera
del Messiniano e marnoso-argillosa del Piacenziano al sud-ovest
del territorio da me considerato, presso la strada provinciale
dove sorge anzi uno stabilimento di bagni.
1 Boll. R. Coinit. geol. d’It., voi. XXI, Roma, 1890, pag. 96.
404
M. CRAVERI
La composizione chimica di tale acqua sarebbe la seguente,
secondo i risultati analitici che sono stampati e diffusi per cura
del proprietario dello Stabilimento. Ogni litro d’acqua contiene:
Gas idrogeno solforato ....
cm. cubici
14,04
» anidride carbonica ....
»
10,80
» azoto .
»
10,87
Carbonato di calcio .
grammi
0,500
» » magnesio ....
»
0,308
Solfato di calcio .
»
1,515
» » alluminio .
»
0,072
» » magnesio .
»
0,120
Clontro di magnesio ......
»
0,212
» » ferro .
»
0,074
Nitrato di potassio .
»
0,227
Silice .
»
0,120
Sostanze fisse .
Ioduri . .
»
tracce
3,148
Vi sarebbe molto da discutere sulla natura di tali sorgenti
solfuree assai frequenti nel Monferrato, sulla loro origine endo¬
gena profonda rivelata anche dalla presenza del cloruro di ferro,
del nitrato di potassio, della silice, oltre che &e\V idrogeno sol¬
forato, e finalmente sul metamorfismo che possono avere eser¬
citato trasformando il calcare in gesso. Questa è una sorgente
perenne con quattro getti assai potenti e non deve essere molto
dissimile per la composizione chimica dalle altre sorgenti mi¬
nerali dei pressi di Castelnuovo d’Asti, Cocconato, Villadeati,
Ottiglio Monferrato, Vignale, ecc., lungo la zona delle lenti ges¬
sifere messiniane e dei calcari che il Sacco ha distinto in ligu-
riani e postliguri ani.
Si nota poi qui il fatto comune a tutte queste regioni col¬
linose che la falda acquea sotterranea è abbastanza superficiale
in fondo alle valli, alimentando i pozzi e le cisterne, mentre le
abitazioni situate sulla sommità dei poggi devono ricercare negli
strati profondi l’acqua potabile per uso domestico. Per dare
un esempio, un pozzo situato all’altitudine di 180 m. circa presso
la C. Montafarengo nuova (nel Piacenziano) ha la profondità di
una quarantina di metri raggiungendo il livello della falda frea¬
tica nella Valle della Versa. Nel territorio di Galliano da me
percorso non ho trovato per il regime delle acque sotterranee
GEOLOGIA applicata
405
^quella diversità che il Sacco sembra ammettere fra i diversi
orizzonti ; tanto i terreni del Messiniano che quelli del Piacen-
ziano e dell’ Astiano sono in generale poveri d’acqua, benché
costituiti in massima di materiali litologici diversi.
Dirò degli effetti di questa scarsità d’acqua nei paragrafi
riservati all’agricoltura ed all’igiene di questa regione, comple¬
tando anche le notizie che riguardano l’acqua solforosa della
Pirenta, i suoi caratteri fisici ed organolettici e la sua utilità
terapeutica.
Anche l’idrografia superficiale è assai scarsa, scorrendo per
10 più in fondo alle piccole valli qualche
Ruscelletto orgoglioso
Che ignobil figlio di non chiara fonte
si gonfia improvvisamente in seguito alle piogge di primavera
e d’autunno, alimentato dai rivoletti di acqua limacciosa e di
fango che scendono dai fianchi delle colline; ma durante le
siccità estive e negli inverni con poca precipitazione meteorica
11 corso d’acqua si immiserisce, onde si può ben continuare con
Fulvio Testi :
Sopraverrà ben tosto
Essicator di tua gonfiezza agosto.
L’unico torrentello un po’ importante è la Versa che scorre
però fuori del territorio comunale* dalla parte di occidente in
terreni piacenziani ricoperti di un velo di alluvioni del torrente
stesso. Questo rio è così incostante nella sua portata d’acqua
che durante i mesi d’estate vi si può camminare sul fondo a
piedi scalzi e pescare colle mani i gamberi nell’acqua abba¬
stanza chiara; ma se sopravviene un temporale l’acqua diventa
torbida e giallastra e cresce subito sensibilmente di livello. In
primavera poi non è raro il caso che ne sia allagata la cam¬
pagna circostante sul fondo della valle, giungendo il rio tal¬
volta in queste piene a toccare e lasciar sommerso il ponte
della strada carrozzabile alto 5-6 metri dal fondo, ed occupando
naturalmente una larghezza di parecchie diecine di metri. L’alveo
in cui scorre il torrente nel regime di magra è largo sul fondo
da 1 a 2—3 metri colla profondità dai 2 ai 5 metri dal livello
della campagna circostante.
27
406
M. CRAVERI
Agricoltura. — In una regione limitatissima com’è quella
del territorio di Caldano Monferrato si hanno quasi tutti i prin¬
cipali tipi di vegetazione adatti al clima e le principali col¬
ture in dipendenza dalla varietà di costituzione litologica dei
diversi orizzonti geologici, ciò che dà luogo naturalmente a di¬
versi tipi di terreno agrario in seguito all’azione fisico-chimica
degli agenti atmosferici, ed anche in relazione con l’orografia
e l’idrografia del luogo, per cui i colli aprichi e soleggiati spesso-
aridi e le vallette di erosione assai più fresche si prestano a
differenti colture. Le coltivazioni dominanti sono quelle della
vite, del frumento e delle erbe da foraggio.
Cominciando dal Messiniano bisogna ricordare per la Valle
della Pietra ciò che dissi parlando della costituzione geologica
di questi luoghi ; che cioè mentre si può ritenere veramente
messiniano il fondo della valle, perchè più profondamente eroso
fin dai tempi più remoti, le pendici a dolce declivio che si
innalzano sulla sinistra della strada (dalla Pirenta al paese)
sono ricoperte in parte da una coltre di terreno piacenziano
che combinando la sua natura argillosa con quella gessosa del
Messiniano servi di correttivo o ammendamento a questo e con¬
temporaneamente da questo fu ammendato.
Così non si può fare un taglio netto nemmeno fra i terreni
del Piacenziano e quelli MW Astiano che li hanno in parte
mascherati, e poi seguì per -tutti la degradazione meteorica che
diede luogo a tante sfumature di composizione chimica della
terra coltivabile.
In generale si può dire che nel fondo delle valli messiniane
(es. Valle della Pietra) e piacenziane (es. Valle della Versa)
vegetano indifferentemente i prati stabili non molto rigogliosi,
mancando l’irrigazione artificiale ; vi si possono fare tuttavia due
tagli di fieno sia per la relativa umidità naturale data dalla
non grande profondità dei veli acquiferi sotterranei, e sia per
il frequente stagnare delle acque di pioggia che scendono dalle
pendici. Ed è appunto per ciò che nel piano si trova pure qual¬
che campo di granoturco e ancora più rara la canapa.
Invece nei luoghi elevati del Messiniano come del Piacen¬
ziano si coltivano e vi prosperano egregiamente le viti ed i
cereali. Giova anzi notare che sul Piacenziano meno della metà
GEOLOGIA APPLICATA
407
del terreno è destinato alla coltura della vite, ed il resto è ri¬
dotto a campi; tra i cereali si coltiva su vasta scala il fru¬
mento, molto meno l’avena, poco o punto il mais e niente affatto
la segala. Hanno pure largo posto le erbe foraggere, general¬
mente leguminose, che una volta falciate si sovesciano, e cioè
il trifoglio, l’erba medica, la lupinella; non ho mai visto qui
tra le leguminose da sovescio il lupino bianco che invece si
coltiva molto nei terreni sciolti e leggieri di origine alluvionale
in molti luoghi della pianura padana e specialmente sugli alti¬
piani diluviali antichi. Sia sui poggi che nelle valli cresce bene
il gelso che dà luogo all’allevamento dei bachi da seta quasi
generale per tutti questi poderi. Molti appezzamenti di terreno
sono destinati alla coltura della canna comune che raggiunge
talora notevole altezza, la quale viene usata largamente oltre
che per fare stuoie anche per sostegno alle viti secondo l’antica
usanza monferrina, che però va a poco a poco trasformandosi
nel sistema a filari con pali e fil di ferro, ed in mezzo ai filari
si coltivano talora cereali o leguminose.
I terreni àz\Y Astiano poi di natura prevalentemente sab¬
biosa e tufacea sono quelli che meglio si prestano per la viti¬
coltura, ed infatti tutta la parte collinosa più elevata che si
estende dal paese di Calliano alla frazione di S. Desiderio è
coronata di ubertosissimi vigneti con meno campi di frumento
che sul Piacenziano, ed anche la vite stessa dà forse un vino
più alcoolico di quello che diano le viti dei terreni argillosi
piacenziani alquanto più freddi. È fatto posto anche qui alle
colture sussidiarie della canna comune e delle erbe foraggiere
indispensabili in queste località dove il fieno prodotto dai prati
stabili non basta aH’allevamento del bestiame.
A questo proposito giova notare che data la natura assai
compatta delle marne gessifere o argillose e dei tufi arenacei
che costituiscono questi terreni pliocenici, le lavorazioni frequenti
e profonde della terra si fanno con robuste coppie di buoi della
bellissima razza piemontese, i quali si prestano molto bene anche
a trascinare carichi pesanti su per le erte salite. Quindi è quasi
nullo l’allevamento delle vacche da latte e dei vitelli, mentre
nella Valle della Versa dalla parte di Castell’Alfero il terreno
più sciolto e leggero può essere lavorato anche con le vacche
408
M. CRAVERI
come si fa in molti altri luoghi. Qui invece i buoi ed i ca¬
valli si mantengono tutto l’anno con fieno chiusi nelle stalle;
si allevano pochissimi suini e sono molto rari anche gli animali
ovini i quali recherebbero troppo danno alle viti.
Ma se l’acqua potabile è scarsa, dura e selenitosa, se non
si produce quasi affatto latte, si beve in compenso il vino delle
ottime qualità d’uva Barbera, Freisa, Malvasia, Grignolino, ecc.
Anche le piante da frutta prosperano bene in tutti questi ter¬
reni, specialmente le prunacee e le pomacee. Misera e trascu¬
rata vi è l’orticoltura (meravigliosa negli immediati dintorni di
Asti) per la mancanza d’acqua e per la compattezza del terreno,
che formando in seguito alla pioggia una dura crosta superfi¬
ciale male si presta alle colture erbacee; anche le patate vi cre¬
scono stentatamente.
La vegetazione arborea è rappresentata, oltre che dal gelso,
dal ciliegio, dal pruno, dal pesco, dal pero, dal melo, ecc.,
anche dalla quercia, dalla robinia, dall’olmo, dal noce, e nelle
valli anche dal pioppo e dal salice; mentre la vegetazione arbu¬
stacea di biancospino, pruno selvatico, cerro, leccio, carpino,
bosso, avellana, ecc. alligna quasi dappertutto.
Industria. — Dopo quella del vino e del grano la maggiore
risorsa del paese è data dalle cave di gesso.
11 prof. Sacco afferma nella descrizione geologica del bacino
terziario del Piemonte che il Messiniano rappresenta essenzial¬
mente un deposito di basso fondo marino od anche di maremma;
la quale natura dei terreni messiniani sarebbe provata non solo
dai dati paleontologici, ma anche da quelli litologici; infatti
fra i depositi litoranei di marne, sabbie e conglomerati, talora
ad elementi voluminosissimi si incontrano spesso formazioni cal¬
caree e gessifere che si ritiene essersi dovute depositare quasi
esclusivamente nei bassi fondi marini, specialmente presso il
litorale dei mari chiusi o quasi chiusi.
Ho già espresso in altra parte del presente lavoro il mio
modo di vedere sulla successione dei diversi orizzonti del Plio¬
cene in questa limitata regione; supponendo cioè che in gene¬
rale i depositi dell’Astiano ricoprissero quelli del Piacenziano
e del Messiniano, e che l’emersione completa non sia avvenuta
fino a dopo l’Astiano. Solamente l’opera potentissima dell’ero-
GEOLOGIA APPLICATA
409
sioue avrebbe messo allo scoperto i terreni più antichi e più
profondi. Ho pure emesso l’ipotesi che i gessi possano derivare
dall’azione dell’idrogeno solforato sui calcari per lento e gra¬
duale metamorfismo, ciò che non è del tutto improbabile.
Il prof. Sacco osserva inoltre nelle notizie di Geologia appli¬
cata 1 che nel Messiniano il gesso si presenta o in grossi cristalli
costituenti veri banchi, oppure in piccoli cristallini frammischiati
abbondantissimamente alla marna; talora poi tali cristalli tro-
vansi solo sparsi irregolarmente ed in piccola quantità. Ora
nella regione da me esaminata mi pare che si tratti piuttosto
di una marna riccamente gessifera che non di gesso puro cri¬
stallizzato.
Le prime operazioni industriali sul materiale greggio, ope¬
rate sul posto, cioè la cottura e la macinazione della roccia, si
compiono per lo più in un modo molto primitivo. Si può osser¬
vare ad esempio nella Valle della Pietra, dove esistono parecchie
cave in attività, come si operi la triturazione del gesso mediante
certe rozze macine di pietra mosse dalla forza di un asino cogli
occhi bendati. In qualche cava però si usa già il motore a vapore,
ed oltre che nella valle suddetta vi sono pure cave di gesso nella
parte più meridionale del Comune al sud-ovest della frazione
S. Desiderio fra i Tetti Kolassa e i Tetti Sassia (Portocomaro).
A proposito della idrografia si deve pure accennare ai molini
per i cereali che solamente sono mossi dalla forza dell’acqua
dove e quando essa scorre in discreta abbondanza ; i principali
sono : il Molino della Pietra al sud-ovest presso la fontana sol-
furea, il Molino Valsesio ad occidente ed il Molino del Tuono
ad oriente del Comune, oltre i due esistenti al nord e al sud
del paese.
Sull’Astiano e precisamente uscendo dal paese per la strada
che conduce a S. Desiderio ed a Grana si incontra una fornace
di laterizi, ed un’altra ricordo appena fuori del territorio comu¬
nale al di là della ferrovia, dove le marne argillose del Pia-
cenziano fanno passaggio all’argilla più o meno marnosa ed
impura.
1 Sacco F., op. cit. (Boll. R. Comit. geol. d’It., voi. XXI, Roma, 1900),
p. 115.
410
M. CRAVERI
Finalmente giova ricordare che esistono nel Comune (per
esempio a C. Durando nella Valle della Pietra) distillerie di
alcool dalle vinacce, ed a questo proposito rimando il lettore
a mie precedenti osservazioni sui diversi modi di utilizzare i
residui della preparazione del vino i quali studi erano fatti
appunto per i paesi del Monferrato.
Igiene. — Alcune poche considerazioni mi restano da fare
a proposito del l’acqua che si beve in questo paese. Ho detto
a proposito dell’ idrografia che la falda freatica è abbastanza
superficiale in fondo alle valli, mentre i pozzi scavati accanto
alle case che sorgono in cima ai poggi sono molto profondi;
e citavo l’esempio di un pozzo profondo una quarantina di metri
dalla C. Montafarengo nuova al livello della valle del torrente
Versa. Si aggiunga che quest’acqua è non solo cruda o dura,
ma per chi non è abituato a berla fa l’effetto di essere molto
indigesta e di sapore poco gradevole, essendo selenitosa, poiché
sotto gli strati più profondi del Piacenziano in cui è scavato
il pozzo si devono trovare le marne gessifere del Messiniano.
Del resto le acque di tale natura, per la profondità a cui si rin¬
vengono, d’estate sono freschissime ed in mancanza di meglio
vengono usate per uso domestico, accontentandosi spesso i con¬
tadini del luogo per abbeverare il bestiame e per altri usi agri¬
coli di usufruire dell’acqua piovana che scolando dai tetti e dal
ripido pendio della collina viene raccolta in fosse ampie e pro¬
fonde, dove l’acqua si ferma per un tempo assai lungo se il
terreno è costituito di marne argillose poco permeabili, come
succede appunto sul Piacenziano. Quando viene a mancare anche
la riserva di acqua piovana nelle cisterne e nelle fosse (acqua
per sua natura tutt’altro che potabile dal punto di vista chimico
e batteriologico) si usa anche per bere l’acqua che si va ad
attingere talvolta assai lontano in qualche rio e che si conduce
faticosamente in botti su per le colline.
Si capisce di leggieri come specialmente nel paese dove la
popolazione è più densa non siano infrequenti le epidemie di
tifo e di altre malattie infettive, aggiungendosi a tutte le altre
1 Craveri M., Diversi modi di utilizzare i residui della vinificazione.
Riv. di Fis., Mat. e Se. nat. di Pisa. Tip. Fratelli Fusi, Pavia, 1911.
GEOLOGIA APPLICATA
411
cause di inquinamento del l’acqua anche la filtrazione dei pozzi
neri nelle cisterne. Davanti al pericolo costante ed imminente,
finche non siano provveduti tutti i paesi del Monferrato di sana
acqua potabile mediante un grandioso acquedotto, non resta che
uno scampo: bere sempre e solamente vino, e non anacquarlo
mai! pena il tifo o il colera.
E poiché siamo in tema di igiene e di terapia ricorderò
ancora che l’acqua solforosa della Pirenta avendo d’estate una
temperatura di molto inferiore a quella dell’ambiente, bevuta
appena sgorga dalla fontana, così fresca fa tollerare il noto
odore di uova fradicie ed il sapore disgustoso del gas acido
solfidrico il quale si trova in parte allo stato libero; e contri¬
buisce inoltre a renderla meno sgradevole al palato la forte
percentuale di anidride carbonica per cui è ritenuta come dige¬
stiva. Ma lasciata per qualche tempo riposare in una bottiglia
deposita sulle pareti di questa lo zolfo che si mette in libertà
dall’idrogeno solforato, e perdendo con l’anidride carbonica anche
la sua freschezza diventa disgustosissima, poiché i carbonati di
calcio e di magnesio le conferiscono una notevole durezza, ed
il solfato di calcio la fa selenitosa; inoltre è amara per il sol¬
fato di magnesio , che le comunica le sue proprietà purgative.
Anche per uso esterno è prescritta la cura di questi bagni
nelle affezioni cutanee, ecc. per cui lo Stabilimento è molto
frequentato e la Pirenta di Galliano é conosciuta in tutti i paesi
vicini.
[ras. pres. 11 sett. - ult. bozze 11 dee. 1912].
BATRACI E RETTILI
DELLA GROTTA DI CUCIGL1ANA (MONTI PISANI)
Nota del dott. D. Del Campana
Nell’illustrazione dei fossili della Caverna di Cucigliana
(Monti Pisani) pubblicata dall’ Acconci nell’anno 1880 \ figu¬
rano soltanto i Mammiferi ed alcuni Molluschi, trovati negli
strati superficiali della Caverna, ed appartenenti, secondo l’au¬
tore ricordato, a specie tuttora viventi nelle vicinanze.
In seguito a nuovi scavi fatti per conto del Museo di Geo¬
logia e Paleontologia di Firenze, durante l’anno 1895, furono
rinvenute nuove specie fossili di Mammiferi, varie specie di
Uccelli ed alcuni avanzi ancora di Rettili e di Batraci.
Riservandomi di dare in altre note successive notizia degli
Uccelli e dei Mammiferi, mi limito nella presente a far cono¬
scere i Batraci ed i Rettili.
I resti cui alludo provengono più specialmente dallo strato
superiore della Caverna, riguardo al quale l’Acconci si espresse
già nei termini seguenti : « E formato di terra rossa, con fram¬
menti di calcare, coproliti ed ossa, crani e mandibole di Hyaena
predominante, ossa e denti di tutte le suaccennate specie ( Cervus r
Bos, Equus, Lcpus, Sus) meno quelle dei Carnivori e del lUii-
noceros. Anche questo strato aveva circa l’altezza del prece-
1 Acconci L., Sopra una Caverna fossilifera scoperta a Cucigliana
(Monti Pisani). (Atti della Società Toscana di Scienze Naturali residente
in Pisa. Memorie, voi. V, Pisa, 1880).
BATRACI E RETTILI DI CUCIGLIANA
413
dente (da cm. 50 ad 80). Ricopriva questa zona un incrosta¬
mento stalagmitico di vario spessore, nel quale cementate si ve¬
devano pure in maggior numero delle ossa e altre parti (sic) dello
scheletro d ' Hyaena in perfetta conservazione e frantumi d’ossa
di Cervo e di Cignale ».
Le specie pertanto che verrò illustrando in questa breve nota
sono le seguenti :
Bufo vulgaris Laur.
Bufo viridis Laur.
Zamenis viridiflavus Lacèp.
Bufo vulgaris Laur.
Questa specie è rappresentata nella Grotta di Cucigliana da
almeno tre individui, a giudicare dai resti fossili avuti sotto
occhio.
Per lo studio di questi mi hanno servito, come termini di
confronto viventi, gli scheletri di tre individui (1 cf -+- 2 Q)
provenienti dai dintorni di Firenze.
I resti fossili appartengono agli arti anteriori (porzioni di¬
stali di omeri destri e sinistri, un radio ed ulna destri) e agli
arti posteriori (femore sinistro); a questi vanno aggiunte alcune
vertebre e vari frammenti dell’ileo.
Si tratta di un materiale in generale poco ben conservato
per essere ridotto allo stato di frammenti; tuttavia questi con¬
servano per lo più i loro caratteri morfologici e si prestano ad
essere diagnosticati con sicurezza.
Per la maggior parte di questi resti vale l’osservazione che
già ebbe a fare il Regalia sui resti fossili della specie in pa¬
rola, rinvenuti nella Grotta dei Colombi L Si tratta cioè di esem-
1 Regalia E., Sulla fauna delia Grotta dei Colombi (Is. Palmaria,
Spezia). (Archivio per l’Antropologia e l’Etnologia, voi. XXIII, 1893,
pag. 260).
414 D. DEL CAMPANA
plari, alcuni dei quali superavano per dimensioni la specie vi¬
vente, come risulta anche dalle cifre seguenti:
Bufo vulgakis Laur.
CUCIGLI AN A
VIVENTK
C?
9
9
Diametro trasverso dell’epifisi
inferiore dell’omero . . .
mm.
11,6
(sinistro)
10*
(sinistro)
9*
(destro)
8,8
io
9,5
Spessore minimo dell'omero
sopra l’epifisi inferiore . .
»
4
4
3
3
3,5
4
Lunghezza totale del radio-
ulna .
»
32
(destro)
—
—
24,5
28
29
Diametro massimo dell’epifisi
superiore del radio-ulna
»
8
—
—
6,4
7
7,5
Diametro massimo dell’epifisi
inferiore del radio-ulna
»
10,2
—
—
8
9,5
9
Queste cifre sono abbastanza evidenti di per se stesse, per¬
chè vi sia bisogno di illustrazione speciale. Due degli omeri
fossili hanno i diametri trasversi contrassegnati da asterisco ad
indicare che quelle misure, per deficienza di conservazione del
fossile, sono state prese con la massima possibile approssima¬
zione; ed io ritengo che quella disparità di dimensioni, sì da
avvicinarsi alle cifre ricavate sul vivente, sia da attribuirsi uni¬
camente a diversità di sesso; essendo cosa nota che nei maschi
si hanno dimensioni più ridotte che nelle femmine.
Non ho potuto dare dimensioni neppure approssimative del
femore fossile, perchè esso è privo, per lo meno, del terzo in¬
feriore, oltre a mancare dell’epifisi superiore. Basta del resto, a
provare l’enorme suo sviluppo in confronto col vivente, l’osser¬
vare che mentre esso dà una lunghezza totale di mm. 31,5, nel
vivente lo spazio compreso tra le due epifisi dà solo mm. 24,
mentre la lunghezza totale è mm. 37 ; ciò che porterebbe nel fos¬
sile una lunghezza totale proporzionale di almeno mm. 48,5.
Quanto agli ilei nessun calcolo, neppure approssimativo, può
farsi, per essere ridotti a frammenti più o meno brevi ; essi
pure rivelano la presenza di un esemplare con dimensioni molto
BATRACI E RETTILI DI CUC1GLIANA
415
sviluppate (9?) e di altri con dimensioni ordinarie o poco
maggiori (c? ?). Le vertebre al contrario presentano tutte di¬
mensioni maggiori a quelle del vivente.
Nessuna osservazione speciale è da farsi relativamente ai
caratteri morfologici, i quali concordano completamente in am¬
bedue le forme confrontate.
Bufo viridis Laur.
Di questa specie che, come è noto, si trova comunissima in tutta
l’Italia, ho potuto riconoscere i resti fossili mediante il confronto
con alcuni esemplari viventi raccolti uno (9) nei dintorni di Fi¬
renze, due altri (cf9) presi nei dintorni di Brozzi (Firenze).
I resti fossili consistono in due tibie-fibule, una destra, l’altra
sinistra, le cui dimensioni fanno ritenere come appartenenti allo
stesso individuo. Della sinistra è conservata solo la metà pros¬
simale, della destra invece abbiamo anche parte della metà
distale ; mancano in ambedue le epifisi.
Confrontati questi resti con le ossa omologhe delle 99 del Bufo
viridis Laur. dei dintorni di Firenze e di Brozzi, si mostrano identici
per i caratteri morfologici, sebbene leggermente più sviluppati
in dimensioni, onde ne deduco che vi sia pure identità di sesso.
Riporto qui alcune dimensioni che ho potuto ricavare sui
fossili, alle quali unisco quelle ricavate sui viventi di Bufo
viridis Laur. e di Berna, esculenta Linn.
Bufo viridis Laur
RANA
ESCULENTA
FOSSILE
VIVENTE
Linn.
Destr.
Sinistr.
Dintorni
di
Firenze
9
Brozzi
cT
Brozzi
9
9
9
mm.
mm.
mm.
mm.
mm.
mm.
n
mm.
Diametro massimo della tibia-
fibula sotto l’epifisi super. .
3,8
3,8
3,4
3,7
3,5
3
2,7 |
Diametro minimo della tibia-
fibula .
1,6
1,5
1,5
1,4
1,3
1,5
1,4
Lunghezza della tibia-fibula
senza l’epifisi .
21 (?)
—
20
18,5
17
25
24,5
416
D. DEL CAMPANA
Ho controsegnato con un interrogativo la lunghezza della
tibia- fìbula fossile destra, perchè l’ho ottenuta in seguito a pro¬
porzioni fatte tra le cifre ricavate direttamente tanto nel vivente
che nel fossile, e ritengo di essermi avvicinato assai alla realtà.
Quanto alle cifre ricavate dalla Rana esculenta Linn., esse
mostrano come in questa specie la tibia-fibula, comparativamente
alle altre due forme, mentre è più allungata, ha invece un diame¬
tro massimo più piccolo, all’opposto del diametro minimo il quale
si presenta identico a quello riscontrato nelle tibie-fibule del
Bufo viridis Laur. Si hanno dunque nella Rana esculenta Linn.
in confronto col fossile non soltanto dimensioni, ma anco pro¬
porzioni diverse.
Zamenis viridiflavus Lacèp.
La specie in parola è già stata segnalata da me nella Grotta
di Cucigliana in una mia nota sopra un ofidio fossile di Monte
Tignoso (Livorno) L
Alle vertebre numerose, delle quali in detta nota è fatta
menzione, debbo aggiungere oggi due frammenti di rami man¬
dibolari, ambedue destri, non troppo bene conservati perchè
ridotti al solo osso dentale, mancante in parte delle sue estre¬
mità sinfisaria e posteriore, ma pur tuttavia facilmente diagno¬
sticabili.
Gli individui ai quali questi resti appartennero avevano
dimensioni svariate, poiché mentre uno di essi si mantiene, a
seconda dei confronti da me fatti, nelle proporzioni normali,
l’altro invece le supera assai.
I caratteri morfologici per altro sono gli stessi in ambedue e
ripetono quelli da me riscontrati nello Zamenis viridiflavus Lacèp.
In questa specie infatti, come nei due frammenti fossili in
parola, il dentale è più robusto e più ricurvo che non in altre
forme, quale ad esempio il Tropidonotus natrix Linn. E così
pure i denti appaiono nei fossili e nello Zamenis viridiflavus
Lacèp. più distanziati tra loro, più robusti e meno obliqui verso
1 Del Campana D., Resti di ofidio (Zamenis viridiflavus Lacèp.) nel
Quaternario di Monte Tignoso (Livorno). (Bollettino della Società Geo¬
logica Italiana,, voi. XXX, 1911).
BATRACI E RETTILI DI CUCIGLIANA
417
l’indietro che nel Tropidonotus natrix Linn., il quale ha denti
più fitti, più obliqui e più assottigliati; come anche è più esile
l’intera mandibola.
L’ unica misura che ho potuto ricavare nei resti fossili è
l’altezza del dentale in corrispondenza del foro nutritizio. Ne
riporto qui le cifre unitamente a quelle ricavate dalla specie
vivente alla quale gli ho ravvicinati.
Zamenis viridiflavus Lacèp.
FOSSILE. VIVENTE.
mm. 3 — 2,3 2 — 1,8
Per ciò che riguarda le vertebre di cui ho già fatto parola
in principio, si tratta di numerosi pezzi, benissimo conservati,
appartenenti senza dubbio a più individui, le somiglianze dei
quali colla specie Zamenis viridiflavus Lacèp. mi apparvero
spiccate sino dal primo esame che ebbi a farne. Nè oggi, dopo
averle nuovamente riconfrontate, potrei darne una diagnosi di¬
versa.
Solo si devono notare le maggiori dimensioni che le vertebre
fossili presentano, come quelle di Monte Tignoso, in confronto
a quelle del vivente; il quale, come altra volta osservai, è tra
i più grossi esemplari della specie in parola.
Ciò del resto si ricava ancor meglio esaminando le cifre del
seguente prospetto, che sono state prese su vertebre che oc¬
cupavano una posizione presumibilmente identica nella colonna
vertebrale.
1
Zamenis
viridiflavus Lacèp.
VERTEBRE FOSSILI
VERTEBRE
5EL vn
'ENTE
mm.
mm.
mm.
mm.
mm.
mm.
mm.
mm.
Lunghezza della vertebra dal
punto mediano dello zigosfene
al punto mediano dello zigantro
; 6
6
5,6
6,3
4,7
4,8
4,6
4,6
Diametro trasverso in corrispon-
denza delle post-zigapofisi . .
9,5
10
9
10,4
7
7
7
7
; Diametro trasverso minimo tra le
prezigapofisi e le post-zigapofisi
1
5
5,4
5,2
5,3
3,6
3,7
3,6
3,7
418
D. DEL CAMPANA
Non mi estendo in confronti con altre specie, quali il Tro-
pidonotus natrix Linn. e V Elapìds Aescidapii Host., rimandando
a quanto ebbi a dire in proposito nella nota sopra citata.
Unitamente alle vertebre, furono pure trovate numerose coste,
le quali, aH’infuori dalle maggiori dimensioni, non presentano, in
confronto collo Zamenis viridiflavus Lacèp. vivente, altra diffe¬
renza degna di nota.
[ms. pres. 14 agosto - ultime bozze 11 dee. 1912].
SULL’ORIGINE ED ETÀ
DEL GIACIMENTO GESS1FERO DI ROCCASTRADA
Nota del prof. G. Trabucco
Nel mese di agosto di quest’anno percorsi il Monte Annata
e le regioni circostanti e poi, ospite della gentilissima Famiglia
Bacci, l’importante territorio del comune di Roccastrada.
Ma per ora mi limiterò a parlare, molto obbiettivamente,
dell’origine e dell’età degli interessanti giacimenti gessiferi di
questo comune, coll’intento di portare nuova luce sui compli¬
cati fenomeni che si collegano coll’origine di molti dei giaci¬
menti di gesso, di cui è ricca, sopra ogni altra, la regione
Toscana.
*
* *
Il primo a nominare i gessi di Roccastrada sembra Bal-
dassarri *, che dice: «A poca distanza da Sassofortino, dalla
parte di tramontana, vi è molto gesso marmorino ».
Santi scrive 1 2: «All’ovest poi del paese (Roccastrada),
» scendendo verso il fosso detto V Acqua amara, trovammo am-
» massi grandissimi di gesso o solfato di calce informe, opaco
» e bianco, il quale fa l’ossatura totale di un alto poggio. Al
» fianco appunto di questo visitammo una gran caverna alta
» ed assai profondamente internata nella scogliera di gesso.
1 Baldassarri G., Saggio di osservazioni intorno ad alcuni prodotti
naturali fatti a Hata ed m altri luoghi delia Maremma Toscana. Venezia,
1766, p. 4L
2 Santi G., Viaggio terzo per le due provincie Sanesi. Pisa, 1906,
pag. 95 97.
420
G. TRABUCCO
» Trovansi quindi, non lungi da Sassofortino, grandi e fre-
» quenti ammassi di solfato di calce cristallizzato opaco, bianco
» o bruno. Il solfato di calce ricomparisce dall’altra parte
» di Sassofortino in cumuli frequenti, ma per lo più traspa-
» rente ».
E quanto all’origine \ crede questi gessi dovuti a decom¬
posizione di solfuri di ferro a contatto di calce, ammette cioè
l’origine metamorfica dei medesimi.
Repetti scrive 1 2 : « A ponente di Roccastrada, in un risalto
» di poggio, si incontrano ammassi grandissimi di solfato di
» calcio amorfo, il quale costituisce l’ossatura apparente di
» quelle pendici, dove è una caverna profonda interna nella.
» gessaia. La stessa roccia di solfato di calce in grandi rognoni
» si osserva sui fianchi dei monti di Sassofortino e di Sasso-
» forte, come ancora nelle opposte pendici, dove le gessaie ri-
» compariscono ».
Giuli cita 3 i gessi di Sassofortino saccaroidi, bianchi o gri¬
giastri.
Pareto, parlando delle trachiti di Sassoforte, osserva 4 « che
» esse hanno prodotto colassù, al loro apparire, delle gessaie,
» cambiando in solfato e rendendo porose quali raucMalìc le
» calcaree di quei luoghi ».
D’Achiardi cita 5 l’alabastro bianco, bianco macchiato di
scuro, giallo e biondo agatato di Roccastrada.
Lotti scrive 6: « Poco al di sotto di Sassofortino, andando verso
» Roccastrada, in una depressione fra il Monte Alto e il Monte
» trachitico di Sassoforte, vedesi una gran lente di gesso uscir
» fuori di sotto ai calcari cavernosi; la località prende appunto
» perciò il nome di Gessaie. Quasi si sarebbe tentati di credere
1 Santi G., Op. cit., p. 109.
2 Repetti E., Dizionario geografico, fisico e storico della Toscana ,
voi. IV, p. 800.
3 Giuli, Statistica mineralogica della Toscana, 1842-43.
4 Pareto L., Osservazioni geologiche dal Monte Ami at a a Roma. Giorn.
Arcaci., toni. C, luglio 1844.
5 D’Achiardi A., Miner. della Toscana , voi. I, 1872, p. 224.
0 Lotti B., Descrizione geologica dei dintorni di Roccastrada nella Ma¬
remma Toscana. Boll. Coni, geol., 1877, p. 103-104.
GIACIMENTO GESSIFERO DI ROCCASTRADA
421
» ad una conversione di calcare in gesso per opera delle tra-
» chiti, se non si trovassero giacimenti analoghi associati ai
» calcari cavernosi in luoghi dove non esistono affatto rocce
» plutoniane, come ad esempio nel gruppo di Montorsaio, nel
» Monte Argentario ed in altri punti della Catena metallifera;
» del resto dall’altro lato della massa trachitica, in quel tratto
» ove non compariscono rocce più antiche del cretaceo, non vi
» è traccia di gesso, sebbene i calcari alberesi trovinsi ad im-
» mediato contatto colle trachiti ».
E quanto all’età dei gessi, li attribuisce a\Vinfralias(\mg. 105).
Matteueci osserva 1 : « I terreni Miocenici Superiori sono
» rappresentati quasi essenzialmente dalla formazione gessosa
» che, essendo racchiusa da rocce quarzoso-anagenitiche e plio-
» ceniche ad oriente e dalle trachitiche ad occidente, occupa
» quella zona di terreno che si protende da nord a sud fra il
» distretto trachitico di Sassoforte e il torrente Bai. Se si do-
» vesse lasciarsi guidare dalla sola osservazione del contatto ira-
» mediato colle trachiti si sarebbe condotti in errore, perchè si
» sarebbe indotti a credere che calcari si siano trasformati quivi
» in gesso per l’azione metamorfizzante dell’acido solforico prove-
» niente dalla ossidazione del gas solfidrico emanato durante i
» trabocchi trachitici.
» Invece questi gessi si devono considerare come di origine
» puramente sedimentaria, al pari di quelli delle Bornagne, di
» Castellina Marittima e di Sicilia; il loro modo di presentarsi
» infatti sta appunto ad indicare con somma precisione che si
» sono depositati per via acquea sui terreni preesistenti ».
E appoggia questa conclusione ai seguenti fatti :
1° Non gli fu dato di potervi osservare i graduati passaggi
del calcare al gesso.
2° Troppo sovente si trovano calcari a contatto immediato
delle trachiti in tanti altri luoghi, senza mai rinvenirvi nep¬
pure un principio di gessificazione.
3° In complesso trasparisce sempre una vera e propria re¬
golare stratificazione e gli strati di gesso alternano con banchi
1 Matteucci V ., La regione trachitica di Laccaste ada (Maremma To¬
scana). Boll. Coni, geol., 1890.
28
422
G. TRABUCCO
di un’arenaria friabile marnosa contenente minutissimi cristalli
di selenite di color bigio-giallognolo.
Lo stesso autore, in una successiva nota 1 e nella cartina
geologica che la accompagna, riferisce al Miocene Superiore i
gessi intercalati , egli dice, con marne.
Lotti successivamente osserva2 3: «Non manca neppure il
» fenomeno della gessificazione del calcare retico, fenomeno
» frequentissimo nei monti della Maremma (Monte Argentario,
» 'Paiamone e Capalbio) e presso S. Gimignano e che, sotto
» Roccastrada presso Tisignano, presentasi in modo veramente
» grandioso ed in condizioni tali da potere riconoscere chiara-
» mente e studiare il processo di metamorfismo ».
Lotti e Novarese attribuiscono al Miocene Superiore i gessi
di Roccastrada coll’indicazione: sabbie, marne e argille con
masse di gesso, considerandoli evidentemente sedimentari.
Da ultimo (1910) Lotti scrive: «Ma le più grandi masse
» di gesso, associate al calcare retico, le troviamo presso Roc-
» castrada, sulla sinistra del fosso delle Vene; esse estendonsi
» continue per oltre un chilometro con notevole spessore e la-
» sciano vedere chiaramente la loro origine per alterazione del
» calcare che le racchiude.
» Il Matteucci, pur avendo scambiati questi gessi per quelli
» miocenici, nota che in essi stanno racchiusi strati contorti di
» calcare grigio-nerastro, che è appunto il retico; ed il Nova-
» rese, che li studiò in modo speciale, comunicò allo scrivente
» di averli veduti sottilmente stratificati ed alternanti con stra-
» terelli calcarei fortemente distorti ed in gran parte corrosi.
» Frammenti calcarei di svariate dimensioni stanno ravvolti nel
» gesso, il quale vi si dispone intorno in fitte zone concentriche.
» Ricorda pure il Novarese che la gessificazione si estese anche
» alle rocce scistoso-calcaree del trias immediatamente sotto-
» stanti.
1 Matteucci V., Note geologiche e studio chiinico-petrografico sulla
regione trac-hitica di Boccastrada. Boll. Soc. geol ital., 1891.
2 Lotti B., Descrizione geologico-mineraria dei dintorni di Massa Ma¬
rittima. Roma, 1893, pag. 33.
3 Lotti e Novarese, Carta geologica d’Italia alla scala di 100.000
(Siena), Roma, 1906.
GIACIMENTO GESS1FERO DI ROCCASTRADA 423
» La frequente associazione del gesso al calcare r etico e la
» sua non rara disposizione in strati , come si verifica ad esempio
» a Roccastrada, al Cornocchio e nell’isola di Giannutri, porte-
» rebbero a concludere della contemporaneità di queste masse
» gessose e del calcare che le racchiude, ma varie altre osser-
» vazioni fanno ormai ritenere certa la loro origine per azioni
» metamorfiche posteriori al deposito del calcare » ‘.
E quanto all’età dei gessi, ossia del metamorfismo, con¬
chiude2: «Se ora riflettiamo che il calcare cavernoso, rac-
» chiudente i gessi ed i calcari metalliferi, si trova quasi sempre
» compreso fra strati alternanti di scisti argillosi e calcari mar-
» nosi compatti dell 'eocene e strati scistosi e calcarei, pure al-
» ternanti del trias e del permiano , che cioè siamo in presenza
» di una formazione calcarea, eminentemente permeabile, com-
» presa fra due terreni quasi impermeabili, possiamo trarre dal-
» l’insieme dei fatti questa conseguenza : che soluzioni analoghe
» a quelle che, sostituendo in massima parte il calcare retico,
» produssero le masse ferrifere e calaminari e gli originali sol-
» furi dai quali esse derivarono, devono aver dato origine agli
» ammassi di gesso , convertendo il calcare in solfato di calce ».
*
* *
Riferite così le conclusioni degli autori che mi hanno pre¬
ceduto, mi propongo di dimostrare:
I. I giacimenti gessiferi del territorio di Roccastrada hanno
origine metamorfica evidente, dovuta alla trasformazione in gesso
del calcare retico per influenza di emanazioni solforose.
IL II metamorfismo, ossia la trasformazione del calcare in
gesso, avvenne in età geologica molto posteriore a quella del
deposito del calcare e della sua emersione e cioè nel periodo
pleistocenico per opera di emanazioni che uscirono dall’interno
attraverso a spaccature prodotte dall’innalzamento post-terziario
e dallo sprofondamento della regione tirrenica, da alcune delle
quali colarono le trachiti della regione.
1 Lotti B., Memorie descrittive della carta geologica d’ Italia, voi. XIII,
Geologia della Toscana, Roma, 1910, pag. 4L e seg.
2 Lotti B., Op. cit., pag. 465.
424
G. TRABUCCO
I.
I terreni, che limitano i giacimenti gessiferi, sono costituiti
dal basso all’alto:
Permiano
Scisti argillosi e micaceo-arenacei, arenarie
| quarzitiche e conglomerati quarzosi ( verrucano ).
Trias
Scisti argillosi, calcari e scisti calcarei.
Calcari compatti grigio-cupi e calcari caver¬
nosi dolomitici ( retico ), nei quali stanno inglobati
i gessi.
Eocene
Scisti argillosi {galestri), intercalati con cal-
| cari alberesi e con masse ofìolitiche.
Pliocene
Marne, sabbie, argille.
Calcari ad Amphistegina.
Conglomerati, ghiaie, ciottoli.
Pleistocene
Trachiti.
Gessi metamorfici.
Travertini.
Escludo poi assolutamente la presenza dei terreni del Mio¬
cene Superiore, che accompagnano sempre e si interstratificano coi
gessi sedimentari, citati, evidentemente per errore, dal com¬
pianto Matteucci.
Il giacimento o meglio i giacimenti gessiferi del territorio
di Roccastrada (perchè effettivamente sono tre , contigui, ma tra
loro separati, come osservò benissimo G. Santi fino dal 1806)
stanno a NO dell’abitato e si spingono per circa quattro chi¬
lometri, dal Poggio Monte al R. Rigomale, un po’ al di là di
Sassoforti no.
Il primo occupa il versante ovest del Poggio Monte (m. 507)
ed è limitato dal Fosso delle Vene; il secondo, diviso dal primo
da scisti ardesiaci, calcari e scisti calcarei triassici, sottoposti
GIACIMENTO GESSIFERO DI ROCCASTRADA 425
al calcare cavernoso, è limitato da una parte dal T. Bai, dal¬
l’altra dal Fosso Verola e si spinge, oltre Sassofortino, fino a
lambire le trachiti di Sassoforte, occupando intieramente l’av¬
vallamento ad est di Sassofortino, attraversato dalla strada pro¬
vinciale. Il terzo, molto meno sviluppato dei due precedenti, si
trova un po’ al di là di Sassofortino verso Perazzeta ed occupa
i due versanti della parte superiore del R. Rigomale, limitato
ad est dalle trachiti che discendono da Sassofortino, ad ovest
dai terreni eocenici che si spingono verso Rocca Tederighi.
Il gesso si presenta in ammassi considerevoli, molto estesi,
con struttura calcarea, contenendo spesso larghe lamine seleni¬
tiche. La varietà ordinaria è data dal gesso marni or igno, più
o meno puro, dall’aspetto zuccherino, candido, bigio o varia¬
mente venato in giallo, bigio, violetto, accompagnato (special-
mente nel Poggio Monte) da alahastrite candida o con nebu¬
losità e venature sfumate, concentriche, tendenti al giallo.
La roccia presenta sempre i caratteri di un deposito a strati,
è sempre stratificata e la sua stratificazione sempre parallela
colla stratificazione del deposito in cui si trova inglobata.
La direzione e l’inclinazione degli strati corrispondono sem¬
pre a quelle del calcare retico ed i gessi occupano costante-
mente la posizione che dovrebbero occupare se la roccia, di cui
sono costituiti, non fosse di gesso, ma bene di calcare e di cal¬
care appartenente alla formazione che li contiene. In qualche
punto sembra mancare questa stratificazione ; ma se si esami¬
nano i gessi con cura, se ne trovano sempre tracce da una
parte o dall’altra. E quando la stratificazione non è molto ap¬
parente, bisogna attribuire il fenomeno sia al fratturamento,
sia alla poca durezza e solubilità del gesso, perchè è suffi¬
ciente che masse gessose rimangano qualche tempo scoperte,
perchè si ricoprano di un intonaco sottilissimo, ma sufficiente
per mascherare all’esterno la stratificazione.
Negli stessi giacimenti si vedono spesso i depositi calcarei
passare al gesso nella loro parte inferiore, mentre la loro parte
superiore è intieramente costituita di carbonato di calcio ; il
passaggio tra queste due sostanze è sempre chimicamente e mi¬
neralogicamente netto, ma le linee geologiche di contatto pre¬
sentano ondulazioni di ogni sorta, traversando soventi parecchi
426
G. TRABUCCO
strati. Altre volte ancora non si osservano nel gesso che amigdale
calcaree e la stratificazione si continua egualmente e senza di¬
sordine attraverso queste amigdale e nella roccia incassante,
solamente è più marcata nel calcare che nel gesso.
Inoltre, come si osserva con più evidenza nel Poggio Monte,
il calcare è completamente trasformato in gesso nel centro e
solo parzialmente alla periferia del giacimento, dove nel ver¬
sante di mezzogiorno si osservano cave e fornaci da calce. E
così pure gli ammassi gessosi presentano sempre nella parte
superiore del Poggio un cappello calcareo. Ho raccolto una serie
di campioni molto curiosi ed istruttivi, nei quali si osservano
i graduali passaggi dal calcare al gesso, le conquiste successive
dell’acido solforico sul carbonato di calcio, perchè le traccie
estreme dell’invasione sono nettamente indicate da reticolazioni
gessose che penetrano la massa in tutti i sensi ed imprigionano
delle porzioni di calcare che sfuggirono alla azione metamorfica
solo perchè si trovavano un po’ troppo lontane dai suoi attacchi.
Niente è più anormale e capriccioso della posizione del gesso.
Talora il calcare ha subito una trasformazione completa sopra
una certa estensione, non conservando alcuno dei caratteri pri¬
mitivi; talora invece l’influenza metamorfica, non essendosi eser¬
citata che sopra punti limitati, non ha convertito il calcare in
gesso che nel centro, mentre le due estremità conservano il loro
acido carbònico. E se si tenterà l’estrazione seria in grande è
molto probabile diesi vada incontro a disillusioni ; poiché sarà
facile che avvenga come altrove e cioè che gallerie aperte da
principio in un banco di gesso di ottima qualità, dopo pochi
metri di percorso non hanno più attraversato che roccia di gesso
talmente mescolata al calcare, che bisognò abbandonarle per
ricercare altri punti di attacco che, alla loro volta, hanno con¬
dotto a risultati analoghi.
La zona più importante per osservare tutti questi fenomeni
è il versante occidentale del Poggio Monte, dove l’erosione del
Fosso le Vene ha messo allo scoperto una sezione molto istrut¬
tiva di oltre cento metri di altezza, nella quale si osserva una
grande grotta, dalla quale esce una sorgente che discende nel
Fosso delle Vene. La medesima comunica lateralmente con una
seconda grotta, ora asciutta, di minori dimensioni, lunga circa
GIACIMENTO GESSI FERO DI ROCCASTRADA
427
800 m., che attraversa il monte e va a sboccare, nel versante
meridionale del medesimo, nell’alveo del Fosso che raggiunge
il T. Bai un po’ al di sotto del mulino Riguerci.
L’insieme dei caratteri di qoeste grotte con forma di corri¬
doio a volta, con andamento orizzontale o quasi, a differenti
livelli, mostra bene che la loro origine è dovuta a cause diffe¬
renti da quelle che scavano le medesime nei calcari e nelle
dolomie e cioè all’azione contemporanea chimica (dissoluzione)
e meccanica delle acque di pioggia che si infiltrano nelle fessure.
E però l’origine metamorfica di questi gessi è chiara ed in¬
contestabile, avvalorata ancora dall’assoluta mancanza dei ter¬
reni che accompagnano sempre i gessi sedimentari del Miocene
Superiore (Messiniano). Onde riesce quasi incomprensibile come
il Matteucci abbia potuto scrivere « di non avere, mai osservato
» il graduale passaggio dal calcare al gesso ».
Nè merita importanza l’obbiezione affacciata dal Matteucci
e da altri che « in complesso si osserva sempre in questi gessi
» una vera e propria regolare stratificazione », quando è noto
che questa regolare stratificazione accompagna sempre i gessi
metamorfici in Italia e fuori.
Frapolli, che si è occupato con grande competenza dei fatti
che possono servire alla storia dei depositi di gesso metamorfici ,
fino dal 1817 scriveva 1 : « Dans tous les massifs de gypse que
» j’ai visités, aucun excepté, j’ai pu reconnaìtre distinctement
» la stratification ; partout, sur les flancs du Dora, sur PAsse
» et près de Egeln, au milieu du Huywald et près de Sanders-
» leben, aux abords du Harz cornine sur la croupe du Sewecken,
» aux pieds du Kiflfhauser et dans le pays du Hanòvre, j’ai pu
»m’assurer qu’elle est en rapport régulier avec le gisement
» général des couches du pays ».
E alla stessa conclusione arrivano Coquand 2 per i gessi
metamorfici di Monte Argentario, Savi 3 e D’Achiardi 4 anche
1 Frapolli L., Faits qui peuvent servir à Vhistoire des de'póts de gypse, etc.
Bull. Soc. Géologique de France, 2e sér., t. IV, 1847, p. 834.
2 Coquand IL, Notice sur un gisement de Gypse au promontoire Ar¬
gentario. Bull. Soc. Géol. de France, 2e sér., t. Ili, 1846, p. 302.
3 Savi, Statistica della Provincia di Pisa, 1863, p. LXXII.
4 D’Acliiardi A., Mineralogia della Toscana, voi. I, 1872, p. 222.
428
G. TRABUCCO
per le masse botri che, per gli arnioni degli alabastri varicolori
del Volterrano e di Castellina. Essi infatti scrivono: «Queste
» differenti rocce gessose quando si considerino da vicino, per-
» ciò in una ristretta estensione, appariscono disposte in ordinata
» e quasi regolare stratificazione, quantunque per il solito assai
» ondulata ».
Passando ora a discutere le cause del metamorfismo, dob¬
biamo subito escludere V influenza delle trachiti (Pareto), poiché
esse non avrebbero potuto dare origine che a fenomeni di me¬
tamorfismo superficiali, (dall’alto al basso), mentre tutti i fatti
che si possono osservare testimoniano che il metamorfismo è
dovuto a cause che si sono fatte strada dall’interno (dal basso
all’alto).
Ed escludere, a mio avviso, devonsi pure le ipotesi di me¬
tamorfismo dovuto a decomposizione di solfuri (Santi) o «a so-
» luzioni analoghe a quelle degli originari solfuri , dai quali
» derivarono le masse ferrifere e. calaminari » (Coquaud, Lotti),
primieramente perchè questi fenomeni di metamorfismo si osser¬
vano nelle identiche condizioni in molti luoghi della Toscana
dove non esiste traccia di depositi metalliferi ; secondariamente
perchè fenomeni di metamorfismo grandiosi, contemporanei, ma
separati gli uni dagli altri, uniformi, sparsi, ma non a caso,
come vedremo, in tutta la regione, devono logicamente avere
avuto origine da una causa unica, grandiosa, continua.
Da lungo tempo l’immortale Berzelius aveva detto 1 : « Donnez-
» nous ime substance renfermant du soufre, admettez l’arrivée
» de vapeurs de soufre, sulfureuses ou sulphydriques _ admet-
» tez la présence du caleaire et de l’eau à la surface ou dans
» l’atmosphère et nous aurons toujours du gypse avec la plus
» grande facilitò ».
E se noi ricerchiamo questa causa unica, grandiosa, conti¬
nua, che poteva dare origine a fenomeni identici sopra punti
determinati di tutta la regione, non possiamo trovarla che in
emanazioni solforose che si sono fatte strada attraverso a frat¬
ture originate dall’innalzamento post-terziario, che ha portata i
Frapolli H., Op. cit., p. 843.
I
GIACIMENTO GESSIFERO DI ROCCASTRADA 429
terreni pliocenici a 600 m. sul livello del mare ed all’ inabis¬
samento della regione tirrenica.
Allora la spiegazione diviene chiara, logica e consentanea
ai fatti che si possono osservare.
« Cette loi (egli scrive) 1 du gisement des gypses récentes au
» bord des anciennes iles primaires du Harz et de Magdeburg,
» et les axes des rides, c’est-à-dire partout où une solution de
» continuité de la croate superficielle peut avoir eu lieu, par-
» tout où des fissures ont pu établir une communication de la
» surface avec l’intérieur, est si régulière, si constante, qu’en
» suivant de l’oeil sur une grande carte géologique générale du
» pays, cornine celle de Hoffmann, la position des petits mas-
» sifs de gypse qui y sont marqués par un couleur propre, on
» peut en déduire avec certitude les limites de ces iles, le nom-
» bre et la marche des rides du terrain ».
Anche in Toscana i depositi di gesso metamorfici, molte sor¬
genti termali, alcuni depositi metalliferi ed i fenomeni vulca¬
nici ( brachiti del Grossetano) non sodo distribuiti a caso, ma
presentano un intimo legame colle lenti di rocce paleozoiche e
secondarie da una parte e dall’altra con faglie e linee di di¬
slocazione indicate dal brusco limite di basse pianure con terreni
antichi. Onde è a ritenersi che emanazioni solforose (che tra¬
sformarono i calcari in gesso), sorgenti termali, depositi metal¬
liferi e fenomeni vulcanici siano effetto di una unica causa e
stiano in correlazione con fratture avvenute nel periodo pleisto¬
cenico per l’innalzamento post-terziario e lo sprofondamento della
regione tirrenica.
E che i calcari retici siano stati trasformati da emanazioni
solforose si deduce anche dal fatto che i medesimi (anche quando
non hanno subito neppure un principio di trasformazione) pre
sentano sempre un odore sensibile di solfo, anche senza essere
stropicciati.
Già De Stefani ( Vulcani spenti dell1 Appennino Settentrio¬
nale. Boll. Soc. Geol. It., voi. X, 1891, p. 547) con molto acume
scriveva: «Susseguenti e concomitanti alle eruzioni vulcaniche
» furono quei fenomeni eminentemente continentali che fanno
1 Frapolli H., Op. cit,, pag. 837.
340
Ct. trabucco
» sempre corona ai vulcani e che seguitano ancora ai tempi
» nostri come manifestazione ultima di quell’attività; tali sono
» le esalazioni di acidi solforoso, solfidrico, carbonico, i vapori
» acquei, come i soffioni boi;aciferi, le numerose sorgenti ter-
» mali ».
E Lotti 2 aggiunge, a questo proposito, molto giustamente
« che queste varie scaturigini possono essere riunite fra loro e
» con altre manifestazioni endogene per mezzo di linee aventi
» una direzione prevalente da NO a SE, direzione che è quella
» media della linea di spiaggia , delle linee tettoniche principali
» e dell' allineamento generale dei gruppi montuosi della catena
» metallifera ».
Ed io sono ben lieto, questa volta, di essere pienamente
d’accordo con lui e di plaudire all’importante osservazione.
Conchiudendo: l’ipotesi, che i fenomeni di metamorfismo in
grande che trasformarono in gesso i calcari retici, infraliassici,
cretacei ed eocenici della Toscana, siano dovuti ad una unica
causa, e cioè ad emanazioni solforose contemporanee o quasi,
simili a quelle che agiscono anche oggidì sotto i nostri occhi
nel Volterrano ed in altri luoghi, mi sembra logica ed avvalorata
dai fatti che si possono osservare.
La reazione dell 'anidride solforosa sul carbonato di calcio,
per trasformarlo in gesso in presenza di aria umida e calda, è
evidente ed armonizza colle condizioni di medio ambiente in
cui dovette prodursi il metamorfismo dei calcari in gesso.
Il carbonato di calcio, a contatto dell’anidride solforosa più
acqua (acido solforoso), si trasforma in solfito di calcio (CaO. S02),
il quale, a contatto dell’aria umida e calda, assorbe ossigeno tra¬
sformandosi in solfato, mentre l’anidride carbonica viene eli¬
minata.
CaO . CO, -+- S02 -4- 0 > CaO . S03 h- C02
2 Lotti B., Geologia della Toscana, Roma, 1910, pag. 430.
GIACIMENTO GESSIFERO DI ROCCASTRADA
431
II.
Parliamo ora del periodo geologico al quale devono essere
riferiti i gessi metamorfici di Roccastrada, in base ai fenomeni
concomitanti locali e della regione.
L’ipotesi emessa, che il metamorfismo del calcare retico in
gesso sia avvenuto in età geologica molto posteriore a quella
del deposito e dell’emersione del calcare stesso e cioè nel pe¬
riodo pleistocenico per opera di emanazioni che si fecero strada
dall’interno attraverso a spaccature prodotte dall’innalzamento
post-terziario e dallo sprofondamento della regione tirrenica,
trova ^anzitutto appoggio nei seguenti fatti locali:
1° Innalzamento post-terziario che ha portato i terreni plio¬
cenici a 600 m. di altezza e sprofondamento della regione tir¬
renica, pei quali si potevano e dovevano produrre nei terreni
primari e secondari le spaccature attraverso alle quali uscirono
le emanazioni solforose.
2° Solfatizzazione e caolinazione poco lungi attorno a Tor-
niella (Poggio Farniatello e R. Marinaio) della liparite trasfor¬
mata in caolino 1 o meglio in caolino e aiunite 1 2.
I giacimenti di liparite di Torniella, trasformata in coalino e
aiunite per effetto di emanazioni solforose, riposano sopra le ana-
geniti del verrucano e la trasformazione avvenne attorno a linee
irregolari di frattura, attraverso alle quali uscirono le emanazioni
che produssero il metamorfismo, che si presenta tanto meno
pronunziato, quanto più ci si allontana dalle linee di frattura.
La trasformazione della liparite avvenne evidentemente nel
periodo pleistocenico ed è logico e consentaneo ai fatti conchiu¬
dere che contemporaneamente e per le stesse cause si trasfor¬
marono poco lontano i calcari retici del Monte e di Sassofortino.
1 Matteucci R., La regione trachitica di Roccastrada, Boll. R. Coni,
geol., 1890, pag. 271; Note geologiche e studio chimico-petrografico della
regione trachitica di Roccastrada , Boll. Soc. geol. it., 1891, pag. 666-670.
2 Panichi U., Un giacimento di aiunite nella liparite di Torniella in
Provincia di Grosseto. Atti (Rencl.) della R. Acc. dei Lincei, voi. XIX,
fase. 12, 1910, pag, 656.
432
G. TRABUCCO
3° La presenza di abbondanti efflorescenze di solfo, prodotte
da vapori sotterranei, che si osservano alle Laccaie, sulla via
che conduce da Roccastrada a Sassofortino.
4° Finalmente i calcari di acqua dolce ed i travertini plei¬
stocenici di Tombarelle e di Torniella a Planorbis snbangulatns
Mtiller, JBythinia Cfr. tentaculata Linn., Neritina Cfr. fluvia-
tilis Linn.
E quanto alla correlazione con altri fenomeni analoghi della
regione cito anzitutto i gessi di Camporbiano, di Monte Cor-
nocchio, di Moncialla (Montaione), la cui trasformazione da cal¬
cari retici ed eocenici durante il periodo pleistocenico 1 è evi¬
dente.
E poi i gessi di Chianciano e di Monte Argentario (da cal¬
cari retici ), del Monte Zoccolino (da calcari del lias medio), del
Fosso Rondinaia presso Carpineto (da calcari eocenici ), dell’Alta
Val di Magra 2, dell’Appennino pontremolese e fivizzanese (da
calcari retici, liassici ed eocenici 3), ecc.
1 Trabucco GL, Stratigrafia dei terreni ed elenco delle rocce della Pro¬
vincia di Firenze, Firenze, 1898, pag. 27; I terreni della Provincia di
Firenze, Firenze, 1907, pag. 39.
2 Cocchi I., Geologia dell’ Alta Val di Magra, Milano, 1886.
3 Zaccagna D., Affioramenti di terreni antichi nell’ Appennino pontre¬
molese. Proc. Yerb. Soc. Toscana di Se. Natnr., pag. 62.
[ms. pres. 11 sett. - alt. bozze 10 dee. 1912 j.
STUDIO PETROGRAFICO DI ALCUNE ROCCE ESTERE
Nota del dott. I. Chelussi
Debbo la piccola raccolta di rocce delle quali tratto nella
presente nota alla gentilezza dell’illustre professore Arturo Ts-
sel dell’Università di Genova, al quale perciò tributo i sensi
della mia più viva riconoscenza.
I campioni provengono da parti diverse, la maggior parte
dall’Africa. Ho cercato nei trattati e nelle memorie di petrografia,
che mi sono potuto procurare, se essi erano già stati studiati ;
per uno solo, proveniente da Assuan (Siene) in Egitto, che è
un granito passante alla tipica Sienite, ho veduto la memoria
dello Stelzner On thè hiotit holding Amphihole- Granite from
Syene in Trans. Amer. Inst. Min. Eng. Easton, febr. 1883).
Se delle altre rocce vi siano per avventura descrizioni, non
per questo ritengo il presente lavoro Mei tutto inutile, perchè
lo studio di esse è stato fatto contemporaneamente esaminan¬
done le sezioni sottili ed esaminandone la polvere dalla quale
con liquidi densimetrici del Thoulet, del Clerici, etc. furono se¬
parate le particelle più pesanti. I due procedimenti servono,
come si vedrà, non di rado di complemento l’uno all’altro.
Per ogni campione riporto qui la località e il nome del
raccoglitore quando esiste, aggiungendovi le notizie che su cia¬
scuna di esse ho potuto raccogliere nei libri.
Ternate (Molucche).
Ternate, isoletta delle Molucche, arcipelago indiano, Indie
neerlandesi a 0° 481 di lat. N e 127° di long. E Green. Ha un
vulcano di 1800 m. d’altezza. 0. Beccali raccolse.
434
I. CHELUSSI
Roccia di color nero piceo, con elementi bianchi sparsi por-
firicamente nella massa. Struttura poliedrica; è dura e alquanto
porosa.
Studio con la triturazione. — Un piccolo frammento ri¬
dotto in polvere trattato con HC1 non mi ha dato alcuna rea¬
zione sensibile; la calamita ordinaria attrae non troppi granu-
letti. Di questa polvere ho fatto tre separazioni ; la prima
affonda in liquido a densità di 3; la seconda affonda in liquido
di densità 2,7 ; la terza vi galleggia.
La parte più pesante è la più scarsa; oltre la presenza della
magnetite e della ilmenite, vi si osservano in ordine di fre¬
quenza i seguenti minerali :
a) Granuli e cristalli verde-bottiglia, non pleocroici, con n
sempre superiore a 1,66, con i colori di polarizzazione molto
vivaci, tutti caratteri dell’augite verde.
Dei granuli rimanenti alcuni hanno pleocroismo dal giallo
al verde ed n superiore a quello dell’ioduro di metilene, sono
perciò riferibili alla egirina; altri hanno pleocroismo dal giallo
al bruno con indice di rifrazione alquanto più basso e riferi¬
bili perciò ad ovneblenda basaltica. Rarissimi sono i pirosseni
incolori o leggerissimamente colorati in verde e non pleocroici.
Tutto sommato la parte pesante risulta da augite verde, egirina,
orneblenda basaltica e pochissimo diopside.
Nella parte a densità superiore a 2,7 vi sono abbondantis¬
simi granuli neri i quali agli orli mostrano non di rado un
color verde più o meno carico e un indice di rifrazione supe¬
riore a quello dell’a-monobromonaftalina, cioè superiore ad 1,66;
perciò io credo debba trattarsi di pirosseno verde molto alte¬
rato e quindi avente un peso specifico minore dell’ordinario.
Insieme a questi vi si trovano, non abbondanti, granuli
incolori trasparenti con struttura polisintetica evidentissima dei
plagioclasi. Il loro indice di rifrazione è sempre superiore
a 1,555 dell’essenza d’anici ed inferiore a 1,575 dell’ortotolui-
dina per cui essi granuli sono da riferirsi ai due termini Ab.,,
An3 della Labradorite-Bytownite e Ab,, An4 della Bytownite.
La parte che galleggia nel liquido a densità di 2,7 è for¬
mata in gran parte da granuli bruni, a contorni irregolari, inat¬
tivi alla luce polarizzata; e da granuli incolori riferibili a
STUDIO PETR0GRAF1C0 DI ROCCE ESTERE
435
plagioclasi per la presenza delle liste di geminazione. I con¬
fronti del loro indice di rifrazione con quello noto di liquidi,
quali l’essenza d’anici, del monobromobenzolo, ecc., mi hanno dato,
salvo rari casi, n compreso tra 1,558 e 1,56, cioè l’indice del
termine Ab,, An, della Labradorite.
In sostanza l’analisi della roccia fatta a mezzo della tritu¬
razione e della separazione in liquidi pesanti mi ha dato i se¬
guenti minerali :
Magnetite, ilmenite, augite verde, egirina, orneblenda basal¬
tica, diopside, labradorite, bytownite e moltissimi granuli neri
opachi di difficile diagnosi.
La sezione sottile della stessa roccia mi ha condotto ai se¬
guenti risultati :
In una massa grigio bruna, microcrittocristallina sono por-
fìricamente sparsi :
a) Cristalli di pirosseno verde non pleocroico a spigoli
talora arrotondati per riassorbimento magmatico; molto più rari
cristalli pleocroici riferibili in parte all’egirina, in parte all’orne-
blenda basaltica.
(3) Cristalletti di magnetite e ilmenite molto meno abbon¬
danti dei precedenti minerali.
y) Numerosissimi cristalli sempre ben delimitati di pla-
gioclasio, sempre limpidissimo, a struttura zonale evidente con
zona esterna più acida del nucleo interno, dove le due zone
sono più esattamente delimitate.
Per essi le misure degli angoli di estinzione nella zona sim¬
metrica danno valori variabili tra 28° e 35°, cioè compresi
tra Abj, Aiq e Ab3, An4 determinazioni coincidenti con quelle
fatte servendomi degli indici di rifrazione.
A tutti questi componenti aggiungo due minutissimi granuli
incolori a superficie sagrinata, con vivacissimi colori di pola¬
rizzazione, che io ritengo come olivina.
La roccia, tenuto conto dei due granuli di olivina, si può
considerare come un basalte scarsissimamente olivinico.
436 •
I. CHELUSSI
Krakatau o Gracatau.
Celebre vulcano della Sonda tra Sumatra e Giava. Esso ebbe
una grande eruzione con profonda alterazione nella configura
zione del paese.
Sono due campione uno di pomice e l’altro di ossidiana rac
colti dal prof. 0. Penzig.
1. Pomice. — Roccia porosissima, grigia all’esterno, grigio-
chiara all’interno. Non mi parve utile, appunto per la sua estrema
porosità, farne la sezione sottile. Più conveniente mi riuscì l’esame
con la polverizzazione e con la separazione degli elementi me¬
diante liquido pesante.
La parte che affonda nel liquido Clerici a densità di 2,9 è
molto scarsa in confronto alla sostanza adoperata; una metà
circa della medesima è attratta dalla semplice calamita; per
cui si ha la presenza della magnetite e dell’ilmenite. L’altra
metà è formata da granuli di pirosseno di due qualità; la prima,
che è la più abbondante, è formata da augi te verde non pleo-
croica; la seconda è formata da granuli pleocroici dal verde al
giallo, che accennano alla egirina. Il confronto dal suo indice
di rifrazione con l’ioduro di metilene, del quale n = 1,76, con¬
ferma tale diagnosi.
La parte che galleggia nel liquido Clerici è formata total¬
mente da granuli incolori, raramente torbidi per alterazione,
l’indice di rifrazione dei quali, salvo eccezioni estremamente
rare, è sempre minore di quello dell’essenza di anici 1,558;
e quindi si tratta quasi sempre di termini più acidi di Ab,,
An,. Ulteriori confronti con l’essenza di garofani e col nitro-
benzolo danno n compreso tra 1,552 e 1,54; questi granuli di
feldspato sono perciò termini riferibili all’oligoclasio e all’an-
desina.
Riassumendo la roccia è formata dai seguenti minerali:
Magnetite e ilmenite; àugi te verde ed egirina; oligoclasio
e andesina; inoltre scarsissimi granuli di un plagioclasio al¬
quanto più basico dell’andesina.
2. Ossidiana. — Roccia in parte grigio-cenere-chiaro con
leggerissimo tono rossiccio, porosa, friabile e quasi scoriacea; in
STUDIO PETROGRAF1CO DI ROCCE ESTERE
437
parte nera lucente con apparenza vitrea nella quale sono sparse
porti ricamente delle inasserelle incolore di sostanza cristallina.
Ho preso in esame separatamente queste due parti ; quella
nera vitrea, con la triturazione, produce una polvere grigio-
chiara, dalla quale, col liquido densimetrico, si ha una sostanza
pesante, molto scarsa, formata in prevalenza da molta augite
verde, da poca egirina e da magnetite e ilmenite; ed una so¬
stanza leggera riferibile, per i confronti dell’indice di rifrazione,
all’andesina.
La parte grigio-chiara porosa non diversifica mineralogica¬
mente dalla precedente, perchè anche in essa ho trovato i so¬
liti minerali; vi ho però notato che in questa il colore dei pi-
rosseni è alquanto più carico che in quella e che l’intorbida¬
mento dei granuli della sostanza leggera è molto maggiore in
confronto alla sostanza nera, vetrosa.
L’esame della sezione sottile di quest’ossidiana mi ha dato
i seguenti risultati :
La parte fondamentale, tanto quella nera vitrea che quella gri¬
gio-chiara scoriacea, si presentano ambedue con l’apparenza di un
vetro, con la differenza che mentre la sostanza nera è perfet¬
tamente incolora, in quella grigia invece si trovano numerosis¬
sime e minutissime particelle nere. In ambedue sono porfirica-
mente sparsi i minerali sopra ricordati, ma con molto maggiore
frequenza nella sostanza grigia che nella sostanza vitrea.
L’indice della massa fondamentale nei due aspetti che pre¬
senta è sempre minore a quello del balsamo del Canada; mentre
gli inclusi feldspatici esaminati agli orli della sezione e nelle
fratture presentano sempre n 1,545. Gli angoli che essi fanno
con le direzioni di estinzione nella zona di simmetria, quando
raramente si presentano le liste della geminazione polisintetica,
sono variabili tra i 15° e i 20° e perciò riferibili all’andesina.
Rarissimi i plagioclasi più basici ; in un grosso individuo ho
trovato angoli di circa 29° per cui si tratterebbe in questo caso
di labradorite. La roccia non è attaccata dagli acidi.
Mi sembra qui opportuno confrontare, se non la composi¬
zione mineralogica, almeno la struttura di questa ossidiana con
il residuo vitreo delle fornaci da calce di Spotorno, del quale
29
488
I. CHELUSSI
un campione mi fu inviato, insieme alle rocce in discorso, dal Io-
stesso prof. Issel.
Noto però che residui vitrei nei forni da calce sono comu¬
nissimi, ma non tutti, come questo, si prestano facilmente ad
un esame petrografico.
Il vetro in parola, di Spotorno, è di color bleu in parte, in parte
di color grigio-ceruleo ed in parte di color grigio-chiaro con tono
non ben definibile tra il rossastro e il color caffè; quest’ultima
non ha l’apparenza vitrea degli altri due i quali presentano
talora riflessi brillanti di un color verde-giallastro.
Ho proceduto all'esame di questa scoria e con la triturazione
e con la sezione sottile.
Ho triturato la parte vitrea e quella non vitrea, non essen¬
domi di quest’ultima riuscito a separarne in quantità tale da
poterne utilmente fare lo studio.
Nel liquido densimetrico quasi tutta la polvere galleggia;,
la parte pesante è estremamente scarsa ed in essa ho visto gra¬
nelli incolori o giallastri inattivi alla luce polarizzata e scar¬
sissimi e minutissimi incolori riferibili a feldspati con indice di
rifrazione di poco superiore a 1,545.
La parte galleggiante risulta da granuli incolori o gialla¬
stri o brunastri, aventi tutti un indice di rifrazione superiore
non solo a quello dell’essenza di anici, cioè 1,558, ma anche
a quello del monobromobenzolo. Si tratta perciò, come si po¬
teva ben prevedere, di un vetro molto basico; mentre per l’os-
sidiana di Krakatau, sopra studiata, l’indice di rifrazione va¬
riava tra 1,558 e 1,552 dell’essenza di Mirban.
Ma quello che più interessa in questo residuo di fornaci è
la sua struttura che si rivela nella sezione sottile del medesimo
e nella sua parte non vitrea. La descrizione ne è difficile per¬
chè si allontana totalmente dalla struttura ordinaria delle roccie
a base vitrea. In poche parole, questa parte grigia risulta da
serie di liste alternativamente bianche e giallastre disposte a
gruppi e non di rado ordinate dall’ima parte e dall’altra di
un’asse comune, precisamente come le barboline di una penna.
In mezzo a questa massa così formata si trovano spessis¬
simo veri e propri cristalli ben delimitati di plagioclasio emi¬
nentemente basico, stando al suo indice di rifrazione superiore
STUDIO PÉTROORAFICO DI ROCCE ESTERE
439
a quello della pasta, ma che presenta di rado le liste della ge¬
minazione polisintetica.
La parte azzurra o bleu che in sezione sottile si presenta
incolora, si comporta a nicols incrociati come sostanza isotropa
ed è priva di plagioclasi ; analoga perciò alla pasta vitrea nera
dell’ossidiana di Krakatau, la quale era poverissima dei mine¬
rali interclusi, molto abbondanti invece nella parte scoriacea.
NUOVA GUINEA.
Di questa regione ho due campioni non troppo dissimili l’uno
dall’altro; uno è di Batanta, l’altro di Arfack: furon raccolti
dal dott. 0. Beccari.
Batanta.
Boccia grigio-verdastro-chiara, con macchioline verdi-scure.
La sua poivera immersa nel liquido Clerici a densità di 3 lascia
affondare una parte estremamente scarsa formata totalmente
da minuti cristalli di augite verde-bottiglia, raramente da au-
gite verde pallidissima.
La parte leggera risulta da granuli verdastri, raramente gial¬
lastri, inattivi alla luce polarizzata, da ritenersi come prodotti
di alterazione del pirosseno; si tratta quindi di clorite e di ser¬
pentino.
Il solo esame della polvere non è però sufficiente alla dia¬
gnosi di questa roccia, che però viene completata dallo studio
della sezione sottile.
Questa presenta al microscopio una massa fondamentale micro-
crittocristallina con minutissimi granuli nero-verdastri non facil¬
mente determinabili.
Questa sostanza ha un indice di rifrazione decisamente più
forte di quello del balsamo del Canada.
Entro la medesima si osservano numerose accumulazioni di
granuli e di cristalli di augite verde e verde-chiara. Alcuni
granuli incolori presentano una sagrinatura e colori di polariz¬
zazione che ricordano l’olivina; ma i confronti agli orli della
440
I. CHELUSSI
sezione con la soluzione del Klein ad n = 1,7 escluderebbe la
presenza di questo minerale.
Oltre il minerale pirossenico si trovano pure plaghe incolori
o verdi chiarissime a contorni arrotondati, a struttura spesso
rozzamente zonale, di sostanza verde chiarissima che al micro¬
scopio e a nicols incrociati, si rivela come un feltro di finissimi
aghetti, talvolta radialmente ordinati verso un centro comune,
senza però la formazione di vere sferoliti con la caratteristica
croce nera.
Nel centro delle plaghette si trova spesso questa sostanza
verde-chiara, la quale può però essere sostituita da cristalletti
e granuli incolori, diversamente orientati, di natura probabil¬
mente feldspatica. Questi cristalletti e questi granuli formano
talvolta la zona esterna di queste plaghette per ognuna delle
quali occorrerebbe una speciale . descrizione.
Qualche volta vi si trovano cristalletti di pirosseno verde
che dev’essere stato il minerale la cui alterazione ha dato ori¬
gine a queste plaghette.
La roccia è in sostanza una porfirite alterata, di aspetto non
lde tutto nuovo per lo scrivente il quale ha osservato, anni
sono, una roccia non troppo differente da questa nei ciottoli che
formano il conglomerato di Como.
Arfack.
Roccia con caratteri macroscopici quasi identici a quelli della
precedente.
La separazione della polvere con liquido pesante dà nella
parte che affonda ilmenite e magnetite scarsissime e moltissimi
cristalletti di augite verde-chiara.
Nella parte leggera moltissimi granuli grigio-opachi e pochi
incolori riferibili all’andesina.
La sezione sottile presenta una massa fondamentale micro-
crittocristallina formata da minutissimi elementi incolori, tenuti
insieme da pochissima sostanza grigia che non ha azione sulla
luce polarizzata.
Entro questa massa sono porfiricamente disseminati cristalli
e gruppi di cristalli fortemente alterati di feldspati nei quali
STUDIO PETROGRAFIA DI ROCCE ESTERE 441
si può, malgrado l’avanzata alterazione, vedere le liste della ge¬
minazione polisintetica, senza che per questo i cristalli si pre¬
stino ad un esatto studio ottico. L’unico dato certo per la loro
diagnosi è che in essi l’indice di rifrazione è sempre superiore
a quello del balsamo del Canada.
Altri inclusi porfirici, però molto meno abbondanti, sono dati
da sezioni poligonali di sostanza verde-chiara, fibrosa, poco
pleocroica.
Anche questa roccia che diversifica dalla precedente per le
particolarità di struttura, ma non per la composizione minera¬
logica, può esser ritenuta come una porfirite fortemente alterata.
Gran Canaria L
Roccia grigio-chiara con punti bianchi, porosa. Ridotta in
polvere grigia presenta molto scarsa la parte pesante dalla quale
la calamita attira pochissimi granuli; ed in essa si osservano
moltissimi granuli bruni inattivi alla luce polarizzata e pochi
altri di color verde con w^>l,66 riferibili al pirosseno verde;
pochissimi sono quasi incolori e sembrano diopside.
La parte leggera è formata da granuli grigi, opachi, forse
feldspati profondamente alterati, e da pochi cristal letti limpidi
incolori che, per l’indice di rifrazione, sono da ascriversi a pla-
gioclasi alquanto acidi.
L’esame della polvere non è esauriente, ma si completa con
l’esame della sezione sottile, la quale al microscopio presenta
una massa fondamentale grigiastra, formata da minutissimi aghetti
trasparenti, incolori, di paglioclasi, tenuti insieme da una sostanza
bruna, talvolta a forma di minutissimi poliedri. Entro questa
sostanza vi sono individui di pirosseno verde, nonché rari e molto
grossi granuli e cristalli di plagioclasio limpidissimo, il cui in¬
dice di rifrazione si avvicina a quello dell’oligoclasio andesina.
Questo plagioclasio sembra di formazione posteriore al pi¬
rosseno perchè molto spesso questo è rinchiuso in quello.
Rare sono le associazioni di pirosseno e biotite bruna.
1 Delle Canarie si conoscono fonoliti, trachiti doleritiche e bombe
vulcaniche per opera di F. Berwerth.
442
I. CHELUSSI
A questi componenti va aggiunta pochissima sostanza vitrea
di colore giallo pallidissimo.
La roccia può essere considerata come un basalto non oli-
vinico, sebbene la sostanza fondamentale non sia troppo ben
definibile per l’alterazione della sostanza bruna che forse doveva
essere stata biotite.
AFRICA.
Assuan.
Questo campione che porta l’indicazione Assuan si riferisce
\ ^
alla Sienite di Siene in Egitto. E un granito roseo, adoperato
largamente nell’antichità per colonne, fregi, ecc. ; e passa spesso
alla tipica Sienite.
La sua notorietà mi dispensa da ogni descrizione dopo lo
studio che ne fu fatto dallo Stelzner ( On thè biotit holding ecc.,
in Trans. Amer. Inst. Min. Eng., Easton, fcbr. 1883).
Luxor (Alto Egitto).
Roccia grigia, compatta, a grana media, formata da ele¬
menti bruni e da elementi di color rosa.
Ridotta in polvere ed introdotta nel liquido pesante lascia
affondare una parte non troppo scarsa formata in massima parte
da biotite e da poca titanite.
La parte leggera è formata da granuli incolori o legger¬
mente torbidi per alterazione che hanno pressoché tutti un in¬
dice di rifrazione compreso tra l’essenza di garofani e l’essenza
di mandorle amare (essenza di Mirban) cioè tra 1,54 e 1,552;
si tratta perciò, oltre che del quarzo, dei termini oligoclasio e
andesina acida.
La sezione sottile rivela, oltre i minerali accennati, anche
il microclino, riconoscibile per la sua struttura a grata a ma¬
glie quadrangolari, discretamente abbondante.
La roccia si può considerare come un granito fortemente
biotitico.
STUDIO FETROGRAFICO DI ROCCE ESTERE
443
Zimbaboe (Rhodesia meridionale).
Si rivela questa roccia come un granito formato da granuli
■di grandezza media di quarzo, mica bruna e feldspati dei quali
alcuni sono di natura molta acida.
Non vi ho potuto osservare altre particolarità degne di nota.
Matopòs (Rhodesia).
Il cartellino porta la seguente indicazione: « Capitano E. De
Albertis raccolse ».
Ho due campioni della roccia di questa regione, uno ad
elementi cristallini bianchi piuttosto grossi, e l’altro ad elementi
minuti e molto più ricco di elementi colorati.
Ho fatto l’esame di quest’ultimo con la triturazione, che mi
ha prodotto una polvere dalla quale si separa col liquido Cle¬
rici una parte pesante non scarsa e formata quasi totalmente
da biotite con pochissimo zircone e pochissima apatite.
La parte leggera è formata da granuli incolori o torbidi per
alterazione, in parte di quarzo, in parte di oligoclasio e di an.
desina, sebbene non manchino termini più acidi.
La roccia è un granito molto biotitico.
Cascate Victoria (Zambese).
La roccia, raccolta da E. De Albertis, è di colore bruno-
sporco poco compatta, porosa e difficile a farne una sezione
sottile.
Ridotta in polvere, col liquido Clerici, lascia affondare molta
parte pesante che è attratta presso che tutta da una semplice
calamita.
La parte leggera è formata da granuli quasi sempre gial¬
licci e brunicci per alterazione. Rarissimi sono quelli che pre¬
sentano gli orli di color verdastro ed un indice di rifrazione
superiore ad 1,66 e tale da ritenersi come un antibolo molto
alterato.
444
I. CHELUSSI
In sostanza la roccia dev’essere l’ultimo prodotto di decom¬
posizione di un’altra roccia ricca di magnetite e d’ilmenite con
traccie di antibolo verde.
Isola (li Sant’Elena.
Argilla grigio-cerulea, somigliante alquanto all’aspetto esterno
alle argille plioceniche (crete senesi), però non effervescente con
HC1 e alquanto ruvida al tatto.
Lo studio della sua polvere mi ha dato molta parte pesante
quasi tutta attratta dalla calamita. La parte leggera mi risulta
di feldspati in gran parte alterati di natura in generale molto
acida.
Calistroa (California).
Roccia eminentemente scistosa, roseo-chiara, fibrosa nei piani
paralleli alla schìstosità, biancastra, compatta nelle fratture ad
essa normali.
La sezione sottile si presenta di color gialliccio non uniforme,
fibrosa, con macchie brune allungate nel senso delle fibre sempre
parallele.
A nicols incrociati risulta di minutissimi elementi incolori
non facilmente determinabili. La polvere della roccia invece ci
rivela alquanta magnetite; i granuletti e i piccoli frammenti
stessi della roccia presentano un indice di rifrazione variabile
tra 1,54 e 1,558.
Si possono quindi ritenere presenti il quarzo, i feldspati
acidi, l’oligoclasio e l’andesina, questi ultimi però molto meno
abbondanti degli altri.
La roccia si può ritenere come una quarzite laminata.
[ms. pres. 27 ott. - ult. bozze 10 dee. 19121.
IL PROBLEMA OROGENETICO
E LA TEORIA DELL’ ISOSTASI
Nota del dott. G. Capeder
« Il problema orogenetico è un problema meccanico, che va
discusso coi postulati e coi metodi della meccanica ». Così ter¬
mina il De Marchi la sua discussione sulle Teorie geologiche 1
nell’argomento della formazione delle montagne.
E sono d’accordo con lui pienamente neH’ammettere che
la discussione matematica delle condizioni nelle quali debbono
verificarsi i movimenti di massa e delle altre condizioni nelle
quali deve svolgersi il fenomeno orogenetico, possa illuminare
viemmeglio la via già tracciata e riesca a confermare ricerche,
osservazioni ed ipotesi, che così coordinate potranno in avvenire
condurci alla conoscenza intima delle cause complesse della
orogenesi e ci permetteranno di stabilire quei capisaldi sui quali
potremo erigere l’edifìcio delle nostre più esatte conoscenze. Sol¬
tanto mi sembra che alla sola discussione matematica di un fe¬
nomeno così complesso, qual’è l’origine delle montagne, non
possa oggi accordarsi unicamente ancora tutta la fiducia. Di
necessità ora una tale discussione non potrebbe che condurci
ad aridi risultati, quasi sempre in stridente contrasto con la
verità, non potendosi essa fondare necessariamente che su po¬
stulati non sempre bene accertati, in quanto che detti fenomeni
riguardano soventi cause oggi mal conosciute, i cui effetti sono
multipli e non afferrabili tutti quanti coi soli calcoli.
Per queste considerazioni, a me non è parso inutile di dare
con la sola guida del raziocinio una nuova scorsa alle varie
1 Scientia , Voi. VI, anno III. 1909, pag. 25.
446
G. CAPEDER
ipotesi orogenetiche, per scegliere da esse le migliori e geniali
concezioni che non siano in contrasto con le nostre conoscenze
fisiche più salde e tentando di conciliarle, costruirne una sola
che le confermi tutte quante. A mio giudizio, ripeto, non mi è
parso questo lavoro tempo perduto, anche se la presente con¬
tribuzione non avesse che la vita di un giorno ed il significato
di semplice opinione.
Dalla discussione e dalla opportuna scelta dei materiali ela¬
borati, è ragionevole sperare che si possano un giorno far sor¬
gere i primi pilastri della verità, sui quali sarà più facile poi
costruire con la scorta delle matematiche l’intero edificio.
$
* *
Nel movimento orogenetico i fenomeni che maggiormente
impressionano sono quelli che riguardano il valore del corru¬
gamento e la somma delle energie necessarie a detto corruga¬
mento. Secondo un computo dell’Heim a compiere il corruga¬
mento tra Zurigo e Como sarebbe occorso uno spostamento di
masse dai 120 ai 150 km., valore che si potrebbe elevare anche
da 600 a 1200 km. qualora si comprendessero nel calcolo
i fenomeni di slittamento. Il De Marchi 1 ritiene che queste sole
pieghe richiederebbero, qualora se ne volesse attribuire la causa
alla contrazione del nucleo, una riduzione dell’intero circuito
meridiano del 3 °/0, corrispondente ad una riduzione del raggio
terrestre in quel meridiano di circa 190 km. Se poi calcolas¬
simo lo sviluppo delle pieghe di un intero meridiano, detta ri¬
duzione evidentemente assumerebbe un valore così elevato da
farci escludere a priori ogni ipotesi orogenica che almeno non
soddisfi a questo primo postulato.
Cadrebbero adunque, a parte le altre obbiezioni formulate
dai diversi Autori, le ipotesi della contrazione del nucleo soste¬
nute dal Beaumont, Suess, Giekie, Heim, Lecomte, Neumayr,
Supan, Pickering, Perlewitz, come pure le ipotesi dello scivo¬
lamento volute dal Bombicci, dal Reyer, dallo Schardt e quelle
1 De Marchi L., Teorie geologiche : Come si formano le montagne.
Scientia, voi. VI, 1909, pag. 14.
PROBLEMA OROGENETICO E TEORIA DELL’iSOSTASI
447
del solo riscaldamento degli strati e conseguente espansione, del
Dana, deH’Herschell, Reade, See ed altri.
Resta l’ipotesi isostatica sviluppata dal Faye, dal Dutton,
dal Marchand, dal Darwin e da altri. Ma questa ipotesi risponde
essa veramente a questa prima domanda del problema e sopra¬
tutto dà ragione delle energie necessarie al moto orogenetico?
A me sembra di no. Del resto lo stesso Dutton afferma che la
teoria dell’ isostasi da sola non spiega la morfologia superficiale
terrestre, ma richiede l’intervento di altre grandi cause. L’Od-
done dice 1 che anche la teoria dell’isostasi da sola non riesce
nell’intento di una chiara spiegazione.
Pur tuttavia, i concetti fondamentali della teoria isostatica
non solo sono accettabili, ma debbono esser presi quali capi¬
saldi di ogni altra ipotesi, essendo ormai ben dimostrati i rap¬
porti esistenti nell’equilibrio elastico fra le masse continentali e
le aree oceaniche, dalle esatte determinazioni del valore della
gravità. Noi dovremo perciò accettare le idee che ci proven¬
gono dalla teoria isostatica circa i lenti movimenti di massa che
debbono avvenire fino ad un certo limite negli strati profondi
a causa del sovraccarico e del discarico, senza attribuire però
a questi movimenti, siccome nulla ci autorizza, la vera causa
della orogenesi. Infatti l’isostasi pura e semplice, quale viene
intesa dai suoi Autori, non riesce a spiegarci Porigine delle pieghe,
perchè essa tende all’equilibrio più stabile fra masse di diversa
densità, in equilibrio. Per semplice isostasi, dovrebbe dunque
aversi semplice rivoluzione di masse, per cui le rocce profonde
verrebbero ad emergere sotto le aree continentali, nello stesso
tempo che le rocce superficiali vengono portate alle aree ocea¬
niche ; ma da questo scambio di materia non potranno nascere
mai spinte tangenziali. La fìg. 5 a pag. 11, del lavoro sulla
Tettonica delle fosse oceaniche dell’Oddone chiaramente dimostra
questo stato di cose. Se dunque l’isostasi spiega bene le fosse
oceaniche e le linee di demarcazione dei continenti, non dà ra¬
gione delle pieghe orogeniche e ci lascia completamente al buio
circa l’origine delle forze necessarie al movimento che le ha
generate.
1 Oddone E., Sulla tettonica delle fosse oceaniche. Boll. Soc. Sisra.
It., voi. XIII, 1909.
448
G. CAPEDER
D’altronde è a domandarsi come mai dopo tanti millenni,
poiché alla rivoluzione di masse debbon partecipare più che
altro le rocce profonde e più dense dirette alle aree continen¬
tali, non si è ancora raggiunta la massima stabilità d’equilibrio
in una uniforme distribuzione di dette masse profonde ed in
un conseguente livellamento superficiale. Perchè il contributo
sedimentario non è sufficiente a spiegare il costante squilibrio
della gravità !, ma solo serve a dar ragione della causa del
supposto movimento isostatico, movimento che deve tendere a
far raggiungere l’equilibrio più stabile in una uniforme distri¬
buzione delle masse di diversa densità, tanto sotto agli oceani
che sotto ai continenti. Raggiunto che fosse tale equilibrio,
scomparirebbe ogni rilievo e naturalmente cesserebbe la sedi¬
mentazione.
1 Gli Autori spiegano il moto isostatico, ammettendo che sotto la
regione che si eleva, il materiale si dirada e che sotto la conca di spro¬
fondamento il materiale si condensa e dicono che questo fatto è sufficiente
a spiegare il difetto superficiale di masse nelle zone depresse e l’eccesso
superficiale di masse nelle zone elevate dal corrugamento, anzi ammet¬
tono che la sedimentazione col suo sovraccarico è la causa unica di
questo complesso lavoro che, generando i dislivelli, è origine nello stesso
tempo delle forze che hanno piegato gli strati, rizzandoli e sconvolgen¬
doli alle più alte delle nostre vette.
Ma questi Autori, a mio modo di vedere, non hanno pensato che le
nostre montagne ci rappresentano masse imponenti, dotate di una ener¬
gia di posizione, a ridonar la quale occorre consumare una corrispon¬
dente quantità di lavoro. E ciò senza contare il lavoro che occorrerebbe
consumare in più, per vincere gli attriti che si oppongono al movimento
orogenetico e per determinare nelle rocce quel supposto aumento di
densità, o quel diradamento, che viene invocato nella ipotesi.
D’onde è venuta l’energia necessaria ad eseguire tanto lavoro, di
un fenomeno così generale qual’è l’orogenesi, se non si invoca che la
forza di gravità?
E la gravità che determina (poiché esistono per cause primitive i
dislivelli) la sedimentazione, per cui può dirsi che le nostre montagne
cadono nei fondi oceanici; come può dunque questa stessa gravità, senza
l’intervento di altre poderose energie estranee, determinare l’addensa¬
mento di queste rocce, e poi il loro diradamento, e il moto verso la re¬
gione scaricata, e poi l’emersione, ed il corrugamento fino al livello
donde siamo partiti? Se i continenti fossero liberi di muoversi, essi ca¬
drebbero spontaneamente sulle aree oceaniche ed allora avveri ebbe altresì
PROBLEMA OROGENETICO E TEORIA DELLÌSOSTASI
449
Nè può ammettersi che un movimento isostatieo possa com¬
piersi senza che avvenga ripartizione fra le masse più dense
sottoceaniche e le meno dense delle regioni continentali, mentre
avviene il trasporto delle masse meno dense continentali alle
aree oceaniche. Ciò sarebbe contrario ad ogni principio idrosta¬
tico e perciò impossibile. Infatti se supponiamo due recipienti
comunicanti contenenti liquidi di diversa densità, è principio
idrostatico che le colonne liquide eterogenee debbono esercitare
egual pressione sul fondo comune. Perciò essendo f il fondo
comune delle due colonne, a ed a le loro altezze, p e p il
peso specifico dei due liquidi, avremo che
a f p = a f p
ossia
a : a — p' : p
un moto isostatico delle rocce profonde, esse si distribuirebbero unifor¬
memente, ed ogni rilievo scomparirebbe. Se i rilievi persistono, ciò devesi
alla ineguale e primitiva distribuzione delle masse profonde più dense,
al conseguente equilibrio isostatico con le rocce della superficie, ed alla
grandissima rigidità della terra, la quale, pur essendo in equilibrio nelle
sue varie parti, non è nella forma di equilibrio più stabile.
Un discarico perciò e un sovraccarico altera, è vero, questa forma
di equilibrio, ma se la terra vi obbedisse, vi dovrebbero prendere attiva
parte sopratutto le masse profonde, le quali tendono alla uniforme di¬
stribuzione ; ed allora attraverso ai periodi geologici ogni rilievo dovrebbe
essere ormai scomparso, anziché accentuarsi.
Poiché invece vediamo persistere le cause del dislivello, vuol dire
che al discarico e al sovraccarico dovuto alla sedimentazione non rispon¬
dono, per rigidità, le masse profonde, ma bensì le stesse rocce sedimen¬
tarie, le quali vengono sollecitate a muoversi da forze diverse dalla
gravità, capaci di maggiore lavoro, capaci cioè dell’enorme lavoro di ri¬
sollevarle in montagne e ristabilire così l’equilibrio temporaneamente
turbato.
lo non esito ad affermare impossibile l’origine delle montagne per
moto isostatico, perchè, ripeto, la gravità che è causa della degradazione
delle montagne e causa della sedimentazione, per nessuna delle leggi
tìsiche conosciute potrà mai risollevare le stesse rocce dal tondo del mare,
ove hanno perduto la primitiva energia di posizione, all’altezza medesima
donde esse provennero.
Ogni ipotesi orogenetica, che non dia ragione delle energie neces¬
sarie alla progenesi, come risostatica, è a priori inaccettabile.
450
G. CAPEDEK
Ma è evidente che se si apre una comunicazione fra i due
vasi comunicanti al disopra del liquido più denso, il che cor¬
risponderebbe in natura al fenomeno della sedimentazione per
trasporto alluvionale, avviene un passaggio di liquido meno
denso p dalla colonna a alla colonna a', al quale immediata¬
mente succede un movimento interno inverso, che corrisponde¬
rebbe al movimento isostatico, del liquido più denso p' dalla
colonna a' alla colonna a, movimento che dovrà cessare quando
i due liquidi saranno egualmente distribuiti nei due rami, e
cioè quando a essendo diventato eguale ad à sarà pure diven¬
tata eguale la distribuzione dei due liquidi, essendo le loro su-
perfìci libere, nei due rami, ad egual livello.
Questa esperienza può fedelmente rappresentarci il fenomeno
della isostasi, poiché è evidente che la teoria isostatica ammette
implicitamente che la stessa quantità di materia, che è andata a
formare il sovraccarico nelle zone oceaniche, debba emergere
nelle zone del discarico, altrimenti non si potrebbe avere l’equi¬
librio isostatico confermato dalle misure gravimetriche. Ora nel
fenomeno isostatico la causa del movimento di masse risiede
nella gravità che sollecita le masse profonde di diversa den¬
sità ed inegualmente distribuite, perciò l’equivalente quantità
di materia alle rocce sedimentarie che deve emergere sotto
alle aree continentali di discarico, non può essere rappre¬
sentato da rocce superficiali poco dense, ma da rocce di den¬
sità equivalente a quelle esistenti sotto le aree del sovrac-
\
carico ’. E vero che si potrebbe supporre che il metamorfismo
1 II supporre che per semplice isostasi le montagne possano emergere,
pur mantenendosi attraverso i tempi geologici le cause del dislivello cioè
la ineguale distribuzione nel profondo delle masse di diversa densità,
corrisponderebbe a dire che le rocce che partecipano al movimento oro¬
genetico sono le sole rocce superficiali (come del resto in realtà lo sono
veramente). Ma nel caso della isostasi, con ciò in altri termini si ver¬
rebbe a dire che le medesime rocce che dai fiumi sono trasportate al mare
per effetto della forza di gravità, giunte che siano alle aree sommerse,
attraverso alle epoche geologiche, possano, sempre per effetto della me¬
desima gravità, non più cadere, ma muoversi in senso contrario dal basso
in alto ed emergere addirittura in catene. Se fosse possibile un cotal fe¬
nomeno, non vi sarebbe dubbio circa la possibilità del moto perpetuo
perchè l'energia di posizione delle masse derivanti dalla sedimentazione
PROBLEMA OROGENETICO E TEORIA DELL'lSO, STASI 451
determinando un notevole aumento nella densità delle rocce se¬
dimentarie, potrebbero queste stesse rocce emergere più dense
alle aree di discarico, ma in questo caso l’aumento di densità,
che esse in realtà subiscono, non sarebbe sufficiente a spiegare
i dislivelli nè l’eccesso di gravità nelle aree di sedimentazione,
cioè proprio là dove, essendovi potenti rocce clastiche, la gra¬
vità dovrebbe essere minore. Il che in ogni modo ci porterebbe
ad un ciclo chiuso di breve durata, che sarebbe oramai com¬
piuto da gran tempo. Invece le nostre montagne palpitano tut¬
tora di intensa e più che mai florida vita, la cui origine si perde
nei tempi geologici.
Altra dunque è la causa delle forze orogenetiche che non
l’isostasi, anzi bisogna attribuire alle masse profonde un tal
grado di rigidità 1 da venirne affatto impedito ogni movimento
isostatico, perchè se la rigidità del nucleo è tale che ogni ri¬
voluzione di masse ne rimane impedita, allora soltanto potranno
persistere le cause primordiali del dislivello fra i continenti e
gli oceani, mentre ad energie potenziali del nostro globo e rese
cinetiche dal fenomeno della sedimentazione dovremo attribuire
la causa prima delle forze tangenziali che determinano il corru¬
gamento delle sole masse sedimentarie, lasciando invariata la
causa del dislivello. Con ciò tuttavia non è possibile negare
qualsiasi viscosità 2 alle rocce profonde, le quali anzi debbono
subire lente rivoluzioni, per facilitare quel moto ondoso super¬
ficiale delle masse sedimentarie propagantesi verso l’area conti¬
nentale, senza che le masse profonde che le sopportano ne se¬
guano il trasporto di traslazione, così come il frangente di
un’onda simmetrica d’alto mare percorre la spiaggia e batte lo
scoglio.
è minore dell’energia di caduta delle masse stesse dalle montagne alle
depressioni e perciò la gravità non potrà ritornare in nessun caso quelle
masse alla primitiva posizione, occorrendo spendere una quantità di la¬
voro per lo meno equivalente al lavoro che le masse sedimentarie ci hanno
dato nel cadere in fondo agli oceani.
1 Oddone E., loc. cit., pag. 34 e seg.
2 De Marchi L., Teoria elastica delle dislocazioni tettoniche. Itemi.
Acc. Lincei, 1907; Teoria elastica dell’ isostasi terrestre. Itemi. Acc. Lin¬
cei, 1907.
452
G. capeder
Stando dunque per ora alla osservazione dei fatti stabiliti,
senza voler indagare le cause prime delle condizioni attuali,
noi dobbiamo ammettere che la materia è inegualmente distri¬
buita nel profondo del nostro globo e che pur essendovi l’equi¬
librio idrostatico, i rilievi continentali corrispondono a masse
profonde di minor densità. Ammettiamo per necessità di cose
che la rigidità della terra sia tanto elevata che siano impediti
spostamenti di massa a quella profondità ove si trova il limite
di separazione delle rocce meno dense alle più dense, così che
si possano conservare attraverso alle epoche geologiche le di¬
suguaglianze nella distribuzione della materia di diversa densità
e quindi, addottando il principio della conservazione delle masse
continentali e delle aree oceaniche nel tempo, vengano per questo
fatto, qualunque sia l’effetto degli agenti esogeni, conservati i
dislivelli. Allora possiamo ammettere anche che risostasi , pur
non essendo causa del fenomeno orogenetico, tutt’al più serva
a determinare soltanto il verso secondo cui dovranno agire le
forze orogenetiche.
Del resto non sarebbe questa la -sola ragione che porta ad
escludere dalle cause della orogenesi il fenomeno isostatico. In¬
fatti la semplice pressione sull’area di sovraccarico dovrebbe
dar origine, perchè avvenga il moto di masse alla zona scari¬
cata, ad un assottigliamento degli strati, specie nei più profondi,
là dove avviene la compressione e ad un rigonfiamento ai lati,
con sconvolgimento della serie e profonda modificazione nella
disposizione reciproca delle parti; così che sopratutto quelle
masse, che rigurgitano ai lati, non potranno più presentare la
regolare successione di prima. Siccome tutto ciò è contrario al
vero, occorre all’opposto ammettere, che non ostante il moto
reale di masse in senso trasversale, la pressione che si esercita
sulle rocce non può mai sorpassare il limite di tenacità nel
senso della potenza fra gli elementi degli strati più compatti.
Infatti essi conservano nelle varie parti le reciproche posizioni,
dimostrando che le pressioni che si esercitarono perpendicolar¬
mente alla stratificazione furono di gran lunga inferiori a quelle,
che avendo azione parallelamente alla stratificazione li obbli¬
garono ad occupare un’area minore. E cioè, mentre l’isostasi
non dà ragione che della esistenza di forze normali alla stra-
PROBLEMA OROGENETICO E TEORIA DELL’lSOSTASI
453
tificazione \ le nostre montagne invece dimostrano di essere
dovute a forze che lianno agito quasi esclusivamente nel senso
stesso della stratificazione.
Si può inoltre ancora osservare che la zona corrugata qua¬
lora fosse svolta, sarebbe assai più estesa della relativa zona
sedimentaria corrispondente, la quale è noto che, non solo è
assai ristretta, ma pure anche limitata alle aree litoranee. Poiché
adunque la zona corrugata ha un tale sviluppo, occorre ammet¬
tere che non vi furono solamente rivoluzioni di masse, come
vorrebbe l’ipotesi isostatica, ma sopratutto cause, che a detri¬
mento della potenza aumentarono la superficie degli strati senza
tuttavia alterarne la compagine e determinando nello stesso
tempo quelle pieghe più volte ripetute e di varia grandezza
nei diversi strati, caratterizzanti una individualità spiccata.
Perciò si può affermare che, qualunque sia la causa oro¬
genetica, è certo che essa ha agito nel senso della stratifica¬
zione attraverso a centinaia di chilometri, determinando lo scor¬
rimento di queste masse le une sulle altre 1 2 e fu così poderosa
da interessare in questo senso intere formazioni sedimentarie,
vincendo con relativa facilità l’enorme attrito, reso d’altronde
assai minore dall’alta temperatura e dalle condizioni fisiche
particolari nelle quali si trovano le masse profonde, dove sono
in giuoco forze di tale intensità da rendere quasi trascurabili
le azioni molecolari. Il moto delle rocce superficiali quindi
avrebbe, esaurendosi in profondità, potuto compiersi con quella
medesima facilità con la quale noi potremmo supporre la serie
moventesi su un piano costituito di masse libere di rotazioni
e di rivoluzioni in ciclo chiuso.
1 Le forze isostatiche sono inoltre forze inadeguate alle forze oroge¬
netiche, poiché queste dimostrano di avere un valore così elevato e di¬
retto per di più tangenzialmente alla stratificazione, che risostasi non po¬
trebbe assolutamente nè ammettere nè spiegare.
2 Non è possibile negare che le forze orogenetiche piegando gli strati
abbiano ad imprimere ad essi movimenti vari in senso verticale ed in
senso orizzontale; perciò quando si studiano i bradisismi bisogna tener
conto che il movimento verticale rilevato non è che apparente e che un
rigoroso ed importante studio di questi fenomeni si avrebbe soltanto
quando si tenesse conto anche della componente orizzontale.
30
454
Ci. CAPEDER
L’ipotesi isostatica implica poi continuità di azione, mentre
invece lo studio delle montagne mette in notevole evidenza l’in¬
termittenza delle cause che le hanno formate.
Se adunque l’isostasi non ci soddisfa e non serve a rivelarci
la causa della orogenesi, quali saranno gli argomenti coi quali
potremo sostenere un’ ipotesi che pel momento possa servire a
darci ragione di queste misteriose forze?
La difficoltà della risposta è tale che io sarei in procinto
di far punto e di rimandare la scabrosa discussione, pel timore
di esporre delle ipotesi che si allontanino dalla verità assai più
di quello che sembra avvenire per quelle già formulate e di¬
scusse.
Ma mi sorregge il pensiero che io posso invocare l’autorità
dei migliori geologi per quei postulati discutibili, sui quali credo
di poter fondare le basi della ipotesi e che d’altronde, essen-
*
domi già occupato or fa qualche anno dello stesso argomento
ed avendo manifestato analoghe idee, io ora le abbia a dimo¬
strare non del tutto errouee coi nuovi fatti indagati.
*
* *
Le forze tangenziali non possono nascere che dalla depres¬
sione di estese anticliuali. Questa è l’ipotesi dei primi geologi
che discussero l’orogenesi. Infatti essi compresero che l’enorme
lavoro meccanico da queste forze spiegato e sopratutto l’enorme
resistenza che esse possono vincere, non poteva avere origine-
dalia semplice forza di gravità che opera sulla verticale, ma.
occorreva far intervenire condizioni che ne aumentassero enor¬
memente l’intensità e che dessero origine a componenti ch&
agiscono nel senso stesso della stratificazione. Essi però a spie¬
gare la necessaria depressione delle anticliuali invocarono a
torto la contrazione del nucleo.
La crosta terrestre, come un’immensa volta, non più soste¬
nuta dal nucleo, avrebbe dato origine alle forze tangenziali. Se
ciò fosse vero, cioè se fosse realmente possibile la sola contra¬
zione del nucleo e non della crosta che l’ involge, l’orogenesi
sarebbe meravigliosamente spiegata.
PROBLEMA OROGENETICO E TEORIA DELL’lSOSTASI 455
Infrattanto quello che a me preme di mettere in rilievo, si
è che dalla depressione di una serie di strati sottili, indipen¬
denti, piegati ad anticlinale, possano seguire poderose pressioni
laterali dirette nel senso della stratificazione.
Dato infatti un sistema rigido ABC fisso in B, scorrevole
in C lungo il piano BR e deformabile in A, una forza di in¬
tensità AD qualunque, potrebbe far equilibrio nel punto C ad
una resistenza CR, come risulta dai parallelogrammi BCAD,
CERF. Ora CR potrà essere minore, eguale o maggiore di AD
col variare dell’angolo BAC da 0°, nel qual caso CR è uguale
a 0, a 180°, nel qual caso CR ha un valore infinito.
E ciò risulta dai parallelogrammi BCAD, CERF, dove le
componenti AB, AC hanno lo stesso effetto della AD e le com¬
ponenti CR, CF lo stesso effetto della CE, che è uguale ad AC,
che è a sua volta una delle componenti della AD. Ma la com¬
ponente CF, essendo perpendicolare per costruzione al piano di
scorrimento BR supposto indeformabile, soltanto l’altra compo¬
nente CR avrà l’effetto di determinare lo scorrimento del punto C
sul piano e quindi rappresenta in grandezza la resistenza alla
quale la forza AD potrà far equilibrio nel senso di BR.
Così un’anticlinale formata da una serie numerosa di strati
indipendenti, sottili in rapporto all’ampiezza, avrà, per sovrac¬
carico, la tendenza a deprimersi, come il sistema rigido ABC,
con scorrimento di una delle sue basi o di tutte due, supe¬
rando resistenze, che saranno inversamente proporzionali allo
spazio percorso. In tal modo la sola gravità, che sollecita le
masse sovraincombenti l’anticlinale a cadere sulla verticale,
potrà far superare resistenze tangenziali agli strati, che sono
di parecchie centinaia di volte superiori e potremo assistere a
spostamenti di massa, che si compiono parallelamente alle su-
perfici di stratificazione.
456
tì. CAPEDER
Però le forze orogenetiche accennano, con il poderoso spo¬
stamento di masse, non solo ad una elevata intensità, ma ad
una intermittenza e ad un valore, che l’accennata condizione
di cose non sarebbe sufficiente a spiegare. Occorre adunque am¬
mettere che questo fenomeno abbia potuto ripetersi a più riprese,
ad intervalli diversi, come vogliono le nostre montagne che hanno
tutti i caratteri che accennano ad una periodicità delle forze
che le hanno originate.
La necessità di rendere il fenomeno studiato ciclico non è
dunque troppo artificiale ed io accennerò a quelle condizioni che
sembrano più probabili, perchè una anticlinale, depressa pel so¬
vraccarico, possa rigenerarsi più volte, dando cosi, ad inter¬
valli, origine a spinte colossali, che sommate, ci rendono spie¬
gabile l’ampiezza del corrugamento.
Intanto è evidente che le aree emerse, pel principio che ad
ogni azione è uguale e contraria la reazione, dovranno eserci¬
tare una contropressione tangenziale alla stratificazione sulle
zone sedimentarie sommerse, così che queste si troveranno sempre
compresse da ogni lato.
Che cosa avverrà dunque se una serie sedimentaria andrà
formandosi per lenta sovrapposizione? Quello a cui l’Herschell,
il Reade, il See, il Kelvin attribuiscono esclusivamente l’ori¬
gine delle forze orogenetiche e cioè l’espansione delle masse
profonde, pel sollevarsi delle isogeoterme.
Allora le masse sedimentarie debbono altresì per l’alta tem¬
peratura metamorfizzarsi, ed a cagione della sfericità del globo,
la loro espansione si dovrà manifestare in un incurvamento degli
strati, preferibilmente verso l’alto, ad anticlinale, essendo da
questa parte minore la resistenza e minore anche che nel senso
della stratificazione. Si andranno formando così una o più anti-
clinali sommerse “. Trovandosi poi le rocce profonde in equili-
1 E ragionevole ammettere die l’anticlinale orogenetica sia dovuta
alla dilatazione termica degli strati, ma pur tuttavia non è possibile esclu¬
dere gli effetti che su questo fenomeno eserciterebbero i lentissimi moti
epirogenici cui possono essere soggetti i continenti, i quali avvicinan¬
dosi, allontanandosi, emergendo o sommergendo, potrebbero favorire il
formarsi delle iniziali pieghe sommerse, sulle quali poi la sedimentazione
ne provocherà la emersione in catene.
PROBLEMA OROGENETICO E TEORIA DELL’lSOSTASI 457
brio solido per pressione, a cagione del grande valore del coef¬
ficiente di attrito e della diminuzione della compressibilità col-
l’aumentare della pressione, potranno avvenire, sotto la curva
anticlinale formatasi, variazioni tali di pressione che sarà possi¬
bile la liquefazione di quelle masse profonde, nelle quali sarà
anche di tanto diminuita la rigidità, che pur sopportando in
parte la curva anticlinale, permetterà a questa di compiere estesi
movimenti. Aggiungasi che il vapor d’acqua, colla sua forza
espansiva, potrà accentuare detta curva, fino all’equilibrio col
peso delle nuove masse sedimentarie che frattanto continueranno
a sovrapporsi. Evidentemente durante tale fase il fondo del mare
andrà diminuendo di profondità più rapidamente di quello che
comporti la sedimentazione e ciò pel sollevarsi di detta anti¬
clinale.
In queste condizioni dovranno comparire anche fenomeni di
diastrofismi, perchè l’aumento di superficie degli strati esterni
sia compatibile con la superficie degli interni, a causa dell’in¬
curvamento. Ed il metamorfismo e i fenomeni concomitanti con¬
solideranno col tempo gli strati e riempiranno ogni vacuo del-
l’anticlinale E
Questa fase lentissima sarà contemporanea alla sedimenta¬
zione, la quale intanto andrà a poco a poco aumentando il
sovraccarico. Ma avverrà un momento nel quale il peso dei sedi¬
menti sarà tale, da poter vincere le forze che si oppongono
alla depressione della anticlinale, e cioè le resistenze elasti¬
che, che finora hanno impedito che la dilatazione potesse com¬
piersi senza che avvenisse l’incurvamento. Comincierà allora la
depressione lenta della curva anticlinale orogenetica, depres¬
sione che dovrà seguire il sovraccarico, così che il mare du¬
rante questa fase dovrà conservare una profondità pressoché
1 La curva anticlinale evidentemente può essere unica, nel qual caso
si dovranno avere alla base due sinclinali, oppure può essere formata da
molte anticlinali e sinclinali. Riguardo alla origine delle forze orogene¬
tiche, poco importa che si formino per effetto della dilatazione degli strati
molte anticlinali od una sola, poiché l’effetto è analogo e le fenditure,
che sono cagione del maggior aumento di superfìcie quando le curve si
abbattono, si formano negli strati più esterni alle curve, sieno esse anti¬
clinali o sinclinali.
458
G. CAPEDER
costante. Questa sarebbe la fase orogenetica, perchè durante
questa fase le forze tangenziali, che nascono dalla depressione
della anticlinale orogenetica, possono eseguire il lavoro mecca¬
nico di piegare gli strati e sollevare le montagne \
Ora è evidente che per iniziare la fase orogenica occorre
siano messe in giuoco forze assai superiori a quelle necessarie
per mantenerla, occorrendo all’inizio siano superate le enormi
resistenze allo scivolamento, che diventano, appena iniziato il
moto, molto minori pel calore sviluppato per l’attrito, che rende
senza dubbio più scorrevoli le zone di contatto fra le masse
striscianti. Così che il moto orogenetico potrebbe continuare anche
se la zona sedimentaria anticlinale non subisse per quel periodo
alcun sovraccarico. E la fase orogenica dovrebbe in ogni caso
essere più breve degli intervalli, o fasi preparatorie, per cui le
nostre montagne debbono rivelare nella loro genesi i caratteri
di essere dovute a diversi impulsi orogenici, relativamente di
breve durata, separati da fasi di riposo più lunghe.
Pel deprimersi però della curva degli strati ad anticlinale,
siccome il metamorfismo avrà di già determinato la massima
compattezza ed il riempimento di ogni vano, dovranno nascere
nelle parti inferiori della serie delle fenditure, mentre le parti
superiori saranno soggette a forti compressioni. Così a poco a
poco la serie aumenterà di superficie o meglio di lunghezza nel
senso perpendicolare all’asse della anticlinale e ciò per le due
cause già esaminate e che qui riassumo: 1° per l’aumento di
temperatura, che dilatando specialmente gli strati inferiori de¬
termina il formarsi della anticlinale; 2° per le fenditure che
si formano, prima negli strati superiori, quando l’anticlinale si
solleva e poi negli inferiori, quando l’anticlinale si abbassa.
1 Nelle zone corrugate deve anche avvenire un diradamento della
materia, ma ciò non a cagione del discarico, ma piuttosto a causa del
corrugamento stesso. Questo diradamento va inteso nel senso di un allon¬
tanamento delle varie parti, in modo che abbiano a formarsi cavità; ed
in questo caso le montagne sono meno pesanti, a parità di volume, degli
analoghi sedimenti non diradati e di eguale densità, e perciò per isostasi
devono risultare più alte. Però non bisogna dimenticare che pel dirada¬
mento bisogna consumare oltre che il lavoro necessario per vincere gli
attriti, anche il lavoro necessario per vincere il peso delle masse attra¬
verso quel maggiore spazio verticale.
PROBLEMA OROGENETICO E TEORIA DELL’lSOSTASI
459
Queste fenditure trasversali, per la pressione verticale e pei
fenomeni incrostante e di metamorfismo, lentamente si debbono
riempire e si risolvono perciò in un aumento notevole nello
sviluppo della serie stratificata, che venendo rigettata verso le
zone scaricate, si ripiega in mille modi ed emerge a ridosso
delle aree di più antico corrugamento.
La depressione dcll’anticlinale orogenetica rappresenta, come
abbiamo veduto, una fase relativamente assai rapida, ma si può
ritenere che nella maggior parte dei casi essa sia mantenuta
assai attiva dal fenomeno continuo della sedimentazione, alla
quale d'altronde spetterebbe sempre il compito di iniziarla nuo¬
vamente qualora essa avesse subito una interruzione per l’au¬
mento brusco delle resistenze.
Avvenuta poi la depressione dell’anticlinale sommersa, la
fase orogenetica subirebbe la sosta, intanto che si preparereb¬
bero le condizioni di un’altra nuova fase orogenetica, quando
però la sedimentazione possa continuare a compiersi. Si capisce
che in tal modo, volta a volta, questi fenomeni abbiano a mag¬
giormente interessare gli strati più giovani, ultimi a depositarsi,
servendo i più vecchi da substrato e che per una serie di oscil¬
lazioni del fondo marino, possano erigersi le montagne, nello
stesso tempo che la profondità del mare, pur variando entro
ampi limiti, non raggiunga mai i valori estremi delle fosse
abissali, dove la sedimentazione è quasi nulla.
Il fenomeno orogenetico risulterebbe dunque un fenomeno
ciclico e le forze orogenetiche sarebbero periodiche e dovute al
calore terrestre. 1
Un’ultima osservazione ed ho finito.
Essendo le forze orogenetiche dovute non già all’isostasi,
nel qual caso ormai si sarebbe raggiunto il massimo equilibrio
di posizione delle masse, ma alla depressione delle anticlinali
sommerse, che nulla hanno a che vedere colla distribuzione della
materia nel profondo, ne viene che i movimenti orogenetici
1 L’energia capace di sollevare le montagne è dunque l’energia ca¬
lorifica che conserva la terra; con tale concetto perciò potremo affermare
che il raffreddamento terrestre è più rapido che se fosse dovuto alla sola
irradiazione, dovendo una parte non piccola del calore eseguire il lavoro
meccanico di sollevare le montagne.
460
G. CAPEDER
dovrebbero manifestarsi egualmente, quand’anche la materia
fosse uniformemente distribuita e cioè non esistessero dislivelli,
ma si supponessero però esistenti ragioni di un discarico da
una parte e di sovraccarico dall’altra. Allora le pieghe si ma¬
nifesterebbero egualmente, e vi sarebbe un moto di masse dalla
zona del sovraccarico alla zona del discarico per le cause sopra
citate 1 ; ma naturalmente, non esistendo in permanenza la causa
del dislivello, queste pieghe non potrebbero emergere in mon¬
tagne. La eterogenea distribuzione delle masse profonde invece
fa sì che possa conservarsi il dislivello necessario alla sedimen¬
tazione e che le pieghe possano di conseguenza emergere in
catene fino all’equilibrio idrostatico, equilibrio non mai possibile
a raggiungere a causa della denudazione e conseguente sedi¬
mentazione.
L’energia necessaria al movimento orogenetico in questo caso
sarebbe l’energia di posizione delie masse sedimentarie, acqui¬
stata nella curva antic liliale per effetto dei fenomeni di dila¬
tazione, di metamorfismo e incrostazione, nonché l’energia dovuta
al naturale sovraccarico e conseguente discarico delle aree. Vi
contribuirebbero perciò il calore terrestre e il calore solare.
Evidentemente a queste condizioni non risponde il fenomeno
isostatico.
1 Se si avesse una superficie piana e vi fosse sovraccarico in un
punto e conseguente discarico in un altro punto, avverrebbe anche il
moto isostatico con partecipazione dei materiali medesimi del sovracca¬
rico, ma in tal caso l’energia a questo moto, sarebbe data dal lavoro
consumato ad operare il sovraccarico, perchè la superficie è intesa ini¬
zialmente in ogni punto perpendicolare alla forza di gravità.
In natura invece, ove sonvi dei dislivelli, il sovraccarico avviene
spontaneamente, perchè le superfici su cui si muovono le rocce alluvio¬
nali sono inclinate rispetto alla forza di gravità e perciò le rocce cadono
lungo il piano inclinato trascinate dalle acque correnti; ma appunto per
questo la reazione a detto sovraccarico non si può compiere che nel caso
in cui sieno in tal moto interessate anche le rocce profonde, causa del
dislivello. In ogni altra condizione il moto isostatico è impossibile e se
questo moto si osserva, occorre per esso invocare altre cause che non la
sola gravità.
PROBLEMA OROGENETICO E TEORIA DELL’iSOSTASI
461
*
* 4=
Alla origine delle forze orogenetiche presiederebbero adun¬
que i supposti fenomeni :
1° Erosione delle aree emerse e sedimentazione sulle aree
sommerse.
2° Sollevamento graduale delle isogeoterme, dilatazione degli
strati, incurvamento verso l’alto, fenomeni di diastrofismo, fes-
suramento delle zone distese, riempimento e metamorfismo.
3° Depressione della anticlinale, contemporanea orogenesi,
nuovi fenomeni di diastrofismo, fessuramento delle zone distese,
nuovo riempimento e metamorfismo.
4° Sosta nelle forze orogenetiche, continua la sedimentazione
e s’inizia un nuovo ciclo.
I quali fenomeni possono essere così riassunti :
Energie varie, fra le quali mettiamo in prima linea il calore
terrestre, che provoca la dilatazione termica degli strati ed i
moti epirogenici delle grandi masse, hanno determinato il for¬
marsi di ampie curve sommerse, preferibilmente nelle aree della
sedimentazione . Queste ampie curve si sono depresse pel sovrac¬
carico, ed aumentando di superficie pel fratturamento della serie
e successivo riempimento, si manifestarono nelle aree del disca¬
rico, accavallandosi a ridosso degli ostacoli, che sono general¬
mente più antiche catene. Il movimento orogenetico solo interessa
così gli strati più giovani, mentre le cause del dislivello fra i
continenti e gli oceani si mantengono pressoché invariate nel
tempo, a cagione della enorme rigidità delle masse profonde.
|ms. pres. 10 ott. - ult. bozze 14 dee. 1912].
IL MONTE GARDIO
»
$
Nota di don C. Bonomini
Il Tilman 1 parlando della tettonica della parte west della
linea Ombriano-Irma, scrive: « Eine deutliche Langstorung
durclisetzt das Valle Trompia gleicli obeval Aiale. und scheint
inir den Wengener Riffkalk den Dorf Magno d’Irma tragt, in
Suden abzusckneiden. Eine Verlangerung in Valle d’Irma auf-
wàrts Hess sicli nicht nachweisen. Villeicht werden die Unter-
suclmngen aufder Westseite des Valle Trompia am Monte Gardia
und in Morina Tal, mehr Licht auf die so unklaren Veralt-
nisse werfen ».
Ciò fu che mi fece nascere il proposito di studiare il Monte
Gardio. L’estensione dell’area studiata è poco estesa (9 km.2
circa), e le formazioni geologiche vanno dal Muschelkalk al
Reibl. E innanzi tutto debbo qui ringraziare l’egr. prof. Caccia¬
mali il quale, durante le mie brevissime escursioni, mi fu largo
di consigli e di aiuti.
STRATIGRAFIA.
Il Gardio o Gardia, come si vuole, è alto 883 m. sul 1. m.
e lo schizzo geologico qui annesso dà la posizione topografica
delle località nominate in questo breve studio. Il Curioni 2
scrive : « Percorrendo la strada elevata che, dal passo di Ma-
1 Tilman N., Telctonische Studien in Triasgebirge des Val Trompia,
Bonn, 1907.
2 Curioni G., Geologia applicata alle Provincie Lombarde, voi. I,
pag. 177.
IL MONTE CARDIO
468
donna della Croce (fra .Roccolo e il Santuario), dividente la
Valle Trompia dalla Valle di Pezzaze conduce ad Eto, si in¬
contra, passati i porfidi, qualche lembo di calcare farinoso, e
dopo si manifestano le calcaree, da prima in grossi banchi,
indi in banchi sottili. Ad Eto il terreno è costituito di calcari
molto argillosi di vario colore, contenenti noduli simili a quelli
tanto frequenti nelle argille calcifere di Giorno ». Quanto a
464
C. BONOMINI
Valle Monna che da Pezzaze sbocca a Lavone, il Curioni
dice 1 : « L’ingresso della Valle Morina, a Lavone, è aperto in
mezzo ad una scogliera di calcaree nere nelle quali si trovano
traccie di alobie. La carta geologica del prof. Taramelli segna
al Gardia formazioni triasiche tracciandole in un sol colore e
vi indica porfiriti in due località. Il Regazzoni 2 non parla
del Gardio, e solamente fa menzione di un ammonite globoso
rinvenuto a Lavone, tralasciando però la località ove fu rin¬
venuto. L’egr. prof. Cacciamali accenna al Gardia e ad altre
località per quel tanto appena che gli occorreva nel suo la¬
voro sul Guglielmo 3. Non ho avuto mezzo di leggere il Bitt-
ner il quale, per quanto vecchio, ha ancora del valore e delle
attendibilità. Ciò premesso accenno alla parte stratigrafica e
sarò breve sulle singole formazioni.
Muschelkalk. — Abbiamo al Gardio due piani del Mu-
schelkalk; l’inferiore ed il superiore, e l’inferiore credo lo si
possa suddividere in due orizzonti. L’orizzonte inferiore con¬
prende degli strati compatti, grossi, neri, calcareo-selciosi con
venature bianche con rare chiazze gialle. Essi affiorano in
Valle Morina e si potrebbe giudicarli appartenenti al Buchen-
stein forse, e ne hanno i caratteri nella sua parte selciosa, ma
dal complesso io ascrivo questi strati al Muschelkalk inferiore.
Questi strati affiorano sulla strada carrozzabile di Val Morina, a
poco meno di mezzo km. da Lavone. L’orizzonte superiore
comprende i calcari bruno-nerastri, polverinosi, solcati da striscie
di materia gialla. Talvolta quest’orizzonte comprende calcari sci¬
stosi e d’apparenza conglomeratica pei ciottoli o bernoccoli selciosi
compresi. La calcarea farinosa del Curioni non è che il calcare
del Muschelkalk cariato e cavernoso a contatto con la porfirite
Reibliana in prossimità del Roccolo. In tale orizzonte io rin¬
venni i seguenti fossili : Terebratula cenottyris (Schlott) vulga-
ris, Aviculopectm (?) sp., Encrinus lillyformis, Rhynchonella
decurtata Girard sp., Spiriferina sp. Tali fossili li rinvenni in
1 Curioni G., op. cit., voi. I, pag. 178.
2 Regazzoni G., Profilo Geognostico delle Alpi, nota spiegati va, pag. 28,
n. 356.
3 Cacciamali prof. G. B., Il Grappo del Guglielmo, Ateneo di Bre¬
scia, 28 aprile 1912.
IL MONTE GARDIO
465
località diverse, ed anche in una medesima roccia. Per quanto
questi fossili mi fossero noti, meno l’aviculopecten, volli tut¬
tavia per mia maggior sicurezza farli determinare. Difatti al¬
cune terebratule mi furono determinate dall’egr. prof. Parona,
e gli altri fossili, con alcune altre terebratule, mi furono clas¬
sificati dall’egregio e gentilissimo prof. Tommasi. Ai due va¬
lenti professori rendo qui pure i miei ringraziamenti.
Al Gardio, oltre i due piani ora descritti, avvi pure il
Muschelkalk superiore. Esso consta di una roccia nera, compatta,
calcarea più che selciosa, con venature spatiche bianche e scre¬
ziature gialle, e si presenta anche a facies bernoccoluta. Tale
roccia affiora ad Agliai a pochi metri dalla strada, in un ca¬
sino nuovo costrutto dal materiale di tale roccia. Più in su
va a nascondersi sotto le zolle erbose e fra i boschi ed io non
le tenni dietro. Della genesi delle vene spatiche bianche sol¬
canti spesse volte i calcari e così frequenti nei calcari del
Muschelkalk, è spiegato, come ognuno sa, dal Lubboe '.
Buchenstein. — Come il Muschelkalk così il Buchenstein
va diviso in due piani. All’inferiore appartengono i calcari
scistosi neri ed i bernoccoluti, ed al superiore vanno assegnati
i calcari alternanti con la selce verde sfaldantesi in minute
scagliette ed i scisti marnosi. Il piano superiore l’abbiamo ad
Aiale e un po’ più oltre Aiale. Il bernoccoluto del piano in¬
feriore non l’abbiamo al Gardio così caratteristico come a Mar-
cheno, ma in alcuni punti però vi rassomiglia del tutto. A
Case Baè, anzi un po’ sopra, in una cava rinvenni un ammo¬
nite globoso che l’egr. prof. Tommasi mi classificò per un
Proarcestes Marclienanus, E. v. Majis (?). Anche nel Muschel¬
kalk abbiamo un bernoccoluto, ma fra esso ed il bernoccoluto
dei Buchenstein si nota subito una differenza marcata. Difatti
nel Buchenstein i ciottoli selciosi o bernoccoli sono cementati
tenacemente da materia selciosa, mentre nel Muschelkalk vi
sono uniti da materia calcarea, spesso decomposta in materia
polverinosa gialla. Di più: nel Buchenstein gli elementi sono
grossi come ciottoli, mentre nel Muschelkalk essi sono (salvo
rare eccezioni) di minore grandezza. Finalmente nel bernocco-
1 Lubboe, Bellezze della Svizzera, pag. 41.
466
C. B0N0M1N1
luto del Buchenstein abbiamo una tinta bleu, serico-lucente,
la quale manca affatto nel bernoccoluto Muschelkalkiano. Devo
qui notare: sulla strada Lavone-Pezzaze, nel punto in cui detta
strada fa un’acuta risvolta, scende dal Gardio un solco pel
quale si scarica del materiale alluvionale. L’acqua piovana ba
eroso il solco ed ha messo allo scoperto la roccia sottostante.
Quasi in cima a detto solco mi parve di vedervi far capolino
una roccia rassomigliante più al Buchenstein. Quando la vidi
non ebbi mezzo di imitare l’esempio di S. Tommaso, e quindi,
lino a prova contraria, io non ascrivo quella roccia al Buchen¬
stein ma al Muschelkalk, che constatai con terebratule e rhyn-
conelle a un metro di distanza, et quidem da ambi i lati del
detto solco. Se fosse Buchenstein, sarebbe la continuazione e la
corrispondenza di quello a contatto col Muschelkalk di Aguai,
e qui pure come là sarebbe nascosto sotto il Reibl.
Wengen. — Il Wengen superiore, ossia l’Esino o Wen-
gener Riffkalk dei Tedeschi, manca al Gardio, e soltanto ab¬
biamo qui il Wengen inferiore. Il Wengen il quale si mostra
chiaramente sottostare al Buchenstein fra Aiale-Aguai, è con¬
traddistinto, oltre che dai suoi noti caratteri petrografici, da
una patina rosso-ferruginosa, che ne colora le testate. Nei suoi
scisti giallognoli rinvenni dei fossili che però non fu possibile
al prof. Parona di detoni inare.
Reibl. — Nel Gardio abbiamo di assai sviluppate le are¬
narie e le marne rosse cosi note nel Reibl superiore della Valle
Trompia. Presso il Roccolo, con il Reibl troviamo dei scisti e
delle scagliette bleu quasi lucenti; e sotto Eto troviamo invece
dei calcari marnoso-scistosi verdognoli.
Ma ciò che mi preme notare è questo: la prima volta che
fui al Gardio, notai fra Crestole e Gardio, subito dopo i casini,
delle arenarie gialle e dei scisti color cenere, e ritenni trat¬
tarsi di Wengen.
Andatovi una seconda volta, rinvenni in alcuni posti fram¬
miste a detti scisti delle tracce di marne ed arenarie rosse
Reibliane, e ne trovai pure a contatto del Buchenstein presso
Case Baè. Per tale ragione, per quanto un po’ perplesso, ri¬
tengo che si tratti di Reibl inferiore, invece che di Wengen.
IL MONTE GARDIO
467
Inoltre, salendo ad Eto dal versante NE, rinvenni arenarie
gialle associate alle marne rosse Reibliane.
Porfirite. — Segno la porfirite nello schizzo con due li¬
neette. Abbiamo la porfirite Reibliana in tre punti, ed è assai
diffusa quella tra il Gfardio ed il Roccolo, ed al Santuario.
Avvi anche della porfirite nel Buchenstein, sul fianco sinistro
delle due Case Baè.
TETTONICA.
La tettonica risulta, in parte, chiara dall’unito schizzo nel
quale sono evidenti tre fratture. La frattura n. 1 la troviamo
a Savenone dove il Reibl tocca i tufi del Servino, ossia la nota
dolomia cariata del trias inferiore.
Ho segnato appena coi segni convenzionali del Muschelkalk
tale dolomia, essendone essa secondo gli autori 1 un membro
inferiore.
Questa frattura io l’accenno soltanto, ed è pure toccata dal
prof. Cacciamali nel suo lavoro sul Guglielmo. La frattura a
pone a contatto il Reibl superiore col Muschelkalk del Gardio.
Essa si inizia poco oltre Aguai ; passa fra il Gardio ed il
Roccolo, e si inoltra verso la Valle di Pezzazole. A Case Co-
logne (poco distante dal Roccolo) sparisce e va a nascondersi
sotto lo sfasciume ed il terreno prativo di Pezzazole, e quindi,
oltre Case Cologne, non mi fu dato seguirla.
Il distacco fra il Reibl ed il Muschelkalk del Gardio non
è tanto quanto quello di Savenone fra il Reibl e la dolomia
cariata, ognuno lo sa, ma non ha minore importanza. La più
complessa è la frattura b: seguiamola. Ad Aguai abbiamo
dunque il Muschelkalk: discendendo verso Aiale, al Muschel¬
kalk segue il Buchenstein sul quale viene il Wengen un poco
spostato rispetto al Buchenstein.
Dopo il Wengen, viene nuovamente il Buchenstein, di
modo che il Wengen viene a trovarsi fra due lembi di Bu-
1 Bonarelli G., Guida-itinerario al Congresso geologico di Brescia,
1901. Profilo geologico della Val Trompia.
468
C. BONOMINI
chenstein. Il contatto anormale, dunque, fra il Wengen ed il
Buchenstein corrisponde alla frattura b. Il Buchenstein di
Agnai pende a SO ; il Wengen che lo segue a SE, ed il Bu
chenstein di Aiale invece a S. Anche le pendenze quindi
hanno subito uno spostamento. Il Buchenstein di Agliai ed il
Wengen che vi sta sopra, ovvero che vi urta contro, dovreb¬
bero proseguire attraverso il Gardia e venire a giorno in Val
Morina, ma già dissi nel capitolo della stratigrafia che fin’ora
non ho elementi sicuri da dover mettere il Wengen al posto
del Reibl inferiore, e da dover segnare il Buchenstein al po¬
sto del Muschelkalk, nelle due località citate. I caratteri petro-
grafici sarebbero del Buchenstein ; la tettonica starebbe tanto
pel Buchenstein come pel Muschelkalk, ma, fino a più sicuro
esame, assegno Muschelkalk per tutto il fianco sinistro di Val
Morina. Evidentemente tanto il Buchenstein di Aguai, che il
Wengen, vanno a nascondersi sotto il Reibl, e salendo ad Eto
dal fianco NE, si vede chiaro che il Reibl copre più presto il
Buchenstein del Wengen. Seguendo questa frattura b, noi do¬
vremmo vederla venire a giorno in Val Morina fra il Buchen¬
stein ed il Wengen, ma invece essa affiora fra il Buchenstein
Aiale-Lavone ed il Muschelkalk di Crestole. Tale frattura è
evidente ed è segnata da un distacco degli strati delle due for¬
mazioni, e per vederla bisogna portarsi appena fuori dell’abi¬
tato di Lavone, sull’antica strada (ora mulattiera) Lavone-Pez-
zaze. Non deve sorprendere .se faccio affiorare tale frattura fra
il Buchenstein ed il Muschelkalk, poiché, come vedremo, il
Muschelkalk di Crestole non è che Muschelkalk di copertura.
Difatti : la prima volta ch’io fui al Gardio, pensando alla pre¬
senza del Muschelkalk fra due lembi di Reibl, ricorsi alla
teoria di una falda, e siccome mi era nota la falda dell’Ario
rilevata dal Tilman ', e quella del Guglielmo rilevata dal
prof. Cacciamali 1 2, supposi allora che le due falde non fossero
che un’unica falda della quale facesse parte il Gardio.
Poi mi risolsi a credere che le due falde fossero distinte,
e che quella del Monte Ario avesse le sue radici a Collio ove
1 Tilman N., op. cit.
2 Prof. Cacciamali, op. cit.
IL MONTE GAUDIO
463
abbiamo il Trias inferiore rovesciato, mentre quella del Gu¬
glielmo ha le sue radici a Savenone. Così ora io credo che il
piccolo lembo di Muschelkalk indicato dubitativamente dal Til-
man sul lato N del Castello dell’Asino, sia un avanzo della
fronte della falda delTArio, e il Muschelkalk del Monte Gardio
sia corrispondente all’ala inferiore della falda del Guglielmo,
in modo che il Crestole ne risulti la fronte. Invero la costitu¬
zione di Crestole sembra quasi risultante di una serie di strati
piegati, raddrizzati, rovesciati, disordinati, come arrestati e co¬
stretti a scomporsi dinanzi ad una forza che ne ostacolasse la
marcia. Al Crestole poi gli strati di Muschelkalk si mostrano
V
ripiegati all’insù. E avvenuto al Gardio il fatto riscontrato dal
prof. Cacciamali nella Valle di Pezzoro \ ove le forze meteo¬
riche hanno abraso il Muschelkalk mettendo allo scoperto il
Reibl e formando la valle relativa. Come in Val di Cologne così
al Gardio le forze meteoriche hanno abraso il Muschelkalk
mettendo allo scoperto il Reibl e formando la depressione
Gardio-Eto, indi la valletta Eto^Aiale. Mentre poi l’abrasione
del Muschelkalk ha messo allo scoperto il Reibl, sotto il Reibl
sono rimasti nascosti il Wengen ed il Buchenstein di Aguai-
Aiale.
Un disturbo tettonico si riscontra pure poco al disotto di
Aiale. Passato Aiale dove avvi il Buchenstein superiore colla
nota selce verde scistosa, si ripetono i calcari selciosi scistosi
neri ai quali fanno seguito i noti calcari bernoccoluti, che af¬
fiorano a Lavone. In corrispondenza del ripetersi dei citati calcari
anche la pendenza degli strati muta direzione. E l’Esino del
Tilman? al Gardio l’Esino non lo rinvenni, e nemmeno sul
fianco sinistro di Val Morina. Esso, secondo il prof. Cacciamali,
forma invece la copertura di Monte Pergua, sul fianco destro
di Val Morina. Non comprendo come il Tilman, che pure sa
bene rilevare le varie formazioni, si sia ingannato sulla costi¬
tuzione del Pergua al quale assegna non Esilio, ma dolomia prin¬
cipale. Difatti a pag. 44 dell’op. cit. scrive : « Auf der Westseite
des Valtrompia fallt der Haupdolomit vom Monte Pergua,
1 Prof. Cacciamali, op. cit. — Anche il prof. Cacciamali pone al
Gardio la copertura di Muschelkalk.
31
470
C. BONOMINI
li. s. w. ». Eppure egli ha letto il Bonarelli nel suo Profilo della
Valtrompia, il quale assegna al Pergua dolomia Esiniana.
È l’Esino del Pergua in corrispondenza con quello rilevato
dal Tilman a Magno d’Irma? non mi pare. Come l’Esino di
Monte Pergua corrisponde al substrato della falda del Guglielmo
(gamba superiore), potrà l’Esino di Magno d’Irma corrispon-
\
dere al substrato della falda medesima (gamba inferiore)? E
quanto io non posso asserire, perchè non volli uscire dai li¬
miti di un breve studio, il quale non è uno studio completo,
ma solamente un breve contributo sulla geologia e sulla tetto¬
nica di Monte Gardio.
[ras. pres. 27 ott. - ult. bozze 14 dee. 1912].
INDICE
DELLE MATERIE CONTENUTE NEL VOLUME XXXI
Atti della Società
FASC. PAG.
1-2. Consiglio direttivo per l’anno 1912 . ni
Elenco dei Presidenti . iv
Elenco dei Soci: . »
Soci onorari . . »
Soci perpetui . »
Soci residenti in Italia 1 . v
Soci residenti all’estero . xm
Elenco dei cambi . xiv
Resoconto dell’adunanza generale invernale (A. Verri) xxi
Approvazione dei verbali delle adunanze tenute a
Lecco e Milano nel Settembre 1911 . xxii
Comunicazioni della Presidenza . xxm
Ammissione di nuovi Soci . xxvi
Bilanci sociali . - . xxvn
Elezione dei Commissari pel bilancio . xl
Proposta di nomina di una Commissione incaricata
della revisione e coordinamento del Regolamento
per le pubblicazioni . xli
Designazione della sede per l’adunanza estiva . . »
Presentazione delle pubblicazioni giunte in omaggio
alla Società . xliii
1 In relazione al disposto neil’art. 2 (n) del Regolamento generale,
a pag. vni si aggiunge:
1883. Di Rovasenda cav. Luigi. Sciolze (Torino).
472
INDICE
FASC. PAG.
1-2. Comunicazioni scientifiche e presentazione di lavori
per l’inserzione nel Bollettino . . xlv
Affari eventuali . l
3-4. Resoconto dell’adunanza generale estiva (A. Verri) . . lui
Circolare di convocazione . »
Programma . lv
Sommario del Congresso . lix
Adunanza inaugurale . lxi
Discorso del Rappresentante il Municipio di Spoleto. »
Discorso del Rappresentante S. E. il Ministro di Agri¬
coltura . »
Discorso del Presidente . lxii
Discorso del prof. Taramelli . lxviii
Adunanza delli 11 settembre . lxix
Approvazione dei verbali delle adunanze del set¬
tembre 1911 e dell’adunanza del 31 marzo 1912 . »
Comunicazioni della Presidenza . lxxii
Bilanci . lxxvi
Ammissione di nuovi Soci . lxxviii
Pubblicazioni venute in dono ed in omaggio . . . lxxix
Comunicazioni scientifiche e presentazione di lavori
pel Bollettino . lxxxiii
Elezioni alle cariche sociali . xcvi
Affari eventuali . xcvii
Adunanza del 14 settembre . xcvm
Delegazione al Consiglio per l’approvazione del nuovo
Regolamento per le pubblicazioni . »
Ringraziamenti . xcix
Commemorazione del Socio prof. G. Spezia (L. Colomba). chi
» » prof. F. Bonetti (E. Clerici). cxxvii
» » ing. A. Statuti (A. Neviani). cxxxiii
» » (Jdtt. E. Forma (E. Dervieijx). cxxxviii
Escursione 9 settembre nei dintorni di Spoleto (P. Prin¬
cipi) . CXLI
Escursione 10 settembre a Norcia (P. Principi). . . . cxlvi
Escursione 11 settembre alle fonti del Clitunno ed alla
cava di Bovara presso Trevi (L. Fiorentin) ... cl
Escursione 12 settembre a Schifanoia (C. Pilotti). . . cliii
INDICE 473
FASC. PAG.
3-4. Escursione 13 settembre ad Assisi ed al monte Subasio
(P. Principi) . cliv
Sulle escursioni della S. G. I. nell’Umbria (A. Verri). clx
Statuto della S. G. I. 1 . clxxxi
Regolamento generale . clxxxiii
Anno sociale, Consiglio direttivo . »
Presidente, Vice Presidente, Segretario, Vice Segre¬
tari, Tesoriere . clxxxiv
Archivista, Soci . clxxxv
Pubblicazioni . clxxxvi
Cambi ed omaggi, Commissione del bilancio, Commis¬
sione per le pubblicazioni, Modificazioni dello Sta¬
tuto, Timbro della Società . clxxxvii
Regolamento per le pubblicazioni . clxxxvi ii
Accettazione delle memorie . »
Inserzioni nei verbali delle adunanze . »
Ordine nell’inserimento delle memorie nel Bollettino. clxxxix
Manoscritti . cxc
Bozze tipografiche . »
Illustrazioni . cxci
Rapporti tra la Presidenza e gli Autori . »
Limiti del concorso della Società nelle spese della
stampa . cxcii
Limiti del concorso della Società nelle spese per le il¬
lustrazioni . »
Estratti . cxcm
Tariffe delle spese a carico dei Soci . cxciv
Regolamento per il premio Molon . cxcv
Memorie e Comunicazioni scientifiche.
1-2. Azzi G. — L’ evoluzione del sistema idrografico e l’impor¬
tanza delle fratture nella formazione delle valli . . 89
3-4. Bonomini C. — Il monte Gardio . 462
1 Ristampa dello Statuto e dei Regolamenti, col Regolamento per le
pubblicazioni riveduto e coordinato, in relazione alle deliberazioni del¬
l'Assemblea 31 marzo e 14 settembre 1912.
474 INDICE
taso. PAq .
3-4.. Cacciamali G. B. — Osservazioni tettoniche sull’ altopiano
di Borno in Val Camonica . lxxxvji
» Capeder G. — Il problema orogenetico e la teoria dei-
li’ isostasi . 445
1-2. Chelussi I. — Nuove ricerche in rocce terziarie di sedi¬
mento . 1
» — Di alcuni saggi di fondo del Mediterraneo .... 79
» — Alcune sabbie marine del litorale ligure . 243
» — Studio pirografico di alcune sabbie marine del lito¬
rale ionico e di quello tirrenico, da Beggio Calabria a
Napoli . 259
3-4. — Studio pirografico di alcune rocce estere . 433
» Cortese E. — Osservazioni geologiche nel Deserto Ara¬
bico (Tav. X, XI, XII) . 803
1-2. Crateri M. — Ancora sui Palaeodictyon . 238
3-4. — Cenni di geologia applicata sul territorio di Calliano
Monferrato . 395
» Crema C. — (Discussione ■ sul Terziario medio in Italia). xcii
» Del Campana D. — Nuovo contributo alla conoscenza
del cane quaternario della Valdichiana (Tav. XIII, XIV) 343
» — Batraci e rettili della grotta di Cucigliana ( monti
Pisani) . 412
» Del Zanna P. — Per la protezione dei monumenti naturali
(con voto relativo della S. G. I.) . lxxxiv
1-2. De Stefano G. — Appunti sulla ittiofauna fossile del¬
l'Emilia conservata nel Museo geologico dell’Univer¬
sità di Parma (Tav. I, II) . • . . . . 35
v V
3-4. Gortani M. — Sull’età delle antiche alluvioni cementate
nella valle del ■ Tagliamento . 388
1-2. Lotti B. — Cenni sulla geologia dei dintorni di Spo¬
leto (Tav. Vili) . 279
l/
» — Escursione nella valle delle Carceri (M. Subasio) presso
Assisi . ; . 281
3-4. — (Discussione sul Terziario medio in Italia) .... xcii
» Lovisato D. — Altro contributo echinologico con nuove
specie di Clypeaster in Sardegna (Tav. XV, XVI) . 359
V ^
3-4. Martelli A. — Metamorfismo sul contatto fra serpentine.
antiche e scisti a Campo Ligure (Tav. IX) . 285
» — Su di un’ ammonite della pietraforte delle Grotte in
Val d’Ema. . . 337
INDICE 475
FASC. PACI.’
3-4. Meli R. — Di un blocco di marna pliocenica nel peperino
presso Ariccia . lxx-xiv .
» Pantanelli D. — (Discussione sul Terziario medio in
Italia) . xeni
1-2. Pilotti C. — Conglomerati scistosi (anageniti) dei dintorni
di Domusnovas (Cagliari) . xlviii
» — Calcari e calcari scistosi a Co scino cyathus in II. Co-
rongiu de Alari e M. Ollastu (Iglesiente) .... xlix
» Principi P. — Affioramenti sabbiosi pliocenici nei din¬
torni di Perugia . 27
3-4. — Intorno ad alcuni fenomeni di erosione sotterranea
nei calcari cretacei ad ovest di Assisi . 334
1-2. Rovereto G. — Studi di geomorfologia argentina. III. La
valle del Pio Negro (Tav. Ili, IV, V, VI, VII) . . . 181
» Sabatini V. — Sugli agenti di consolidazione dei tufi vul¬
canici . XLVI
3-4. Sacco F. — La geotettonica dell’ Apennino meridionale
(Tav. XVII) . ' . 379
1-2. Silvestri A. — Ixigenine terziarie italiane ...... 131
3-4. Stefanini G. — (Discussione sul Terziario medio in Italia). xcv
» Taramelli I. — (Discussione sul Terziario medio in Italia). xeni
» Toso P. — Sul modo di formazione dei principali giaci¬
menti metalliferi, aventi forma di ammassi irregolari. lxxxviii
» Trabucco G. — Sulla origine ed età del giacimento ges¬
sifero di Roccastrada . 419
1-2. Verri A. — Una osservazione circa la genesi del tufo
lionato da costruzione del Vulcano Laziale .... xlviii
3-4. — (Discussione sul Terziario medio in Italia) .
xciv
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